Elogio del rischio

Ferruccio Parazzoli
Ferruccio Parazzoli
di FERRUCCIO PARAZZOLI | La Repubblica, 8 marzo 2014

Se qualcuno mi domandasse che cosa rappresenta per lo scrittore ogni sua nuova opera, risponderei: «Ogni nuova opera è per lo scrittore il clic del percussore nel gioco della roulette russa finché non esplode il bang». È il rischio ciò che conta, non il successo o il fallimento.
Nella nostra società di autarchico nichilismo debole, di nazionalizzata depressione di massa causata dal fallimento della politica e di ogni valore pubblico e individuale, lo scrittore non accetta più il gioco della roulette russa: si accontenta di giocare a scopa, a caccia del settebello, il sette di denari. O quello o niente, le figure incoronate non servono più, non fanno più carico. È la legge del mercato. Altra classifica non esiste.
In una situazione come l’attuale, basata sul nichilismo di massa, il rischio è senza più senso: buttiamo le carte sul tavolo, una dopo l’altra nella speranza che scenda il settebello.
[…] A tali condizioni sembra più opportuno citare Friedrich Nietzsche che non Walter Benjamin.
Scrive Nietzsche: «Il nichilismo appare ora non perché il disgusto per l’esistenza sia maggiore di prima, ma perché si è diventati riluttanti a vedere un “senso” nel male e nell’esistenza stessa. Sembra che l’esistenza non abbia alcun senso e che tutto sia invano».
Scrive Benjamin: «Non tutto in questa vita è esemplare, ma tutto ha valore di esempio. Essa mostra che l’opera letteraria superiore ha la sua sede nel cuore dell’impossibilità, al centro e insieme nell’indifferenza di tutti i pericoli». […] Non ha senso, dunque, in una tale società senza senso, rischiare «l’opera letteraria superiore» che «ha la sua sede nel cuore dell’impossibilità ». Clic – clic – clic, niente bang. Abbiamo tolto il proiettile d’argento, il tamburo del revolver, che facciamo finta di portarci alla tempia, è completamente vuoto.
Perché e per chi, infatti, affrontare il rischio? E poi: che cosa è il rischio? «Il rischio è l’eventualità di subire un danno» recita il vocabolario senza prendere alcuna posizione rispetto alla condizione umana che lo corre. […] Sembrerebbe che il rischio abbia perduto molto della sua natura di valore e di grandezza. Ma è impossibile sfuggire al rischio, soltanto lo abbiamo banalizzato: è diventato un ennesimo pericolo da cui sarà bene tenersi lontani come, del resto […] dalla miseria e dalla morte.
Se ad ogni opera letteraria “superiore” corrisponde per lo scrittore la necessaria accettazione del rischio assoluto, ne conseguirà, per colui che intenda correrlo, l’altrettanto assoluta delusione per il non senso di una tale opera in una società senza senso. La morte di Chatterton fece assai poco scalpore a suo tempo: il giorno 24 agosto 1770 il poeta diciassettenne si ritirò per l’ultima volta nella sua soffitta in Brook Street e bevve arsenico dopo di aver lacerato ogni cosa riguardasse la letteratura.
Più che del non senso si dovrebbe parlare dell’inutilità dell’opera “superiore” che, per potere tentare di esistere – il coraggio di premere il grilletto della pistola, qualunque ne sia il risultato, altrimenti non sarebbe più rischio – dovrebbe scoprire la propria individualità in una società che l’ha perduta. […] Alle classi sociali ben definite fin oltre la metà del secolo scorso, si è andato sostituendo il meticciato. L’attuale società non ha più punti di riferimento – rimasti obsoleti i vecchi vocaboli capitalismo, borghesia, proletariato, sottoproletariato – ma è un amalgama impastato, senza più forma e volto, dallo strapotere della finanza globalizzata, anonima, virtuale, dove le distinzioni sono date unicamente dal maggiore, minore, nullo possesso del Denaro, la divinità che innalza e precipita secondo leggi imperscrutabili ai suoi stessi sacerdoti. […] Scrive George Steiner: «La democratizzazione dell’alta cultura – causata da un crollo di energia all’interno della stessa cultura e dalla rivoluzione sociale – ha generato un ibrido assurdo. Scaricati sul mercato di massa, i prodotti della cultura classica vi arrivano diluiti e adulterati… Il passaggio da una cultura dominante a una post o sub-cultura si manifesta già in un generale “ritrarsi della parola”… sempre più spesso la parola è didascalia dell’immagine».
Lo scrittore (ex “poeta”) si è adattato, si è meticciato, il linguaggio della sua opera corrisponde al linguaggio di tutti, si è democratizzato, massificato, i temi della sua opera sono i temi comuni, quelli che si confidano ai colleghi negli spazi-bar. «Non ci sono più ideologie» scrive Adorno, «ma unicamente la réclame del mondo attraverso la sua duplicazione… Lo scrittore farà esperienza che, se si esprime con precisione, con scrupolo, in termini oggettivamente adeguati, quello che scrive passerà per difficilmente comprensibile, mentre se si concede una formulazione stracca e irresponsabile, sarà ripagato con una certa comprensione… La sciatteria di chi nuota secondo la corrente familiare del discorso passa per un segno di affinità e contatto: si sa quel che si vuole perché si sa quel che l’altro vuole».
[…] Lo scrittore meticciato, in una società priva di identità sociale, perduto il proprio interlocutore preferenziale – quello che, dopo il nobile gottoso ma salace, aveva preso il nome di borghese inquieto e barricardiero – va ammucchiando storie per tutti e per nessuno, s’ingegna a richiamare, con mezzi estranei alla scrittura, un’attenzione effimera poiché di massa. La caotica benevolenza della stampa, con le sempre più affannate recensioni, non serve a nulla, è necessario improvvisarci attori, proporre storie entro i limiti delle cronache, inquietudini da tinello, coscienze ventriloque, vite e morti drogate. […] La roulette russa gira a vuoto se nel tamburo della pistola non metteremo almeno una pallottola d’argento. Se davvero «il rischio è una necessità essenziale dell’anima », come afferma Simone Weil, senza rischio la nostra anima muore e, con l’anima, muore il linguaggio capace di esprimerla, soffocato dal mondo delle cose. Il pericolo non è l’afasia, ma il suo contrario, la laleo-patia, il parlare assordante, fisiologico, alterato, patologico. «La chiacchiera: il parlare di ciò di cui si parla », scrive Heidegger.
Il processo nichilista del linguaggio è frutto del nichilismo debole dove avere senso non ha più senso. Ancora una volta risuona l’interrogazione di Marx e di Tolstoj: «Che fare?» Rifiutare il meticciato, riconquistare la propria identità affogata sotto la patina imposta dalla globalizzata anonimità del denaro, tornare ad affrontare il rischio del proiettile d’argento?
Aiuta Maurice Blanchot a fare coraggio, si fa per dire, a chi si spaventi troppo: «Il salto mortale dello scrittore, senza cui quest’ultimo non scriverebbe, è necessariamente un’illusione nella misura in cui, per compiersi realmente, non deve aver luogo».
Clic, clic… BANG.

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