“Report” su Savoini, Salvini etc.: non deve succedere nulla, è già accaduto tutto

Con un giorno di ritardo ho recuperato la puntata di “Report” su Savoini, Salvini, i neonazisti, i network cristiani tradizionalisti e compagnia per nulla bella (nell’immagine: il compagno Salvini presso le merende russe). Si indigna chiunque, perché sembra non succedere nulla. Mi stupisce sempre una simile ingenuità, di élite e collettiva al contempo. Non ci vuole molto a comprendere che qualcosa è *già successo*. Nulla a discapito dei bravissimi giornalisti, per un’inchiesta che ritengo memorabile nella storia del nostro giornalismo televisivo (l’ultima a essermi apparsa come degna erede del livello, per dire, di Zavoli, negli ultimi anni, fu lo speciale sulle migrazioni a “Piazzapulita”: sconvolgente). Tuttavia chi conoscesse anche solo per sfioramento come pensa e opera l’intelligence, cioè la forma più acuta e acuminata di indagine politica a livello planetario in tutto l’arco della vicenda umana, si renderebbe ben conto di ciò che l’inchiesta ha reso implicitamente evidente (l’intelligence funziona anzitutto per ossimori): 1) il dilettantismo geopolitico di gentaglia che, pur arrivando a cariche istituzionali di rilevanza, ritiene che si possa *fare* politica estera, mentre devi saperla anzitutto subire; 2) la supposizione grottesca che un’Amministrazione Usa sia il potere Usa, quando proprio non lo è; 3) l’ignoranza delle norme banalissime di quella pseudoscienza, che è la geopolitica, comporta l’ignoranza di te stesso, quindi la tua sempre imminente fallibilità; 4) di un colpo solo, ed è un colpo che dura da vent’anni e passa, ti metti contro gli Stati Uniti, il Vaticano e l’Europa; 5) in tutta la trasmissione non viene mai pronunciata, neanche per caso, la parola decisiva, che è sempre quella mancante, e in questo caso e “Cina”; 6) puoi avere il 98% del Paese che ti vota, ma ti sta votando il 48% del Paese reale e quindi lo 0,02% del pianeta; 7) il pompaggio psicologico degli attori che ritengono essere attori, mentre sono pazienti, cioè passivissimi utili idioti, è il pernicioso segno che la stolidità umana non cessa di lasciare il segno sulla sabbia della storia; 8) sei morto spiritualmente e politicamente. Non che pretenda di dare lezioni ad alcunchì, tantomeno a torme di piccoli e irrilevanti semicamerati, che manco hanno il coraggio di dirsi camerati, mentre sono impiegati in grisaglia che battono i tacchi nel corridoio di una redazione secondarissima in Italia e non dico nel mondo. Tuttavia mi rendo conto a 50 anni che avere lavorato presso la Presidenza di Montecitorio a 24 mi ha permesso di chiarire per sempre alcune categorie di fisica spirituale e di psicologia della guerra. Quello là diceva “Ciaone” e “Bacioni”, mentre il pianeta lo salutava, comminandogli il bacio della morte. Quindi: ciaone e bacioni. Non deve succedere nulla, è già accaduto tutto, anche se la totalità della nazione continuerà a gonfiarsi di sego e di buiacca.

Intervento su “popolo”, su “chi” e su “?”: “Popolo chi?” alla Casa della Cultura

Direttamente al link del podcast, per 16 minuti parla politicamente e letterariamente il miserabile autore: nuovi socialismi, riesumazioni gramsciane, classi popolari e case popolari da Calvairate a Quarto Oggiaro, correzione valoriale del primo articolo della Costituzione, militanti del Fronte Nazionale che attacchinano contro gli “allogeni extraeuropei” a inizio Novanta, non lotta alle ma distruzione delle disuguaglianze, conquista dell’io e assunzione del noi – se si vogliono vedere e ascoltare in proposito le spoglie dello scrittore, che dunque mangia misteriosamente, si può grazie allo streaming della Casa della Cultura di Milano. Qualche giorno fa (il 17 ottobre, per la precisione), sono intervenuto alla presentazione di “Popolo chi?” (Ediesse), libro che condensa i risultati di una ricerca sulle classi popolari, splendidamente svolta da Cantiere delle Idee. A presentare il testo, insieme a me, il direttore della Casa della Cultura, Ferruccio Capelli, il ricercatore Loris Caruso, uno degli autori, e Veronica Pujia del Sicet. Il dialogo è stato molto fecondo, la ricerca è davvero importante e il tema lo è ancor di più. Buona visione, buon ascolto.

