Ore 9.30 del primo giorno dell’anno: sono già al “lavoro”, il che consiste nello scrivere un libro, sempre nel corso delle vacanze di Natale, sempre. E l’anno scorso? Stavo scrivendo “La vita umana sul pianeta Terra”. Quando morì mio padre, nel 2006 il 31 dicembre, stavo scrivendo il “Dies Irae” a palla, dovevo consegnare il 7 gennaio e volevo che mio papà lo leggesse, secondo me moriva nel corso dell’anno e volevo che leggesse quel libro. Il primo di gennaio 2008, a padre morto da un anno, ancora ero nella medesima situazione, a scrivere affannatamente “Hitler”. E “Fine Impero” e il “Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari” e “Grande Madre Rossa” e scrivere, sempre il primo dell’anno, sempre questa tensione, questa vicenda mentale che pretende di non essere più mentale, questa esaustione delle risorse, questa stanchezza, questa riottosità, questa fanciullezza scontrosa, questa rabdomanzia effettuata su quel suolo che sono io stesso, questa protesta con le dita levate contro il cielo e la tastiera, questa crestomazia dell’inutile e del pregresso, questa avanguardia nel futuro piccino, questa profezia scagliata contro il coro delle personalità che io sono, questo abbraccio mancato, questo consolidantesi grido di aiuto, questa arrabbiatura per chissà quale amore non ricevuto, questo raccapriccio dello stile, questa difesa e questo attacco, questa solitudine, questa immensità deprivata che si crede ricchissima, questa schizofrenia, questo rapporto sessuale continuativo intenso e privo di qualunque orgasmo, questa monade monastica che se la tiura tra sé e sé, questo dovere che consiste in un piacere spacciato come necessità, quest’indefinitezza, questa fuga in una pratica non identitaria, questa cecità del mondo per troppo abbacinamento, questa scoliosi, questa sinuosità che adotta la tattica dell’animale morente, questa paupertà che è pauperismo, questa inadeguatezza nascosta e appalesata, questa medaglia al petto ed è di latta e il petto si gonfia e nessuno vede la medaglia ma soltanto il petto, questo sterno che si incrina, questa dispnea, questa piccola parabola da evangelio gnostico in forma tascabile e marsupiale, questo raggrumarsi cagliato del latte andato a male, latte che hai voluto assaggiare e bere e in cui sei affogato, tu, “Giuseppe Genna”, mentre chiunque era nella festa, preclusati o sdegnata: la nostalgia di un oro che non è mai stato questo arrovellamento degli altri e di te stesso in forma umana…
Scriverò per non essere stato, mai, in alcuna forma, e berrai il mio latte, io ti affogherò, tu, lettrice, lettore, figli miei ipocriti, io vi affogherò.
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