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Il libro “Oscuro arcaico”: terzo capitolo

Questo è un libro che non vedrà mai la luce. E’ troppo cupo per affrontare una qualsiasi illuminazione. Cos’è la luce? Una sfoglia d’oro, un metallo insopportabilmente sottile, una sostanza che svela il furto e si insinua nell’inganno, nella quale le persone, anche le più infide, ritengono di vedere e stare distanti dal sonno, rubricando la giornata. Ecco, è scritto così. A chi può interessare? A chi ha buon cuore e vuole bene all’autore, questo papà minore di un racconto minorato. Ecco il terzo capitolo, che suona sordo come una campana ossidata troppo.

[Primo capitoloSecondo capitolo]

OSCURO ARCAICO

di Giuseppe Genna

Terzo Capitolo

Non c’è colpa. Nessuno ha colpa. Solo la mente starnazzante fa credere che esista una cosa come la colpa e che si è colpevoli. Sembra che esista la colpa, ma non è vero. Su questo non ho altro da dire.
I giochi che si praticano al Collegio, fuori, quando le lezioni sono finite, assolti i compiti, svolte le più elementari procedure igieniche, tra le quali l’alimentazione, sono rudi e semplici. Pratichiamo il calcio. Abbiamo provato a simulare il gioco del calcio, nel campo di sabbia e ghiaia proprio sotto il costone del monte, dove l’ombra è più scabra e cupa. Per palla abbiamo utilizzato anche una pietra, sommariamente tonda, prima di ricavare una grossa sfera di cuoio riempita di stracci, sommariamente rotonda anch’essa. Per via delle escoriazioni alle teste e alle ginocchia, abbiamo rinunciato alla pietra, anche se era il nostro intento. Siamo comunque riusciti a siglare due goal, uno per parte, accontentandoci del punteggio salomonico. Peraltro il legno dei pali delle porte è fradicio per via dell’insistente ombra e della conseguente umidità, il che lo rende fragile come un frassino, non va bene. Nessuno si è schierato nelle veci dell’arbitro, ma è tipico fra gli adolescenti che non vi sia necessità di un’autorità che faccia rispettare certe regole. Le si discutono, si mercanteggiano, ogni episodio una trattativa. Utilizziamo argomentazioni fondate per reclamare le nostre ragioni contro la parte avversa. Arriviamo a eccedere e a trascendere. Giusto così.
Il gioco più praticato tra di noi, espletati i doveri, è di fatto una specie di noia. Stiamo sul basello di cemento che corre lungo i lavatoi verso la cucina prima della stalla, il pomeriggio, che è molto lungo a trascorrere, nonostante i compiti da svolgere, noi ci sediamo quasi sfiorando il terreno sassoso, e stiamo lì quasi ad annoiarci.
Diamo vita a dialoghi a volte poco edificanti, altre volte esemplari. Diciamo baggianate, corbellerie, pronunciamo assunti. Spesso riguardano quello che facevamo prima, quando vivevamo in queste grandi case, ariose, con il giardino verdenero per i muschi e le ombre degli alberi secolari, che facevano spavento. Esistono tecniche con cui si riesce, a seconda della natura della ninfea, nelle acque dello stagno a individuare i girini. Ognuno mette a disposizione la sua esperienza con le zecche, a cui, tenendole alle estremità di una pinzetta per i cigli, si appicca il fuoco. E’ una voluttà. Ai primi caldi troviamo gli animali infestati principalmente da zecche adulte, in agosto sono infestati principalmente da ninfe che vengono volgarmente chiamate “piombini” dato il loro aspetto. Gli adulti a cui danno origine sono le zecche adulte che infesteranno gli animali all’inizio della primavera successiva. E’ anche da cose come questa che desumiamo i cicli di vita, le stagionalità, i ritorni enigmatici a distanza di millenni, sui quali ci applichiamo nello studio quando siamo in aula o a eseguire i compiti.
I coetanei, tutti maschi, rientrano nell’ordinamento universale di questi affari adolescenziali in un collegio. Anche in una scuola è così. Ce ne sono infatti di tutti i tipi, esattamente quelli che si possono immaginare. C’è uno furbo e piccolo, uno furbo e prepotente, uno grasso e ingenuo (ha sempre la bolla di muco al naso e ride), uno magro che studia moltissimo (con le spalle inarcate, come se la sua vocazione fosse impiegatizia), uno violento e uno pervicace, uno ausiliario e di cui i forti sembrano avere necessità, uno che sa le algebre perché è versato in quelle, uno che evidentemente formula sogni magri e inchiostrati di azzurro acqua, uno che mostra a ogni piè sospinto la fragilità dei nervi, uno canzonato per via della sua sessualità incerta. E’ con questi compagni di avventure che l’esistenza quotidiana viene scandita in ore e periodi, un po’ come accade ai monaci con le horae canonicae (essi stessi sono tutti maschi).
Un giorno è dovuto intervenire il maestro, coadiuvato dall’insegnante di ginnastica, a separarci, una rissa tra di noi, piuttosto arruffata, come al solito priva di scopo, scoppiata perché uno diceva all’altro che sua madre lo aveva venduto in via definitiva al Collegio. E’ stata comminata una punizione esemplare.
C’è sempre qualche barra di cioccolato da rubare nella dispensa; sempre qualche palloncino trafugato da riempire d’acqua; o qualche ciliegia sotto spirito da assaggiare di nascosto dal rettore, nello studio dove accoglie i genitori per dare loro le dovute comunicazioni.
