Parrella su Nove: “Tutta la luce del mondo”

1012144_794287197267042_392976182_nIL SANTO E IL BAMBINO. C’ERA UNA VOLTA AD ASSISI IL PRIMO EROE MODERNO

Nel nuovo libro di Aldo Nove, Tutta la luce del mondo (Bompiani), il piccolo Piccardo va alla ricerca del vecchio zio Francesco, un uomo libero e ribelle.

di VALERIA PARRELLA | la Repubblica, 18/03/2014

Tutta la luce del mondo sta, per Aldo Nove, che titola così il suo nuovo romanzo, ovunque non prevalga il buio, e poi anche in ciascuna persona libera. La prima affermazione sembra ovvia, ma poiché si parla di San Francesco, e molto del romanzo si svolge ad Assisi e tra le sue campagne nel secolo XIII, allora la luce è quella divina e il buio è solo l’altra parte del mondo, quella rovinata dal peccato di Adamo ed Eva, poi rinnovata dalla croce di Cristo e poi di nuovo portata a corrompimento (e a corruzione) dagli uomini. Però non c’è nulla di divino in tutto questo raccontare, nonostante si nomini continuamente Dio, e sia proprio quel dio là: il punto di vista del narratore è così coincidente con le dinamiche spirituali che noi lettori contemporanei assegniamo al basso medioevo, cioè dà così per scontato Dio, che Nove può raccontarci di lui senza alcun misticismo.
Questo dio è un dio perfettamente incarnato, è anche un dio spiritoso, giocoso come solo una divinità immanente può essere. Come solo un bambino può immaginare: quando ha bisogno sempre di un correlativo oggettivo (per dire una parola, per quanta magia essa contenga, deve poter indicare con il dito dove quella parola si concretizza nel mondo). E infatti Nove racconta la storia di Francesco a partire da suo nipote Piccardo, che bambino irriverente gioca nelle strade a fare il verso alle processioni, che vede nei genitali di un orso da circo il diavolo, e nei racconti serali di sua madre la vita.
Tutto è immanente e presente. Dio sta tra queste cose, mischiato e parte di esse, senza pretendere alterità. O theos paizei, si legge in Eraclito, il dio gioca, e anche se quello era un altro dio le regole del gioco sono le stesse, Nove lo sa e gioca pure lui. E se un poco di lirica divina c’è: sta nelle parole, nel modo in cui gli opposti giocano nella frase, proprio come buio e luce, dio e diavolo si contrappongono. Poi tutta la luce del mondo è nelle persone libere. Perché Francesco da Assisi diventa quello che diventa il giorno in cui sceglie la libertà: e in questo è più un eroe moderno che un santo, più un ribelle che un devoto. Infatti non ha caratteri angelici, anzi «era piccolo, tutto scuro come un corvo, i capelli neri e corti, arruffati, senza nessuna cura lasciati cadere sul volto. Era basso di statura, asciutto». Non è persona facile, ma uno che da grande sarebbe voluto diventare famoso, e prova un po’ di strade: a vendere le stoffe come suo padre, a fare il cavaliere, finché si arrende all’idea di non essere nessuno. E, come i buddisti sperano e gli psicologi raccontano, proprio quando Francesco si arrende al nulla, quando nel crocifisso ligneo di una chiesa vede che Gesù sorride, come se la croce non pesasse affatto, e comprende che è così perché non oppone resistenza al suo martirio, cioè alla vita, allora Francesco inizia la sua strada di santità, e quindi diventa famoso. Ma non è mai una santità sofferta e lugubre. Anche quando suo nipote Piccardo lo andrà a cercare sul letto di pietra, vecchio malato e stanco, alla Verna, non è, quella che Aldo Nove racconta, la santità di Padre Sergej: è invece la santità liberata dalla santità. Infine Francesco è un uomo perché ha una donna, ha una storia d’amore con la donna più bella d’Assisi, bella nel volto e nel corpo e ricca assai, e giovane giovane, che come Giulietta cerca di scappare dalla casa paterna, che come una ragazzetta di qualunque epoca si fa complici le sorelle nella fuga. Quando Chiara arriva da Francesco, perché sente che solo così si accorda al ritmo della sua stessa vita, lui le taglia i capelli, e quelli cadono a terra «come i regni millenari, come i pellegrini che percorrono la terra, come i mostri dell’Etiopia, e le alte querce del Subasio». Più avanti si dicono ti amo – ti amo davanti a una complice assise di frati e iniziano la loro storia che non ha propriamente né un tempo né un luogo, come tutte le storie d’amore vere. E come molti romanzi veri questo ha unità di tempo e di luogo: il tempo è il Medioevo, e il luogo è Assisi, e sono tutti e due protagonisti. Assisi non è come è e forse manco come è stata, ma è come la sogniamo, ha quella verità estetica che la rende bella e santa anche agli occhi atei. Poi è anche una città viva, fatta di bambini che giocano per strada prendendosi gli improperi dei mercanti e rischiando sotto le ruote dei carri; di uomini e donne pronti a parlar male della vicina Perugia e a bollare Francesco come scemo e Chiara come puttana.
Il Medioevo di cui parla Aldo Nove non è il Medioevo abbaziale de Il nome della rosa, anche se il diavolo è lo stesso: lì dove in Eco lo raccontavano i doccioni qui lo raccontano le piaghe dei lebbrosi. È piuttosto la stessa epoca clandestina e quindi seducente de L’eletto di Thomas Mann, e la semplicità arguta dei suoi esseri è quella che nel Racconto di Natale di Dino Buzzati respinge Dio ai limiti dell’universo conosciuto. Ma tutto questo il romanzo lo ottiene e lo dice non solo perché fa riferimento a esistenze esistite e documentate, non solo perché c’è un occhio così attento e limpido che riesce a sgombrare il campo del lettore da una storia altrimenti inflazionata (e forse in questo Nove si fa aiutare da Francesco e l’infinitamente piccolo di Christian Bobin, che riporta in esergo); ma soprattutto perché si diverte e si impegna a riportare il ritmo della pagina agli andamenti che il latino prendeva quando si stemperava nell’italiano, e i riferimenti modernissimi al presente (c’è pure un’occorrenza di Google!) lo alleggeriscono e rendono prezioso. Aldo Nove cannibale ha avvertito, nell’Autunno della contemporaneità, che il ritorno alla lingua ricca, piena di immagini, forbita è fondamentale: perché di autodisciplina e fioritura linguistica si ha bisogno nelle epoche di povertà e dubbio, come forse era il medio evo e come senz’altro è l’evo attuale.

