«Vermicino cambiò l’Italia». Il nuovo romanzo di Genna

di GUIDO CASERZA
[da Il Mattino, 30/03/2006]
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Il personaggio è noto alle cronache culturali: si chiama Giuseppe Genna [clicca sull’immagine per ingrandire], classe 1969, potentissimo animatore Internet, divulgatore di letteratura nel web, narratore non poco inviso alla critica accademica, autore di thriller e di romanzi tradotti dagli Stati Uniti al Giappone. Dopo il recente successo dell’Anno luce (Tropea) eccolo nuovamente in scena con un romanzone pubblicato da Rizzoli nella nuova collana 24/7: si intitola Dies Irae (pagg. 716, euro 17,50) ed è stato scritto a un ritmo forsennato: una media di venti pagine al giorno per un mese.
Il libro racconta le vicende italiane dell’ultimo venticinquennio, dalla tragedia di Alfredino Rampi (il bambino che morì in un pozzo artesiano a Vermicino nel giugno del 1981) ai giorni nostri. In questo affresco si innestano anche temi privati, come rivoli di trame che scorrono sullo sfondo sociale e storico: sono le storie dei quattro protagonisti, due ragazze, un personaggio legato ai servizi segreti e l’io protagonista, in cui si proietta, autobiograficamente, l’autore.


Perché partire proprio dalla tragedia di Vermicino?
«Perché quella data segna una cesura nel nostro immaginario: per la prima volta assistiamo a una diretta tv di 18 ore e per la pima volta incomincia l’espansione di una cultura sottoemotiva che diventa il politico di una nazione, per cui il popolo diventa una massa di spettatori che si identificano con immagini che sono nulla: la tragedia di Vermicino è antesignana del reality show».
Vuole insinuare che quella di Alfredino fu una specie di simulazione?
«Voglio dire che quella diretta tv ha allucinato il popolo italiano, mentre stavano accadendo cose gravissime. La gente ha completamente rimosso il fatto che i giorni precedenti la tragedia di Vermicino i media erano occupati dallo scandalo P2, dalla fuga di Gelli, il processo a Calvi, il suicidio di un colonnello della Finanza legato a Gelli, il rapimento del fratello di Peci. Con Alfredino tutto questo scompare dall’orizzonte mediatico, così come è scomparso dalla nostra memoria il fatto che ci fu un processo sul caso di Alfredino, da cui emerse il sospetto che il bimbo non fosse caduto per disgrazia nel pozzo. Quanto basta per sospettare che la tragedia fosse voluta».
Ipotizza quindi un nesso causale tra gli affari loschi della prima repubblica e Vermicino?
«È un nesso di immaginario. L’enorme ondata emotiva suscitata da quella diretta cancella quello che succede in quei giorni: gli anni Settanta si chiudono con Alfredino, mentre la sua morte apre una nuova epoca. È da quel momento che la tv assume la responsabilità di irradiazione sottoculturale a cui esporre un’intera nazione».
E non a caso l’anno dopo ci sono i Mondiali di calcio.
«Che, con la vittoria azzurra, faranno vivere emozioni di segno opposto, ipnotizzando ancora una volta tutta la nazione e per cui si parlò pure di un evento politico ”voluto”. È da questi eventi che inizia la progressiva identificazione degli italiani con immagini mediatiche vuote, fino al circo di oggi, con il trionfo del gossip. Nel romanzo cerco di ricostruire questo percorso storico e sociale utilizzando il filo rosso di Alfredino, che percorre carsicamente la storia italiana, dal convegno di Craxi all’Ansaldo del 1989 alla bomba al Pac di Milano, a Tangentopoli, fino alla sequenza dei governi Berlusconi-centrosinistra-Berlusconi».
È come se la tragedia di Alfredino avesse segnato una mutazione antropologica negli italiani?
«Sì. Da quel momento cambia il nostro modo di percepire la storia».
Su questo sfondo storico si muovono i quattro protagonisti del suo romanzo, i quali sembrano seguire un percorso particolare.
«I quattro personaggi affrontano un percorso opposto a quello del popolo italiano: tre di loro (le due ragazze e il personaggio che dice io) sono inizialmente identificati a un’immagine paterna da cui si distaccano alla fine del libro, mentre il protagonista legato ai servizi segreti si allontana dal potere per una sorte di pazzia indotta. Rappresentano dunque degli individui che si staccano in modo tragico e grottesco da quell’enorme vicenda collettiva di condizionamento incominciata a Vermicino».
Su una vocazione al romanzo storico e sociale si innestano però inserti fantascientifici. Addirittura nel romanzo ipotizza l’estinzione del genere umano, parla della colonizzazione di Marte.
«Questo perché ritengo che la fantascienza sia il romanzo storico per eccellenza. D’altronde il reale e lo storico, in quanto percepiti e raccontati, sono già nell’ordine del fantastico».
Leggendo il suo romanzo non si può non pensare a Underworld di DeLillo.
«Ho fatto uno schema della struttura di Underworld, prima di scrivere Dies irae, l’ho fatta saltare e l’ho ritirata su anche col rischio di darne l’emulazione fallita».

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