Il corpo di Franco Battiato, l’anima

Ed eccoci, a guardare il corpo di Franco Battiato. Il suo silenzio, la sua assenza, la sua malattia hanno dato l’occasione all’oscenità del discorso dominante (a cui si accenna qui più sotto) di parlare infidamente e vergognosamente con inaccettabile rumore, insostenibile presenza e la boria dei finti sani, che sempre si accompagna al momento terzultimo del grande show, prima della morte e della canonizzazione. Così va il mondo ora, ci vuole Spotify perché i giovani sappiano che esista Lucio Battisti, altrimenti non lo sanno, e perché venga giudicato dai più recenti come un artista banale dalle melodie piatte. Cazzi loro. Invece, quanto a Battiato, sono cazzi miei – sono *anche* cazzi miei. Franco Battiato è il motivo per cui io ho iniziato a scrivere e non ho mai smesso, indipendentemente dall’interesse che ho suscitato negli altrui sguardi. E’ una questione interiore. Ricordo, alla morte di De André, l’esplosione del cordoglio on line in forum dedicati, all’interno dei quali rintracciavo messaggi di commozione inutile da parte di amici e conoscenti, spalmati sull’intera nazione. Reagivo con un moto di schifo netto e un senso di colpa intermittente per il fatto di non intendere minimamente la mia partecipazione in quel gorgo di lacrime elettroniche, sguaiatezze sentimentali, enfasi del lutto per conto terzi. Il primo muro del pianto, che avremmo visto erigersi sempre più di frequente, con l’apice mostruoso di quelli che erano Charlie. Moto popolare, il necrologio, come il meteo – qualunque giornalista conosceva bene questa amara verità di massa, e in parte la conosce anche oggi, nell’età in cui non si conosce più niente. In questo tempo numinoso per certi versi e oscuro per altri, o forse per i medesimi versi, accade che Franco Battiato, ovvero la mia infanzia umanistica e la mia pubertà letteraria, si eclissi. Che lo faccia intenzionalmente o meno, poco importa. Perché lo faccia, se per una grave malattia degenerativa o per un moto umorale non ricomponibile secondo le armonie dell’interiore, poco importa ulteriormente. Il fatto è che non c’è in scena. Chi non è in scena, si sa, è fuori dalla scena: quindi è nell’osceno o, più spesso, è osceno. Non è questo il caso di Franco Battiato. Il fatto di averci creato l’immaginario pop e meno pop gli butta addosso un carico di responsabilità che gli sono state lautamente pagate nel corso degli anni, fortunatissimi per sua stessa ammissione. E’ stato splendido, vero? E continua a esserlo e lo sarà, sempre, splendido: uno splendore che è stato l’oggetto stesso intorno a cui ha fatto musica e testo Battiato. Osservarlo in immagini che potrebbero risalire a un anno fa, nella sua fragilità anagrafica e, da quanto si comprende se si guarda il suo sguardo, ben più che anagrafica; apprezzare l’incertezza di fantasma che sempre ci coglie quando andiamo declinando, ammesso che si abbia la supposta fortuna di declinare e non di interrompersi di colpo; desiderare, con l’ardore che ha cantato egli stesso, portargli conforto, ricondurlo dove non esiste lo smarrimento; riparare l’indifeso, recuperare l’offesa; sentire insieme il tempo; amarlo di più, mentre già lo si è amato di più; comprendere davvero cosa significa che torneremo ancora e in quali corpi e con il medesimo pneuma – questi sono gli effetti di un’oggettività, che è la soggettività di Franco Battiato esposta in evidenza e nascosta privatamente. E per ciò stesso: grazie. Grazie, gratitudine al tempo, alle anime, all’esserci e all’esserci stati. Non ci sarà mai, mai, mai oscenità.

