Vollmann: letteratura dell’anatomia

L’esperienza del mondo e della violenza in William T. Vollmann
di SIMONE BARILLARI | da RaiLibro, pubblicato in origine lunedì 19 Luglio 2004

«Finora i miei tentativi di fare del bene sono stati disastrosi, per questo sono diventato un semplice angelo che prende nota» si legge nella premessa ai Racconti dell’arcobaleno. «Queste storie parlano di skinhead, pazienti di radiologia, puttane, innamorati, feticisti e di altre anime perse». Come lo sono anche i suoi re e senzatetto, un devoto di Heidegger e vari asceti della crudeltà, il vestito verde capace di pietà e i biblici schiavi invaghiti della Tremula Principessa delle Salamandre che abita il fuoco, e poi i thugs, i vani profeti e in fondo tutti i protagonisti delle sue storie di «scellerata onestà e onesta malvagità».
Alla fine degli anni Ottanta, William Trevor Vollmann trascorse molti mesi nel Tenderloin, quartiere di San Francisco e recinto di multiformi infelicità: lì fumò crack in compagnia delle prostitute di strada, divise pessimo alcool con i vagabondi, si iniettò eroina insieme ai tossicomani. Vollmann vive da sempre in questa adesione follemente intima alla materia della sua scrittura, quasi in una patologia terminale della massima hemingwayana sul raccontare solo ciò di cui si conosce tutto, eppure non la disgiunge da ricerche documentarie dottissime e capillari, che spaziano dalla termodinamica all’etnografia fino all’esegesi di testi sacri: e la prosa che ne risulta è perfetta mistura di reportage e invenzione, di miti millenari e modernissime illusioni.Eppure, forse perché paga pedaggi esistenziali tanto alti per ottenerle, Vollmann rifiuta di soggiogare le sue storie alle regole della fiction, a strutture romanzesche che confezionino il caos più fulgido nell’ordine pacificante di una trama, e procede invece per montaggio di voci e frammenti narrativi, in uno stile a tratti corpulento di metafore, a tratti ossuto e algido, debitore confesso del simbolismo francese quanto del dissertare scientifico.
Da quasi quindici anni, William T. Vollmann mappa nella sua letteratura le zone più incandescenti del pianeta: il sud-est asiatico dei burocrati della droga, l’Afganistan della guerriglia antisovietica, la Yugoslavia dei satrapi militari, e margini di metropoli. Per il New York Times è uno dei venti nomi americani che segneranno la narrativa del prossimo secolo. Sta ricostruendo, in un vasto ciclo di romanzi detto dei Sette Sogni, il millennio di storia d’America prima della colonizzazione europea, viaggiando anche fino al circolo polare artico, a settecento chilometri dal più vicino centro abitato, per approfondire le migrazioni del popolo eschimese.

D. Eppure c’è stato un tempo in cui hai fatto l’impiegato in una compagnia di assicurazioni e il venditore porta a porta…

R. “A differenza di qualunque altro lavoratore, il modo migliore che ha uno scrittore per imparare il suo mestiere è di farne altri. Il mio impiego alle assicurazioni è stato miserabile, ma non inutile. Sfilavo cappotti, preparavo il caffè, battevo a macchina. Passavo interi pomeriggi senza far niente, e poco prima di andarmene ricevevo qualcosa di urgente che non avrei finito prima delle 9 di sera. Come segretario potevo osservare i miei capi e rimanere invisibile. Anche fare il venditore porta a porta mi è servito, perché ho iniziato a prendere confidenza con la disperazione. Offrivamo sottoscrizioni a un comitato per la difesa dei consumatori, venendo pagati solo a percentuale. D’estate c’erano molti studenti, ma in autunno tornavano tutti al college e allora restavano piccoli delinquenti falliti, qualche tossico e prostitute ormai vecchie. Mi è capito di rientrare la notte con un unico assegno in tasca, e accorgermi che la pioggia o il sudore avevano reso illeggibile la firma.”

D. Quando hai iniziato a scrivere?

R. “Mentre facevo il programmatore in una piccola società informatica. C’era il boom e assumevano quasi chiunque. Per rientrare a casa avrei dovuto fare due ore di pullman, arrivando sfinito. Allora mi fermavo di nascosto oltre l’orario di chiusura, dormendo sotto la scrivania con un cestino davanti alla testa perché i guardiani notturni non mi notassero. Verso le due o le tre mi svegliavo e, prima di andare al computer a scrivere, consumavo la mia cena al distributore automatico di bibite e merendine. Prendevo spesso uno snack che si chiamava Three Mousquetiers, perché per gli stessi 15 centesimi avevi dodici grammi di cioccolato in più.”

