“Vice”, il film su Dick Cheney che spiega Matteo Salvini

Per chi ha vissuto con consapevolezza il 2001, con l’acme delle Torri Gemelle, è difficile comprendere oggi quale passaggio storico abbia costituito quell’anno. In Italia si visse un’emergenza altissima, ci furono i fatti del G8 di Genova, immediatamente sussunto dal decisivo momento dell’11 settembre, che non riguardò gli Stati Uniti soltanto, ma tutti, ovunque, in occidente e in oriente, con un ribaltamento degli equilibri geopolitici, la militarizzazione sconcia del Medio Oriente, protocolli di sicurezza che resero intercettabile la totalità dei cittadini statunitensi in primis e in ogni nazione in secundis. La giunta militare teocon degli USA era un incubo, se si vuole, anche più angosciante della gestione del potere che Trump sta interpretando in questi anni. L’attacco a Pentagono e Torri Gemelle permise una reazione totalmente incostituzionale che mise in pratica la teoria dell'”esecutivo unitario”, il cui padre era stato il filosofo Carl Schmitt e il cui esecutore fu il vicepresidente Dick Cheney. Quel vulnus resiste a oggi e spiega e permette l’azione di controllo generalizzato che in Rete e fuori Rete (cosa è oggi fuori dalla Rete?) viene esercitata a qualunque latitudine, ma scandalosamente per quanto concerne i governi occidentali, che sono costretti urgentemente a rielaborare i propri statuti democratici. Il periodo tra 2001 e 2008, quando alla Casa Bianca fu eletto Barack Obama, soppiantando criminali che agirono a dispetto dei limiti costituzionali, rivoluzionando il globo terracqueo con le loro missioni di morte ovunque e l’abbrivio del terrorismo internazionale di supposta matrice islamica, ridefinì l’intero stato di cose nel pianeta: digitale, enfasi sulla sicurezza in nome del controllo indiscriminato dei cittadini schiacciati dall’impossibilità di elaborare l’opposizione, retorica del terrore, razzismo verso culture religiose, pratica della tortura assunta direttamente dallo Stato, sottomissione dei media al potere sganciato da qualunque bilanciamento, inizio della trasformazione del linguaggio e delle fake news (l'”effetto serra” divenne “cambiamento climatico”), il credo globalista non dei popoli ma della tecnocrazia più feroce, il reazionariato che torna in sella in occidente, lo sdoganamento della destra in Usa ed Europa – la torva premessa maggiore a tutto ciò che oggi suprematismo, che spesso traduce il sintagma “sovranismo”. A spiegare e fare quasi arte su tutto ciò è un’opera cinematografica eccezionale, cioè “Vice – L’uomo nell’ombra”, un film del 2018 scritto e diretto da Adam McKay con protagonisti uno strepitoso Christian Bale e un’altrettanto strepitosa Amy Adams. Si spiega qui come si ingenerò la messa in bando della presidenza degli Stati Uniti, approfittando di un’occasione imperdibile per creare ciò che Luttwak teorizzò come “tecnica del colpo di Stato”. Dick Cheney non fu l’ombra del Presidente, bensì il Presidente Ombra. Tra gli alleati che vennero sollecitati dalla giunta militare statunitense, e accettarono di applicarne tutti i protocolli, a cominciare dalla guerra globale che venne scatenata, c’era l’Italia di Silvio Berlusconi. In quel momento l'”emergenza infinita” e l’utilizzo del falso binomio “guerra al terrorismo” imposero o ripristinarono strumentazioni adeguate alla sottomissione generalizzata del pianeta a una élite precisa, di origine texana e di credo fascista, che operava la trasmutazione della democrazia in libero consenso alla rinuncia dei diritti democratici stessi in nome della sicurezza. E’ di ieri, su “La Stampa” la rilevazione che definisce al 44% la disposizione dell’elettorato italiano a rinunciare alla democrazia in nome della sicurezza, con l’apice del 64% sortito da chi vota Lega. Un’insicurezza fantasmatica, alimentata dal terrorismo mediatico a cui si sottopone un popolo, paventando l’inesistente invasione dei migranti, alimentando l’odio verso le voci ragionanti e l’informazione che non si adegua a questa immonda pratica di regime, rinvigorendo le memorie e le prassi del più fetido ur-fascismo, erodendo i diritti storici acquisiti dal popolo per praticare un controllo più capillare, a scapito di donne, bambini, lavoratori, pazienti, operatori di bene, Ong, vescovi, artisti non allineati, svuotando il Parlamento e mirando a demolire le istituzioni democratiche in genere. Vedere “Vice” significa comprendere il mondo odierno e, in questo orizzonte, l’Italia di questi mesi. E’ una visione che consiglio a chiunque, per comprendere il rischio altissimo che corriamo tutti.

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La risposta all’aggressione fascista ai giornalisti de “L’Espresso” è “L’Espresso” stesso.

