David Peace: “Fantasma”

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Stasera alle 18.30 sono a presentare David Peace a Milano, alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo. Parliamo del suo “Fantasma”, un libro che esce in Italia per il Saggiatore in anteprima mondiale, per la splendida traduzione di Matteo Battarra, con la copertina abbastanza emblematica dell’artista Matthew Barney. Composto di quattro racconti e un piccolo saggio, “Fantasma” è un romanzo condensato, che funziona per ellissi e attraverso l’impazzimento e la riduzione a zero della forma romanzo medesima. E’, in pratica, la quintessenzializzazione dell’opera di questo straordinario autore, nato in Inghilterra e vivente in Giappone, che io reputo da anni il migliore scrittore della mia generazione. La prima volta che lo presentai fu nel 2002: ne rimasi sconvolto. Continua a leggere “David Peace: “Fantasma””

David Peace: Tokyo città totale

Una videointervista, una recensione a “Tokyo citta occupata” e una a “Tokyo anno zero”: come era prevedibile, è David Peace il cantore epico della nostra contemporaneità. La sua trilogia giapponese diviene oggi scrittura profetica.

Amo incondizionatamente David Peace. Lo conosco da anni, da anni sono certo che sia lui l’autentico cantore epico del mondo globalizzato. Il suo Red Riding Quartet (che comprende 1974, 1977, 1980, 1983), portato ora su piccolo schermo in tre film straordinari, è al di là dell’idea stessa di romanzo – è un ciclo, è un poema enorme, suggestivo, mitologico. A questo ciclo va aggiunto il nostos costituito da GB84, imperiosa impennata epica sul braccio di ferro tra minatori e signora Thatcher. La trilogia giapponese di Peace, di cui abbiamo in Italia due titoli pubblicati dal Saggiatore, Tokyo anno zero e Tokyo città occupata, sta acquisendo in queste ore, con i tragici fatti di cui è vittima ma anche colpevole il Sol Levante, si erge a colosso letterario che completa un tao: dopo l’Occidente, l’Estremo Oriente occidentalizzato. Il pianeta tutto è stato cantato da David Peace, il genio dal cognome ossimoro.
Qui di seguito: una videointervista a David Peace di LibriBlog sul secondo romanzo della trilogia giapponese; le recensioni ai due romanzi “giapponesi” usciti in Italia.

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INTERVISTA A DAVID PEACE

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TOKYO ANNO ZERO

di GIUSEPPE GENNA | da Carmilla, 22 gennaio 2008

E’ un successo internazionale il primo romanzo della “trilogia giapponese” di David Peace, uno degli autori di genere storico-nero più celebrati al mondo (Granta ha scommesso su di lui, l’editoria Usa lo ha acquisito). Già autore del mitologico Red Riding Quartet (in Italia: 1974 e 1977 da Meridiano Zero; Millenovecento80 e Millenovecento83 per Tropea, ora passati al Saggiatore), Peace da tredici anni vive a Tokyo, sposato e con tre figli, ed è da quel privilegiato osservatorio che ha deciso di costruire un immenso e penetrante affresco sul Giappone, osservato attraverso casi reali di cronaca nera. Un’impresa da titano, che ha la sua conferma sorprendente in questa prima tappa della trilogia:  Tokyo anno zero (il Saggiatore, € 17) è un romanzo mozzafiato, lineare e corale al tempo stesso, ambientato tra il ’45 e l’anno successivo, quando il Sol Levante muta storia e ancora dilaga la devastazione della guerra mondiale e dell’occupazione americana.
E’ un libro di svolta nella produzione di Peace. Nulla di ciò che ha creato autentici club di accaniti fan dell’autore nativo dello Yorkshire viene perduto in questo spostamento decisivo nella carriera letteraria di Peace. Le ossessioni, lo stile, le percussioni psicotiche, le descrizioni della desolazione e della caduta, gli abominii di un serial killer – tutto è non soltanto intatto, ma addirittura potenziato, grazie allo straniamento che è l’esito naturale dell’ambientazione e della ricerca storica prodigiosa messe in campo da Peace. Ciò che muta è piuttosto la struttura, che si fa lineare, semplice, nella più classica tradizione noir. Un elemento freddo, un filo trasparente e resistentissimo, teso tra il tremendo incipit e lo sconcertante finale. In questa ricerca monocola, si muovono folle immani di diseredati, in una Tokyo che potrebbe sembrare Kinshasa e invece è il corpo storico che è ridotto al suo grado zero al termine della guerra e in seguito all’abdicazione impensabile dell’imperatore.
L’occhio che cerca e che fugge da memorie ignote ma terribili è quello dell’ispettore Minami, capo di una squadra della polizia civile che è sottostaffata, vessata dalle imposizioni degli occupanti statunitensi, priva di mezzi e di autorità. La squadra di Minami è sulle tracce di un serial killer – o, almeno, così si suppone – che ha lasciato dietro di sé vittime sempreuguali: ragazze che, in preda alla fame e alla cerca disperante di un lavoro, vengono stuprate e massacrate, nascoste o abbandonate all’aperto, in un parco, nell’impressionante sfascio sociale e urbanistico della capitale giapponese messa in ginocchio. Minami emblematizza le ossessioni dei protagonisti memorabili di Peace: non dorme, gli servono calmanti che costano informazioni e che può procurarsi soltanto dal nuovo capomafia che governa il mercato generale, ha una famiglia che ignora e verso la quale si sente in colpa, si intrattiene tra deliri presso un’amante che eleva a deità della purezza e dell’idealizzazione, è sempre in moto macinando chilometri a piedi tra abitanti che cercano qualunque cosa (alimenti, oggetti da rivendere, pietre grezze addirittura) tra rovine di casamenti e carcasse di cani, è assediato da sospetti interni e cospirazioni che fioccano ovunque, in una confusione assordante che sovrappone le urla di disperazione di gente comune, assassini e corrotti, giornalisti e puttane infette che intrattengono i militari USA, funzionari e testimoni occasionali, cadaveri e scheletri non metaforici.
Le compulsive ripetizioni à la Peace (soprattutto le parole giapponesi: il tichettio dell’orologio, i colpi di martello…) mettono soprattutto in luce una realtà autentica e allucinatoria al contempo, cioè che “oggi nessuno è quello che dice di essere. Nessuno è quello che sembra…” (a partire dal cambio di identità di massa degli appartenenti alla polizia militare, che cercano in questo modo di salvarsi dalle epurazioni dei vincitori) – una situazione febbrile, psicotica se osservata attraverso lo sguardo dai capillari rotti per l’insonnia dell’ispettore Minami.
Questo ritmo che non dà fiato, che liricizza al parossismo la prosa eppure conquista il lettore prendendolo alla gola, è percorso da un altro classico stilema utilizzato da Peace: tra le parti del libro, un fiume di fango e sangue scorre inarrestabile, ed è una descrizione, continuamente interrotta, della guerra con la Cina, realizzata in una prosa clamorosamente poetica – un elemento chiave, poiché il fiume va a raggiungere nel delta il finale oceanico del libro ed è una verità anticipata ma irriconoscibile, posta davanti ai nostri occhi mentre ancora non è comprensibile. Una scelta linguistica, strutturale e immaginativa che dimostra quale coraggio contraddistingua questo autore. Coraggio che, si noti, assume dimensioni enormi quando si constata che questa storia non fa perno sull’orrore, decisivo, consumato a Hiroshima e Nagasaki, nominate soltanto una volta nell’intero corpo del libro. Riuscire a comporre una storia appassionante, storicamente accertata e descrittivamente prodigiosa di Tokyo nel ’46 e farlo senza ricorrere all’appoggio naturale della bomba atomica – è tutt’altro che manierismo: mostra quanto David Peace sia capace di penetrare nella devianza della mente e del reale, utilizzando alla perfezione il canone noir per farlo internamente esplodere con visioni infernali, connesse al male che è il contagio più naturale della sconfitta e della caduta, dell’errore e dell’azzeramento dell’umano ad animale da preda.
Tokyo anno zero (il cui titolo è un evidente omaggio a Germania anno zero di Rossellini) è un inabissamento in una realtà che sembra parallela e che invece fu storica e a noi giunge, grazie a Peace, con un vento tempestuoso, un ciclone per nulla esotico, privo di radioattività ma colmo di immagini spettrali, facendo sbattere violentemente le persiane delle sicure casette monofamigliari della nostra narrativa.