Su Valeria Parrella: Lo spazio tragico

Lo spazio bianco, romanzo di Valeria Parrella, è ormai uno dei classici della narrativa contemporanea italiana. In ciò nulla c’entra il successo del film che ne è stato tratto – è proprio il testo di Parrella a risultare persistente, insistente, pressante: necessario.
Per la presentazione del libro in quel di Milano, fui chiamato a rivolgere alcune domande all’autrice napoletana. Prima fu proiettata, su mia richiesta, una videoinstallazione che avevo realizzato appositamente per sottolineare i debiti che Lo spazio bianco, a mio parere, intratteneva con la tragedia classica greca e, inevitabilmente, con il suo universale cosmismo.
Pubblico oggi, a distanza di anni felici o meno, quella installazione.

LO SPAZIO TRAGICO – su Lo spazio bianco di Valeria Parrella

Comprendere Valeria Parrella

parrella_magazinedi GIUSEPPE GENNA
[dal magazine di minimum fax]

“Ho una lista, me la sgrano in mente come un rosario: agire / non agire – uomo / donna – padre / madre – presenza / assenza”.
“Io amavo Agamennone e se non era mio non poteva Essere”.
“Ho sonno perché il corpo ha sonno, ma la testa è salva”.
“Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza”.

Cosa sono queste citazioni? Versi di tragedia? Apoftegmi di un racconto sapienziale o di un vangelo apocrifo? Aforismi filosofici? Forse tutto questo insieme, in un movimento perenne, in un transumanare nella scrittura e nella vita, urlando e stando in silenzio al tempo stesso. Non mi viene in mente di meglio per fermare un frame del percorso sorprendente e in continua genesi di Valeria Parrella.
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Valeria Parrella su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
I booktrailer: 1234
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Questo libro non sa come ringraziare lo sguardo di Valeria Parrella, autrice de Lo spazio bianco, una delle migliori scrittrici in tutto il comparto narrativo in Italia. L’autore di questo libro sa come ringraziarla: lo fa ora, per l’intercettazione e le parole spese.

Valeria Parrella su Grazia
Italia De Profundis è un magnifico esempio di scrittura ibrida, un bellissimo libro che ha una sua peculiare virtù “risvegliativa”; è, citando lo Genna stesso, un’accelerazione verso forme inedite…

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