Béla Tarr e il libro atro

Il prossimo libro, approssimativamente esattamente, lo faccio in questo modo. Poi, se non piace, pace & amen. Chissà se Béla Tarr si preoccupa se i suoi film *piacciono*. Secondo me, no. Che l’autunno del patriarca sia l’inverno del nostro scontento è una verità del mio tempo a cui non mi sento di aderire. Brucino tutti i quadri, divengano carbone le torce, tornino a vivere pietrificati i corpi, che l’atmosfera si addensi di metano!: si va di lì…

Altri prodromi al libro atro

Il prossimo libro introdurrà una discontinuità assoluta, rispetto a ciò che ho fatto e pubblicato fino a questo momento. Così come ho faticato a spiegare perché, dopo i ‘thriller’, avevo lavorato a “Dies Irae”; e dopo quello, era uscito “Hitler”; e come mai avevo ‘rovinato’ “Assalto” – dovrò forse spiegare, a qualche lettore interessato o deluso, come mai sono approdato a una letteratura così particolare e priva di genere qualunque, che non risulterà però scrittura sperimentalista. Alcune ragioni sono state addotte qui: http://on.fb.me/1nTrMIq. Il libro sarà anche e soprattutto quella foto: precisamente quella foto. Poi sarà evidentemente anche inclusivo di questa cosa scritta per “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli: http://bit.ly/1mWYCI3. Poi sarà anche l’esplosione della cupa sillaba e della buia immagine in questa sequenza di 7 secondi: http://bit.ly/1qqUSEd. Infine sarà il racconto che concerne un protagonista simile e più antico di quello che appare nel video di Gipi per “La cena” dei Massimo Volume, al link qui sotto (il testo di Emidio Clementi è fondamentalmente una modalità linguistica che incontra quello a cui già pensavo quando apparve questo pezzo, che per me è un capolavoro). Sarà dunque inclassificabile, inclassificato, un “fantasy idiosincratico”, ovvero una nera fantasia personale di quadri e stacchi e vicende di un universo che incrocia il nostro forse, obliquamente – ottone, ottocento, primonovecento, laguna, mucillagine, palude, metallo, legno, cronicità. La prosa non sarà elettrica o di avanguardia. Tutti i legni saranno tarlati, tutti i vizi sepolti cupamente, la chiave sarà nascosta sotto la lingua e l’umano rimbomberà nella caverna.
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Prodromi al libro atro

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Questa immagine di un “Kaspar Hauser” teatrale, il “Die Geschichte von Kaspar Hauser” di Alvis Hermanis, è emblematica del libro nuovo che ho in mente. Potrei dire, anzi, che proprio il nuovo libro *è* questa immagine. Pensando a questo nuovo libro, sto in un punto dove sono preda di vertigini e horror vacui: si tratta di non studiare più e di prescindere dalla storia storica, abolendo qualunque mimesi che non sia la mimesi di un’immagine interiore, la quale immagine richiama altre immagini e alcuni determinati contesti. Questi contesti simulano una normalità della narrazione, ma sono insufficienti a produrre una simulazione decente – vengono subito scardinati. Nulla di surrealista, però. I simboli volano via in un cielo drammatico. Non si tratta di redigere un sogno o più sogni. Non si tratta di costruire analogie, allegorie, metafore. La retorica diventa pesante, inorganica, e così il dettato, la musicalità della frase, il suo giro è plumbeo, o gesseo. Apparirà una specie di antiletteratura agli altri e, probabilmente, un libro “sbagliato” se non “finale”, di uno scrittore sfiatato, che non sa più bene cosa fare. E chi se ne frega? So bene che *per me* là dove vado cresce un margine di esperienza tra me e il testo, e, dunque, un po’ di esperienza nel testo è lì anche per qualche lettrice, per qualche lettore, in quella specie di teatro di titanio e di legno, in quel finto ottocentesco o primonovecento, in quell’improbabilità muta e grave – che ho in mente e metto su carta elettrica, sul bianco digitale, stampando la superficie di un cervello pietrificato, che pensa se stesso diramando molte e assai diverse scritture, molti testi, mondi, inaudite età.

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