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TOKYO CITTA’ OCCUPATA

di RUGGERO BIANCHI | da tuttoLibri, 11 settembre 2010

Soltanto nella pura materialità dell’intreccio Tokyo è la protagonista di Tokyo città occupata, seconda parte (dopo Tokyo anno zero) di una trilogia dedicata alla capitale nipponica da David Peace, estroso e caleidoscopico scrittore britannico poco più che quarantenne. Il romanzo, volendo, è leggibile come un vorticoso e frastornante thriller aggrumato attorno a un misterioso episodio di cronaca nera, il micidiale ma apparentemente gratuito avvelenamento di una dozzina di impiegati della Banca Teikoku, una delle più importanti del Giappone, nel gennaio del 1948, ai tempi dell’occupazione americana; ma nella struttura e nella scrittura, nelle prospettive e nei significati, travalica impetuosamente tutte le coordinate spaziotemporali, il luogo e il tempo di un inquietante caso criminale e giudiziario ancor oggi sostanzialmente irrisolto.
Il vero epicentro narrativo è infatti l’idea e l’immagine, reale e metaforica, della Città in sé, della Metropoli come ipertesto infinito: una «città maledetta di rapina e di stupro, di omicidi e di pestilenze, di malattia e di fame», una «città/bara» che è «città occupata e città morta», «città perplessa e città postuma», «città sepolta e città futura», «città occulta e città cult», sedimentata e agglutinata, indefinibile, inenarrabile e irraccontabile. Una città che scrive il suo futuro nel passato, una città/taccuino e una città/libro di cui ognuno, a cominciare dal narratore, può essere ed è di fatto l’autore.
Una città dunque che esiste e non esiste, giacché di essa resta solo quanto su di essa viene scritto: tracce di volta in volta soppresse, ceneri di significato che sono ceneri di luoghi e di tempi ma anche ceneri di parole che vorrebbero dire del passato e in realtà vagolano nel futuro, se è vero che le parole sono «somme di assenze» che descrivono il fuori e il sopra e quindi il dopo, mai il dentro e il sotto e quindi il prima.
In ultima analisi, la città è una «seduta spiritica» cui lo scrittore presenzia come medium, nel ruolo di puro e neutro «trasmettitore» di verità indimostrabili e quindi virtualmente false. Più che un romanzo, Tokyo città occupata è insomma, anche formalmente e addirittura graficamente, un vertiginoso poema visionario ermetico e affascinante, fisiologicamente costretto a cancellarsi e riscriversi di momento in momento. Proprio come Tokyo e come ogni Metropoli: «città irreali» simili a quelle evocate da T. S. Eliot nella Terra desolata, ma precipitate nel baratro della postmodernità.