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“Sono un cittadino privato”

E’ una mattina che esprime una nota polare, l’estate trafitta da un pregelo, il solito cielo chimico milanese, quel cielo di Lombardia, così metallico quand’è metallico, così splendido, così in pace mortuaria. Nel tumulto delle genti, tra i fanali posteriori delle auto che scartano all’improvviso e mettono a repentaglio le traiettorie del motorino che tossicchia e l’integrità morale del viandante che desidera non pensare a nulla (a nulla!…), si percepisce lo scollamento e l’affanno collettivi, si ostruisce il forame attraverso cui scorre la grazia, si abolisce l’incantamento: ecco l’arido vero, ecco la replica della macchina nella vita comune, noi, tutti singolari, chiunque, progrediti nel sistema nervoso, chiunque enhanced, chiunque aumentato nella stolida concentrazione su se stesso e le proprie miserie, un popolo esangue in una transumanza livida, i device ovunque aggrediscono gli sguardi ovunque e ovunque è come ovunque. Dove sono terminati i poeti. Si scende dal motorino e l’aria è secca, è di titanio. Attraverso il passaggio sulla circonvallazione esterna, mentre sfiata un bus che si ferma sulla preferenziale. Qual è la sponda opposta? L’asfalto è sbriciolato. Verso Cinque Giornate è rosso e elastico, sostituendo il pavè storico. Critico l’urbanistica, circolando a vuoto. Gli italiani annichiliscono la fede, praticano la razzia, conclamano il segreto: assentare l’abbraccio, sanare se stessi a scapito della felicità, riguardare una strana e non allibita nullità, in luogo dell’altro. E mi lamento. Il pane è quotidiano? La fila dei poveri lo è e il CPS non evade le richieste di soccorso e i farmaci generici invadono la circolazione sanguigna dei molti derelitti, qui. Appena poso piede sull’altra sponda, superata la preferenziale nella circonvallazione esterna, ecco il volto della donna: bovinoide, pachidermico, ottuso. Indossa, questa donna sessantenne, un husky granata e l’epidermide presenta bolle da secondarismo etilico o epatico in genere. La zazzera unta, lo sguardo vacuo, la camminata plantigrada, un assentamento che impressiona. Oggi l’altro mi spaventa, è giudicato. “Posso chiedere un aiuto?” e la sua voce corrisponde alla fisionomia, all’andatura, è una parlata lenta, complicata da antipsicotici. Io sto camminando veloce, un’onda anomala di ansia si abbatte su di me, da fuori, da dentro, scatto, scarto, tossicchio, rispondo: “Non sono di questa zona”. La supero, ancora vorrebbe rispondere, io ho fornito il diniego alla sua umanità spessa, alla sua cecità bambina, una paziente psichiatrica che arranca verso la camionale di Ripamonti: una povera donna, a cui ho rifiutato l’aiuto minimo. Sento la colpa. Chiedo cosa sia accaduto. Cosa mi è accaduto, che ore vivo, chi sono diventato? Non è distrazione, è negazione, fuga, svanimento dal reale. La fila delle povere anime al Pane Quotidiano mi squadra con un’inermità tenera dello sguardo. Io faccio scintigrafia al mondo, ho timore, l’isolamento è terrifico, renitenza e neghittosità dominano, schiacciano, rigettano lo scrittore Giuseppe Genna. Vado per Milano la Rovesciata, la metropoli si rovescia con i suoi cementi cupi, le rotte di ciascuno, le erranze, chiunque è solo con se stesso e non approda a se stesso. E’ il tempo della negazione, quindi. Più in là, verso la Naba, c’è una luce ulteriore, nessun povero. Cosa è questo acquario sporco, dove nuotiamo intossicati tutti? Il nuovo mondo albeggia: sono un cittadino privato.

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