Iperdinamica della retorica: indifferenza tra tropi e figure

maurizio_bettini_portesognoChe cos’è una figura? E’ possibile definire una figura? Si riesce per caso ad avere una visione di insieme di una figura? E se poi, in avanzo, si tratta di una figura vivente?
L’abolizione della percezione delle retoriche come “luoghi” determinabili (anche quando le si definisce aperte, in eccedenza, non determinabili – il che è una determinazione di fatto) è un passaggio che dovrebbe essere sviluppato teoreticamente e per ricognizione testuale. Ho l’impressione che ciò costituisca lo snodo umanistico del tempo attuale. Mi si affaccia anche un sospetto ulteriore: che la retorica intesa dinamicamente, quale insieme di potenze e non di tropi o di figure, sia ciò che si debba verificare sia nella poesia sia nella narrativa italiane che si faranno.
E’ abbastanza interessante che la parola utilizzata per tropo, in Quintiliano, sia il sostantivo latino motus. La dinamica implicita nella figura retorica come tropo è data in questo caso etimologicamente. Tropo deriva dal greco trépō, verbo che ha in sé l’idea di rivolgimento, di evoluzione per rivoluzione o di restaurazione per inversione. Stando all’Istituzione oratoria di Quintiliano, il tropo consiste nel

“trasferimento di una parola o di una frase dal suo significato proprio a un altro, con effetti artistici.”

Nonostante i tropi analizzati da Quintiliano siano, oltre la metafora, la sineddoche, la metonimia, l’antonomasia, l’onomatopea, la catacresi, la metalessi, l’epiteto, l’allegoria, l’ironia, la perifrasi, l’iperbato e l’iperbole – resta che Quintiliano identifica in uno slittamento di potenza linguistica il movimento della retorica del tropo. Tale slittamento è anzitutto pensativo: è proprio del pensiero.
Tuttavia lo stesso Quintiliano, dopo avere sistematizzato i tropi in una perfetta tassonomia, introduce una differenza fondamentale: accanto ai tropi ci sono le figure. La differenza risiede nel fatto che

“il tropo è una parola che è stata trasferita dal suo naturale e principale significato a un altro per rendere più bello il discorso oppure […] un termine particolare che viene trasferito dal luogo dove ha il suo significato proprio a un altro dove non ce l’ha; mentre la figura, come risulta chiaro dal suo stesso nome, è invece una certa configurazione del discorso che si allontana dal significato comune e dal senso che si presenta per primo.”

Esistono per Quintiliano due specie fondamentali di figure: quelle di pensiero (come la domanda, l’anticipazione, l’esitazione, l’esclamazione e, ciò che mi interessa, l’allusione e la mimesi) e quelle di parola. Le figure di parola sono di due generi: l’uno, che è essenzialmente grammaticale, modifica la lingua rinnovandola; il secondo invece si occupa della collocazione (la collocazione presume comunque un movimento…) delle parole stesse. In mezzo ci stanno domande che possono sembrare oziose e sono invece abissali: l’ironia, per esempio, è un tropo o una figura di pensiero?
Mi allontano dal tassonomista retorico latino. Poiché, non essendo questa la sede di saggi rigorosi bensì di pudiche impressioni e di libere riflessioni, ciò che mi importa è che non esiste una differenza tra la retorica dei tropi e quella delle figure di pensiero sul piano energetico. Esiste sul piano linguistico, ma non sul piano delle dinamiche pure. La domanda mancante in Quintiliano, quella che io pongo, è: quale sarebbe il luogo in cui un termine va a spostarsi, e quale sarebbe l’aria (il medium) attraverso cui si sposta, e dove avverrebbe la decisione che determina lo spostamento? Tradotta in termini non-dualistici, la domanda suona così: chi “vede” la totalità del linguaggio?
Il fatto è che si tratta di una domanda impossibile: definendo la propria retorica, Quintiliano utilizza l’idea basale che tutta la retorica consista in uno spostamento di sostanza pensativa. In pratica, utilizza il fondamento metaforico della sua tassonomia per definire la tassonomia stessa: il “luogo” verso cui slitta il termine che diventa tropo è infatti una metafora. Del resto, la domanda sul “vedere” il linguaggio è allo stesso modo impossibile: la vista è una delle molte possibili metafore utilizzabili.
In ogni modo si è sempre all’interno di un regime metaforico, perché lo slittamento pensativo che costituisce e si struttura nel totale della della retorica non può avere immagine.
La metafora è per Quintiliano una similitudine raccorciata, sintetizzata. Tropo omerico per eccellenza, la similitudine rappresenterebbe ciò che di più statico si possa immaginare sul piano retorico. Tuttavia, il “come->così” che regge la similitudine è il perno del movimento totale della retorica: evidenzia, anzi, il movimento stesso. Per quanto possa sembrare astratto quanto vado dicendo, le conclusioni sono poi molto pratiche, e parecchio impegnative. Come dimostra un testo straordinario, uscito di recente.
Parlo di Alle porte dei sogni di Maurizio Bettini (pubblicato da Sellerio). Bettini è uno dei due migliori antichisti di cui disponiamo in Italia: insieme a Dario Del Corno è un vanto a livello internazionale. Apparentemente lieve e divulgativo, questo viaggio nell’onirismo che fa da costante discontinua e metastorica allo stesso tempo tra i classici e noi contemporanei, contiene un passaggio determinante che concerne la similitudine:

