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“Oscuro arcaico”: il secondo capitolo di un libro che non vedrà mai la luce

Pubblico il secondo capitolo di “Oscuro arcaico”, un libro inedito che non vedrà mai la luce, perché è cupo plumbeo e atro. E’ una fantasia malata, che snoda vicende incongrue nell’ombra infetta di un collegio eternamente primonovecentesco. Il primo capitolo è leggibile qui.

CAPITOLO SECONDO

“Mi lasciarono dormire, evidentemente, perché mi risvegliai al suono di una campanella in ottone a mattina inoltrata, come dedussi dal fatto che la parete a sud del colle Tenda andava rischiarandosi di raggi del sole obliqui, i quali si avventuravano nella gola in ombra.
I letti erano vuoti, tutti. Qualcuno non rifatto perfettamente comunicava una sensazione penosa di disguido e panico.
Mi infilai i calzoni della divisa, stando attento al buco di entrata nella fibbia, apprezzai come penetrava il fermo in metallo, ovvero l’ardiglione: pratico, pneumatico. Quindi mi precipitai nelle cucine, che avevo conosciuto la notte precedente.
Non si vedeva nessuno, sull’angolo di una tavola ampia bianca in fòrmica era stata sistemata una ciotola ancora calda, di caffè di orzo, e un tozzo di pane. La bevanda di orzo era acquosa e insipida, il pane sapeva di cantina. Quindi, ricontrollando la cinghia di tela che tenesse, i libri e l’astuccio ben sistemati, a perdifiato feci il corridoio che portava all’aula e bussai.
Il maestro dietro la cattedra era compunto e pignolo. C’era da aspettarselo. Venni presentato alla classe. Quei ragazzi mi parvero ostili, senza eccezioni.
Il banco in fondo a destra era dunque quello che mi era stato riservato. Trovai il manuale sotto il piano scrittoio, che si apriva come un cofano. I libri di testo non servivano. Qualche pastello di scorta era sparso sul fondo desolante di quella scrivania, insieme a una riga, una squadra in plastica trasparente e una lente di ingrandimento. Annusai i pastelli: era un odore di tempera e di pongo, confortante, un materiale di cera colorata, il giallo giallo, il rosso rosso, lasciavo le impronte digitali dell’indice su quella pasta colorata. Sono prodotti similmente i dadi di estratto di carne, marroni, ma un poco screziati, che ciucciavo anni prima, dopo averli sottratti segretamente alla mia madre dentro la dispensa. In quella madia, mi era stato riferito, veniva lasciato l’impastato del pane casereccio e il lievito a riposare, in un’ombra lievemente umida e pomeridiana.
Iniziammo tutti a leggere la prima pagina del manuale, pareva un abbecedario perché aveva le pagine grandi, i caratteri a stampa grandi, la carta grezza, il quale manuale diceva, come leggeva a voce alta e ferma il maestro:
“Quantunque a volte, graziosissime femmine, e maschi naturalmente, vi capiti di pensare di sembrare di essere qualcosa in qualche modo, noi tutti conosciamo, nemmeno quasi lo ricordassimo, e con certezza lo si potrebbe dire, sappiamo perfettamente che sarà gravoso, per voi, il cominciamento del sapere qui illustrato, con grandi affanni per via della memoria, che è imperfetto ricordo fallace e non una fantasia dei popoli, per quanto qui pure raccontati nel loro progredire verso le forme attuali di esistenza, e per l’età e per la fatica che segna la fronte, essendo che chiunque è niente, il più insignificante tra gli apprendisti, e dunque chini resterete su queste pagine, memorabili per voi, che sempre porterete in un cantuccio del cuore, custodendovi caramente l’insegnamento e la sua fruttificazione, la quale tanto vi sarà utile alla fabbricazione, nella società, di voi stessi, e dei vostri cari, esistenti già ora, e a venire, edificando il consesso e maturadone la pietà e l’amore”.
Fui stranito dal fatto che venivano convocate femmine, qui, e per di più all’inizio, trovandomi in un Collegio esclusivamente maschile, come dimostravano del resto quelle teste chine e torve, sulle parole del libro di testo, intente tutte a piegarsi come al di sotto di un bastio, invisibile ma non per questo meno pesante. Dunque erano costoro che dormivano nel buio della stanza quella notte!
