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Il Caffè avvelenato dei Grami Fratellini

Vado molto lungo con questo post – mi scuso preventivamente? No, non mi scuso. Il conformismo, la premessa che ammorbidisce non tanto le critiche, quanto la mia paura delle critiche, oppure la piccola giustificazione di una grande immoralità: non sono elementi che fanno per lo scrittore, che è sempre un miserabile e un cinico, ma deve esserlo di una grande miseria e di un grande cinismo. Questa reazione all’esistente, reazione che è del tutto inesistente, almanacca definitivamente Massimo Gramellini tra i grandi immoralisti di questa stagione e rilancia il dado che è stato lanciato molti anni orsono: da millenni, praticamente, il conformismo è il nemico pubblico e il pubblico stesso, la modalità aereo della coscienza, il sagrestismo untuoso e criminogeno che si converte in pedagogia del male. Poiché è necessario, in qualunque consistenza dell’età che si vive, schierarsi a partire dall’ambigua polarità che oppone il bene al male, appoggiandosi all’evidenza che il bene non è mai feroce, mentre il male è divoratore sbranante, allegoria zannuta dell’inferno in terra, proposito istituzionale che occhieggia alla tirannide del securitarismo per tradursi in norma condivisa dell’assalto a ogni insicurezza: un mesmerismo dell’indecenza, in cui l’ipnotizzatore è l’ipnotizzato e non oppone resistenza all’ipnosi di massa. Dovrei forse pelosamente pentirmi a priori di usare un simile lessico, una sintassi ridondante ed eventualmente pesante per l’occhio dei più e dei contemporanei? No. Differentemente capita a Gramellini, che assume la premessa maggiore e quella minore di un sillogismo che conduce a una conclusione implicita, urgentissima per il conformista, il rovesciamento diamentrale di ciò che l’etica pubblica e la morale storica indicano come valore umano, perenne dal momento in cui è stato rivendicato qualche secolo fa: la pulsione alla fraternità sta accanto a quella della libertà e dell’eguaglianza tra spiriti e corpi, ovunque e comunque. Anche il conformismo vive di una sua perennità, è metastorico, è uno dei disvalori umani, di cui si intuisce sempre l’evoluzione e mai l’estinzione. Che a Silvia Romano, la cooperante rapita in Kenya, si riservi l’allucinante trattamento che fu comminato a Enzo Baldoni, alle “due Simone”, a Giulio Regeni, compone una storia dell’idiozia tanto quanto una vicenda universale (e quindi molto italiana) della malvagità e della distruzione di qualunque alterità. Accade nel giorno in cui il ministro dell’interno mette a modo di gogna sui social il volto delle minorenni che hanno protestato contro le sue antipolitiche, ricordando che alla fine del tunnel c’è sempre un piazzale Loreto che attende i Re Probi mai reprobi – come ha giustamente affermato Wu Ming, una lezione di storia impartita su un cartello, che non è né insulto né minaccia, ma pura constatazione storica. La Colonna Infame ha una colonna in Salvini e in tutti quelli come lui. “Questi qua”, come li chiama il grande cronista politico Filippo Ceccarelli, nel suo fondamentale “Invano”, edito da Feltrinelli: ecco, “questi qua” sono i rappresentanti della folla, del qualunquismo come forma di ferocia privata e pubblica, dell’ignoranza come valore fondante di una comunità di uguali, l’autentica anticamera a qualunque totalitarismo, totemico o dinamico che sia. La preda Silvia Romano è stata rapita due volte e speriamo che non venga uccisa due volte: dai rapitori fisici e dai sequestratori immorali che ieri hanno esercitato la propria vocazione alla crudeltà, insultando il partito sempiterno e ubiquitario a cui sono iscritte le genti che agirono agiscono e agiranno per il bene. Questo linciaggio vergognoso, questo sproloquio dei più orrendi archetipi del borghese di cui si è appropriato il lumpenproletario, è un’opera costruita col fango dell’ignominia, l’empietà del meschino che si nasconde nella folla, dell’urlatore di improperi contro il diritto nemmeno acquisito, ma continuamente da acquisire: io devo acquisire il diritto all’aiuto della sorella e del fratello, questo è il surreale impegno che bisogna affrontare ogni volta che la storia sgrana i giorni cupi, i rovesci dell’epoca, i drammi individuali e collettivi. C’è poi un elemento da sottolineare: Silvia Romano è attaccata con un furore e uno sdegno più facile in quanto è donna e giovane. Accade senza interruzione di continuità con tutte le vittime, ma qui colpisce proprio l’assalto (e l’assalto è la categoria antropologica e politica del momento) al fatto che sia donna e giovane. Donne e giovani sono precisamente le funzioni sociali che i generalisti immorali temono maggiormente, a partire dal signor Salvini, che è proprio signore nel senso che è un maschio di mezz’età bianco. Sono le donne e i giovanissimi che porranno fine allo sbruffonismo politico di “questo qua”. Verranno aggrediti i diritti femminili e l’intera cultura sociale propria dei bambini di oggi – e donne e giovanissimi risponderanno, liquidando il questoquaismo, ovvero il qualunquismo atro di cui sono portatori i vari e fantasiosi ministri che governano l’oggi in Italia. Se la sinistra sembra non accorgersi di questa evidenza, che costituisce il primo passo di una facile profezia, ovvero la scontata previsione di un piazzale Loreto più metaforico che materiale, accadde oggi che ci pensi il Giornalista Ammorbidente, il quale non avverte minimamente il peso del compito che si assume, cioè il killeraggio morale, l’assenso all’assassinio digitale, la rappresentanza dell’idra che sempre tiene in ostaggio non soltanto Silvia Romano, ma la società tutta. Che iddio ce la mandi buona e Silvia torni dove vuole tornare, a casa o in Africa, il che per lei è la medesima cosa – che iddio la mandi buona ai GramI Fratellini che hanno dato ospitalità allo straniero autentico che è in tutte e tutti noi: il volto in ombra, la malvagità perpetrabile, l’orrore attestato sulla soglia e che si fa presente, attivo, efficace e giornalistico.

