Comprendere Valeria Parrella

parrella_magazinedi GIUSEPPE GENNA
[dal magazine di minimum fax]

“Ho una lista, me la sgrano in mente come un rosario: agire / non agire – uomo / donna – padre / madre – presenza / assenza”.
“Io amavo Agamennone e se non era mio non poteva Essere”.
“Ho sonno perché il corpo ha sonno, ma la testa è salva”.
“Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza”.

Cosa sono queste citazioni? Versi di tragedia? Apoftegmi di un racconto sapienziale o di un vangelo apocrifo? Aforismi filosofici? Forse tutto questo insieme, in un movimento perenne, in un transumanare nella scrittura e nella vita, urlando e stando in silenzio al tempo stesso. Non mi viene in mente di meglio per fermare un frame del percorso sorprendente e in continua genesi di Valeria Parrella.
Questa autrice – che ritengo una delle meno comprese della mia generazione: laddove penso che perfino il verbo che ho ricalcato non venga esso stesso compreso; laddove va specificato che non si intende qui dichiarare di detenere una verità stabile sulla scrittura o sui libri di Parrella: ancora una volta, non sarebbe comprendere – è tutto fuorché ciò che ho letto sulla sua prosa, che prosa non è, e sui suoi racconti, che racconti non sono, e sull’immaginario che suppostamente le perterrebbe, il quale immaginario proprio non è tale, poiché il crisma di Parrella è il tragico e non la tragedia ed è l’immane silenzio in cui emerge il mondo con tutte le sue spastiche scansioni di rumore. Non che i personaggi e le storie e le molte lingue adottate dalla scrittrice non siano, a tutti gli effetti, personaggi, storie e lingue. Soltanto, il fuoco non è quello e si tratta di qualcosa che continua a sfuggire, fino alla pubblicazione del romanzo Lo spazio bianco (uno dei libri a mia detta più alti di questi ultimi anni italiani). Un elemento proteiforme, che assume molte e diverse posture, un fantomas metafisico che è possibile paragonare a un elemento climatico, a un’atmosfera che causa cicli stagionali e non si identifica con essi – una matrice abnorme che figlia in continuazione e sembra disinteressarsi dei suoi figli. Leggere Parrella ha sortito su di me sempre questo effetto di dislocazione. Da un lato c’è una gioia vitale, una capacità impressionistica, un accoglimento delle immagini, un ritmo così felice, svolte talmente esilaranti e commoventi, una gamma dell’umano così ampia – tutto rappresentato in libri memorabili. Uno legge mosca più balena e non può non rimanere centrato da un proiettile artistico che penetra l’occipite: Guappetella è personaggio integrale, tiene in sé tutto; l’io che è amica di Katia è addirittura superiore, nel rendere mimeticamente un’intera generazione e un intero immaginario. Io leggevo, godevo della scrittura e del gioco con i nomi che questa mente lontana ottocento chilometri da me praticava, evidentemente trovando se stessa nel mentre della scrittura. Eppure un disagio si insinuava in me. Non si trattava della forbice odiosa che certa finzione (cioè certo atteggiamento finto e peloso) causa in un occhio abituatosi all’infingardo tradimento a cui sottopongono generalmente le forme e i nomi. Parrella è una scrittrice sincera.
E da dove derivava quel mio disagio? Era evidentemente non un atto critico, bensì proiettivo. Io avvertivo un’inquietudine, una non risoluzione di sé (e cioè: una non risoluzione di me stesso), un tremore, la tenera domanda priva di risposta, l’inermità che è il tremendo: il carisma del bambino che domanda cos’è una cosa e al tempo stesso mutamente chiede amore. Un elemento sfuggente che è sempre presente costituisce, di fatto, la scossa turbativa che rende la scrittura penultima rispetto a una questione centrale, universale, sempiterna. E questo, per me, è l’esercizio di un’arte. Nel caso di Parrella, della letteratura.