D. Che romanzo stavi preparando?

R. “Prima che mi licenziassero stavo rivedendo il romanzo sulla mia esperienza in Afghanistan, quando a ventidue anni ero andato ad aiutare i ribelli contro l’esercito sovietico che aveva invaso il loro Paese.”

D. Perché avevi deciso di partire?

R. “Perché ero molto triste per quello che stava succedendo agli afgani, e volevo aiutarli. I russi torturavano prigionieri, stupravano moltissime donne, bruciavano vivi alcuni civili, eppure in America non ne parlava quasi nessuno. Così mi licenziai da dove lavoravo e andai a vedere se potevo fare qualcosa.”

D. Da solo?

R. “Sì. E mi resi subito conto che ero un incapace. Non solo non parlavo la loro lingua, ma non sapevo ancora nulla di armi e non ero preparato a cose come marciare a tappe forzate per trentasei ore. Dopo un paio di mesi, quando mi ritrovai ad arrancare dietro a un guerrigliero afgano che oltre al suo stava portando anche il mio zaino, pensai sconfortato che avrei dovuto cercare un altro modo per aiutarli. Così tornai in America e montai un breve documentario, mandando ai ribelli il ricavato della vendita. Loro, pur avendo decine di malati e figli che morivano di fame, spesero tutti quei cinquemila dollari per acquistare armi. Ed erano stati quei figli e quei malati a chiederlo.”

D. Da quasi dieci anni, ormai, stai lavorando a un monumentale saggio sulla violenza, nel quale hai raccolto non solo le tue esperienze dalle zone di guerra, ma anche la tua perizia nelle armi e una mole di letture storiche. Di cosa si tratta?

R. “Ho tentato di creare una sorta di algoritmo morale per calcolare quando un particolare atto di violenza è giustificato o meno. Qualcosa come una scienza dell’etica declinata in proposizioni, casi e comandamenti. La violenza è sempre sangue o numero, e a volte è talmente vasta che non la vediamo.”

D. Per esempio?

R. “Prendi le automobili, oppure la televisione. Sono le auto a dare a una città la sua forma e le sue geometrie di vita urbana, e allo stesso modo la televisione impone i suoi ritmi a qualsiasi racconto, come se ogni storia non avesse già in sé una sua pulsazione. Le auto profanano lo spazio, la televisione profana il tempo.”

D. Sei uno dei pochi occidentali ad aver incontrato il Re dell’Oppio, che ha creato un suo piccolo stato illegale all’interno della Birmania e da lì controlla oltre un terzo della produzione mondiale di eroina. Eppure nel reportage su di lui sembra che tu consideri il suo un atto di violenza giustificato.

R. “Sì, e per certi versi ammiro il Re dell’Oppio. Vuole soprattutto proteggere la sua gente dai soldati birmani. Il governo di Rangoon ha più volte tentato di sterminare il popolo di Shan, così lui ha usato i soldi dell’eroina per difendere i suoi. Certo, si è anche arricchito, non c’è dubbio, vive da imperatore, eppure ha costruito una scuola e perfino un ospedale attrezzato con sale operatorie e macchine per i raggi X nel bel mezzo della giungla birmana, e ha anche un suo esercito personale ben addestrato ed equipaggiato che presidia il territorio e lo mantiene libero. È amato dalla sua gente. Negli anni ha ripetutamente spedito lettere alle Nazioni Unite e alla presidenza degli Stati Uniti auspicando un intervento di pace, e nessuno gli ha mai risposto. Avrebbe dovuto lasciare che il suo popolo fosse sterminato? L’eroina cambierebbe solo di padrone, se lui morisse.”

D. Si dice che il tuo trattato sulla violenza superi le 4500 pagine e sia già stato rifiutato dai tuoi due editori americani e da altri cui l’hai offerto. Cosa pensi di fare?

R. “Ho sparato per uccidere e mi hanno sparato addosso, ho ascoltato la solitudine di molti uomini: so tante cose della violenza. Quando scrivo letteratura, lo faccio perché ne ho bisogno e ne traggo piacere: e poi pubblico perché mi diano i soldi per poter scrivere ancora. Con il trattato è diverso. Credo possa essere utile, e che contenga saggezza. Nel peggiore dei casi, stamperò il trattato in proprio – ho una mia piccolissima casa editrice, si chiama CoTangent.”

D. Di cosa ti occupi?

R. “È più che altro un hobby: pubblico testi miei in cinquanta o cento copie, con illustrazioni e disegni che faccio io, e a volte rilegando io stesso i volumi. Il primo è stato un lungo poema su una mia amica che sta scontando l’ergastolo nella prigione di Washington State: il libro è dentro una custodia in acciaio chiusa da un lucchetto e ha una finestrella di metallo che si può aprire e mostra il volto di un carcerato diverso da copia a copia, dipinto con la vernice permanente che si usa per proteggere dall’ossidazione certe armi da fuoco. Alcuni segnalibri sono fatti di fil di ferro, altri con capelli di prostitute intrecciati.”