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Infanzia e Novecento in memoria di Stan Lee

Allora a nove anni io rubo una sigaretta dei Monopolio di Stato dal borsello in finta pelle di mio papà nell’anticamera tenebrosa, in fondo, verso la porta, nell’attaccapanni modellato in legno come un manichino di Savinio De Chirico e corro nella stanza di mia sorella e mia, oltre il poster del pittore di persone grasse rotonde esagerate Botero, un torero nell’arena circolare piccolina essendo lui enormemente tondo a toni morbidi, e verso il poster del funerale di Enrico Berlinguer del pittore del Pci Renato Guttuso, è mattina molto presto nella città cromata Milano, in questo evento di sabbia e sangue incrostato che è l’appartamento, la mia famiglia, io – e mastico la sigaretta. Succhio il tabacco, lo sminuzzo, muovo male la mascella, la lingua si irrita gonfiandosi, le sostanze tossiche sono assorbite, la saliva abbonda, la ptialina lavora la tossina, è tutto un metabolismo! Ecco la febbre. Se mastichi tabacco, viene oltre 37, è un trucco che si tramanda, l’alito emana febbre e sentore di tabacco che si sputa in certe tabacchiere con la calce dentro, annullandone il puzzo, è un acido amaro, un whiskey sbagliato, degli adulti nelle case ricche patrizie moderne americane del nord, vetrate al posto delle pareti, blended e sigaro con le piscine notturne fuori in quelle ville di uno strano Le Corbusier: tutto il tabacco è questo. La febbre cresce. Scotto. Viene a provarla la madre, la tumultuosa madre, bianca, renitente, mio padre cupamente è uscito con il borsello verso il lavoro impiegatizio comunale nella giunta rossa Carlo Tognoli. Sembra, io, che deliri. Il tabacco ha alzato le temperature interne, accelerando gli organi. E’ un tempo umanamente che esiste, lungo, di una lentezza fatta dalla meccanografia dei tempi, dei lavori di quel tempo. L’automobile è pesante, sono pesanti. Sono pesanti le prediche delle Pie Donne all’inizio dell’ora scolastica, dove non vado perché ho la febbre, sopra 38, la madre è stata ingannata, mia sorella mi invidia l’influenza e va verso le Pie Donne iniziali della preghiera all’inizio delle lezioni alle elementari, accompagnata da mia mamma. Tumultuosamente sto, solo nella casa cupa, dentro il letto ravvolto, da lenzuoli diacci e intrisi, di sudore, di tabacco. Ogni febbre era “cavallina”. Sei nel centro di un cosmo diaccio, intriso di rocce e fatuità, umane non prevalentemente, o immagini di febbre che infuocate dalla carta velina alzano i loro propositi nell’aria, carta velina incendiata. Torna la mamma, ha accompagnato nella scuola fatta dal Duce mia sorella piccina, con le gambe magre e le braccia piccoli legnetti, molto magra e sul labbro inferiore la bolla di saliva che splende, aurea. Mia sorella. Mia sorella è una bambina di grande ingegno a cui la sera fa sempre male la gamba per motivi di stanchezza e anemia mediterranea, una malattia sconosciuta che parte dalla Sardegna e invade tutto il Mediterraneo. Non ha mai problemi ai denti, carie. Si veste molto compitamente e ha una forte componente di socializzazione e altri giudizi scolastici così. La mamma rientrando si è fermata all’edicola, fatta di metallo pesante verde, ha acquistato i giornaletti, i Vendicatori l’Uomo Ragno i Fantastici Quattro La Visione Silver Surfer Hawk Iron Man e altri, perché io ho la febbre, per farmi passare il tempo. Allora una nuova febbre mi sale dentro, encefalica, nelle immagini in quella carta non patinata, cotta, dei giornaletti di un tempo, fatto precipuamente da questo Stan Lee che li inventa tutti, li disegna e li inventa e scrive i fumetti, un uomo tipo Burt Reynolds ma con i capelli rossicci, quindi ha i baffi, e gli occhiali, enormi. Genialmente inventa per tutti tutto, noi e gli altri, ovunque nella vita sul pianeta Terra. Negli spazi siderei accadono le cose, divinità né maschili o altro, ciclopicamente grandi da occupare settori del cosmo diaccio e intriso di robotica e demiurghi, di salinità delle terre e esopianeti che posso immaginare grazie a Stan Lee. La zia di Peter Parker è una nonna, non è una zia, ha lo scialle viola, il vestito verde e rammenda come una catanzarese e è a New York. Goblin nel numero trentasette appare con uno skateboard mostruoso meccanico nel cielo di New York. Ovunque escono colori nuovi, nell’ispirazione immaginata di Stan Lee. Ci sono i ciechi tipo Devil contro Bruce con un cognome straniero che diventa Hulk, diventerà Lou Ferrigno, trascorrendo gli anni, con dei capelli anni Ottanta spumosamente inadatti ai supereroi della Marvel, che ha inventato Stan Lee! Ha inventato anche la Marvel! Stan Lee inventa tutto, sui tovaglioli, riportando in redazione un supereroismo umano dal volto umano, problemi di tutti i giorni, lontano dalla semiotica e dagli adulti, solo per noi. Mentre Goldrake grida dentro il televisore, non lo ha inventato Stan Lee, ma i giapponesi che si oppongono a Stan Lee. La febbre cala. Voglio scrivere un libro sulla Visione, ma non me lo permettono nel 1996. Ieri è morto.

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Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino: “Nel labirinto delle paure”

