Il quinto episodio del nuovo “Twin Peaks”

Quinto episodio di “Twin Peaks” ovvero: del compromesso narrativo. Dopo la furia visoniaria che Lynch scatena nel primo e nel secondo episodio, che culmina nel primo quarto d’ora del terzo (probabilmente il più alto risultato raggiunto dalla cinematografia lynchiana: ne scriverò in seguito, a parte), al quarto episodio Lynch adottava una narrazione dilatata, puntando tutto sullo stordimento stupefacente dell’agente Dale Cooper, tornato dalla Loggia Nera nella realtà: Cooper si incarna al posto di un certo Doug, un assicuratore sposato con Naomi Watts, intraprendendo un percorso di iniziazione nell’assurdità del nostro piano di veglia e apparendo rallentatissimo, privo di memoria, una sorta di super Chance il Giardiniere, ma declinato à la Tati, cromaticamente e per l’incoerenza della velocità e la mimica. Questo “schlemiel”, che attraversa la tradizione ebraica e poi tutto il canone cinematografico, raggiunge esiti esilaranti o comunque impone una percezione alteratissima nello spettatore. Nel quinto episodio continua a maturare questo parkinsonismo assoluto di Cooper, intrecciato al disbrigo di alcuni obblighi narrativi, dalla ripresa di certi personaggi storici di Twin Peaks (per esempio il dr. Lawrence Jacoby, che qui tiene un vlog e appare *identico* nelle forme e negli appelli al Beppe Grillo in versione M5S). Appare anche il personaggio femminile che si pensa essere erede di Laura Palmer. Il punto narrativamente fondamentale è dato dalla scena in cui il doppelgänger pellerossa di Cooper si specchia e subisce un morphing tra il suo volto e quello del demone Bob. E’ puro tessuto connettivo. Davvero mi risultava intollerabile la lentezza idiota dell’agente Cooper nel quarto episodio, tuttavia era congeniale a una dilatazione che, negli ultimi anni, non si era apprezzata al cinema o alla televisione e, quindi, sollevava il tutto a intensità artistiche inaudite, il che dava la sensazione di insopportabilità. Alla quinta tappa di questo eccezionale revival, che si configura come il capolavoro più alto e complesso nell’opera lynchiana, il meticciato tra storie e derive è purtroppo un chapitre-repos, non privo di puntate acutissime nella storia della visione, però compromesso dal compromesso. E’ sempre difficile dare addio alla narrazione. Si attende con più impazienza il sesto episodio, perché a questo snodo si è creata l’attesa circa quello che accadrà drammaturgicamente. Per quanto concerne me, io vorrei solo assistere alla Loggia Nera e alle vicende del doppelgänger pellerossa dalla pelle ramata e dalla cofana incredibile.

Hitler negli Oscar Mondadori

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E’ in tutte le librerie, al prezzo di euro 11, l’edizione economica Oscar Mondadori del romanzo Hitler. A corredo, il che mi fa molto piacere, è uno strillo in quarta di copertina, firmato da Franco Cordelli sul Corriere della Sera, che ringrazio:

“Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria”.

I materiali sul romanzo Hitler sono reperibili qui.
Faccio seguire il bellissimo intervento che Stefania Ricchiuto ha pubblicato su Cool Club.
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Letizia Muratori: La casa madre

muratori_casamadre.jpgCon colpevole ritardo, mi accingo ad affrontare uno dei testi a mio parere più importanti tra quelli pubblicati in Italia quest’anno: frecciabr.gif La casa madre (Adelphi, € 16) di Letizia Muratori. Se si tentasse una definizione attraverso le categorie standard a cui si è ciecamente votata la “critica ufficiale”, non riuscirei ad afferrare l’oggetto. Poiché, tuttavia, io sono un “critico ufficioso”, e peraltro un collega di Muratori, posso permettermi di aggrapparmi a una definizione lanciata da un altro collega, cioè Wu Ming 1, nel suo memorandum sul New Italian Epic. E’ infatti opportuno circoscrivere il libro di Letizia Muratori in un campo magnetico, da cui emerge come realtà proteiforme – si tratta, cioè, di un perfetto Oggetto Narrativo Non Identificato. E’ una narrazione, composta apparentemente da due racconti che sono al tempo stesso speculari e incrociati, e tuttavia una “sostanza”, non solamente linguistica, corre a unificare i due racconti, che fuoriescono così dal genere della narrazione breve. La coerenza per salto radicale trova, credo, la sua più nitida referenza in certi sbalzi tra capitoli di Kafka, in particolare nel Processo. Con La casa madre, Muratori scrive un testo che è capace di ingannare ogni sguardo che non sappia farsi obliquo secondo la gradazione del libro stesso. Uno strabismo che apre voragini impressionanti e mette in discussione lo statuto di certa tradizione preacquisita e tipicamente occidentale della narrativa. E’ un libro a mio parere imperdibile.