Avrei voluto scrivere della copertina eccezionale de “L’Espresso”, che a mio parere è la più potente dai tempi della leggendaria “Uomini e no”, con l’iconica contrapposizione tra Aboubakar Soumahoro e Matteo Salvini, che spiegava e continua a spiegare il conflitto politico e antropologico oggi attivo a queste latitudini. Avrei desiderato sottolineare la forza del segno, che “L’Espresso” sta implementando di numero in numero, ripristinando il livello simbolico, per costruire un campo culturale ed editoriale. Avrei ambìto a discutere il fatto che il magazine più necessario del Paese andava a mettere in migliaia di copie, in tutte le edicole italiane, un quadro astratto, Il quadro che il presidente Sergio Mattarella ha esposto durante il discorso di fine anno al Quirinale, realizzato da Diego Salezze, veronese, classe 1973, che da decenni lavora in laboratori dedicati alle persone con disturbi dello spettro autistico e la cui opera era stata esposta alla fondazione Franco Basaglia di San Servolo e quindi donata al Capo dello Stato durante la visita dello scorso novembre al centro di cura per l’autismo a Verona. Avrei tenuto a ribadire perché e come il direttore Marco Damilano, in uno dei suoi editoriali più belli in apertura del giornale, identificava Sergio Mattarella come voce dell’istituzione e non come ideologo di professione in trasferta premio al Quirinale, mentre il discorso è altro e riguarda la voce della democrazia e la riassunzione del passato in un presente sempre più avanzato, nel quale non smettono di fiorire le radici di una stagione storica importante, ovvero quella tra Ottanta e Novanta, quando la sinistra democristiana si propose come unico serio avversario al postcraxismo e al berlusconismo. Avrei anche sperato di intercettare una provocazione che a mio parere fonda il titolo di copertina de “L’Espresso”, ovvero l’ironia per cui, contro il modello ormai trascorso di Forza Italia, non può crearsi il partito Forza Buoni. Avrei espresso questi desideri, scrivendone, perché da scrittore nutro una fede assoluta nel testo e quindi nel segno, una laicissima religione che mi sembra ripristinata nell’editoria italiana da pochissimi soggetti attivi e perlopiù giornalistici, in primis proprio da “L’Espresso” di questa lunga trasformazione dell’antropologia non soltanto nazionale. E invece: no. Non si può discutere di queste, che sono tutt’altro che amenità, perché proprio ieri due giornalisti del settimanale, Federico Marconi e Paolo Marchetti, sono stati aggrediti da neofascisti che commemoravano le morti di Acca Larentia, secondo ritologie dettate da Avanguardia Nazionale e dai postumi di Stefano Delle Chiaie, due tra le molte entità che sarebbero costituzionalmente vietate. Sembrerebbe di essere nel 1979 e infatti “L’Espresso” sta dicendo questo da mesi e mesi: la marea montante, che alcuni avventatamente definirono e definiscono antipolitica, è al contrario politica: è di matrice fascista. Non si sta a portare le prove di ciò, perché è la realtà stessa a produrle. Come, esattamente come, lo Spada jr che prese a testate il giornalista di “Nemo”, Daniele Piervincenzi, ieri i guappi neri, capitanati dal leader romano di Forza Nuova, Giuliano Castellino, i neofasci hanno malmenato, identificato, estorto materiale professionale al cronista e al fotografo de “L’Espresso”, a fronte delle forze dell’ordine, spettatrici non paganti di un episodio gravissimo di violenza ideologica e fisica, mentre avrebbero dovuto condurre immediatamente in questura il Castellino stesso, che al momento è sottoposto al regime di sorveglianza speciale e sconta il divieto imposto di girare liberamente, tanto più per pugne e manipoli di balilla in libertà. Sollecitato sulla questione, il ministro responsabile delle forze armate medesime, si è rifugiato in un breve generico intervento, a tema galera per i cattivi, che in galera o quasi già ci starebbero, appunto, se qualcuno facesse rispettare le ordinanze dei tribunali. E’ un episodio che riveste una certa crucialità, umana e ideologica, con due giornalisti insultati come “pennivendoli”, secondo la retorica politica in voga in questi mesi e nella pancia della nazione da molti decenni. La solidarietà concreta e fraterna agli aggrediti non è scontata, poiché non è che i colleghi delle testate di area centrodestrista o governativa siano corsi a portarla, secondo le più viete e storiche pavidità del comparto giornalistico italico, che risalgono a Cavour e passano per Mussolini, arrivando fatalmente all’oggi. Tuttavia mi sembra che uno degli atti concreti che posso compiere io nel mio piccolo è proprio ribadire il valore, l’attualità bruciante e la rilevanza della copertina de “L’Espresso” di questa settimana. L’antidoto all’attuale e sempiterno malcostume italiano è tutto lì, nelle parole e nella storia personale del Presidente della Repubblica, nell’opera d’arte che ha collocato accanto a sé durante il discorso di capodanno, nello sprone che alfabeticamente ha deciso di veicolare il settimanale, quel “Forza buoni” che significa soltanto questo: “Forza umanità”.