Aldo Bonomi, uno dei pesi massimi della sociologia contemporanea, e Pierfrancesco Majorino, assessore al welfare nella giunta milanese ed esponente di peso del Pd, hanno composto un ritratto perfetto delle istanze, dei moventi, dei crimini che prendono corpo nella politica della paura che le destre oscene stanno inscenando, inverando e piegando a proprio vantaggio, per scatenare una mutazione genetica del comparto democratico. “Nel labirinto delle paure”, edito da Bollati Boringhieri, è un manuale di battaglia e un’accorta elaborazione di strategie contro la deriva autoritaria e oscurantista, propalata dala vasto network sovranista (o, meglio, neonazionalista): è l’interpretazione della realtà, da giocarsi per riaprire il fronte della speranza. Un saggio che esibisce un tempismo perfetto, verrebbe da dire: purtroppo. E’ una fenomenologia completa, un’analisi impressionante per acribia e per apertura di visuale – un sogno che è realtà, declinabile in programma politico o, più precisamente, la base solida su cui innestare un programma politico. Mi pare una lettura imprescindiibile dell’oggi e nell’oggi. Sono prospettive che confortano, si esce dalla lettura tornando a sentire che non si è soli in questo avvitamento verso il precipizio, che è antropologico e generale e andrebbe interpretato e accompagnato, smentendo le narrazioni suprematiste vigenti, come scrive Majorino: «La destra – la più becera da un po’ di anni, con il suo armamentario di medievalismi e revisionismi storici –, che vince in parte del mondo e in Italia, spiega con parole molto semplici che da questa fase di cambiamento ci si deve salvare. E offre una zattera. Una zattera agghindata di richiami al passato e forse priva, a bordo, di una bussola. Ma sempre di zattera si tratta. E la colloca nel mezzo di un mare in burrasca. Racconta, poi, che la zattera è terribilmente incapiente rispetto a quanti cercano un approdo, e getta a mare quelli che possono “rubare”, attraverso un atto disperato che si fa furto, un posto per la salvezza. Oppure non li fa nemmeno salire a bordo, i cercatori di futuro. Non si assume l’onere, e la responsabilità, di accogliere chi ha bisogno in virtù della sua condizione, ma si permette il lusso etico di selezionare il “bisognoso”, di gerarchizzare tra i deboli e di confidare dunque, per usare un’espressione per me terrificante, che la “guerra tra poveri” divampi. La “guerra tra poveri”, infatti, non è una conseguenza (magari sopportata proprio da questa nuova destra) della fase storica nella quale siamo. È, semmai, proprio il piano inclinato perfetto, ciò che determina la condizione essenziale affinché i leader neonazionalisti mostrino tutta la loro capacità egemonica. La “guerra tra poveri” è il progetto politico di chi vuole alimentare la fuga dall’identificazione delle responsabilità reali e dall’effettiva realizzabilità delle proprie promesse elettorali. Dividere gli ultimi (i migranti, e tra loro quelli in fuga dal continente africano) dai penultimi (i “connazionali” poveri) fa sì che questi non cerchino verso l’alto la causa del proprio malessere e dei propri giustificatissimi timori ma li rovescino verso il basso o verso l’altrove oscuro rappresentato ancora oggi dalla paura nei confronti dell’“uomo nero”».

atro · blog · Da un libro atro in via di facimento

Dal libro inedito “Oscuro arcaico”: capitolo quinto

Ecco il quinto capitolo del libro inedito “Oscuro arcaico”, che vado pubblicando on line e non avrà mai editore, perché troppo cupo, indecifrabile, ottuso e inadatto all’editoria italiana, essendo più idoneo all’editoria polacca, ungherese, russa forse, anche dello Stige se lo Stige esprimesse un’editoria. Preannuncio che il capitolo 6 verrà pubblicato settimana prossima dalla rivista “Verde”, con cure grafiche speciali. Intanto questo pezzo, che è un capitolo di pausa, in cui si racconta soltanto di un bambone, un bamba, che ti viene addosso minaccioso, per sferrarti un pugno in faccia: è il grande “no” alla vita, che è un “sì”. Buona lettura.

GIUSEPPE GENNA
OSCURO ARCAICO

[Primo capitoloSecondo capitoloTerzo capitolo – <a href="http://%5BPrimo capitoloSecondo capitoloTerzo capitolo]” rel=”noopener” target=”_blank”>Quarto capitolo]