Giochiamo agli animali. Li impersoniamo, li personifichiamo. Uno di essi è il mulo. Solido, stolido, immobile e radicato nel terreno petroso, egli sta lì, carico di storia, lo sguardo paziente, sebbene non indifferente, solo marginalmente interessato, come se i fatti non lo toccassero o nemmeno inerissero a lui. C’è una cifra in qualche modo papale, dentro al mulo. Anche la sua ira è contenuta. Si trattiene nello stesso posto, spesso solatìo, nonostante il bastio, quando qualcuno cerca di trainarlo. Allora egli diviene un marmo testardo e risoluto, sempre senza concedere un minimo di partecipazione alla cosa, ciò irrita il peone. Possono addobbarlo con piumaggi colorati e connetterlo a carretti tempestati di finti rubini e verniciati a bella posta nelle maniere più fantasiose. Anche allora non scalpiterà, infuribondendo il carnevale a cui lo costringono a partecipare. Tuttavia è molto fedele. Si comporta, almeno, come tale, poi non si sa. Non si sa cosa passi per la testa del mulo: quali le sue fantasie, quali comportamenti camaleontici egli adotti per difendersi dalla pesantezza del mondo e del consesso. Ama nutrirsi di orzo. E’ capace di digerire i foraggi grossolani. La sua unghia è spessa e potente, infatti lo ricordiamo per il suo zoccolo. Il mulo è un ibrido sterile, deriva dall’incrocio tra l’asino stallone e la cavalla. L’ibrido derivato dall’incrocio contrario (cavallo stallone e asina) si chiama bardotto. Insospettabilmente è longevo. Il suo buddhismo è rustico. Deriva da questa monta misteriosa, un momento di spruzzo del seme che non di rado è stato eletto ad analogia del cosmo intero, per esempio dagli indù. E’ cresciuto nell’Illiria, il bardotto nella Mesopotamia. Dobbiamo tenere presenti queste caratteristiche, quando lo impersoniamo.
Ci addobbiamo di copricapi di pesante cartapesta, dalla forma di teste di suddetti animali. Queste maschere, verticali e che celano il volto, sono impegnative. Al loro interno si forma un microambiente in cui proliferano le muffe. L’odore è un afrore pesante. Sa di soia e di piedi. Le voci rimbombano sui nostri padiglioni auricolari. C’è da diffidare dei felidi. Chi impersona la tigre non è nobile. Disdegno particolarmente i predatori alfa. Linneo mette in guardia da queste pantere colorate, nel suo Sistema naturale. Non è casuale che si siano sviluppate anzitutto a Giava, e a Sumatra, nel Borneo, in generale. Escludiamo dal gioco il fatto del gene recessivo che attribuisce alla tigre una colorazione biancastra. Del resto non disponiamo di una maschera del genere. Il magazzino, nello scomparto in cartongesso e vetrocemento, ammetto di non averlo ispezionato da cima a fondo. Quindi potrebbe darsi che da qualche parte esista anche il copricapo a forma di tigre bianca.
Queste maschere tragiche sono anche un’occasione di amplificazione e trasformazione della voce. Sono casse armoniche. E’ come disporre di un ulteriore torace, ad altezza testa. Non hanno nulla a che vedere con gli zanni, come l’arlecchino.
Il guardiano del frutteto non gradisce affatto i nostri ludi animali. Ci censura. Lesto leva dalle nostre spalle il copricapo e ci torce dolorosamente l’orecchio. Esso duole per ore, la cartilagine ne risente.
Si può organizzare una truffa ai danni del corpo insegnante e dei lavoratori del collegio, uscendo in piena notte a guardare le stelle indossando silenziosamente questi costumi animali. Il cielo è sempre tumultuoso, la luce nitida delle stelle penetra difficoltosamente. Non è possibile tracciare le costellazioni, una parte del cielo è sempre coperta.
Si odono dei cincillà fare all’amore, strisciando dietro il fogliame spesso, verso il buio del bosco.
Non ci accontentiamo di fare i figuranti, facciamo altri giochi. Svolgiamo i doveri elementari che la natura e gli insegnanti ci hanno comminato. Vero si è che sottraiamo alla dispensa, con furti ben dosati nella frequenza e nell’importanza, dei lecca-lecca rossi. Sono fluorescenti, scintillano nel buio, attivati dalla nostra saliva. La lingua si impasta contro la liscia superficie del caramello. Chissà quali addittivi usano per rendere così colorati e golosi i lecca-lecca. Addensanti e aromi vari, ma anche i pericolosi E-137 e affini. Non ci stanchiamo mai di leccarli, di succhiarli, di gustarli. E’ una degustazione che induce un certo sfinimento. Le mandibole fanno male, alla lunga. Curviamo le superfici zuccherine, incavandole, raspiamo con la lingua, facendola aderire perfettamente, in modo maschio, e mulinando su e giù. Nascosti nel vano degli armadi in mogano o nelle paratie delle false porte, ciucciamo i lecca-lecca, sognando le costellazioni e avvertendo pulsioni, forse le femmine, comunque non soltanto inguinali. Poi, alla fine, non sappiamo che farcene dei bastoncini bianchi, in cartoncino plasticato e arrotolato, dei lecca-lecca. Non intendiamo lasciare tracce in giro, allora li mastichiamo, compulsivamente. Li mordiamo, li tiriamo mentre li tratteniamo con i denti, saldando le mascelle, percependo distintamente la fatica che l’incisivo compie a restare saldo nella sua sede. Questo male dei denti, che dura finché tiriamo i bastoncini, fino a che non sono consumati del tutto e la carta ci si sfalda in bocca, questi morsi serratissimi: sono belli. Il dolore è piacevole, fino a un certo punto, soprattutto se autoprodotto.
Sembriamo tanti pianetini nel buio, nello spazio, scintillanti e rossi, con questi lecca-lecca, nascosti nell’armadio sopra i calcinacci in un falso vano.
La digestione ci lascia esausti, a volte ci addormentiamo lì dentro.

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