Dies Irae libro del mese su ‘Letture’

Il diffusissimo mensile di letteratura e cultura dedica lo spazio del libro del mese al romanzo-saga di Giuseppe Genna, che incontra la redazione e la scombussola invertendo i ruoli: da intervistato a intervistatore.

• FARE NARRATIVA SENZA SCRIVERE ROMANZI 
di ALESSANDRO ZACCURI 
[da LETTURE, giugno-luglio 2006]

Il libro del mese, certo. E magari anche qualcosa di più. Perché potrà piacere o dispiacere, provocare commozione oppure sdegno, polemiche o entusiasmo, ma resta il fatto che Dies Irae di Giuseppe Genna rappresenta un clamoroso segno di discontinuità nel panorama della narrativa nostrana. Romanzo-monstre – e quindi, a rigore, non-romanzo –, nutrito in pari misura di erudizione e ossessioni, nel quale la rievocazione della morte del piccolo Alfredo Rampi a Vermicino (giugno 1981, esattamente un quarto di secolo fa) si sovrappone alla memoria di un altro bambino, il protagonista di nome Giuseppe Genna, anche lui intrappolato in fondo al pozzo della Storia italiana.


La nascita delle Tv commerciali e gli albori di Tangentopoli, la mitologia dell’esplorazione spaziale e la chimera della psicofonia (intercettare dall’etere le voci dei morti, farsi aruspici della propria ricetrasmittente), la banalizzazione della sessualità e il cedimento alle droghe, l’inseminazione artificiale e la loggia P2, il piccolo inferno milanese di Calvairate e l’enorme bailamme dello Zoo di Berlino, di Amsterdam, dell’Asia.
Un po’ troppo per un romanzo solo, verrebbe da obiettare. In realtà sarebbe troppo se Dies Irae fosse solo un romanzo. A confermare l’eccezionalità del libro provvede, tra l’altro, il rovesciamento delle parti con cui, durante la tradizionale riunione della redazione di Letture, l’ospite Genna si è trasformato, da interrogato, in interrogante. Una provocazione tutt’altro che imprevedibile per chi conosca il profilo umano e culturale di questo scrittore trentaseienne, impostosi come figura di spicco nella comunità letteraria del web oltre che come autore degli "ultra-thriller" dell’antieroico commissario Lopez. Poi, non più tardi dell’autunno 2005, il cambio di registro de L’anno luce, romanzo "neoborghese" edito da Tropea, con la figura di Benedetto XVI scelta per interpretare in chiave mistica le vicende di un manager senza qualità.
Le domande, dunque, questa volta è Genna a farle. Sono due, semplici soltanto in apparenza. La prima: «Dies Irae si distacca dai consueti protocolli narrativi?» La seconda, consequenziale: «Si capisce che questo è un libro spiritualista?» L’aggettivo provoca il moderato allarme del direttore di Letture, Antonio Rizzolo, che tiene a sottolineare come lo spiritualismo porti con sé una connotazione deteriore, che mal si addice al pur contraddittorio percorso descritto dal romanzo. Dies Irae, sottolinea Rizzolo, è un libro che sembra escludere la prospettiva della Resurrezione, evocando un Kafka che scelga di negarsi perfino l’attesa della salvezza. Nel finale del non-romanzo, però, con la ripetuta invocazione di una pace più che umana, Genna torna a sorprendere, proponendo appunto il paradosso di una spiritualità estranea alla guida dello Spirito.
Qualcuno prova a controinterrogare. Come Roberto Carnero, che vuol sapere se davvero le ottocento pagine scarse del libro siano state scritte in un mese e mezzo. L’autore conferma, ammettendo però di aver steso un complesso schema dell’opera nel quale ogni evento – con l’eccezione della morte del padre – è bilanciato e interpretato da un altro evento. Già che c’è, Genna risponde positivamente anche al quesito di Sergio Tosatto, che crede di ravvedere negli inserti fantascientifici di Dies Irae la via di una residua possibilità epica.