D. Riflettendo sulla madornale mole di testi che hai scritto finora – oltre settemila pagine di romanzi pubblicati, il trattato, le collaborazioni giornalistiche, i libri di CoTangent -, non stupisce che tu sia affetto da una grave forma di sindrome del tunnel carpale, dovuta all’usura dei tendini di chi passa molto tempo al computer. Il dolore che senti nell’atto della scrittura ha in qualche modo influito sulla scrittura stessa?

R. “C’è stato un tempo in cui scrivevo anche diciassette, diciotto ore al giorno, e parole a migliaia mi crepitavano nelle dita come scintille, allineandosi ai miei ordini sullo schermo. Quelle notti di possessione tornano a visitarmi solo una o due volte l’anno, ormai. Adesso mi sembra piuttosto che la storia che racconto sia un blocco di tenebra, e io lo scalfisco piano fino a scoprire dentro stelle, attento a lasciare abbastanza materia oscura da far risaltare la loro brillantezza, proteggendole dal giorno. Fatico dove prima giocavo, e sono più saggio.”

D. Da quanti anni…

R. “Otto. Da otto anni mi sveglio con il dolore nelle mani e con il dolore nelle mani mi addormento. È un padrone gentile che ogni tanto mi ripete di non essere dispersivo. Mi rispetta e io lo rispetto, da tempo ho imparato a non portarlo più al punto in cui mi rende incapace di sollevare un bicchiere o sfogliare una pagina. E da quando ho avuto una figlia passo con lei almeno cinque ore al giorno, ore in cui non scrivo e la porto spesso in braccio, rinforzando i muscoli senza stancare le mani. Beth non lo sa, ma lei mi aiuta molto.”

D. La sindrome del tunnel carpale sembra in qualche modo un segnale di resa o almeno di allerta del tuo corpo. Hai sperimentato tutte le droghe, hai dormito in un sacco a pelo umido vicino al Polo Nord, sei stato ferito più volte. Qualcuno ha detto che sei una sorta di “ricercatore scientifico”, e usi empiricamente il tuo corpo come campo di ricerca.

R. “È vero solo in parte. Non ho assunto droghe per vedere cosa mi succedeva. Non è mai stato per quello. Quando ho esplorato la vita delle prostitute drogate di crack, per esempio, quello che mi ha spinto a vivere con loro era la curiosità. Poi ho fumato crack insieme a loro, e ho iniziato a provare compassione – e infine empatia. L’empatia è una forma ultima di mimesi, e ne ho bisogno per poter scrivere con rettitudine le storie che loro mi affidano.”

D. Le prostitute sono un tema miliare nelle tue opere, e al centro di due dei tuoi migliori romanzi come Storie di farfalle e Puttane per Gloria. Cos’è che ti affascina in loro?

R. “Il fatto che abbiano tutte insieme le cose più interessanti della vita: sesso, amore e denaro, a volte morte. Come giornalista e scrittore, trovo che il sistema migliore per capire una città sia scegliere una prostituta e viverci insieme: sono professioniste della tenerezza, entrano in intimità con molta gente. Stando con una di loro riesco a vedere le viscere delle cose attraverso i suoi occhi, come una saggia sorella maggiore che mi tiene per mano e mi indica cosa fare e cosa non fare. Per Gauguin e Van Gogh era una “passeggiata igienica”, io preferisco considerarlo il mio metodo di ricerca. E detto questo, però, fare l’amore con una prostituta è bellissimo.”

D. È vero che a Bangkok hai rapito una prostituta di dodici anni e l’hai restituita alla sua famiglia?

R. “Più o meno. Dopo averla rapita, per essere sicuro che non fosse riportata indietro, andai io da suo padre: era stata venduta per tre o quattromila dollari, e così la ricomprai. Poi l’ho iscritta a una scuola per sarte, dove mi aveva chiesto lei. La prostituzione dei bambini è un atto orrendo.”

D. Da cosa viene la tua volontà, o forse il bisogno che hai di sentirti utile agli altri?

R. “Da piccoli, io e mia sorella andavamo spesso al lago insieme. Lei aveva solo sei anni, io nove, e toccava a me badare a lei. È stata colpa mia se un giorno è annegata, perché mi sono distratto. La sua morte mi ha fatto pensare che non sarei mai più potuto diventare una buona persona, e probabilmente è per questo che tento sempre di aiutare la gente e provo compassione per i perdenti: perché anch’io mi sento un perdente, da quando ho commesso quel tremendo errore.”