HITLER: la recensione del Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgOltre alla splendida intervista di Alessandro Besselva, come scrivevo, il Mucchio Selvaggio ha pubblicato una recensione di Aurelio Pasini che è per me illuminante in più aspetti, concernenti le perplessità del recensore. Insieme a Franco Cordelli sul Corriere della Sera e Wu Ming 1 su l’Unità, Pasini vede la lingua utilizzata in (non tutto) il romanzo Hitler come paradossale esibizione della maschera che copre il Nulla e, al tempo stesso, il fallimento stesso della lingua medesima. Ciò corrisponde a un momento che avevo teorizzato appoggiandomi a Grotowski (la forma costruita come freno alla forma): il libro è fallimentare proprio perché sono le retoriche letterarie umanistiche a rovesciarsi in strumentazione che l’antiumano utilizza per persuadere l’umano e agire sulla realtà. A questo protocollo linguistico intendono opporsi gli esorcismi, che non sono canonizzati in alcun apparato retorico: i momenti in cui non il sottoscritto, bensì “lo scrittore” entra e anticipa, devia, o fa muro al Niente che avanza. Questa l’intenzione, al solito l’esito è altra cosa ed è valutabile solo dai lettori.
Ringrazio Alessandro Besselva che mi ha procurato il file pdf della recensione, e il
Mucchio e Aurelio Pasini per l’attenzione e lo spazio dedicato a Hitler.
La recensione del Mucchio Selvaggio

Il romanzo Hitler sulla Gazzetta di Parma

hitlercovermedia.jpgSulla Gazzetta di Parma, uno dei quotidiani che in tutta Italia vantano tra le migliori pagine culturali, è apparsa una lunga recensione del romanzo Hitler, a cura della critica Lisa Oppici. Sotto il titolo bellissimo “Genealogia del Male”, si sottolinea in occhiello lo “stile asciutto, la narrazione è secca e fredda: il giudizio morale emerge dai fatti” e si chiude con una valutazione della quale non posso che essere gratissimo a Lisa Oppici: “Severo, compunto, gelido, non assolutorio, questo film nero scritto col bisturi fa riflettere e lascia il segno: un segno duro, scuro, difficile da cancellare”.
Ringrazio sia l’autrice della recensione sia la direzione e lo staff della
Gazzetta di Parma per l’attenzione, lo spazio e il giudizio riservato al libro.
La recensione della Gazzetta di Parma

La stroncatura su ttL de “la Stampa”!

hitlercovermedia.jpgA firma Andrea Cortellessa, sabato è uscita su tuttoLibri una stroncatura del romanzo Hitler. Non avendo il sito de La Stampa ancora aggiornato le pagine dell’inserto letterario, propongo lo stralcio finale dell’articolo di Cortellessa, che può integralmente essere letto nella versione pdf procuratami dall’ufficio stampa Mondadori, che ringrazio. Ringrazio anche La Stampa e la direzione di tuttoLibri per l’attenzione concessa al libro. Ho contattato Andrea Cortellessa telefonicamente, per chiedergli se desiderava rispondere a un mio intervento, che esula da Hitler e si appunta sulla prima parte del suo articolo, riguardante i protocolli di rappresentazione dell’estremalità in genere. Cortellessa si è detto disponibile. Entro la settimana stenderò quindi l’intervento, lo spedirò al critico romano e, quando avrò la risposta, la pubblicherò su queste pagine.
La versione integrale della stroncatura su ttL de La Stampa
andrea_cortellessa.jpgMETA-KITSCH: Il dittatore fuori misura di Genna
All’ambizione dell’opera non corrisponde lo stile

Diabolico Adolf, un colosso che divora il suo autore

“Hitler”, ogni frase scandita come Clausola Definitiva, Marmorea; ma che risulta invece Gesso e stucco
di ANDREA CORTELLESSA
[…] Uomo non stupido ma scrittore improbabile, Genna ha capito che la via intelligente era quella di Sokurov, ma il suo animo pompier l’ha irresistitbilmente portato a tentare Syberberg. Così ripetendo il destino Kitsch del suo avatar: scimmiottare il Sublime con mezzi Miserabili.

