Valerio Evangelisti su ‘Ishmael’

valerioevangelisti.jpgdi Valerio Evangelisti

Esistono libri che patiscono
le conseguenze di un lancio editoriale paurosamente sbagliato. Nel
nome di Ishmael
, di Giuseppe Genna, ne è un esempio da manuale.
Presentato come un thriller, inserito in una collana di romanzi
teoricamente destinati a un grande successo commerciale, è stato
subito dopo abbandonato a se stesso, senza una promozione adeguata
a farne anche solo intuire al potenziale acquirente il vero contenuto.
Peccato, perché è un libro non solo bello, ma importante. Il precedente
romanzo di Genna, Catrame (di recente ripubblicato negli
Oscar, dopo una prima apparizione nei Gialli Mondadori), aveva già
offerto un saggio delle capacità dell’autore, però non evadeva dai
confini del noir. Sorprendente invece il libro successivo,
Assalto a un mondo devastato e vile (Pequod, 2001). Non un
romanzo, questa volta, bensì un accatastarsi di brevi racconti,
di materiale saggistico, di riflessioni filosofiche, fino a comporre
un quadro generazionale impietoso, sospeso tra angoscia e sarcasmo.


Forse il testo più incisivo, tra tutti quelli che hanno cercato
di descrivere comportamenti e ambienti di chi, oggi, ha da poco
superato la trentina.
Sia Catrame che Assalto in fondo preparavano la strada
a questo Nel nome di Ishmael, che del noir ha le forme
e del saggio lo spessore. Libro monstre, per dimensioni e
densità, capace di sfidare ogni semplicistica classificazione, e
destinato a vivere ben oltre l’effimera fiammata di un bestseller.
La trama in sé è tra il poliziesco e lo spionistico. A quarant’anni
di distanza l’uno dall’altro due poliziotti, diversissimi per temperamento
e stoffa morale, si trovano a indagare su altrettanti delitti. L’ispettore
Davide Montorsi, che agisce nel 1962, passa da un caso ordinario
a uno straordinario, rappresentato dall’assassinio in volo di Enrico
Mattei. L’ispettore Guido Lopez, operante nel 2001, si trova invece
sbalzato da un’inchiesta su un delitto pedofilo a una vischiosa
trama internazionale, che vede implicati Henry Kissinger e altri
potenti. Entrambi finiscono sulle tracce di Ishmael: figura inafferrabile
che corrompe, inquina, seduce, ordisce e, dall’ombra in cui si tiene
(ma di cui forse è fatto), ordina delitti di un’atrocità terrificante.
Non si tarda a comprendere che Ishmael, a suo agio sullo scacchiere
internazionale, è ben più di una mente votata al delitto: è piuttosto
un sordido e onnipotente demiurgo che tiene nelle proprie mani gli
snodi delle vicende umane. Genna si associa così, come già aveva
fatto nelle pagine più belle di Assalto, a quegli autori,
soprattutto americani (ma all’origine ci sono forse Pauwels e Bergier),
che all’assenza o alla crisi delle filosofie della storia ne hanno
sostituita un’altra, fondata su trame segrete decifrabili solo se
si è votati alla paranoia, eretta al rango di chiave interpretativa.
Ma lo fa con Neal Stephenson in una mano e Plotino nell’altra. Ishmael
è in fondo una porta che dà accesso a una diversa realtà, fatta
di idee, di simboli e di archetipi; salvo scoprire, o almeno sospettare,
che essa coincide con quella materiale, di cui rappresenta l’impalcatura
e l’unica parte solida.
Altro che thriller, foss’anche metafisico (come recita lo
strillo di copertina)! Il testo di Genna è ricerca, stimolo, proposta:
il brogliaccio di un nuovo Corpus Hermeticum ancora tutto
da scrivere. Ma, en passant, l’autore fa di più: compone
il primo noir italiano realmente nerissimo (di solito, da
noi è invalsa la consuetudine di chiamare noir degli onesti
polizieschi alla Simenon, magari bellissimi ma nell’anima consolatorii);
scrive il primo romanzo italiano definibile come Avant-Pop; impartisce
a ogni pagina lezioni di stile.
Non che manchino lungaggini e imperfezioni, ma, per esempio, le
pagine dedicate a Kissinger o a Mattei sono da antologia. Certi
giri di frase, certe descrizioni, verrebbe voglia di appuntarsele
su un quadernetto, da usare magari in scuole di scrittura. Senza
contare che la forza delirante dell’intera vicenda supera la capacità
visionarie della maggior parte degli autori nostrani.
Nel nome di Ishmael difficilmente sarà un bestseller, in
Italia, come avrebbe forse voluto l’editore prima che lo slancio
commerciale lo abbandonasse. Rimarrà però come un fardello ingombrante
e molto inquietante sulla via tortuosa della nostra attuale narrativa.
Sarà dimenticato e riletto, perduto e riscoperto. Perché così vuole
Ishmael, cui tutti dobbiamo obbedienza.

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