Uno si attorcigliava l’indice ai capelli corti e unti, uno sembrava in cerca di pidocchi, sembravano dormire leggendo.
Studiai il maestro. Aveva una patina biancastra sulla lingua, una lingua che raspava il palato e l’interno degli incisivi, per fare le fricative, senza baffi, alto fino al limite superiore della lavagna, tutta già ingessata, sopra cui si stagliavano le cifre misteriose, le radici quadre, i numeri irrazionali. Aveva una giacca con un fregio che non mi parve quello abituale del Collegio. La grafite della lavagna testimoniava la propria età. Forse era del luogo: pensai alle pietre simili a quella grafite che secondo me avevano estratto da qualche faglia occulta del monte, magari una miniera verso valle: pensa, pensai, agli gneiss antichi, agli scisti, a certi calcari cristallini. La sua costituzione lamellare su cui vergavano con i gessi un po’ dappertutto, per conculcare le nozioni e mostrare apertamente a tutti che cos’è la mente, cioè un campo nero con cifre e grafemi insolitamente bianchi, fluttuanti, cancellabili, in un progresso dettato dal passaggio di questo stoppino a spirale grigio di feltro un po’ lanoso. Sappiamo tutti come si respira il gesso.
Si ritirava la sera in un’ala dedicata agli insegnanti e alle insegnanti, il maestro? Mi risolsi a scoprirlo entro breve tempo, purché quei ragazzi stolidi e secondo me cattivi me lo permettessero.
Mi incantai quindi fuori della finestra, alta sulla sinistra, dopo certe lamelle di carta stagnola messe lì a frusciare riflettendo i barbagli contro i piccioni selvatici vedevo profilarsi le stalle, ma non si notavano animali tutto intorno, tantomeno puledri o bretoni da tiro o agricoli, forse le avevano dismesse. E la parete corrusca di granito a grana grossa di questo colle Tenda, ombreggiava già e nemmeno era la mezza. Un ripugnante gatto randagio una volta avevo visto addentare le interiora di un ratto sventurato sulla soglia in pietra di una porta simile a quella che accanto alle stalle dismesse dava su qualche vano o direttamente sulle cucine. Mi riebbi.
Venni chiamato alla lavagna. Mi fu chiesto di dimostrare abilità nella grafia e prontezza nell’aritmetica. Svolsi i miei compiti con imbarazzo, per via del silenzio con cui il maestro scrutava le mie esecuzioni, senza annuire o concedermi un cenno di assenso, di incoraggiamento. Non mi interessava invece la pressione degli sguardi dei miei nuovi compagni, quei loro bulbi oculari sporgenti, addirittura infelici.
Non c’era pietà né grazia lì.
Il maestro fu soddisfatto e mi additò a esempio per tutti.
Alcuni di loro si sfregavano con le mani le parti intime e quindi fui portato a considerare quale visione deve sopportare un insegnante davanti a quella schiera con le gambe aperte, che soltanto lui può notare.
Avremmo affrontato la chimica delle cose, la trigonometria, la bella scrittura e ovviamente la storia, la tecnica, un po’ di scienza delle costruzioni. Era davvero il primo giorno per tutti, scoprii. Non si conoscevano, quindi. Mi sentii rassicurato da quella constatazione. A volte non serve molto per rasserenarsi.
Certi argomenti scabrosi mi hanno sempre intimidito. Ora non era più tempo di correre fendendo le felci del giardino grande e andare tra le vesti garzose della mia madre, a rifugiarmi in quel grembo cotonoso e privo di profumi, che dovevo ogni volta immaginare, figurarmi quali erano i sentori di una donna, e per di più della madre, forse salini o ittici. Allora tornavo alla palla, al cerchio di legno. I miei balocchi erano oramai scaduti, la fallacia della memoria era insidiosa, aveva pienamente ragione l’estensore del manuale.
Il maestro pretese di spiegarci dell’auditoria quando mancava qualche minuto al trillo della campana e infatti fu interrotto alla metà di una frase. Tacque con disappunto.
Mentre uscivamo dall’aula in ordine sparso, silenziosi ed effettivamente stanchi, avemmo l’impressione che un’ala della cretineria ci avesse sfiorato le nuche piatte.”