Capitolo quinto

Qui viene il momento della lotta, improvviso, sempre. E’ un lutto improvviso. Una religione in atto.
Questo è il momento della disappropriazione, della consistenza, del moto più saldo e veritiero. Il momento della lotta ti educa a che il mondo c’è, non puoi schivarlo. Il mondo, del resto, è frontale, occupa tutto lo schermo della visuale, non puoi trovare in esso una frattura o una crepa e infilartici dentro per evitare l’impatto, il gong, lo schianto.
Il cielo corrusco si apre un minimo, in alto, passa uno spicchio di luce, fa l’effetto delle canne dorate dell’organo in chiesa, è un cielo solenne e celebrativo, i raggi polifonici del sole penetrano in questo spicchio e corredano lo scenario, facendolo più tumultuoso, più celestiale, illuminando i cumulonembi che sembrano un coro di angeli furibondi. Tutto vira alla rabbia.
E’ frontale e immobile, è fermo lì davanti a te, uno dei collegiali. Massiccio, immobile, lievemente proclive con il volto verso di te, la fronte spaziosa dell’ottuso, i pugni serrati come acciaio, i denti che digrignano sotto le labbra costrette, quell’ombra nello sguardo, quei capelli minacciosi, quei vestiti di fustagno, tutto pare avanzare per un effetto ottico o un tapis roulant verso di te, per una delle molte rese finali. L’uno a uno è terribile, si fatica a sostenerlo. Proteso verso di te, sembra in bianco e nero. E’ capace di tutto e fa aleggiare le fruscianti ali del corvo mortuario, simbolo di accecamento e fine.
Le rocce compongono sullo sfondo, insieme all’erba spessa, fili grassi, bianca e nera, uno stratagemma del paesaggio, per enfatizzare il suo avvicinamento. La sagoma piatta di questo compagno del Collegio pare ordita dal destino, il suo nervo è scosso, si sente un flagello.
E’ un martello. Dietro c’è il rumore incessante del torrente Tenda.
Intorno a lui e con lui il tempo è fermo e cresce il gradiente di un tono monocromo, simile a un ronzio.
E’ una testona dalla fronte corrugata, minacciosa, che si avvicina a te.
L’evidenza della sua rabbia ti spaventa. Sta in una brusca e continua contrazione muscolare. L’iracondia gli rende paonazzo il volto. La sua testa si avvicina sempre di più, quasi preme il suo occipite contro l’aria, statua rossa che si protende in una pagoda fatta di aria. Cresce al crescere dei secondi la sua furia contro di te.
Tu passi dall’essere disarmato alla convocazione di qualunque forza a disposizione, distribuita in ogni fibra. I padiglioni auricolari si induriscono. Aumenta una certa febbre. I pugni si stringono, il fiato si fa denso, vaporoso. La postura muta, il gesto è difensivo. Le ossa si allungano, la loro meccanica positivista si attiva.
La natura intorno, tumefatta, sta. C’è l’abbrivio nell’aria e basta.
Le due teste, una contro l’altra, a mo’ di stambecchi, si piombano, faccia a faccia. Adesso tira un pugno e si spacca il naso.
Tutta la natura dice: NO
Ecco lo scontro.

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“Fahrenheit 11/9” di Michael Moore