Lo spirito editoriale

Quando il testo sembra avere perduto consistenza, poiché l’umano non guarda più al mondo come se fosse un grande testo da leggere, e questo succede dopo millenni in cui l’umano pensava al “gran libro del mondo” e a deità che erano creatori nel senso in cui gli artisti creano e quindi anche sono *scrittori*, il testo si raddensa, si contrae divenendo pesantissimo, grumo di senso inalienabile, difficilissimo da reggere perché pesa come piombo arricchito – e si contrae in due testualità: le Sacre Scritture e il discorso politico. Cesare e Dio, in apparenza, ma sbagliando come sempre tutto: poiché Cesare è il corpo fisico e Dio è il corpo misterioso o, più correttamente, il corpo misterico. Allora cosa deve compiere chi è addetto al testo? Deve tessere, poiché il testo è il textum, ovvero ciò che è tessuto. Una delle modalità di tessitura, all’incrocio tra Spirito e Corpo, ovvero tra anima e politica, è, per me inaspettatamente, il giornalismo. Dalla costruzione editoriale viene sollevato il soggetto preposto, cioè l’editore. Questo accade perché, quando il testo si raggruma, si va a un’indifferenza tra hardware e software. Il discorso politico e quello animico diventano un’apertura al dialogo con il mistero, il quale mistero per i giornalisti consiste nell’ombra di verità. O si è apostoli, essendo giornalisti, o non si è giornalisti: il giornalismo è un apostolato. Chi non è giornalista eppure si crede tale, in questo tempo, entra nella nebula assai confusa tra palinsesti e contenuti, tra attimi sempre brucianti e navigazioni prive di rotta. Chi invece compie l’apostolato dell’ombra della verità, si ritrova a costruire un oggetto che è un soggetto. In questa differenza si apprezza il discrimine tra l’azione immorale e la giusta azione. Infatti esistono pochissimi giornalisti. Quei pochi che esistono muovono un colpo formidabile a ciò che oggi si autopretende letteratura, perché la scrittrice e lo scrittore non hanno più contezza del discorso originale, cioè del mondo come testo. Non ha alcuna rilevanza parlare di scriventi bravi o cattivi, ma centra il problema definire chi scrive in connessione con il senso: è il senso a costituirsi come *problema*. La scrittrice e lo scrittore sganciati dalla progettualità, che è la prima manifestazione del senso, non sono nemmeno perniciosi, perché sono inutili. Un conto è la chiacchiera e un conto il discorso. Gli stili e i generi devono generare progettualità in base al senso del discorso: devono fare la forma. E’ per questo motivo che un settimanale può risultare più letterario di tutta la letteratura secreta dal tempo presente. Per aderire all’intensità che impone l’esposizione al senso, serve un’alta temperatura spirituale, non il gradiente civile di ciò che si fa. Il rapporto tra padre e figlio è spirito, oppure non è e diventa trauma, con tutta l’enfasi e l’intera retorica che si trascina dietro l’ecclesia del trauma – poiché, all’apparire del trauma, il fenomeno umano elabora subito una chiesa, per riparare e ripararsi. La chiesa del trauma espone al rapporto col mondo in forma di contratti. La macchina burocratica è la voce ossificata di questa contrattualizzazione totale dell’uomo con il mondo: il contratto media la violenza non dell’uomo sul mondo, ma del mondo sull’uomo. Chi scrive davvero, chi è letterario, non si pone in questo rapporto lugubremente binario tra sé e mondo, abolisce il contratto, va in terra incognita. Di qui, immense responsabilità e assai indesiderato rapporto con il potere da parte di chi scrive (ovvero pensa) letterariamente. Tali responsabilità non impongono alcun trauma a chi è letterariamente nel mondo: la fatica non è traumatica ma è fatica, la sofferenza non è traumatica ma è sofferenza, la stanchezza non è traumatica ma è stanchezza. In chi intrattiene un rapporto letterario, cioè spirituale, con il mondo, da subito e per sempre, si impone un violento adeguamento tra sé e mondo: non una percezione bina, foss’anche gemellare, bensì una percezione unificata. Questa percezione unificata esprime un grado non tanto di oggettività, quanto di nitore dello sguardo sul mondo. Il momento in cui l’amaro calice viene esaurito e non c’è più nulla da bere è la letteratura, cioè lo spirito. La costruzione editoriale di un’entità di mondo, che sia un libro o un giornale, cade sotto questa struttura dinamica, in cui il sé sparisce (l’io è già sparito da subito) e il mondo anche, il tempo si contrae in un punto e lo spazio si offre per essere visto. Sentire profondamente è il presupposto: è disposizione al soffrire, è consapevolezza del piacere. Ciò non ha nulla a che vedere con la vita psicologica di chi scrive, che di preferenza sarà una vita in cui il piacere, e in particolare quello fisico, non si sa bene cosa sia, è turbativo, fonte di preoccupazioni o di distrazione.
Il fenomeno umano è un fenomeno editoriale.
Ho detto.