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Incipit di un libro fantasma: “Oscuro arcaico”

Oscuro arcaico è un libro che vorrei completare e non pubblicare presso editori. Mi piacerebbe distribuirlo in cartaceo, attraverso la Rete. Di cosa si tratta? Di una scrittura ottonata, ottusa, ottentotta. Una vicenda in uno spazio plumbeo, un’avventura in un tempo eternamente primonovecentesco, un’azione pesantemente caricaturale, una parodia tragica e irrisolvibile, un fantasy di natura altra ed estranea a ogni fantasy, una spelonca e uno spedale, dove Jakob Von Gunten e il giovane Törless non hanno nulla a che spartire con un’emulazione metallica ed estravagante di se stessi. Una cupa sessualità in un cupo sentire, un’ombrosa accolita di bambini maliziosi e adultiformi, una collage di college per un incubo scolastico del tutto idiosincratico. E’ un libro in cui apparentemente non si spende alcun contatto con l’attualità e la realtà è sovvertita da un indecente impressionismo. Pubblico qui il primo capitolo. Spero che non dispiaccia, confido che dispiaccia.

GIUSEPPE GENNA
OSCURO ARCAICO

Quando arrivai dormivano tutti, tutti.
Presi possesso del mio letto nella grande camerata buia, a stento illuminata dalla luce lunare che penetrava attraverso finestroni alti, le cui cornici erano consunte e sistemate con lo stucco. La coperta è immaginabile: marrone indefinito, due strisce chiare, colore panna, longitudinali, quel certo gusto militare che va avanti negli anni.
“Sarà questo il mio posto, dunque” mi dissi. Quasi attesi che qualcuno si svegliasse, al suono di vibrafono del mio pensiero.
La fanciullezza è sempre estenuante, perdura infinitamente. Si desidera che l’autunno venga.
“Lo studierò attraverso questi vetri” che mi parevano tanti schermi ondulati e irregolari, un po’ assiri, nella camerata coperta dal sonno. Anche io ero stanco. Le foglie di un tiglio pallido tichettavano contro uno di quei vetri, era un osservatorio naturale per l’autunno.
“Poserò le mie cose qui” e il buio si fece gigantesco, quasi fossimo un glutine digerito dalla pancia di Behemot, il famoso mostro biblico. Ero infatti stanco, per il viaggio e anche per il silenzio del mio padre, che avevo fronteggiato a ogni tornante del colle Tenda, tra i dirupi marziani e il torrente rumoroso e nero, fino al Collegio.
Eravamo infatti giunti, stremati alquanto, a tarda sera.
Il torrente Tenda spruzzava le sponde erose di ciottolato bianco, la fonte si trovava in qualche tabernacolo sulla vetta di quel monte arcigno, una escrescenza mostruosa, sembrava un cretese cresciuto sotto l’ascella di un colosso appestato.
Il Collegio era costituito da un edificio centrale dalla architettura considerevole a cuspide nella facciata, privo di ornamento e particolari a cui la visione potesse appendersi, a parte il graticcio di travi portanti a vista, di un legno forse mineralizzatosi. Il frastuono sotterraneo del torrente richiedeva qualche minuto ad abituarsi, poi pareva tutto silenzio, impropriamente.
Voltandosi, con le spalle volte alla facciata del Collegio, la valle crepitava di cicale ritardatarie verso la sera, era una feritoia chiusa e asserrata, una gola in roccia grigioscura e vegetazione impetuosa e disordinata, cupa di un lucore che disorienta chiunque. Quella facciata era fatta di una texture di pietra scura, lavica se non mi sbaglio.
Due parole su Behemot. Il Behemot è il più grande animale che vive sulla terraferma. Il “Libro di Giobbe” ricorda che si nutre di erba come un bue. Ha ossa tubi di bronzo, arti verghe di ferro; ogni giorno si nutre del foraggio di mille montagne enormi. Non abbandona mai le mille montagne e quell’erba che ha consumato di giorno risputa stupidamente di notte. A causa del suo appetito ne fu creato un esemplare unico, impedendo in questo modo che si moltiplicasse. Il suo mugghio è udito da tutti gli animali del mondo, per il terrore si fanno meno feroci e evitano così di assaltare i cuccioli per un anno intero.
