Da “Jakob von Gunten. Un diario” di Robert Walser

Robert_walser_1890erdi ROBERT WALSER

Qui s’impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremo trarne? A chi dànno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe esser ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttare via.

Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico.

Ho venduto il mio orologio per potermi comprare del tabacco da sigarette. Senza orologio posso vivere, senza tabacco no: scandaloso, ma non c’è rimedio. Bisogna che in qualche modo riesca a trovare un po’ di soldi, altrimenti tra poco non avrò più biancheria pulita. Avere dei colletti puliti è per me una necessità. La felicità di un uomo non dipende da cose di questo genere, eppure ne dipende. Felicità? No, ma bisogna essere in ordine. La pulizia è già di per sé una felicità. Sto parlando a vanvera. Come odio tutti questi termini calzanti.

Ho bisogno di soldi. D’altronde, adesso ho scritto il mio curriculum. Eccolo:

CURRICULUM

Il sottoscritto Jakob von Gunten, figlio di bennati genitori, nato il giorno tale, cresciuto nel tale e tal luogo, è entrato come allievo nell’Istituto Benjamenta per impadronirsi delle poche nozioni necessarie ad essere assunto in un servizio qualsiasi. Il medesimo non nutre alcuna speranza nei confronti della vita. Si augura di essere trattato con severità, così da poter apprendere che cosa significa dover fare appello a tutte le proprie forze. Jakob von Gunten non fa grandi promesse, ma si propone di condursi in maniera lodevole e retta. I von Gunten sono un’antica schiatta. Nei tempi andati essi furono guerrieri, ma, calmatasi la smania bellicosa, oggi sono alti consiglieri e commercianti; e l’ultimo rampollo della casata, oggetto del presente rapporto, ha deciso di ripudiare apertamente ogni tradizione di fierezza. Egli vuole che sia la vita a educarlo, non già dei princìpi ereditari o comunque aristocratici. Senza dubbio è orgoglioso, poiché gli è impossibile rinnegare la sua innata natura, ma ha dell’orgoglio un concetto interamente nuovo, rispondente in certo senso all’epoca in cui vive. Spera di essere moderno e, almeno in parte, adatto a render servizio e di non apparire totalmente sciocco e disutile, ma è una bugia, non lo spera soltanto, lo afferma e lo sa. Il suo umore è caparbio, in lui si agitano ancora un po’ gli spiriti indomiti dei suoi antenati; ma egli chiede di essere rimproverato se dà prova di caparbietà, e se ciò non servisse, di essere punito, poiché crede che allora servirà. Comunque, si dovrà ben sapere come trattarlo. Il sottoscritto ritiene di potersi tirar d’impaccio in ogni occasione, e gli è indifferente che cosa gli sarà ordinato di fare; è fermamente convinto che ogni lavoro eseguito con diligenza sarà per lui un maggior onore che non il restarsene seduto, ozioso e pavido, accanto alla stufa di casa. Un von Gunten non sta seduto accanto alla stufa. Se gli avi del qui rispettosamente sottoscritto hanno cinto la spada cavalleresca, il loro discendente non fa che attenersi alla tradizione allorché ardentissimamente brama di rendersi utile in qualche modo. La sua modestia non ha limiti, una volta che si stimoli il suo valore, e il suo zelo nel servire uguaglia la sua ambizione, che gli comanda di disprezzare l’ingombrante e pernicioso senso dell’onore. Il ripetuto sottoscritto ha picchiato a tutto spiano il rispettabile dottor Merz, suo insegnante privato di storia, commettendo una scelleratezza di cui si duole. Oggi è suo desiderio di poter infrangere l’orgoglio e l’albagia forse ancora non del tutto spenti in lui, contro l’incrollabile scoglio di un duro lavoro. È parco di parole e non riferirà mai le confidenze che gli vengono fatte. Non crede né al regno dei cieli né all’inferno. La soddisfazione di chi lo assumerà sarà per lui il paradiso, il suo triste contrario l’inferno distruttore; ma egli è certo che si sarà contenti di lui e delle sue prestazioni. Tale ferma certezza gli dà il coraggio di essere quello che è.

Jakob von Gunten