#VotoaiSedicenni

Sulla proposta del voto per i sedicenni mi occorre sottolineare un aspetto specifico, che considero fondamentale. Si può dire tutto, si può decidere tutto, ma non è davvero possibile affermare che i *ragazzi di oggi* (questo meme in qualche modo spettacolare, che da una anno prima della mia nascita circola per il Paese e per il mondo) siano più informati di un tempo. A parte il delirio circa l’informazione, la quale viene propalata come elemento fondante una supposta maturità, mentre è il metabolismo a creare eventualmente le condizioni per una sia pur minima comprensione delle dinamiche reali – a parte questa cazzata nemmeno tanto furibonda, c’è poi il fatto che non è oggettivamente vero. Un giovane di media cultura scolastica oggi sa molto meno di un suo coetaneo dello stesso ceto cinquant’anni fa. Non vale tanto il sapere che è a disposizione: davvero evviva Wikipedia, davvero gratitudine infinita alla Rete. A creare il cortocircuito è la disabilitazione della domanda, attraverso l’enfasi a cui è stata sottoposta l’idea stessa di trauma. E’, questa, la storia dell’alienazione di massa negli ultimi decenni, che coincide con la vicenda della guerra all’intelligenza collettiva, che gli apparati statali hanno lanciato contro le comunità. A farne le spese sono stati i giovani, sempre meno inclini a ribadire con violenza il diritto collettivo al progetto, all’esperienza di senso. La soggettività abbisogna di conflitto e non di domande da rivolgere ad altre classi anagrafiche. Strappare con potenza se stessi dal mondo e nel mondo richiede una presa di contatto con se stessi individui e con se stessi collettività. Ciò non sta accadendo, a prescindere dalle recenti mobilitazioni in nome di una scienza che risolve il problema planetario. Non sto affermando che quella mobilitazione non sia benefica e occasione di uno scatenamento popolare decisivo. Affermo invece il contrario e cioè che il giovane, oggi, è sottoposto a un fuoco amico e nemico, a base di silenziamento implicito della domanda sul mondo, la quale non può essere che anarchica, intrusiva e sgradevole. In questo tempo possiamo osservare i due rovesci di quella medaglia che è l’onorificenza da apporre sul petto di una generazione: l’insurrezione a Hong Kong, ovvero la manifestazione più palese di cosa sia realmente l’assetto e la vocazione e la sconvolgente proposta della sinistra; e i ragazzi occidentali, che vanno in surminus di consapevolezza, esperienza e sapere collettivi, se stanno a quanto propina loro ciò che nuovamente possiamo additare come “sistema”. La circolazione media di conoscenza tra le fasce giovanili va di pari passo con il crollo delle soglie di attenzione a cui sono sottoposte – un dato sconvolgente, che testimonia di una modificazione neurale dei cervelli più freschi (se si è scettici a riguardo, si legga “Brainstorm: The Power and Purpose of the Teenage Brain” di Daniel J. Siegel, per rovesciare in azione politica la perplessità). Non c’è niente da insegnare ai giovani. Chi avesse in animo di esercitare nei loro confronti una pedagogia in merito al dominio dell’azione, non può permettersi di sfogliare o produrre alcun trattato sul saper vivere a uso delle giovani generazioni. E non può permettersi di concedere nulla che non sia stato non dico richiesto, perché la richiesta è l’inizio della fine della coscienza collettiva, ma preteso e strappato con violenza esercitata sulle cose e sul cielo. Tutto il resto è moralismo finzionalmente bonario e inaccettabile paternalismo, maternalismo, nell’epoca in cui non i giovani non sanno essere giovani, ma i padri e le madri non sanno essere padri e madri. La lotta di classe è lotta di classi anagrafiche da molto tempo e deve tornare a essere ciò che da sempre e per sempre è: lotta di classi esperienziali. Ho finito.

“Io Hitler”: la nuova edizione

Mi pare di capire che sia oggi definitivamente in libreria. Ha ripreso il suo titolo originale, “Io Hitler”. C’è una postfazione inedita, che inizia così: «A distanza di dieci anni dalla pubblicazione questo libro rimane un alieno. Non è un romanzo e non è un saggio, non è cronaca e non è dramma. Questo libro è un alieno perché l’alieno è il suo oggetto, che è doppio. Ripristinando il titolo originale, “Io Hitler”, si mette in luce la natura bifida dell’oggetto: da un lato c’è l’io e dall’altro c’è Hitler. Distinti, essi sono una cosa sola. Nel luglio 1930 Hitler pubblica sul giornale di partito, il Völkischer Beobachter, un articolo in cui traccia il bilancio della crisi dei nazisti tedeschi, che lui ha risolto: si contano in questo intervento centotré occorrenze della parola “io”. Il pronome è legione, nel caso della prima persona, “il più lurido dei pronomi”. Il nome Hitler è il più lurido dei nomi? È legione? Se Hitler è la persona Hitler, si tratta dell’individuo, ma la tesi di molta storiografia e sicuramente della teologia della Shoah (che costituisce l’ago della bussola per quanto concerne il presente libro) è che Hitler sia allo stesso tempo Hitler e più che Hitler o, per dirla con lo storico Joachim Fest, egli è la “non-persona”: privo della basale empatia e della prova di realtà, questo io gonfiato invade la vicenda del Secolo Breve e la staglia nell’inferno che accoglie da sempre le tragiche prodezze della specie umana sul pianeta Terra…»