Andamento lento: la voce di Matteo Salvini durante i comizi e sempre

Una volta stavo vedendo “Propaganda live” di Zoro & Tutti Gli Altri, e, se non la vedevo, col cavolo che mi mettevo a sentire un comizio di Matteo Salvini, e quelli di “Propaganda Live” erano al comizio romano di Matteo Salvini, seguivano una coppia che andava in giro con un precetto evangelico su un cartello, ma io mi assentavo e non seguivo più la vicenda, perché restavo ipnotizzato da voce retorica ritmo energia fonica di Matteo Salvini. Era un cupo sottofondo, basso continuo, una melassa audio che non arriva al baritonale, ma resta sospesa in una sostanziale parlata da montagnino o lacustre, posti umidi dove si fa la polenta, nemmeno in rifugio ma più in basso, delle villette fuori dal centro di Limone Piemonte o verso Piazza Torre, un tono da casalingo di Cerro Maggiore, monotono con chine precollinari credute un Everest, un’atmosfera tra corde vocali impossibilitate al gorgheggio e intese soltanto al poltronaggio di quelle tonalità tipiche di Roberto Fogu che cantava la sigla italiana di “Jeeg Robot D’Acciaio”, un procedere lutulento in una palude di fanghiglia viscosa e grigia, il ragionierismo del geometra di Cazzago Brabbia o del Bustocco, tanti Giancarlo Pagliarini collassati in una gola un po’ infiammata e da trattare al massimo con lo Iodosan, più farina che Farinelli, la sensazione di giocattoli rotti e in disuso non in una soffitta ma ai margini di una terra di nessuno in via Zama prima degli zingari, una carrozzina per bimbi anni Settanta con le ruote di gomma piena bianchicce e deformate nei raggi capovolta, la monotonia non del bisonte nelle steppe americane ma della mucca scottona che bruca nei campi del Cuneese tra Saluzzo e Fossano, battute la cui brillantezza si misura non con watt e volt ma con candele, il roco borborigmo del motore di una Fiat 850 color panna sporca di smog che si accende in una mattina di gelo nel gennaio 1980, nessuna peripezia verbale come in un regesto del catasto o in un organ house della Tau Marin® nella sala di attesa di un dentista con lo studio sulla circonvallazione esterna, quella pesantezza barbogia che fortunatamente è sconosciuta a sud e a ovest e a est dell’Emilia a parte il Molise, una compulsione fiacca senza sbalordimento, una ciaccona lenta, Ciccio di Nonna Papera in un fumetto in cui in ogni vignetta dorme e non succede nulla, schemi retorici nemmeno elementari e invece a basso numero di ottani, l’impennata della fantasia tipica di un impiegato savoiardo degli anni Dieci nel XX secolo, una sorta di Max Pezzali che canta la fine del cotechino anziché quella dell’Uomo Ragno, Mauro Repetto con 110 kg di più che salta accanto a Pezzali con il carrello da spesa al Simply al ritmo di tre ottavi, un comizio che incendia il popolo al massimo grazie alla Diavolina ma che è finita e ne rimangono poche gocce nella bottiglia in plastica grigio antracite, una slavina da cui ci salviamo non correndo ma camminando per digerire la cassoela con la cotica bollita e la verza che fa un po’ di rigurgito, la vis retorica che sta a quella di Luciano Lama come il tramezzino con l’insalata russa sotto cellophane all’autogrill sta al manzo di Kobe o al tartufo d’Alba trattati da Alain Ducasse, la verve di un pendolare che va a lavorare sui bus della Busnelli da San Donato o verso l’Idroscalo alle 7.35 di un mattino di nebbia, la vita vivente dei sottaceti accanto alla bresaola nei piatti alle cene eleganti berlusconiane, della rapa bianca messa sottaceto e sottovuoto e buttata via dopo un decennio che stava chiusa perché non sai se si è sviluppato il botulino, la gnàgnera del bambino macrocefalo a otto anni che ha 37.6° di febbre e non sai se mandarlo a scuola o meno, tutto come mettersi addosso una giacca a vento della Facis comperata quando c’erano le lire e mai indossata ed è troppo leggera per il freddo che c’è ma sei uscito di casa e sei lontano settecento metri ed è troppo per tornare a cambiarti e non hai voglia, una minestra di fagioli e strutto non nel piatto ma quando è nella pentola a pressione Lagostina sul fuoco lento… Potrei andare avanti all’infinito o allo sfinimento, come fa lui, ma per fortuna io non ho assolutamente nulla in comune con Matteo Salvini, per cui ciucciatevelo voi. Ciao.

“VENIRE QUI A UFO” – BREVE E GROSSOLANA DISTOPIA SALVINIANA

Nell’incredulità panica del pianeta iperconnesso e per il panico dei suoi abitanti, gli alieni si manifestano per la prima volta nella storia umana, forando l’atmosfera e posizionando la nave madre, prima basculante e poi immota, a due chilometri di altezza sopra il centro di Roma. L’umanità impazzisce a qualunque latitudine. Migliaia di device, radar telecamere e smartphone, riprendono il veicolo extraterrestre, che in longitudine copre l’estensione di due quartieri della capitale italiana, la quale diviene immediatamente capitale mondiale, ruolo che le è spettato sempre, in qualche modo, dai tempi del messia in poi. E’ una silenziosa e geroglifica presenza, si attende uno sbarco, un segnale, sono arrivati gli alieni!, quanto lo avevamo sognato!, quanto avevamo atteso questo imbuto della storia, sembrava che tutto convergesse verso questo fatto inaudito e ora è avvenuto, è concreto – ed è a Roma! Il pontefice si ritrae a Santa Marta, è indetto immediato il concistoro, mentre le forze delle nazioni unite convergono su Roma e tutto il Lazio e questo totem monolitico, enormemente grigio e a tratti abbagliante, staziona come una nube solida di polluzione, diossina in cristallo di un incendio da una discarica, una punizione silente anticoegizia e cosmicostorica: miliardi di umani con il naso non insù, ma dentro gli schermi di più varie dimensioni. Panico. Sentori di epidemia mondiale. Dicerie planetarie testimoniano di certi morti risorti. Il papa parla, finalmente, e chiama gli alieni “fratelli e sorelle”. Finché arriva la prima presa di posizione politica a livello mondiale: il vicepremier e ministro per la sicurezza italiana, Matteo Salvini, emana una legge speciale in cui si dichiarano sospesi i diritti di questi pezzi di merda spaziali, cialtroni del cazzo che vengono a ufo (!) qui da noi, pretendono che ce ne stiamo buoni e arrivano per fare i loro porci comodi: porci chiusi! Gliela facciamo vedere noi a questi che s’illudono che siamo una fazza una razza, allora mettiamo la fiducia su questo provvedimento urgente e la vota la maggioranza e passa. Il presidente firma la legge speciale, qualcuno dice che è in contatto telepatico con gli alieni e sa già come andrà a finire e quindi firma con un sorriso ineffabile e forse beffardo e forse no. Spezzeremo le reni agli alieni, ammesso che le abbiano. L?italia è la prima nazione popolare de-extraterrestrizzata e la seguono subito tutte le nazioni, che urlano ai quattro venti, tutte, nessuna esclusa: “Prima gli italiani!”. Allora dall’astronave aliena arriva un raggio perforante, che incenerisce all’istante il ministro degli interni italiani e scompare accelerando verso spazi interstellari. Carbonizzato, il ministro tuona che il popolo è con lui, ma tutti si sono rimessi a giocare su Candy Crush o a guardare i gattini e nessuno se lo fila più. L’ONU dichiara di lì a poco che è abolita l’Italia e il pianeta finalmente, dopo millenni che si è ciucciato la Stivale e i suoi angoscianti abitanti, tira un sospiro di sollievo ed è così che finisce l’universo: primi gli italiani, ma a scomparire. Fine della breve e grossolana distopia salviniana.