Ieri ho assistito su La7 al devastante “Fahrenheit 11/9”, il nuovo e devastante documentario di Michael Moore sull’America trumpiana. Non è questione di cinema, ovviamente: è pura informazione e riflessione politica. Ha da insegnare parecchio agli italiani, dai responsabili del partito cosiddetto democratico a tutti coloro che non si capacitano del fatto che la nazione si sia avvitata in un’antropologia solo apparentemente indecifrabile, perché è decifrabilissimo il fatto che il malessere percepito, la crisi sociale ed economica, il crollo degli indici di scolarizzazione e la cultura elevata a disvalore altro non potevano che condurre qui dove siamo, cioè ben oltre gli Stati Uniti, che arriveranno sempre dopo gli italiani, poiché, come sloganizza il nostro ministro delle interiora, gli italiani vengono prima, anticipano tutto in occidente. Il diorama americano allestito dal montaggio di Michael Moore, provocato dalle sue geniali intuizioni sceniche e satiriche, non lascerebbe speranza, se non fosse che la lascia eccome, mettendo sotto l’obbiettivo le spinte collettive che stanno confermando quanto gli States siano terra di colonizzatori e anche di enormi istanze democratiche e socialiste. Scorrono immagini allucinanti: interventi misogini, razzisti, violenti dell’incredibile presidente che domina sciaguratamente dalla Casa Bianca in questi mestissimi anni. Trump è una merda totale, è il presidente delle interiora, parla alla pancia del Paese perché è fatto soltanto di visceri. Insieme alle immagini scorrono i malati e i morti di Flint, città contaminata dalle politiche ignominiose del governatore Rick Snyder, una sorta di Trump non tanto in miniatura, che ha fatto bere acqua con piombo agli abitanti dell’ex capitale dell’auto mondiale, riservando acqua pura alla General Motors per lavorare senza tossicità sui veicoli, mentre il popolo veniva martoriato dai metalli pesanti. E scorre insieme alle immagini la registrazione dell’enorme, indegno tradimento che i delegati democratici hanno perpetrato nei confronti di bernie Sanders, il leader socialista che l’élite del partito ha eliminato con una congiura vergognosa. E’ una rappresentazione impietosa di un popolo sconcertato, condotto all’espressione di un razzismo che ad altezza 2018 smentisce la storia dei diritti di cui l’America è stata faro, una tragedia in atto a base di violenza, menzogne di Stato, social fakework, assalto all’arma bianca al femminile e alle classi povere, speculazione impensabile da parte dell’1% degli ipercapitalisti. Ma è la testimonianza di un risveglio possibile, di momenti altissimi di autoconsapevolezza collettiva in tema di libertà, praticata da insegnanti, da giovanissimi, da minoranze oppresse, per stipendi che non siano umilianti, contro lo sfruttamento, in lotta per l’abolizione del porto d’armi diffuso. Il film si chiude con uno dei momenti più alti e potenti della storia contemporanea: il silenzio di Emma Gonzalez, sopravvissuta alla carneficina nel suo liceo di Parkland – 6 minuti e 20 secondi di puro silenzio, di fronte a quasi un milione di persone a Washington, nella manifestazione più partecipata in Usa dai tempi del Vietnam. Sono riuscito dalla visione disgustato e speranzoso, allibito e iracondo, frustrato ed entusiasta, grato a Moore e a La7, che ha trasmesso in anteprima assoluta questo documento pazzesco – al di là delle retoriche, andrebbe proiettato in tutte le scuole di quel Regno che è diventata la nostra Repubblica. Recuperatelo ovunque, guardatelo e fatelo guardare: il 9 di novembre è addirittura più tragico dell’11 settembre. Fatelo.