Ancora il “Corriere della Sera”: Cordelli sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgFuoriesco per un attimo dal protocollo essenziale del romanzo Hitler (non importa l’autore, non importa il libro: importa la prospettiva a cui si guarda la “cosa” – prospettiva che si invoca non essere unica, che si chiede venga anche contestata) e rimetto i panni dello scrittore che ha pubblicato Hitler. In questi panni, oggi, mi accade di essere felice come non mai. Cosa può infatti desiderare un autore, se non una visione critica (che muove anche appunti importanti) da parte di colui che l’autore stesso da sempre giudica un Maestro? Oggi mi è infatti capitato questo: Franco Cordelli, il critico e scrittore che giudico un Maestro (qui l’intervento che tempo fa gli dedicai sulle pagine dei Miserabili) ha scritto un elzeviro per me sconcertante nella Terza Pagina del Corriere della Sera. Perché sconcertante? Perché Cordelli, come so e come dovrebbe essere risaputo, fa la critica per come la critica dovrebbe essere fatta – non c’è intenzione, riferimento o prospettiva a cui io abbia guardato che Cordelli non enunci, analizzi e discuta. Il discorso generazionale che fa è esattamente rispondente alla mia percezione e alla mia intenzione (rimando a quanto ho scritto sullo sfondamento del genere storico a proposito di Antonio Scurati e altri su Carmilla). La memoria, la cultura, la sensibilità al servizio non tanto della legittimazione, quanto dell’affrontamento del testo: io desidererei che l’atteggiamento critico di Cordelli, che a mio avviso ha il suo apice ne La democrazia magica (Einaudi – scomparso dal catalogo; e sarebbe urgente riproporlo, per tutta la mia generazione), fosse la spina dorsale dell’umanismo che guarda al testo come centro fondamentale di ciò che la letteratura irradia, se riesce a irradiare qualcosa.
Desidero ringraziare moltissimo Cordelli per la sua attenzione e per questa sconcertante profondità di sguardo che mi ha regalato, e voglio anche ringraziare la redazione culturale del
Corriere, che ha permesso che il romanzo Hitler venisse discusso sulle pagine del quotidiano di via Solferino ben due volte e da due prospettive diverse. Davvero: grazie.
Riproduco in due modalità l’intervento di Cordelli: può essere letto in pdf cliccando qui sotto o letto direttamente in html di seguito.
L’elzeviro di Franco Cordelli su Hitler (pdf)
franco_cordelli.jpgElzeviro – Il romanzo biografico di Genna