Sergio Mattarella, il migliore dei Presidenti

E’ compìto e aureolato, la pettinatura cubica emana riflessi azzurrini, in qualche modo abbaglienti. Lo sguardo lampeggia. Il sorriso è tremulo, accennato, onnipresente, un’incrinatura piacevole per un sentimento di affetto, che arriva a sconfinare con la commozione. E’ possibile commuoversi per un Presidente della Repubblica? Per me, no. E: mai. Non mi commuovevano le immagini abborracciate del guappo democristiano Giovanni Leone, le sue corna esorcistiche, il suo nucleo famigliare al balcone in cui mancava Lurch, l’attentatore della gazzella dell’affaire Lockeed, costretto alle dimissioni. Non mi commuoveva l’evidente narcisismo di Pertini, un sortilegio praticato sul corpo della nazione e a cui mi opposi interiormente quando ero meno che adolescente, un’ipnosi collettiva capace di insegnarmi la virtù del minoritarismo, questa maledizione costante nella mia esistenza piccina, per cui ciò che l’italiano gradisce in massa risulta eminentemente schifoso – sembra uno snobismo, ma è perlomeno una bussola su come orientarsi nella peggiore delle antropologie occidentali, che risiede proprio in questa calzatura bucata e abbandonata nella pozzanghera insanguinata detta Mediterraneo. E poi? Ci si poteva commuovere forse per Cossiga, nella cui vicenda storica e personale l’unico atto di sincerità profonda e spaventata fu l’istantaneo imbiancamento della cofana, alla morte di Aldo Moro? Quei suoi angeli verbali, suasori occulti e palesi, quei rimandi non vagamente minacciosi, quei messaggi obliqui lanciati a depredare il preconscio di un Paese estremale, sempre sul vertiginoso bordo dello sfinimento, dell’annullamento, dell’infarto morale e cognitivo: li odiavo, gli alert di Cossiga, altroché commuovermi… E mentre le genti italiche lancinavano lo spazio respirabile con ululilii di allarme per la tenuta democratica a fronte del berlusconismo cavalcante, emergeva il conservatorismo gesseo di Oscar Luigi Scalfaro: quel doppio nome da stirpe regale decaduta, un Luigi XIV con la sagrestia al posto di Versailles, quel cognome duro e liscio, non arrampicabile, inscalfibilmente protestante, quella “r” arrotata, la presenza muliebre della figlia che faceva da coniuge, quel lutto silenzioso… Scalfaro era per me il parroco eletto allo scranno più alto della nazione, faceva da schermidore con il tycoon a sangue freddo, il Caimano che incarnava l’eterno rischio di fascismo, di antiparlamentarismo, di rivoluzione abissale della psicologia collettiva, visceralmente gestato ed espulso nella realtà dall’utero italico, con il suo Miracolo, il suo Sogno, il Grano come valore non negoziabile. Il cristianissimo sovrano con l’erre moscia contro l’arricchito borghese di prima generazione: c’era ben poco da commuoversi. Men che meno commozione di fronte al cipiglio neorisorgimentale di Carlo Azeglio Ciampi, un altro dal doppio nome, regale anch’esso, ma di un casato minore, savoiardo, votato alla Repubblica più immaginaria della storia, tra mobili moganati e ciglioni azionisti, più Pacciardi che Pannunzio, l’angosciante tecnicality finanziaria messa al servizio di un progressismo regressivo, con il culto cavouriano che seguiva quello garibaldino del fu cinghialato socialista e la consorte che bacchettava le scelte di palinsesto di RaiUno e i comici volgarotti, questa Signora Franca il cui nome era l’aggettivo corrispondente, un’ulteriore cofana nel museo dei ricordi della Repubblica… E poi – e poi: Napolitano. Già mi commuoveva poco quando era il vessillo dei cosiddetti miglioristi, amico di Henry Kissinger e unico comunista con il pass per gli Stati Uniti, ma da Presidente mi irritava in lui il decisionismo ai limiti dello sconfinamento istituzionale (limiti nel senso che andava al di là, non che ci si avvicinava), così pure l’accettazione del secondo mandato, assentendo con diniego, ma comunque accettando. Per non dire dell’invenzione tecnocratica del gabinetto Monti, una scelta scellerata che stiamo tuttora pagando con l’emersione perpetua di fascisti e sfascisti al governo e sempre difesa con l’argomento della stretta necessità imposta dai mercati, quando l’impatto di quel governo è ridicolo in termini di storia del debito e della ristrutturazione del Paese. Quando si fece per la prima volta il nome di Sergio Mattarella, e lo si fece proprio poco prima che il solare Napolitano accettasse di malavoglia la riconferma al Quirinale, pensai: non c’è niente da fare, si morirà democristiani, o tutt’al più miglioristi, in questa landa desolata. Non conoscevo Mattarella, se non per i massimalismi che la stampa parlamentare concedeva a un lettore poco più che attento, come me. Mi sembrava uomo di compromesso e di velocità lentissima o di lentezza in qualche modo veloce. Ero colpito, negli anni, dalla sua capigliatura e dall’azzurrità del bianco che calzava in testa. Apparteneva, nella mia percezione, a qualcosa di diverso dalle ultime e