Gli è stato vietato di vivere negli abissi. Ha la forza bruta. Dorme molto: per molti secoli. La sua pelle è fatta di graniti scuri. Non sogna. Suo nemico sarebbe il Leviatano.
All’incirca due ore ci vollero perché il Rettore accogliesse mio padre, calorosamente con una stretta di mano, affabile come lo spettro di una rivoluzione americana.
“Ha la divisa, il ragazzo?” chiese, ero incantato dalla sua marsina. Era lisa sotto le ascelle. Chissà quale tuba indossava quando usciva. Non seppi sul momento dire se l’uomo se ne andasse di notte ad abitare da qualche parte oppure dormisse lì, sospeso tra lavoro e lavoro. Quei baffi bianchi e biondi alla Thomas Jefferson non mi facevano simpatia.
Rimasi in attesa fuori dell’ufficio, contavo le brecce nella vernice vecchia, verde sanatorio. Dietro la porta col vetro smerigliato e lo stucco erano confuse le loro chiacchiere. Pareva un controcanto al ruscellare di quell’acqua, sfrenatamente la natura lancia i suoi elementi dentro il vuoto, io pensavo.
Ne vennero a una e fui chiamato nell’ufficio rettorale. Mi impressionò questo mobile forse Luigi Filippo, comunque fine Ottocento, che veniva usato a mo’ di scrivania. Dentro i cassetti laterali venivano conservati gli incartamenti forse. La grana della carta, a quei tempi, era porosa e restia all’acqua, gli inchiostri ne venivano dilavati, lasciando traccia di certe lacrime e immagini tristi quasi mariane.
“E’ questo il ragazzo!” disse l’uomo.
“Possiamo applicare qui la nozione di privatezza assoluta?” domandò il padre.
“Certamente!”
“Quindi posso dimostrare la sanità della sua costituzione. E’ integrale!” affermò il padre. Carezzò la mia nuca, i miei capelli ispidi parevano una ciotola all’incontrario. Con l’indice mi sfiorò il labbro superiore, saggiandone la tenerezza, poi mise il dito a gancio e sollevò il labbro, spostandosi a contatto delle gengive e dei miei denti, in orizzontale, poi aprendomi il labbro inferiore verso la gengiva, come un cavallo.
“Che denti!”
“Infatti. E’ stata dura conculcare nel ragazzo” e mi diede uno scappellotto “l’abitudine a spazzolarli bene”, appariva soddisfatto.
“Ok, è venduto!” disse quindi il padre. “Il ragazzo è vostro. Fatemi firmare il contratto”.
Sistemarono le incombenze dell’affare.
“La divisa” chiese quel rettore.
“E’ nella borsa”. Quella borsa era un rotolo di pelle consumata, due fibbie in cuoio la chiudevano sommariamente, una borsa da sella praticamente. I miei effetti giacevano lì dentro tutti compressi. “Va bene così” mi dissi.
Quindi venni affidato a un bidello in un certo senso imponente e matronale, alto e vestito con un grembiule bianco tazza un poco ingiallito. Senza parlare mi portò nelle cucine dietro il salone dove pranzavano e mi diede una tazza di latte caldo, senza parlare. Poi lo seguii verso la camerata.
Incontrammo casualmente il mio padre, il rettore lo stava accompagnando fuori, verso l’automobile. Mi strinse, forse eccessivamente, forse invece a segnalare che il momento era importante: “Non comportarti come sai e andrà tutto bene” mi sussurrò autoritario.
Provai a baciarlo sulla guancia e non vi riuscii, annusando soltanto un poco della sua pelle secca, che il mattino aveva asperso di un’acqua profumata, un elisir dopobarba.
Quando mi infilai sotto la coperta scolastica, militare, allora mi levigò l’amido eccessivo del lenzuolo di telaccia.
“Sì! Studierò di qui i segnali dell’autunno imminente” feci in tempo a pensare, ascoltando il crepitio lieve dei respiri assopiti di quei ragazzi e non mi chiesi altro.