Adolf da vicino
un tipo allucinato

di FRANCO CORDELLI
Se fosse un film, Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori) sarebbe rubricato come biopic. Ma è un romanzo, più difficile stringerlo nel genere biografia. Ciò che in esso colpisce è la spasmodica lotta per sfondare i limiti del genere. Si tratta, insomma, di una lotta per lo stile. In senso strutturale il testo si presenta come somma di momenti culminanti, ben centoundici, più uno denominato «Postmortem». Ma questi culmini, tutti insieme, o uno dietro l’altro, formano una storia, più precisamente una biografia, dal principio alla fine, senza clamorose varianti rispetto all’abbondanza di cognizioni in nostro possesso. A proposito di Hitler, è notevole che l’interesse per questo personaggio, benché continuo, vada a ondate. C’è l’onda alta degli anni Cinquanta, da Trevor-Roper a lord Russell a William Shirer, da Grass a Weiss; c’è l’onda degli anni Settanta, con quella fremente speculazione filosofica che è Il processo di San Cristobal di George Steiner, con Canetti geniale lettore di Speer memorialista del suo Führer, e con l’insuperabile summa che è Hitler, un film dalla Germania di Hans Jürgen Syberberg; c’è infine un altro ritorno nei nostri anni: penso al lavoro di Joachim Fest, a Moloch di Sokurov, a Him di Maurizio Cattelan, l’umile-umiliato pupazzo che ora il regista di Fanny e Alexander, Luigi De Angelis, ha messo in scena in rapporto a Il mago di Oz di Fleming; e c’è, infine, The Castle in the Forest di Norman Mailer, che i lettori italiani ancora non conoscono.
Forse è a quest’ultimo (lo dico intuitivamente) che si può agganciare il testo di Genna. Con il grande scrittore americano Genna ha in comune il vitalismo, se non lo sfrenato bisogno di letteratura, o addirittura di scrittura. Al di là di questi dati, di tipo storico, o sociologico, resta l’abnormità dell’impresa e che essa segua a distanza di poco più di un anno Dies irae, un romanzo- romanzo, di ancor più impegnativa mole. D’altra parte, poiché tra le persone ringraziate alla fine del libro figura Antonio Scurati, come non pensare al suo Una storia romantica? Come non pensare che era un libro di mole considerevole e che sia l’epopea di Scurati sia Hitler di Genna sono romanzi storici, di autori nati nello stesso anno, il 1969? Insomma, ciò che a noi appare sovradimensionato, rispetto alle abitudini recenti, per l’ultima generazione è normale, normale che un romanzo debba avere una certa consistenza e che, evadendo dal genere (nella fattispecie la biografia), di nuovo approdi in antico, al romanzo storico.
Sfogliando una qualunque, buona biografia, per esempio La regina Vittoria di Edith Sitwell, si riscontrano stilemi in Genna assai frequenti. «Guardate — dice la scrittrice inglese — guardate Gladstone che, nel Colosseo, al lume di luna, fa la sua proposta di matrimonio a colei che diverrà sua moglie »; e poco dopo: «Guardate Disraeli, lucciola attempata ma sempre luminosa, che altri biografi definiscono una specie di Byron mediterraneo». Questo invito all’attenzione in Genna è costante. I suoi «guardate », «osservate», «preparatevi » sono così incalzanti da conferire al testo tutt’altra dimensione rispetto alla Sitwell. La Sitwell è discorsiva, ci richiama all’ordine in modo incidentale. Avvertendo l’attuale mancanza di fiducia nel romanzo come opera d’arte, Genna è imperativo. Anzi, percussivo, martellante. Per usare l’aggettivo che più spesso ricorre nel testo, è esorbitante. Per Genna, non c’è ritratto che non sia survoltato: «Il volto largo e unticcio di Bormann si sporge verso il Führer, la bocca dalle labbra a ciliegia». Ma Hitler (cioè l’oggetto della sua narrazione) è una non-persona, un punto di vuoto, ovvero il male, anzi il Male: per Genna la Storia è un’entità allegorico- metafisica. Antagonista, rispetto a questo inestimabile deserto (il deserto è dove appare il diavolo), è, nell’inerzia della struttura biografica, lo stile, anzi l’eccesso stilistico: in Hitler di Genna tutto è euforico, esclamativo, lapidario. A soggetto posticipato, o ripetuto e posticipato, ogni frase è breve, fino a configurare una specie di monstrum paratattico.
Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.

Altieri su “Border Fiction”: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgAlan D. Altieri, autore della memorabile Trilogia di Magdeburg, di cui su questo sito si è accennato, mi fa l’onore di occuparsi del romanzo Hitler. Lo fa con una recensione che mi imbarazza, per l’entusiasmo e la prosa che Altieri (di cui va assolutamente visitato il forum a lui dedicato) impiega in questo esercizio interpretativo, con cui ribalta la mia personale prospettiva sulla “non-persona” Hitler. La recensione sta su Border Fiction, sito letterario frequentatissimo, che si occupa di genere, fiction e realtà, o, meglio, come dice la sottotestata, di “storie di frontiera”. Riproduco, col permesso dell’autore, l’articolo, che si trova qui su BF, con la possibilità eventuale di commentare.
Mi sento in dovere di esprimere tutta la mia gratitudine ad Altieri, il cui parere è per me fondamentale trattandosi di uno scrittore che ammiro indicibilmente, e a Border Fiction che ha dato ospitalità alla recensione.