forse ultimative epifanie delle seconde linee democristiane, chiamate a fare da curatori fallimentari della Balena Bianca: e dico persone come Gerardo Bianco o, che so?, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti, Savino Pezzotta. Conoscevo la tragedia personale e politica di Sergio Mattarella, ricordavo bene la fotografia mai seppiata e invece sempre livida e quasi vetrificata, in cui si sporgeva dalla portiera dell’auto dove gli avevano massacrato il fratello. Mi parve, la candidatura quirinalizia di Mattarella, una scelta di comodo per una Presidenza tranquilla, che sopisse l’interpretazione fin troppo energica datane dal predecessore. Ovviamente, mi sbagliavo. Con me, si sbagliava Renzi. Renzi, ritenendolo una sorta di inoffensivo pelouche, aveva insistito su Mattarella, rompendo con Berlusconi e archiviando per lui sciaguratamente il patto del Nazareno. Silvio, avverso al nemico di sempre, ovvero la sinistra democristiana, di cui Mattarella era un campione ormai ai limiti del ritiro a vita privata, voleva Giuliano Amato (io e altri milioni di italiani, invece, no). Una riedizione dei tempi che furono: socialisti contro sinistra Dc. Il giovane Bomba fiorentino si era impuntato, pensando che non gli avrebbe fatto ombra il neopresidente con la parlata sussurrata e all’apparenza tenera. Il postadolescente fiorentino aveva dato così inizio alla propria spettacolare e mestissima fine, durata da allora fin qui (non sono escluse rinascite o nuove reincarnazioni, peraltro). Quando fu eletto Mattarella mi trovavo in un bar dietro viale Monza, vedevo Boldrini e Fedeli, costei tutta rossa nella cabeza come Clio Napolitano, e poi arriva lui, incassato e mite, il nuovo Presidente. Colui che con soffice diplomazia aveva fatto fuori politicamente Vito Ciancimino, il moroteo amico di Ruffilli, il dimissionario che si sottrasse allo sconcio della legge Mammì – era pressoché tutto ciò che ricordavo di quel venerabile signore, cauto nel passo, schiacciato dai lutti, solo senza essere solo e certamente non solitario e avvertii una scossa al nervo morale e pensai: è come Ratzinger. Io non sono cattolico e neppure battezzato, ma l’elezione di Ratzinger al soglio pontificio mi colpì tantissimo. Mi aspettavo un chierico sottilmente reazionario e rimasi accecato dal carisma mistico dell’uomo, che, infatti, abolì di lì a poco il limbo dei non nati e praticò letteralmente il “nunc dimittis”. Mi colpì così tanto, che mi misi a fantasticare su di lui, in un romanzo, “L’anno luce”, che avrebbe finito per prevedere con largo anticipo il suo abbandono del mondo e la kenosi, ovvero la fine della Chiesa prima di un nuovo inizio, che non è poi quello inaugurato dall’attuale pontefice. Ecco, con Mattarella arrivai a percepire un’acuzie dell’intelligenza, una rettitudine morale, una capacità di essere qualcosa più che padre – poiché il nonno è il padre che ha superato il padre ed esiste un buddismo preternaturale dei nonni, a cui i padri non possono giungere. La gestione della crisi, il morbido monito, la fermezza flessibile e la capacità di adattarsi ai flutti della piccola storia nazionale, l’argine soffice e la morbidezza come forma dell’indefettibile, l’utilizzo della lingua nella sua più cristallina evenienza morale, l’abilità a tessere, ad “assumere un’iniziativa” istituzionale al culmine della crisi e a “collocare accanto a me” disegni inviatigli dai ragazzi, mentre pronuncia con quella cauta fretta pudica, tipica di certa Trinacria dello spirito, le 1.700 parole del discorso di fine anno, la geometria etica e civile con cui “ribadisce” valori fondamentali non soltanto della Carta, ma della convivenza, la radicalità di prendere parte per le opere di bontà, la delegittimazione degli argomenti propalati dai correnti glifi umani al governo – la semplicità che integra e non si oppone alla complessità, il presidio della democrazia rappresentativa e del parlamento come casa del popolo, la rappresentanza di uno Stato che sia comunità e apertura, l’umanità intensa e tremula, vibrante e concordemente riconosciuta a questa splendida persona: ecco, tutto ciò mi commuove. E’ il primo Presidente a commuovermi. Lo vedevo lì, nell’isolamento accompagnato da milioni di sguardi in quello studio eterno, dove tengono nei decenni questi discorsi spesso privi di rilievo e questa volta no: che rilievo hanno le cose dette da Sergio Mattarella! Lì col disegno regalatogli, dietro la spalla sinistra, le bandiere nazionale e continentale ammainate per assenza di aerazione in questo ufficio rococò, teosofico, massonico cardinalizio, una sagoma assisa scomodamente sulla sedia presidenziale, un uomo del Novecento che continua a essere uomo nel nuovo millennio e affronta i fondamenti del vivere civile, con la delicatezza radicale che gli si riconosce pubblicamente. Si vorrebbe abbracciarlo, essere da lui abbracciati. Si vorrebbe volergli bene e infatti glielo si vuole. Tanti auguri, Presidente!