Chi raccoglie la sfida contenuta nelle domande di Genna (i protocolli narrativi, lo spiritualismo) è invece Ferruccio Parazzoli, che propone un’immagine suggestiva: anziché limitarsi a indicare una strada, il libro la percorre e più ancora la costruisce, scavando una galleria capace di insinuarsi in territori finora lasciati inesplorati dalla narrativa italiana. Non si tratta soltanto di affrancarsi dalle ipoteche di un novecentismo ormai in disuso. Si tratta, piuttosto, di cogliere l’invito alla rinascita che Dies Irae sottintende nel momento in cui obbliga i lettori a entrare «ignudi» (è questo l’aggettivo, men che vagamente pirandelliano, adoperato da Parazzoli) in una dimensione sconosciuta. Che non è più quella del secolo appena trascorso, ma neppure quella dei maestri del romanzo ottocentesco, primo fra tutti Flaubert che consegna a Madame Bovary il paradosso di una narrazione condotta, quasi controvoglia, sulla scorta del mediocre materiale umano messogli a disposizione dalla sua epoca.
Ma esiste ancora la mediocrità? L’interrogativo proviene, di nuovo, da Genna, che nel frattempo ne ha inanellati altri, fino al supremo dubbio sull’identità («io chi sono?») che rappresenta forse il tratto più caratteristico dell’intera struttura di Dies Irae. Siamo in territorio gnostico, suggerisce Aldo Giobbio, per il quale lo gnosticismo è la miglior rappresentazione di ciò che "la cosa" sarebbe se mai potesse essere. Anche quella di Alfredino, a questo punto, pare delinearsi come metafora gnostica, che ci obbligherebbe a domandarci chi ha messo noi tutti nel pozzo dal quale non riusciamo a evadere.
Genna concorda sulla definizione di gnosticismo, ma contesta l’idea di metafora. Ci sarebbe da riscoprire, semmai, la pregnanza dell’allegoria, tempestivamente indicata da Walter Benjamin negli studi giovanili sul dramma barocco tedesco, ma successivamente piegata alle ragioni della metafora, del traslato, del "come se", da una critica poco propensa a confrontarsi con il mistero dell’identità. Quello, per intendersi, in conseguenza del quale Alfredino è Alfredino, ed è anche il misterioso Bambino d’Oro che emerge dalle solitudini siderali nelle ultime pagine di Dies Irae.
In chiusura, un qualche tentativo di risposta tocca anche all’estensore di questa cronaca, testimone niente affatto occasionale del percorso che ha portato all’elaborazione di Dies Irae. Abbattimento dei protocolli narrativi? Su questo non si discute, se non altro perché Genna respinge le convenzioni correnti per riallacciarsi alla più autentica tradizione italiana, quella appunto allegorica che presiede al disegno della Commedia dantesca e che torna ad affiorare con tormentata consapevolezza nell’esperienza di Alessandro Manzoni. I promessi sposi recepiti come romanzo esemplare, d’accordo, ma anche il dettato franto e sghembo degli Inni sacri, che anticipa sottigliezze pasoliniane e vertigini testoriane. C’è un’altra letteratura italiana, insomma, che non è soltanto letteratura e che procede, in modo dichiarato, nella direzione indicata da Genna. Ma se si evoca la trascuratezza con cui i credenti – non esclusi molti scrittori – hanno evitato di frequentare e nutrire la dimensione metafisica della letteratura, accontentandosi semmai di una declamazione tutta contenutistica e astratta, ecco che l’autore di Dies Irae passa al contrattacco. Ci si ritrova a discutere dello stile come autentica cifra di ogni arte spirituale e si finisce per domandarsi se lo stile non sia, in definitiva, il nome che la Grazia prende in arte. Mica male per un libro che passa da TeleReporter a Licio Gelli, senza trascurare lunghe escursioni extragalattiche. Forse ha davvero ragione Parazzoli: quando le porte non si aprono più, occorre abbatterle. Anche a costo di inabissarsi per scavare gallerie.