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May 10, 2015 at 10:59AM


Il trauma nel saggio su coscienza, mente, terapia e testualità “Io sono” (Il Saggiatore, si veda http://amzn.to/1dV1Z3T): non esiste. Il trauma non c’è. Si sa che la gente ha un’idea, oggi piuttosto pervasiva, del trauma: è tutto un trauma. Curare il trauma sarebbe risolvere il trauma, un evento più o meno puntuale, più o meno puntinato, più o meno storico, più o meno spaziale. Dopo il trauma ti si trasformerebbe la vita, influenzata dal trauma. Scioglilo, altrimenti ti cassi molte opportunità di sentire e stare bene. Nella prospettiva metafisica, ma anche in quella psicoanalitica, il trauma è un evento privo di identità e collocazione: tutto è un trauma. Venire al mondo è un trauma, ma anche venire nel venire al mondo è un trauma. Ciò perché si entra in un mondo, quello di veglia e quello sottile embricato nella veglia, che è trauma. Il trauma è il senso della dualità. Da uno stato indifferenziato a uno qualificato, il passaggio è avvertito traumaticamente: risvegliarsi alla solida coerenza duale del mondo di veglia viene sentito come esperienza di micro e macrotraumi, a diluvio. Come si sente che il tavolo ha un bordo? Col trauma. Le psicologie, più o meno del profondo, fanno oggi una religione del trauma. E come si cura che tuo papà ha fatto il cattivo quando eri piccolo? Si può interpretare, andare sul “punto” in cui hai sentito male e sciogliere, appunto, la *memoria del trauma*. Non esiste trauma, dunque: esiste la creazione di memoria. Essa è posteriore ed è cultura, pertiene alla cultura dell’individuo e cioè alla sua psiche, non alla coscienza, che non è per nulla sua. L’escrescere della memoria è la conseguenza del senso traumatico di essere nella dualità. Come curi questa cosa? La cura sarebbe un’efficacia di togliere il dolore del trauma, tra le varie cose? No: la cura è rendersi conto, cioè sperimentare, che si continua a essere, semplicemente a essere, nonostante quello che la psiche, questa meravigliosa poveretta, reputa trauma. Ciò che la psicologia, dico quella non orientata secondo la sensazione d’essere ritiene di fare e cioè liberare dal trauma, fa esistere un attaccamento al trauma che costituisce, attraverso l’escrescenza di memoria, la storia dell’io, il quale io non uscirà mai dalla consistenza del trauma, che dà identità, dà storia e, secondo la psiche stessa, dà vita: certifica la vita e, se non c’è trauma, son problemi, perché allora cosa fa lo io?, muore? Sì, muore. E quindi cosa resta, se muore lo io? Niente? Cos’è ciò che lo io ritiene essere niente?

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