MEMORIALE BAMBOLEGGIANTE E SETTANTINO DEL BIAFRA E DEI FRATELLI CERVI, NEL 28 DICEMBRE DI TUTTI GLI ANNI SEMPRE

MEMORIALE BAMBOLEGGIANTE E SETTANTINO DEL BIAFRA E DEI FRATELLI CERVI, NEL 28 DICEMBRE DI TUTTI GLI ANNI SEMPRE

Allora eri piccolo, con il lego costruendo la nave astrofisica molto distante dalla polvere in sospensione sopra il bordo della tazza di polvere di cacao di Ovomaltina, con Dino Zoff in una pubblicità standard sulla carta dell’Ovomaltina indossando una maglia nera con colletto clergy della Juventus in porta, a dire di Ovomaltina in un furlano chiuso quasi dialettale nell’accento trattenuto nella torre di ebano di Dino Zoff coi suoi silenzi taciturni e l’andamento di pietra cuoio macchina di legno molto lento ed efficace (prende sempre la palla, non segnano mai), e in questa pubblicità dell’Ovomaltina Dino Zoff appare nelle riviste mi pare, dicendo stringatamente che devi berla, con il latte o l’acqua non importa, e subito arrivavano i genitori piccoli borghesemente a dirti che dovevi rispettare la memoria dei SETTE FRATELLI CERVI AMMAZZATI DAL NAZISMO, in una località oscura emiliana di trebbiatura e campagnolo, in una di quelle case magioni dedicate alle famiglie con molti figli (erano sette), tipiche della famiglia Fratelli Cervi, da rispettare con un sacrario sempre, esattamente come sempre IL BIAFRA con i bambini che non sai cosa darebbero per mangiare il riso bollito nel latte con la pellicola di finta panna e salato, perché hanno pance gonfie spropositate inumane, tipiche dei periodi umani di carestia gravissima, con molte mosche che camminano sampettando sugli occhi semichiusi di cispe dovute alla fame endemica di un intero sottocontinente a sud del mondo detto IL BIAFRA, molti avvoltoi seguono cautamente attenti per uno sciacallaggio dei corpicini appena morti i bambini, non sappiamo dove è questo Biafra e odiamo tutti i bambini che si degnano di voler mangiare quello che avanziamo noi e incombono come una punizione disgiunta dalle botte, ma di ordine morale, noi bambini immorali siamo schiacciati da un ordine morale nel 1975, tutto è bianco e nero e con colori strani evidenziati molto da una realtà che non possiamo mostrarvi nelle immagini di oggi, andiamo a scatti, come Ridolini, come Simpatiche Canaglie che era un telefilm bianco e nero ma pieno di grigio, con i bambini pestiferi che azionavano un’automobile piccola per bambini ma vera e uno che cantava “Al volante di una Ford!” (testo di Rino Ciglio, musica di Franco Campanino), con una peste magra dai capelli a ciuffo di brillantina e una faccia di conglio rotondo con delle efelidi femminili tipiche di bambini anglosassoni CHE SONO DIFFERENTI IN TUTTO PERTUTTO DAI BAMBINI DEL BIAFRA, mangiando marmellate e lo sconosciuto bacon, molti millenni prima del sushi e dell’odierno di Cracco Cannavacciuolo, noi mangiamo chimicamente, il Philadelphia, il Dover nel bicchiere di vetro è un formaggio fuso nel frigor che va a freon e molta salute chimica grazie a tutti gli E-148 in questo tempo dominato DALLA PIETA’ DEI FRATELLI CERVI, sterminati nell’aia cortile con i ruspanti che avevano, ma poi scoprivi che c’era il loro genocidio in un poligono di tiro dell’Emilia, sempre eternamente nel 28 dicembre di qualunque anno nella Seconda Guerra mondiale, dominata dai nazisti, ovunque e sempre i nazisti, dentro i fumetti di un emiliano detto Bonvi, incomprensibilmente nel linguaggio italotedesco per ironizzare sopra i nazisti o nei continui temi nelle elementari sui SETTE FRATELLI CERVI, abominevolmente vittime di una strage di nazisti che non hanno avuto pietà nemmeno per uno di loro, lasciando soli la mamma e il papà dei FRATELLI CERVI, Gelindo Antenore e nomi così, non casuali in quel periodo di anni in bianco e nero, con un’immensa guerra battagliera ovunque, Dino Zoff era l’erede designato dei fratelli Cervi molti decenni da allora, tigoso e umile e orgoglioso nel suo immenso silenzio di solitudine difendendo da solo una porta, prendere sempre la palla o respingerla con un’eleganza di pudore scontroso tipicamente friulano, i friulani sono silenziosi e sopportano in silenzio tutto il loro terremoto, lo riducono a una cosa loro capitata in salotto e rimettono a posto tutto da soli, senza chiedere aiuti ingenti e dispendiosi dati agli amici degli amici di quelli che si lamentano ad Avellino nella Campania, con molte roulotte male in arnese con dieci, quindici figli mostrati ai giornalisti per fare pietà, a De Mita Andreotti Craxi, che vanno a fare i sopralluoghi molto lontani dalla gente comune, Andreotti è un’ente astratto di Partecipazioni Statali e potere aereo ovunque, con la pelle cartacea di fronte alle lettere di questo Aldo Moro da questo carcere, detto Brigatista, un nome fatto di brivido e di stragismo, quando Paolo VI e Moravia salivano sui loro podii ai funerali di Pasolini e di Aldo Moro per morire di lì a poco dentro un immane dispiacere questo Papa che era stato a Venezia Milano prima del conclave e veniva portato sempre su questa sedia sospesa sulle spalle di persone volontarie che lo trasportavano, che bisognava definire “sedia gestatoria”, in qualche modo vicina dunque all’aborto di cui si parla nei manifesti provita verde acqua con un germinativo feto subito dopo l’ovulo spermatozoo, con un cordino ombelicale che dorme e non è umano, è alieno, c’è sempre il divorzio aborto nelle nostre vite insieme a I SETTE FRATELLI CERVI e i BIAFRA, te lo dicono sempre, genitorialmente, anche nella scuola dove c’è il sindacato