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Il Parlamento zombie su “L’Espresso” e il Parlamento secondo me

Su “L’Espresso” di ieri c’è un approfondimento abbastanza impressionante sul Parlamento, a un secolo dalla prima seduta. E’ il luogo di autorappresentazione del Paese, perfino nel corso del ventennio fascista, quando fu trasformato in Camera delle corporazioni. Ciò che in quel luogo è avvenuto ne commina il senso vagamente sacrale, che la laicità non evita di praticare, quell’aura storica che impone il rispetto, la cautela e forse la saggezza, a tutti i soggetti che mettono piede nella veneranda aula. Ci lavorai nel 1994, attaché alla presidenza della Camera, e ricordo l’impressione che mi fece l’emiciclo la prima volta che ci misi piede: un’aula così piccina, una sorta di scenario da presepe di San Gregorio Armeno, qualcosa di ligneo e cuoiato rosso Basile, cupolare e ottocentesco, ma anche barocco e secentesco, ma anche settecentesco per via di una rarefazione dell’illuminismo che lì si consuma nell’aria dittafonica degli scribi che stenografano a quattromila euro al mese. Pochi giorni dopo il mio furtivo ingresso in quell’opus magnum della democrazia nazionale, mi trovai di fronte l’ex presidente della Camera, Nilde Iotti: cerea, anzi gessea, lo sguardo fessurato come quello di certi gaviali che esprimono un nirvana rettile, la pelle impastata di un cerone naturale, le rughe poche e nette, era tutta fessurata Nilde Iotti, una grossa matrioska che era stata amata more uxorio da Palmiro Togliatti, il foulard screziato che esorbitava dai canoni tessili di tutti i foulard che avevo scrutato alle feste dell’Unità, Nilde Iotti era la regina gipsy di tutte le feste dell’Unità, i capelli scriminati, liscissimi e tirati, gessei anch’essi, capelli lucidi paralleli come le convergenze democratiche escogitate da una uomo dalla zazzera antagonista a quella geometrica di Nilde Iotti, ovvero quella di Aldo Moro, frezzata e spumosa, il fulgore brizzolato con basetta che trascinava gli anni Sessanta più borghesi nel casino tricologico dei Settanta, sbuffatamente prussiano il capello di Aldo Moro e lucidamente cartesiano quello di Nilde Iotti, statuaria, steatopigia, priva di parola come si conviene alla sacerdotessa delle saghe di qualunque latitudine, una vestale dai fianchi larghi, un monito vivente e non vivente, qualcosa di talmente templare da costituire una conciliazione tra vita e non vita, tra morte e non morte, un’inorganicità minerale, metamorfica, salgemma pronto a parlare, a emettere un’onda fonica, severa, gessea anch’essa, tutto gesseo, tutto precipitato nella femminilità misterica di Nilde Iotti, il suo segreto sessuale costrittivo e reinterpretato come assenza assoluta di sessualità in Nilde Iotti, una donna arrestatasi in pietra monolitica alla morte di Togliatti, santa da trasportare sulle spalle in una processione pagana e parlamentare, che scuoteva la campanella nello scranno della presidenza a Montecitorio, la femminilità matronale di Nilde Iotti comunicava la statica del tempo, finché c’era Nilde Iotti il tempo scorreva secondo ritmiche inumane, lentissime, noi potevamo adattarci a tutto, alla rivoluzione in slow motion, alle risaie e alle mondine, al matriarcato emiliano, alla perennità della Chiesa post latinorum, alle conquiste delle sorti magnifiche e lentissimamente proiettive, a un Parlamento in cui regna sovrano il popolo, il popolo, il popolo: Nilde Iotti era la faccia demetrica del popolo, il versante tellurico del popolo, la grande madre del popolo. Quello era il Parlamento, è stato, fu. L’editoriale di Marco Damilano me lo ha fatto riemergere in forma di madeleine indigesta, come la pappina di bario che ti davano prima della radiografia al tubo digerente, opera necessaria, sopportazione cinese, perennità latina, locus coeruleus – nazione. Ecco: non c’è più.