La domanda che @beppegrillo pone, vincendo tutto

 

Il testo politico in questo momento mi sembra quasi più letterario del testo letterario. Sarà perché ho una concezione molto ampia e una sensibilità peculiare su quanto è letterario – qualunque azione è per me una retorica precisa e la retorica stessa non è che un ordinamento dell’azione. Fatto sta che, se dovessi leggere il testo politico attuale, da noi in Italia, non mi verrebbe in mente di definire lo stato delle cose in termini di crisi della democrazia. Tutt’altro. Il pieno risultato del populismo si apprezza per me in questo: che l’elettorato si sposta con la stazza della deriva dei contenti, ma alla velocità della fibrillazione atriale. Ogni steccato, ogni traccia e consistenza di coerenza sono aboliti. E’ per questo che alcuni pensano, e non del tutto a torto, che sia sufficiente il piano della comunicazione, il machiavellismo superficiale e d’accatto, l’inconsistenza etica come stella polare. Invece l’intelligenza del testo politico, quindi la sua tessitura, richiede calibri e qualificazioni più profondi e sedimentali. Per ciò che vedo, il quadro è dominato al momento da un’intelligenza politica molto irregolare, però ben più profonda e insistente delle altre in gioco, ed è quella di Beppe Grillo. Come sanno tutti coloro che mi conoscono, non inclino minimamente e anzi contrasto con ogni mezzo ogni tentazione populista, ogni sconfinamento oltre le competenze, ogni piaggeria alle bad vibes dei deliranti specifici di turno, il parafascismo della supposta democrazia diretta (entrambi i significati di “supposta”) contro quella rappresentativa, le derive gravissime in termini sociali e addirittura etnici che le istanze del M5S hanno portato e comportato. Qui però il ragionamento è diverso. Beppe Grillo ha inventato il populismo contemporaneo, lo ha imposto, lo ha inoculato e lo ha superato. Le decisioni di Matteo Renzi sono state possibili ed effettuali soltanto grazie a una intuizione di Grillo e non per un salto triplo compiuto da Rignano a Palazzo Madama. Grillo ha in mente una nuova cosa e questa è la ridefinizione della sinistra. Ciò che osservo: non sembra che in molti se ne accorgano, mi pare che l’interlocuzione verso Grillo non sia intensa e tantomeno continua. E’ un errore fatale. Grillo pone la domanda su cosa sia la sinistra, mentre in tanti ritengono che la risposta al quesito consista nel cercarla. Per quanto concerne me, ha vinto Grillo su tutta la linea, tranne che sulla risposta che non gli stanno dando.

Oltre la storia e al di qua della storia: narrare la larva spirituale

Mi capitava ieri di rimettere gli occhi, e assai poca testa, sul racconto per me più prodigioso de “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace. Il racconto si intitola “Lyndon” ed è una variazione shakespereana e post-postmoderna sul presidente statunitense Lyndon Johnson, quello che giurò in aereo a poche ore dall’attentato a JFK. L’impressione che mi ha fatto, a distanza di anni, e quindi conoscendo questi anni, che DFW non ha potuto conoscere e forse nemmeno pienamente prevedere, è che si tratti di un testo che permane, poiché *ha senso*. E ha senso, con tutta probabilità, perché in questa età ad avere senso, in un modo inaspettato, è la politica, che paradossalmente sembrerebbe privata di valori e di materialità e di memorabilità e di dialettica e perfino di atout estetico. Nell’esplosione dell’alta tossicità che, solo qualche tempo addietro, si poteva definire “infosfera” e oggi è del tutto “sfera” priva di “info”, la luce modulare e accecante che cuoce le carni dei potenti mette in ombra l’inessenziale, che è il tratto e la cifra a distinzione dell’attualità. Connettevo la narrazione ironicamente statuaria di DFW a quel capolavoro di stile e cognizione che è “Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio (è uscito due anni fa per minimum fax), una delle tessiture e uno degli arazzi più ipnotici della nostra letteratura contemporanea, variazione sul corpo e sull’idea di giganti storici (Lenin, Stalin, Trotskij), seduta medianica in cui si evocano larve spirituali, della cui veridicità e affidabilità non si saprà mai. “Veridico” e “affidabile”, insieme a “larva spirituale”, sono già tre istantanei poli di attrazione del discorso letterario nel nostro tempo. Il verisimile non regge, al momento, si dimostra una fola, se applicato alla letteratura, mentre si trattava di una profezia, se applicato all’epistemologia del presente, dove tutto si gioca sulla verisimiglianza, sull’avatarismo, sulla digitazione a cui non serve nessuno che digiti. Le larve spirituali sono la letteratura, invece, e lo sono per sempre. Io non credo affatto che la narrazione del politico costituisca una fonte di sopravvivenza a questo interessante e tragico momento, che tutti noi viviamo ricchi di quote di disattenzione e di gellificazione del desiderio. Tuttavia il corpo del re è un corpo né terrestre né celeste, quindi è più interessante di qualunque corpo che non sappia percepirsi e terrestre e celeste. In questo momento la modulazione lirica può passare attraverso le corde vocali di quel corpo, di quel re – oppure non passa, questo è un fatto, che definisce la crisi della poesia, prima che l’accartocciamento e l’irrilevanza dell’attuale narrativa. Il re, né celeste né terrestre, è il peccato originale di un’intera potenza storica, che inizia nella pietra, si trasla in cartapecora e poi in carta, quindi si sfalda nel dashboard immateriale, dove le storie sono quadri frammentari, volatilità frizzanti e buscianti, ma incapaci di larvalità: la larva, per quanto sia incerta, dispone di una sagoma. La letteratura è il male, ma il male non sempre è letterario. Bisogna andare a prendere quel differenziale: il luogo in cui il male non è letterario. Il Regno è questo.