dei maestri cattivi vicini al fascismo detto LO SNALS, che si impegna oscuramente a garantire delle case apposite agli insegnanti che aderiscono, in dei condomìni ricoperti di klinker fatti apposta solo per gli insegnanti, vanno e vivono lì in quei condomìni, e tutti gli insegnanti dello SNALS detestano i SETTE FRATELLI CERVI e esitano a dare il titolo del tema di quinta elementare su: I FRATELLI CERVI oppure LA BOMBA ATOMICA, che esplode grazie all’URSS USA, in una guerra fantascientifica svoltasi nell’imminente presente, stile DAY AFTER, con esplosione sempre al largo di un’autostrada bloccata di un ingorgo fiume fatto dalle auto di tutti quelli che scappano per sfuggire alla bomba e invece la vedono in un fungo luminoso sull’Autostrada del Sole di qualunque nazione, con una peste bubbonica radioattiva che arriva e li uccide in sei giorni stando sotto una tenda allestita all’impronta, con una dottoressa volontaria in un ospedale di campo volontario, privo di gerarchie e con molte flebo in giro per aria, ma il tema preferibile è I SETTE FRATELLI CERVI, ogni anno per tutti gli anni passati e a venire, a cominciare da quando i nazisti impietosi hanno uccido nel sadismo di quel periodo militare UNO PER UNO I SETTE FRATELLI CERVI figli di Alcide e Genoveffa, che sono rimasti a piangere senza neanche uno dei figli fratelli Cervi, e allora a piangere, a fare finta di piangere, in occasione di questa ricorrenza della Resistenza, che era un momento solidale dell’àmbito civile prima della bomba atomica ma che arrivava lì, a fare esplodere le bombe atomiche nella Nagasaki di Hiroshima, da cui nasceva Godzilla che era una semplice lucertola e poi per l’esplosione della bomba radioattiva e delle radiazioni della Nagasaki di Hiroshima diventava tale, Godzilla, personaggio interpretato da un giapponese coperto di un costume a forma di Godzilla, sopra Tokyo camminava sputando fuoco e arrivavano dei Power Rangers con strane tute tutti uguali ma diverse per il colore, il colore arrivato nei nostri schermi e nelle vostre menti!, con un telecomando di tasti taglienti per i polpastrelli molto duri da premere schiacciandoli, per cambiare il canale, e le mosse di questi Powerr Rangers (uno rosso, uno verde, uno blu, uno giallo), per sconfiggere come Goldrake e poi arrivava Platini e nessuno parlava più dei Fratelli Cervi con i nomi stile Ovidio Ferdinando, neanche del Biafra.

“Roma” di Alfonso Cuarón: un capolavoro

Bisogna parlare di “Roma”, il film di Alfonso Cuarón, e farlo per come posso farlo io, da scrittore che si perde in un certo cinema e non in altro. Anzitutto: è cinema. Non è scontato, a oggi. Sono andato a vederlo allo storico cinema Mexico, un film messicano proprio lì, in uno dei piccoli templi che preservano l’esperienza cinematografica in senso radicale, ovvero vintage. Le teste si muovevano, c’era casino, poco mancava che qualcuno fumasse: eravamo nel 1971, nello schermo e fuori. L’ultimo capolavoro che ho visto al cinema è “Youth” di Sorrentino – poi, un’infinita infilata di proiezioni angoscianti, italianissime o italianissimamente doppiate, con quell’enfasi dell’attore provinciale, che fa tutta la nostra scuola di doppiaggio, un tempo celebrata e oggi davvero patetica, nell’esprimere l’asse privilegiato Garbagnate-Ostia Lido. L’esperienza cinematografica mi si sta rattrappendo in uno schermo a qualche pollice, il divano che irrita la sciatica e la vaga notizia che i popcorn là fuori resistono al 2.0 e continuano a impestare le sale moquettate strapiene di acari e svuotate degli eroici fumatori settantini. Non avevo visto nulla, assolutamente nulla, sul e del film di Cuarón, nemmeno avevo letto le critiche veneziane, quando si era aggiudicato il Leone e veniva discusso soltanto per via della distribuzione in sala con produzione Netflix. Avevo scorto soltanto qualche riga inerente il realismo radicale, l’eterna nenia dei molti cloni di Rocco e della sua fratellanza, la persuasione e la rettorica sul b/n splendido splendente. A fine visione di questo assoluto capolavoro della mia contemporaneità, travolto dalla bellezza e dalla complessità e dall’acuzie artistica di questa pellicola digitale, ho goduto del tempo minimo per formulare il pensiero che, per l’appunto nella mia contemporaneità, la quasi totalità degli antichi filologici e dei recenti astorici è in grado di misinterpretare (se va bene) o di praticare con ingenuità qualunque opera che aspiri a e vada a realizzare lo status predetto: quello di opera, di opera d’arte. Esistono miliardi di sguardi sul cinema, c’è posto per tutti, ovviamente. Ciò che mi risulta intollerabile non è affatto la poliedricità degli approcci, ma, definitivamente, l’incapacità di cogliere l’eccezionale in opere che traboccano del medesimo. Per esempio, una legione di critici professionisti e non ha incensato “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, un film per me ininteressante sotto qualunque risguardo, e questo ci sta. A irritarmi è invece il fatto che, laddove si dovrebbe convenire che si dà un’eccellenza, l’utilizzo delle categorie per valutarla appare a dire poco sballata o superficiale. Per cui il film di Cuarón, pur celebrato appunto come capolavoro, lo sarebbe per motivazioni ridicole e trascurabili: la rappresentazione della lotta di classe, il ricordo nostalgico del tempo che fu e che fu vissuto così dall’autore, l’emozione (non ne posso più di questa ideologia del finto emotivo), la costruzione dei personaggi e la psicologia o la sociologia o il “secondo me” autoriale – e perché non allora la resa perfetta degli accessori automobilistici oppure l’influenza dei mondiali di calcio sulla vita collettiva in Messico? Vorrei dunque liquidare qualunque posizione ingenuamente contenutistica e ogni trepidare stilistico, per dire come la vedo io, letteralmente, da scrittore: cosa ho visto io, guardando “Roma” di Alfonso Cuarón? Ho visto il cinema. Tutto il film ha come materia il cinema e dimostra che il cinema è la panna della visione e della sensorialità, una percezione che intercetta il farsi del reale, la storia storica come l’esplosione degli universali nel cuore di quell’essere angelicamente demonico che è il fenomeno umano. Non c’è un’inquadratura, non c’è una scena, non c’è una sequenza che non sia purissimo cinema: la visione impressionante che porta a cecità. Questa è la dialettica tra luce e tenebra (con la sfumatura delle ombre tutte) che motiva realmente la scelta del bianco e nero, optata da Cuarón in modo quasi tirannico, essendo egli non soltanto il regista, ma anche l’autore della fotografia e del montaggio di questo portentoso colpo a sistole e diastole del presente artistico, non soltanto cinematografico. La storia, intesa come trama e vicenda, non è il precipuo interesse di Cuarón, anzi: liquida gli eventi per arrivare ad apici di rappresentazione nelle bolle e nelle derive che la liquida visione subisce per lo sforzo autoriale. E’ tutto un “Gravity” (esiste una clamorosa e mozzafiato autocitazione del kolossal spaziale, nel cuore di “Roma”: un’incredibile rallentamento della vicenda per dare spazio, ed è spazio cosmico, ha un film altrui, di genere fantscientifico, che colloca l’operazione sci-fi all’interno dell’opera omnia di Cuarón stesso), solo che il vuoto extratmosferico è la materia stessa della storia storica, come vicenda collettiva di sperequazioni di umanità, crudeltà, tragedia, relazioni casuali e ritorni continui dei protagonisti su se stessi e sui propri antagonisti. Ogni segmento di questo film, alla faccia dell’ideologia che vorrebbe l’opera contemporanea come *non respingente* e *leggibile* ed edulcorata, si iscrive nella memorabilità e resta lì, nella sospensione in cui le immagini fisiche fluttuano nel nostro preconscio. A fare l’elenco delle memorabilità di questo film si perderebbe la decenza verso le lettrici e i lettori – si attraversano gruppi michelangioleschi in riva all’oceano, escoriazioni architettoniche e domestiche come nella magistralità di Béla Tarr (che mi pare uno dei riferimenti espliciti di questo Cuarón), visioni di sala cinematografica ampie 270° con camera fissa, canti di cinerei personaggi in riva all’incendio del bosco, coreografiche adunate di tanti piccoli soldati dell’impero cinese in forma di statue semoventi, irruzioni dell’immaginario pop e fumettistico e televisivo che divengono istoriazioni e bassorilievi dell’universale (operazione che qualcuno dovrebbe praticare sugli eroi Marvel e che Marvel, una delle più efficienti centrali produttive dell’ideologia cretina del contemporaneo, rifiuta di fare praticare sul proprio pantheon). E, soprattutto: il parto della bimba che nasce morta, uno degli apici della cinematografia di sempre, un abisso della visione, un collasso della sensorialità, la vita più vera della vita stessa – questo inganno salvifico che il cinema ha promesso dagli esordi, mantenendo la promessa stessa, a vantaggio e svantaggio di noi, fatti immobili spettatori, corte del corteo regale su cui si avanzava il monarca sciocco che il carnevale ha sempre idolatrato. In questo caso, quel monarca è lo sguardo di Cuarón, un artista che da sempre si è allineato a quella promessa fattaci dal cinema tutto e che questa volta riesce a superare, come hanno fatto tutti i grandi. Qui c’è la storia del cinema, davvero: c’è Kubrick, c’è Welles, c’è Murnau, c’è Bergman, c’è Antonioni, c’è Houston – ci sono *tutti*. Sono sussunti e trascesi, in modo che da ora in poi si possa dire: qui c’è Cuarón. Il quale non fa un film sugli universali: va oltre gli universali. Non è un’opera sulla pietà o il dolore, è piuttosto un’opera *fatta di* pietà e dolore. E’ il tragico, indistinguibile dall’epico. Che sia Messico 1971 o Italia 2018, l’equalizzatore Cuarón si assume il compito di livellare tutta la storia, il che solitamente pertiene alla morte o all’oblio. E’ questo il compito che il cinema compie, culminando infinitamente: fare morire, fare dimenticare, nel momento in cui vive e rende memorabile la materia della vanitas. Il cinema è barocco o non è: soltanto il pirla contemporaneo non comprende che nel più essenziale e astratto e minimalista dei film si rattrappisce la funerea radioattività del barocco. E si potrebbe parlare delle interpretazioni, tutte strepitose, e delle scenografie e delle luci e della struttura narrativa e della simbologia e dell’aggrumarsi delle funzioni tragiche e della natura opposta alla civilizzazione incivile e del politico (la scena della manifestazione giovanile è devastante: devastante) e della dialettica tra cieli e terrestrità e della femminilità che genera e governa tutto e dei padri assenti e delle fisionomie che tracciano un tempo e del tempo interno in conflitto con quello cronologico e del fantastico che nel b/n ha un rilancio inaudito e del metacinema che qui si fa e di mille altre prospettive ed evntualità: ciò non servirebbe a catturare un grammo di più di quanto si possa fare, di quanto ci è lasciato in dono di compiere: puramente guardare, puramente sentire.