Giuseppe Genna’s “Hitler”

di ALAN D. ALTIERI
ALTIERI_HITLER.jpgLA MAPPA DEFINITIVA DEL MALE UMANO
Uno spettro si aggira per (i cieli dell’) Europa. No, non e’ una inedita ideologia collettivistica (o qualsivoglia grottesca distorsione globalizzata della medesima). Non e’ nemmeno una stella cometa portatrice di pace/fede/speranza (o qualsiavoglia ridicola illusione psicotica delle medesime). Questo spettro e’ una entita’ mostruosa. Un osceno lupo deforme, il Fenrir, scaturito da un abisso di incubi. Ha una missione: trovare un araldo in grado di spalancargli le porte del Ragnarok, la Fine dei Giorni. Non deve cercare a lungo. L’araldo del Fenrir ha gia’ un volto, ha gia’ un nome. E dopo il suo passaggio sulla terra, nulla, nulla in assoluto, sara’ piu’ lo stesso.
Quanto sopra e’ l’inizio, pura rivisitazione del gotico scandinavo, di Hitler, il nuovo, grandioso romanzo di Giuseppe Genna, Mondadori Editore, collana Scrittori Italiani e Stranieri. Poco meno di dieci giorni dall’uscita e gia’ alla seconda edizione.
Non tentiamo neppure di nasconderci dietro orpelli piu’ o meno ipocriti: la storia dell’uomo E’ la storia degli sterminatori dell’uomo. Alessandro Magno e Giulio Cesare, Gengis Khan e Timur Lenk, Albrecht von Wallenstein e Napoleone Bonaparte. Eppure, nessuno di questi super-killers riesce ad avvicinarsi neppure lontanamente ai trionfi, genocidari e non solo, di Adolf Hitler.
Molto si e’ scritto su Adolf Hitler, molto altro si scrivera’. Sempre pero’ in forma di saggistica. In un suo libro non troppo conosciuto, Norman Mailer esploro’ la strada di tramutare Hitler in personaggio. Con dubbi risultati.
A tutti gli effetti, questa e’ la prima volta, la prima volta in assoluto, che un autore in generale — un autore italiano in particolare — affronta la sfida impossibile di Adolf Hitler protagonista di un’opera di narrativa.
Giuseppe Genna non vince questa sfida: Giuseppe Genna la annienta… L’uomo in questione non e’ alieno da imprese temerarie. E straordinarie. In Nel Nome di Ishmael ha ridefinito il thriller di cospirazione. In Grande Madre Rossa ha tramutato Milano in una distorsione di Dresda. In Medium — singolare proposta narrativa a diffusione (per ora) solamente Internet — fonde tragedia personale e intrigo esoterico. Per questo autore pressoche’ unico sulla nostra scena letteraria, Hitler rappresenta una nuova frontiera. In tutti i senti. Se la lingua italiana avesse un equivalente del genitivo sassone, il titolo esatto di questolibro dovrebbe essere “Giuseppe Genna’s Hitler”. Il motivo? Tanto semplice quanto agghiacciante:
“Giuseppe Genna’s Hitler” E’ la mappa definitiva del Male umano.
Basate su ricerche storiche di precisione cartesiana, queste 623 pagine — ben pochi autori, italiani e non, hanno un simile respiro narrativo — ipnotizzano e spiazzano, affascinano e coinvolgono, demoliscono e vorticano, denudano e giudicano. Esatto: giudicano. L’autore non si colloca fuori dalla storia, esistita e narrata. L’autore vi si getta dentro, alla massima profondita’. E trascina dentro anche il lettore.
“Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la radiografia ad alta definizione di come un patetico idiota maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa assurgere al ruolo — sanguinoso, sanguinario e molto, troppo temporaneo — di “Re del Mondo”. Nessuna mitizzazione, nell’analisi di Giuseppe Genna, nessuna assoluzione. Certamente nessuna redenzione. Per spiegare il sorgere della Bestia, non e’ sufficiente un’infanzia fottuta (chi non l’ha avuta, un’infanzia fottuta?). Non e’ sufficiente nemmeno un’adolescenza ingombra di demenze erotiche pregresse (sai che novita’). Di certo non basta un breve, quanto duro, transito nelle trincee della Grande Guerra (c’e’ andato solamente lui, in trincea?).Nulla di tutto questo spiega semplicemente perche’ non-puo’ spiegare.