[Per una non incredibile coincidenza, non sospettavo minimamente che oggi fosse l’undicesimo anniversario della morte di David Foster Wallace. Resta nei nostri pensieri, come è giusto e ovvio]

Renzi e Grillo. Manca Bisaglia

Se si dovesse effettuare una valutazione politica in senso tecnico, come strategia che si declina in tattiche, e quindi prescindendo da qualunque valore, secondo i modi del risiko che sempre si porta dietro un sistema prevalentemente proporzionale, questa crisi, che ritengo sia la più drammatica dai tempi del grande dissesto nel biennio 1992-94, ha due vincitori e un ovvio sconfitto. Quest’ultimo, facciamo così: nemmeno lo stiamo a nominare. Se hai a disposizione un fine testa politica e decidi di non ascoltarla, per rivolgerti a un odontoiatra bergamasco, hai commesso un errore che dice molto di te, della tua psicologia, della tua anagrafe e del tuo midollo spinale. Dopo non avere nominato, ecco i nomi, quelli dei vincitori, che hanno preso la Jacuzia e la Kamchatka. Essi vivono e sono Matteo Renzi e Beppe Grillo. L’opportunismo non coincide quasi mai con l’opportunità, ma in questo caso all’ex leader PD sono riuscite queste mistiche nozze. A Matteo, corrisponde Matteo, come del resto aveva copertinato L’Espresso tre numeri fa: tanto spazio lascia il teterrimo Matteo, quanto ne prende il Matteo ridens. Dal punto di vista del tempo, della velocità di esecuzione, della capacità progettuale e del sistema coordinato tra cause ed effetti, c’è un unico responsabile per il fatto che Salvini non sia più ministro dell’Interno: è Matteo Renzi. Il risultato non minimo, bensì massimo, davvero, era questo e resto sconcertato quando misuro che molte persone sottovalutino questo fattore, non più K ma M. Levare quel ministero a Quello Lì era e rimane essenziale, perché l’abnorme gonfiamento in termini di consenso, che non è riuscito a gestire né a comprendere in profondità, nasce anche dall’esposizione che il tizio è riuscito a dare alla sua proposta, più linguistica che valoriale. Matteo Renzi ha fatto qualcosa, quindi non è più quello del referendum, delle dimissioni, del 18%, delle ulteriori dimissioni. E’ un refresh, un restart, qualcosa che pertiene un motore, un pc, l’alito cattivo – è questo l’elemento politico meno spurio, il più rilevantemente visionabile, anche se non del tutto visibile. L’altro personaggio, che sale sul podio più ambiguo della fase più ambigua nella storia della più ambigua tra le Repubbliche, è Beppe Grillo. Se non si saldava l’asse Renzi-Grillo, non si aveva questo risultato. Il comico genovese ci ha messo del genio: ha puntato tutto sull’uomo a cui ne aveva dette di cotte e di crude mentre gli stringeva la mano a Palazzo Chigi – qualcosa di fisico, non soltanto discorso. Grillo posiziona il M5S sul Pd, realizzando un suo proprio antico sogno e scommettendo sulla possibile creazione di un soggetto che scardini definitivamente la storia secolare di un partito a cui ha guardato nella sua vita con malcelata propensione alla critica per amore deluso e non corrisposto. Ma Grillo non guardava al Pci, guardava ad altro. Ora si propone una possibilità che ci dice a tutti gli effetti quanto siamo poco distanti dal 1992. E’ il sogno della Casa Comune, per come la enunciò Claudio Martelli. Con l’operazione compiuta su 5S e Pd, Grillo occupa uno spazio in cui Renzi non riesce a entrare e che, nel caso, deve violentemente occupare, schierando i carrarmatini viola al confine. Se il progetto Grillo fosse realistico, non dico realizzabile, Renzi non ha più spazio, è la fine di Renzi. Viceversa, Renzi ha spazio, addirittura può andare a riprendersi l’antica creatura che lo ha creato, anziché pompare adrenalina in un cadavere. Cosa manca a tutto questo scenario? Mancano Giovanni Galloni, Antonio Bisaglia e Mariano Rumor – e coloro che potevano votarli.

