Su “La grande bellezza” di Sorrentino

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di GIUSEPPE GENNA

Non c’è molto da dire. Paolo Sorrentino è un regista talentuoso, di cui non colgo tuttavia il lavoro artistico, bensì una rappresentazione personale con uno stile che è dei tempi. Il formidabile prologo de “L’uomo in più” crolla nel corso della rappresentazione. “Il Divo” le prende ancora da certo Tognazzi de “I mostri”. Il resto mi pare estetismo. Stimo Sorrentino, però non in quanto artista.
Ho visto “La grande bellezza”, il suo ultimo film. Mi sembra sbagliato il riferimento polemico a ciò che è sovraccarico e letterario: è voluto e condotto molto bene, la recitazione è testuale, come raramente mi è capitato di esperire (la dizione allitterante e consequenziale ai ritmi della frase è proprio l’interpretazione corretta di un testo poetico).
Angosciante la presenza metanarrativa dell’editor di Stile Libero Einaudi, Severino Cesari (l’altro editor, Paolo Repetti, appare in una microsequenza inutilissima).
Non c’è storia nel senso algoritmico; forse, se perfino un’arte attardata come il cinema se ne accorge nel mainstream, anche i narratori prenderanno in considerazione l’ipotesi che le storie non sono propriamente ciò che scrivono.
Assolutamente da considerarsi fuori registro i riferimenti alla “Dolce vita” di Fellini, nati con la complicità non so quanto furba di Sorrentino, che è andato a piazzarsi proprio a quella longitudine e quella latitudine. Del resto, a oggi, leggendo i commenti, ci si chiede quanto è stato percepito di quel capolavoro felliniano.
Non c’è un briciolo di trascendenza in tutto ciò e, per questo motivo, non si tratta di un’opera d’arte. Non si tratta però nemmeno di un’opera sociologica, poiché l’apparizione delle terrazze non è motivo precipuo ma unicamente occasionale (peraltro, non si tratta soltanto di Roma: è un mix tra i salotti di Milano e Roma).
Il momento più alto è una “ipostasi Lounge”: appare Antonello Venditti, da solo, a cena, il cuoio umano scintilla di una luce sinistramente accecante – però trattasi di Venditti e non di Sorrentino.
Insomma, non è “Cafonal” e nemmeno “La dolce vita”. Ha momenti estetici che non sono metafisici. Tutto è assai calcolato inutilmente, sovrabbondano i carrelli inutili. Al massimo, si arriva all’esotico (una giraffa vivente nel Colosseo, anche se sono le terme di Caracalla è uguale al Colosseo, ma c’è già il Colosseo in quanto arcaico nel presente – e non è trattato come tale).
Toni Servillo non è né Marcello Mastroianni né Ryan Gosling.
Forse Sorrentino non aveva le ambizioni che gli attribuivo, nel qual caso mi chiedo perché, non avendo ambizioni alte e desiderio di rischiare, uno si metta a fare un film costoso. Tra l’altro un set con quei nomi è molto più di una terrazza romana ed è il primo immediato analogo che si coglie. Quindi si può asserire che Sorrentino ha fatto un film sul cinema: non come lo fece Fellini, bensì in linea con l’ipocrisia naturale del 2.0, finora incapace di partorire l’opera d’arte.

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