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Attualità de La Rete: per un nuovo movimento democratico

Quando ero giovane, a inizio dei Novanta, mi attestavo alle soglie di una felicità sentimentale e dell’origine letteraria delle mie ossessioni, spartendomi tra amore e poesia. Sperimentavo un precariato più o meno feroce, ma anzitutto grottesco, lavorando per un’emittente lombarda che invadeva l’etere con una programmazione dilettantesca, a titoli insostenibili, come “Il rotocalco del benessere”, la trasmissione per cui firmavo servizi indecenti, citando sempre in apertura versi a caso di Milo De Angelis. Era un momento tumultuoso nella società italiana, che gestava Tangentopoli, ovvero la nostra traduzione del crollo del Muro di Berlino. I partiti tradizionali, queste entità soloniche che ruminavano nei millenni, manducando la storia nel loro stato di sepoltura perenne, come nemmeno i Grandi Antichi di Lovecraft, entravano in crisi e si incominciava a intravvederne la fine. Che la Democrazia Cristiana arrivasse a preludere la propria inesistenza era un fatto che nemmeno la piramide di Giza trasformata in un tabacchino poteva pareggiare: era semplicemente inimmaginabile. La classe politica raccoglieva il rancoroso disdegno di un orrendo giacobinismo italico, che oggi matura ed esplode in forme discrasiche di odio da social. Gli italiani ritenevano di fare la rivoluzione stando sui divani, a vedere i servizi di Paolo Brosio, affannatissimo, che non riusciva a contenere nei suoi elenchi i nomi su nomi indagati o passibili di indagine. Chiunque era unito a se stesso e alla propria comunità nell’osceno piacere di scrutare l’impudicizia di Renato Altissimo, il rotacismo di Giorgio La Malfa, la perennità trascurabile del biotipo Nicolazzi, l’imbarazzo salivare di Arnaldo Forlani, le pause silenti e leonine di Bettino Craxi. Già Primo Greganti non andava bene: non era famoso. Un’orgia del potere di serie Z. Nel ribaltamento istituzionale e politico, emergeva una strana forma di movimento, un antipartito che ai tempi mi sembrava ingenuissimo per variegata composizione, idealista secondo quella speranza che illuminava le fronti di tutti i cattolici democratici della mia generazione vaticanoseconda, legalista in forza della presenza di tutti i paladini dell’antimafia e dell’anticorruzione. Si chiamava così: La Rete – Movimento per la democrazia. Era difficile irregimentare quel soggetto multiplo e proteiforme, che già dal nome includeva vuoti e orditi, giunzioni e relazioni con l’idea di superare l’idea stessa di apparato. Spuntavano volti di donne e uomini di buona volontà, da Nando Dalla Chiesa a Pina Maisano, la vedova di Libero Grassi, ad Antonino Caponnetto a Claudio Fava a Giovanni Colombo a Diego Novelli. Un’unione di cattolici e liberali, di istanze sociali ispirate al cardinale Martini e al civismo democratico, certamente progressista ma distante dai modi legulei e brezneviani di qualunque sinistra istituzionale. Sorgeva elettoralmente la Lega, la Rete ne era l’opposizione naturale. Non certo lo era ciò che tentava di arabeggiare fenicemente dalla trasformazione del Partito Comunista in una confusa ma sempreguale Cosalità. A Milano si ebbe la rappresentazione di questa opposizione tra forze novissime: alle amministrative del 1993 si contesero la poltrona di sindaco proprio la Lega (con Marco Formentini) e la Rete (con Nando Dalla Chiesa). Entro sei anni la Rete era confluita altrove, dopo un volteggiare tra sigle costituende e brand di dubbia futuribilità. E