Altroché #PiattaformaRousseau. La transizione

Che si vada verso una democrazia non rappresentativa, mi pare un consolidato di questi anni: lo svuotamento del Parlamento è sotto gli occhi di tutti, le spinte al clic e all’informazione in solitaria, passibile di equivoci e induzione al falso, provengono da larghi settori. La delega di rappresentanza è il target di un tiro incrociato, mediato da approssimazioni che hanno un enorme valore predittivo, il che ne fa elementi di altrettanto enorme valore politico. Ciò che è predittivo, a oggi, è ciò che ha valore politico. Si inscriva in questa riflessione l’utilizzo, ed eventualmente non tanto l’abuso quanto il voltaggio mediocre, che una trovata come la piattaforma Rousseau può sortire in termini di impatto. Le critiche alla gestione privatistica di un mulinello del digitale che sta ad altezza 1997 (esattamente come la logica e l’estetica html), per ciò che credo, non colgono in nulla il momento angolare che la esprime e mi sembrano del tutto fuori asse, se non fuori contesto, come le lamentazioni intorno a Berlusconi e a ciò che sottintendeva il suo regno interruptus – siamo andati avanti più di vent’anni a osservare come tali critiche, del tutto inconsistenti sul piano letteralmente politico, abbiano sbagliato bersaglio. Ciò che viene invece sotteso da Rousseau è altro: è Google, sono i dati, è il controllo dei comportamenti di intere comunità, è Facebook a cui si affaccia l’idea di battere moneta. Una delle categorie forti del periodo in cui mi sono formato, di fatto, è ciò che fu chiamato a fine Ottanta in questo modo: presente avanzato. O si apprende a ragionare e agire in termini di presente avanzato, che è la zona in cui avviene il politico in tempi di accelerazione tecnologica e dunque antropologica, o ci si ritrova ad amministrare l’esistente, in modo più tragico che mesto. La questione della delega e della rappresentanza va ripensata, ma in modo estremamente puntuale e veloce. Il chiacchiericcio intorno alla disintermediazione, nel momento in cui la distribuzione anche materiale si è già rivoluzionata e agisce attraverso colossi attivi nella nostra vita ogni giorno, appare di una vetustà intollerabile e di un barocchismo tipico di certe decadenze. Anche la questione della decadenza è mal posta, perché la trasformazione è accelerata e risulta necessario pensare in termini di appassimento della trovata, per imporre un arco progettuale più lungo, certamente sedimentale, ma capace di rispondere secondo una programmazione di tipo diverso. Tutto ciò che qui ho scritto presume una domanda ineludibile: che cosa è l’universale oggi? E non l’universale spirituale, o metafisico ça va sans dire, bensì politico, cioè attualizzabile nella manifestazione delle collettività e nell’azione che un tempo fu detta appunto politica. Le tattiche e le strategie sono sotto stress. Cambridge Analytica è una precognizione modesta. Il transito è altro, la transizione è altra.