“Se si vuole citare un sogno tipico che condividiamo con gli antichi, eccolo pronto: avete mai sognato di volere scappare e di non riuscirci? […] Questo medesimo sogno compare già nell’Iliade di Omero. […] Siamo nel XXII libro, al momento in cui già si sa che Ettore morirà. E’ inseguito da Achille, è fuori da Troia ed è condannato. “Ogni volta che Ettore tentava di accostarsi di scatto alle porte Dardanie sotto le solide torri, se mai dall’alto coi dardi gli dessero aiuto, Achille, anticipandolo, lo ricacciava verso la piana, sempre rasente alle mura. Come non si riesce in sogno a prendere un fuggitivo, non riesce l’uno a raggiungere l’altro, così Achille non poteva prenderlo in corsa e l’altro non poteva scappare”. Ecco, dunque, il sogno che diventa strumento d’una similitudine. Questa scena è onirica: c’è un condannato a morte, che è Ettore, c’è un carnefice, che è Achille, ma questo momento è prolungato. Come in un sogno in cui […] il movimento c’è, ma non esiste”.

Ecco cosa intendo per intercettazione della retorica come potenza.
Ripeto quanto Bettini vede nella scena omerica:

  • un sogno, che è emblema di un paradigma culturale di un’intera società, diventa strumento di una similitudine;
  • la similitudine detta una struttura retorica più larga del movimento “come->così”, piegando la lingua e l’immagine, e quindi allargando l’onirismo all’intera scena;
  • attraverso questa piega, il tempo interno slitta e si prolunga;
  • si giunge alla conclusione che il movimento c’è ma non esiste.

Ora, Maurizio Bettini è filologo. Un filologo, e di quella statura poi, non usa a caso le parole. Che il movimento c’è ma non esiste è un accenno a una questione fondamentale: è la questione metafisica che esprime la totalità del movimento retorico. Che siamo sul piano dell’ontologia, del resto, lo conferma lo stesso Bettini, citando Valéry:

“Il sogno è un fenomeno che noi osserviamo solo durante la sua assenza. […] Il verbo ‘sognare’ non ha il presente”.

Cioè: la veglia è uno stato ontologico differente da quello del sogno. La lingua indica un ponte tra i due stati ontologici diversi, ma soltanto a patto che la retorica sia potenziale: cioè esprima la potenza psichica, la potenza mentale, la sostanza stessa mentale che si condensa in psiche e nel fenomeno psichico del linguaggio. La similitudine, questo tropo tanto bistrattato in quanto enfatizzato, è il primo rappresentante della condensazione linguistica tra stato ontologico di sogno e stato di veglia: essa è la prima articolazione retorica di un intero paradigma culturale (non importa qui se si afferisca poi a una teoria del sogno riduzionista o archetipica o aperta o divinatoria). Il movimento evidenziato da Bettini è quello che l’antichista in maniera folgorante sintetizza con l’esserci ma non esistendo: questa, a prima vista e anche a ultima, è la potenza secondo Aristotele. E’ l’enèrgheia che può attualizzarsi o rimanere in stato di sospensione: pronta a manifestarsi.
Dal punto di vista di una retorica delle potenze, dunque, non esiste differenza tra tropi e figure. Lo slittamento, che è allusivo, è il movimento totale dell’indole della lingua, di cui la retorica è veicolo. E’ necessario che il contemporaneo impari nuovamente a leggere in questo modo e a essere letto in questo modo. Non è la strumentazione retorica che segnala alcunché. E’ il movimento di slittamento, che c’è ma può non esistere, che o viene veicolato o non viene veicolato. Ciò che fa l’opera d’arte o il suo fallimento.