così vidi confermati i miei dubbi: non si può agire politicamente con un soggetto di soggetti, se si deve arrivare in Parlamento. La tentazione sempiterna del comitato centrale, per me che ero cresciuto in quel credo nicodemista, era un postulato da cui dipendeva un’intera matematica politica. Era fresca e bella, la Rete, ma troppo inerme a fronte della spigolosità della realtà, alla struttura labirintica che da Roma irradiava e reggeva il Leviatano italico. Forse era un esotismo – mi dicevo negli anni -, forse una piccola utopia, forse un fronte popolato da quelli buoni, forse un associazionismo spinto oltre le proprie quote di resilienza. Finché è arrivato il 2018, con le cupissime ore italiche e continentali e mondiali, ma soprattutto italiche. Questo buio che spegne la civiltà e appicca roghi e fa strage delle carte firmate dai padri. Queste ore cupe in cui violentano i diritti, discriminano i bambini, assaltano le donne, si preparano a distruggere la legittimità di qualunque genere che non sia quello vidimato dai cattolici lepantisti. Questo oscurantismo. Questa incapacità del partito che dovrebbe rappresentare le prospettive democratiche e non riesce a pronunciare una singola parola che rimbombi nella realtà attraverso il suo popolo. Questo partito di supposta sinistra che non ha più un suo popolo. E allora ho capito qualcosa che so da sempre: che sono spesso un cretino e che, della Rete, avevo completamente sballato il giudizio. La Rete era clamorosamente in anticipo sui tempi. La Rete non era una forma postmoderna per la politica degli anni Novanta: era l’unico soggetto politico possibile nel 2018, per chi intende contrastare l’erosione dei diritti che si sta consumando con l’opera malemerita dell’attuale compagine governativa. E’ inutile ipotizzare fronti da Tsipras a Macron, una formula che è ossimoro e velleitarismo e ignoranza. La forma è la Rete. Bisogna rifare la Rete. Bisogna rivoluzionare del tutto l’idea di partito e anche quella di movimento monocratico come quello pentastellato agli ordini di un giovane tycoon di seconda generazione. Bisogna federare i soggetti, lasciando loro lo spazio per esprimere le differenze specifiche. Bisogna sussumere le ragioni laiche e quelle del cattolicesimo sociale, il moderatismo tanto quanto i movimenti per i diritti e le associazioni tematiche. Non è la logica dell’arcobaleno, ma quella della Rosa Bianca. La Rete è la struttura flessibile che mostra nodi in cui si incontrano fili orientati diversamente, addirittura perpendicolarmente. Avevo davvero sbagliato tutto: ciò che credevo trapassato, davvero, era il futuro. Vorrei convocare persone, gruppi, soggetti a costituire nuovamente un simile contenitore a maglie larghe. Credo che sia l’unica possibilità di creare un argine da sinistra e da centro, un mainstream in cui riconoscersi orgogliosamente, capace di dribblare perfino la questione monocentrica della leadership, per lavorare all’allargamento dei diritti, allo sviluppo economico giusto, all’abbattimento dello sfruttamento ovunque, alla consapevolezza ecologista, all’innovazione secondo ritmi umani, all’emancipazione degli ultimi e dei margini. Da scrittore, ovvero da piccola funzione intellettuale che sono, posso lanciare questa proposta, un messaggio in bottiglia, sperando che qualcuna e qualcuno lo raccolga. Penso che si possano organizzare quanto prima a Milano assise generali di una composizione tanto articolata, che intende trovarsi sui temi generali e le battaglie democratiche fondamentali. Che ne pensate?