Lo Hitler di Giuseppe Genna “e’ un cretino”. Testuale inizio di capitolo. E restera’ un cretino fino all’abisso conclusivo nel Bunker. E’ un miserabile che si aggira per la Berlino post-bellica (sempre la Prima Guerra) delirando di architetture infernali e di grandiosita’ blasfeme. Mentitore e illuso, giocoliere e vile, istrione e schizoide. Ha un unico punto di forza dalla sua: una logorrea tanto dilagante quanto trascinante. E di che cosa potra’ mai parlare, la non-persona? Del vuoto, del nulla, del niente. Hitler visto da Giuseppe Genna e’ un untore del nihil. Lo sparge come un virus. Lo diffonde come una metastasi. E in un corpo gia’ malato per la depressione economica, gia’ prostrato dalla fame cronica come quello della Germania della repubblichetta di Weimar, la metastasi non puo’ che tramutarsi mega-metastasi. Cosi’ il blocco canceroso originario diviene un putrido bubbone rigonfio di altre non-persone, ani dementi meno carismatici ma ugualmente grotteschi, parimenti atroci. Il tossico Goering, il turpe Röhm, il pervertito Goebbels, il viscido Hess, il subdolo Himmler.
Una irrestibile ascesa, quella della non-persona e dei suoi nani dementi. Dal tragicomico “putsch della birreria”, all’infamante incendio del Reichstag, dalla feroce “Notte dei Lunghi Coltelli”, ai grondanti pogrom anti-ebrei, fino alla millenarista apoteosi pre-apocalittica della “Notte di Norimberga”.
Di questa agghiacciante epopea, Giuseppe Genna non ci risparmia — ne’ si risparmia — nulla.
Mentre i potenti d’Europa e d’America stanno a guardare — in folgorato equilibrio instabile tra ammirazione e soggezione, acquiescienza e diffidenza, ardore e terrore — la piu’ grande delle tragedie europee avanza verso l’inevitabile compimento della Seconda Guerra Mondiale. Ed e’ proprio in questa sezione del libro, il terzo atto, che Giuseppe Genna si riscopre prodigioso cantore dell’epica della distruzione. Un garrote la sua descrizione dello sterminio perpetrato dai famigerati Einsatzkommando. Un turbine la sua mis-en-scene dei bombardamenti sull’Inghilterra. Un tifone di metallo la sua rappresentazione dell’attacco all’Unione Sovietica. Uno tsumani bianco il contracco russo d’inverno alle porte di Mosca. Un’orgia del caos il suo affresco della Battaglia di Stalingrado. Una valanga di disperazione la sua cronaca del progressivo collasso del Terzo Reich. Un delirio al limite dell’onirico la sua autopsia gli ultimi giorni della non-persona in una Berlino da girone dantesco.
Uno stile, quello di Giuseppe Genna, esplosivo quanto il fiume del suo raccontare. Niente concessioni alla “bella prosa dei fasulli”, in Hitler. Niente intorcinamenti da “salotto buono dei fighetti”. Ogni singola frase e’ un colpo di maglio, perfino quando quella frase e’ composta da un’unica parola. Tutto questo integrato in una struttura della storia narrata ben piu’ solida del “Patto d’Acciaio”.
“Giuseppe Genna’s Hitler” non e’ affatto un ennesimo libro su Hitler. “Giuseppe Genna’s Hitler” arriva addirittura a scavalcare la mappa del male umano che esso stesso traccia. “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la parola terminale in materia della farneticazione distruttiva e auto distruttiva insita nella mente.
Ma “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ anche, e soprattutto, un appello privo di compromessi sulla necessita’ della memoria — inevitabile e struggente l’Apocalisse con Figure nell’ultima parte del testo.
Capolavoro e’ una parola da usarsi con cautela, d’accordo. Ma se Hitler non e’ un capolavoro, certamente da queste pagine si riesce a vaderlo. Un autore da NON ignorare e un libro da NON perdere. A nessun costo.