E ciò che ho scoperto con gli anni, frequentando di testo in testo la migrazione dell’elemento-Parrella, è che esso persisteva qualunque genere di scrittura uscisse dalla mente vibratile di questa straordinaria autrice: tragedia teatrale, tragedia narrativa, romanzo. Al romanzo: un salto quantico. Una volta Calvino scrisse in una lettera: “Ora so che posso fare tutto. Devo comprendere cosa voglio fare”. Per Parrella vale la prima frase, non la seconda. La mia personalissima opinione è che in Parrella (e, in altri modi, nell’autrice che avverto inscindibilmente legata alla sua scrittura, polarmente opposta a quella della scrittrice napoletana: e cioè Letizia Muratori) si dà un impulso violentissimo al trascendimento dei nomi e delle forme, il che equivale a dire: trascendimento dei desideri. Trascendere non significa abbandonare, ma includere, vivere con maggiore attenzione e consapevolezza (non intelligenza, non psicologia: consapevolezza). E così è ne Lo spazio bianco, qualunque allargamento mediale ne costituisca il recente film che ne ha tratto Francesca Comencini. Il libro condivide con molti romanzi contemporanei italiani una tendenza al raggiungimento espressivo del tragico, il che significa la ricerca di una forma che, esistendo, venga inclusa da se stessa e dimenticata. Un vajont di silenzio si abbatte su chi superi la storia, la commozione, la compartecipazione alla vicenda di Maria (un nome che non credo scelto a caso). Il silenzio a cui si accede, e che è annunciato nel titolo, è la possibilità che tutto accada: vita e morte, amore e abbandono, presenza e assenza, uomo e donna, padre e madre, azione e inazione – non si sa cosa accadrà e si trattiene il fiato per un attimo infinito (o che dura 112 pagine). Tra attimo e attimo lo sguardo vede lo spazio bianco. Tra sistole e diastole cardiache siamo morti o vivi? Tra espirazione e inspirazione siamo dove? Un presente assoluto, un centro assoluto, una gerico che cade non per assedio militare ma per emissione fonica – questo sbazio abitabile è l’occhio del ciclone. Alle cui liquidi ma difficilmente penetrabili pareti, furibondamente in movimento molto simmetrico e preciso (leggi meccaniche governano il movimento, anche quello della scrittura di Valeria Parrella), vorticano immagini, situazioni, ritagli di lembi umani, ricordi e sentimenti, vizi e virtù.
Per esempio, c’è Napoli. Ovunque, in Parrella, c’è Napoli. E’ Napoli? Certamente lo è. Solo: non si tratta semplicemente di Napoli. E’ qualcosa di vivo che resiste, a sbalzi, a uno spettro di morte, a un’imminenza. Altrove (si veda il dramma Il verdetto) è Atene, ma fatta Gerusalemme: è l’occidente deviato, orientalizzato, indifferentemente politico e metafisico – è la scena tragica, cioè è la scena vivente, la scena della vita e della morte e del destino che include e vita e morte. Ne Lo spazio bianco, Napoli è anche Irene (un nome, credo, non scelto a caso) – è cioè la vita che resiste alla possibilità della vita. Una Napoli prematura non è Napoli – è un luogo, è il luogo, un po’ come una cittadina di provincia russa in Dostoevskij diviene la reincarnazione (una delle tante) della scena destinale (e in realtà, proprio con I demoni, a mio avviso si gioca un forte colloquio instaurato da Parrella scrivendo il suo romanzo). L’illuminismo di Parrella è soteriologico, tanto quanto il disinteresse per questo fatto è pura narrazione, poiché ciò che viene scritto è un fatto letterario, non semplicemente pensativo e tantomeno filosofico. Ciò non toglie che, leggendo i testi e seguendo il polimorfo percorso di scrittura dell’autrice di Mosca più balena io “non senta curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza” e però, contemporaneamente, “io sento curiosità nel dubbio e fascino nella speranza”. Credo che da questo principio di contraddizione (questo anti-elenkos che è in grado di irradiare il fatto artistico) si debba partire per considerare in pienezza ciò che sta venendo depositato da Valeria in libri apparentemente distanti per genere, tutti coincidenti per potenza.
Come altri scrittori a lei contemporanei, Valeria Parrella credo sia destinata a imporre un moto, una ricerca in movimento, che è proprio la scena del destino comune (punto di indifferenza e coincidenza tra politico e metafisico), il momento qualificante della letteratura, che nulla abbandona ma tutto include.

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