Da Natta in poi (o del fare un governo antifascista)

Non essendo un tesserato e nemmeno un tifoso del Partito Democratico, corpo e struttura politici perenni e difficoltosi nella mia vicenda cinquantennale, dei quali cui mi aguro la diminuzione e l’estinzione quanto a egemonia a sinistra, almeno da Alessandro Natta in poi, mi atterrei al piano valoriale, senza illusioni e senza infingimenti. L’unico momento valoriale, nell’incertezza cronica che questo corpaccione ibrido è in grado di comminarsi e di comminare nei decenni, per cui non sai mai cosa pensi dello Stato e dell’ambiente e delle grandi opere e del mercato e del popolo e della difesa e della geopolitica e dello statuto dei lavoratori e delle esternalizzazioni e dei servizi segreti e dell’autoritarismo e della mansuetudine delle masse data per scontata e della diplomazia e della scuola e della sanità, per fare alcuni esempi – l’unico momento valoriale di questo monolito di sassolini dovrebbe essere, e lo è con profondissimi tremori delle vene e dei polsi: l’antifascismo. Quindi, nell’attuale trattativa per un governo di legislatura, alternativo a quello gialloverde, il perno intorno a cui fare ruotare l’eventuale accordo, dovrebbe essere per me: l’antifascismo. Nicola Zingaretti dovrebbe dire: siamo qui per fare un governo antifascista. La prima e non ultima cosa da fare è dunque spazzare via le ingenti scorie di fascismo che ha inoculato ovunque Quello Là, nello sterminio e nello stupro che ha somministrato alle istituzioni e al contegno morale della nazione. Vanno cancellati subito quegli ex decreti, diventati legge, che sono una bestemmia lanciata contro la democrazia, oltreché l’umana pietà. Non si dovrebbe, a mio avviso, accusare gli ex alleati di governo di Quello Là, che gli hanno garantito l’approvazione delle Nuove Leggi Razziali.Si dovrebbe dire loro: siamo antifascisti, il governo a cui partecipiamo è antifascista e come valore ha l’antifascismo, quindi si levano di torno i codici fascisti. Lo vogliono fare? Non lo vogliono fare? Intanto il piano valoriale diventa l’unico livello della dialettica. O si parte di qui o non si parte, non si va da nessuno parte, non si è partiti. Bisogna radicalizzare lo scontro in nome del valore unitivo, che tutto spiega e che tutto motiva: l’antifascismo. Le politiche del lavoro, l’impostazione economica, il pensiero sull’educazione e sul welfare, sulle alleanze internazionali e sull’ambiente, sulla sicurezza e sulle garanzie di legge – tutto, ma proprio tutto, va desunto da questo valore: l’antifascismo.

PS. Non è difficile, Nicola, dài…

#crisidigoverno

Il discorso è molto semplice, anche se un minimo si dovrebbe fare lo sforzo di comprendere i termini con cui funziona la nostra democrazia, che è parlamentare. La legislatura non si piega alle polaroid che vengono scattate mentre essa avviene e snoda i processi di discussione nel parlamento, che è un organo sovrano del popolo sovrano. Non si comprende, quindi, l’insistenza in merito alla formazione di un governo “di scopo”, “di transizione”, “del Presidente”, “di transizione”. Un eventuale governo, alternativo a quello balneare gialloverde (balneare nel senso che stavano sulla spiaggia a guardare le persone annegare), deve avere il coraggio di definirsi per ciò che è: un governo politico. In queste ore si manifesta palese la fragilità grottesca di Matteo Salvini, la cui scommessa politica è tutta steroidea o, se è in linea con il sentiment, lo è secondo la logica delle polaroid. La politica non è questa forzatura immatura e degna delle peggiori dittature latinoamericane. Va dato atto a Grillo e Renzi, ovvero due persone che non stimo, di tentare in questo momento di fare politica. Secondo me le clausole di salvaguardia e la legge di stabilità non coprono l’ampiezza di una manovra politica che è indubitabilmente tale: è politica ed è l’unica manovra possibile, se si sta nel quadro di una legislatura, che copre al massimo un arco quinquennale. E’ vero che il ragionamento politico si inceppa nel momento in cui i gruppi parlamentari non sono compatti o risultano riottosi a un accordo che, in ogni caso, è di carattere politico. Il passaggio storico che ci troviamo a vivere, a mio davvero modesto parere e immodesto sentire, è la crisi governativa più drammatica da Tangentopoli in poi. L’architrave del pensamento, sempre a mio modesto parere e immodesto sentire, è la cruciale elezione del successore dell’attuale Presidente, nel 2022. Ritengo che sia da scongiurare in ogni modo un’elezione di comodo da parte di un parlamento ridotto a duma, per evitare il rischio che, per la prima volta nella storia repubblicana, l’arbitro sia un giocatore in campo (Bagnai o Tremonti al Quirinale sarebbero questa cosa). Delle strategie da applicarsi in queste ore, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi (perché questo è il tempo della democrazia: la Costituzione è una modulazione di tempo), posso discettare in privato o in pubblico, ma mi pare che sia imprescindibile agire politicamente, trattare politicamente: compiere la navigazione, che in Platone si definiva “seconda”.