Umberto Eco: “La metafora nel Medioevo latino”

eco_dvDa Doctor Virtualis, rivista on line di storia della filosofia medievale, riprendo un fondamentale intervento di Umberto Eco su La metafora nel Medioevo latino. E’ per me un articolo centrale, in merito alle considerazioni che vado facendo sulle trasformazioni e gli impieghi della retorica.
E’ sufficiente cliccare qui per visualizzare il file in pdf.
Qui di seguito, un estratto:

“Di interpretazione allegorica si parlava anche prima della nascita della tradizione scritturale patristica: i greci interrogavano allegoricamente Omero, nasce in ambiente stoico una tradizione allegoristica che mira a vedere nell’epica classica il travestimento mitico di verità naturali, c’è una esegesi allegorica della Torah ebraica e Filone di Alessandria nel primo secolo tenta una lettura allegorica dell’Antico Testamento.
Nel tentativo di contrapporsi alla sopravvalutazione gnostica del Nuovo Testamento, a totale detrimento dell’antico, Clemente di Alessandria pone una distinzione e una complementarità tra i due testamenti, e Origene perfezionerà la posizione affermandone la necessità di una lettura parallela. L’Antico Testamento è la figura del nuovo, è la lettera di cui l’altro è lo spirito, ovvero in termini semiotici è l’espressione di cui il nuovo è il contenuto. A propria volta il Nuovo Testamento ha senso figurale in quanto è la promessa di cose future. Nasce con Origene il discorso teologale, che non è più – o solo – discorso su Dio, ma sulla sua Scrittura (cfr. Compagnon 1979).
Già con Origene si parla di senso letterale, senso morale (psichico) e senso mistico (pneumatico). Di lì la triade letterale, tropologico e allegorico, che più tardi diventerà la quadrupla espressa dai versetti di Nicola di Lyra (o di Agostino di Dacia): littera gestas docet – quid credas allegoria – moralis quid agas – quo tendas anagogia.

Iperdinamica della retorica: indifferenza tra tropi e figure

maurizio_bettini_portesognoChe cos’è una figura? E’ possibile definire una figura? Si riesce per caso ad avere una visione di insieme di una figura? E se poi, in avanzo, si tratta di una figura vivente?
L’abolizione della percezione delle retoriche come “luoghi” determinabili (anche quando le si definisce aperte, in eccedenza, non determinabili – il che è una determinazione di fatto) è un passaggio che dovrebbe essere sviluppato teoreticamente e per ricognizione testuale. Ho l’impressione che ciò costituisca lo snodo umanistico del tempo attuale. Mi si affaccia anche un sospetto ulteriore: che la retorica intesa dinamicamente, quale insieme di potenze e non di tropi o di figure, sia ciò che si debba verificare sia nella poesia sia nella narrativa italiane che si faranno.
E’ abbastanza interessante che la parola utilizzata per tropo, in Quintiliano, sia il sostantivo latino motus. La dinamica implicita nella figura retorica come tropo è data in questo caso etimologicamente. Tropo deriva dal greco trépō, verbo che ha in sé l’idea di rivolgimento, di evoluzione per rivoluzione o di restaurazione per inversione. Stando all’Istituzione oratoria di Quintiliano, il tropo consiste nel

“trasferimento di una parola o di una frase dal suo significato proprio a un altro, con effetti artistici.”

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