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Il food nel libro atro

Il food nel libro cupo (gli interessati vedano qui: http://on.fb.me/1rgBuaW) gioca un suo certo ruolo:

Atra stagione è l’età delle nozioni. Bisogna affrettarsi all’apprendimento diretto, pratico, senza cinchescherie, senza farloccare in fantasie inafferrabili, quei fumi della testa a cui il pubere inclina e dai quali va corretto, riportandolo alla retta via del giudizio ben ponderato. La gestione dei pargoli ci impegna e ci stimola a progredire verso non so dove. Essi non hanno compreso quanta buona sorte muova gli ingredienti a miscelarsi, alla cottura, al bolo, finendo nel piatto di alluminio che sta a una spanna dai loro nasi moccolosi in mensa, nelle belle cene in mensa alle sei dei pomeriggi di inverno al colle Tenda. Fuori spiove a gocce larghe e il preside, sostantivo che è elisione di presidente così come il collegio è elisione della società tutta, annuncia che si può mettere a bagno la mollica nell’intingolo, fare scarpetta. “Senza macchiarsi la pettorina” ovviamente, rimbomba buona e gravida di conseguenze la gutturale dell’insigne direttore scolastico. Eseguiamo. C’è il mondo in quell’intingolo, una guerra universale di forme e di sostanze, un metabolismo prima della salivazione, un che di nuovo sempre, un pasto: la salsa è stata a lungo preparata dai fati, le bucce sono maturate nella coltivazione a cui il letame, com’è giusto che sia, ha contribuito con il suo fervore, di crescere e di trasformarsi come un lievito della terra, la mano rugosa e distante dal callifugo del contado ha sterminato i frutti, la loro morte si sa che è la nostra vita, la vegetazione non urla punto e noi ne facciamo un sol boccone, così, come niente fosse. Se la verzura fosse innervata di un qualche sistema di tendini e di bocche, ne ascolteremmo delle belle: straziati i pomi, all’olocausto i cocurbitacei, molando in tortura carotene e bucce d’agrumi: sfregare loro la cute abradendola, mettendo a nudo la polpa fresca, raschiando duro, sai che bruciore avvertono quelli. Sono viventi muti, dalle strane forme. Il cetriolo è inquietante: ammettiamolo. Quella zucca viene riattata a, essiccata, cassa armonica, sitàr, con chiavi e piroli se ne fa la tambura, essa è mostruosa ai primordi e incivilita agli esordi, per arricciarsi in rifiuto all’esito finale, come tutto ciò che è vivo finisce a incenerirsi, nell’ecpìrosi individuale prima, nella combustione universale poi. I sughi rappresentano il risultato di un’arte, cioè di una prolungata sapienza a cui si aggiunga l’estro di un genio. Questa persona è mani, è occhi, è nari, è l’immaginazione, facoltà sovrana, con cui si prevedono i sapori, prescindendo dalla ricetta. Questi artusi sono capaci di sminuzzare l’aglio e di invelenire col timo la conserva, la giardiniera la valutano se il botulino vi ha fatto il nido, specie mortale, come la umana dopotutto. Pestano il basilico, agitano la scarola, incruentiscono col brandy. Sanno quando una carne è rosolata e quando il pane, raffermo, è commestibile nonostante le muffe. Allora tutti noi lo mettiamo in bocca, quel tozzo secco e duro come il granito del colle Tenda, lo mastichiamo esclamando: “Che buono, ahi!, ci spezza i denti, che male!”. E’ curioso osservare la cucina senza il cuoco: la mezzaluna giace tra i cipollotti sul tagliere come un relitto di astronave, fatta di un un titanio sconosciuto agli uomini, che proviene da chissà che esopianeti. L’universo è fitto di queste steli di Rosetta. Si sbuccia la cipolla togliendole dapprima la tunica, facendo attenzione alla lama, alle nocche. I cavolfiori sbolliti fumano quel vapore che sa di zolfo e panecotto. Lì è il regno di alchimisti, che ti estraggono l’intingolo e la vivanda, fase acuta di un processo di febbre del minerale, che si sbriciola e si riaggrega in forma chimica, quindi perviene al vivente, all’organismo edibile, ma prima va ammazzato, poi va rilavorato, poi cotto per bene, manducato, quindi si dà inizio alla digestione. C’è il segreto della ptialina, che proviene da una ghiandola, disaggrega, torna minerale, poi fece, quindi ancora minerale: e così via, la vita universale è un gran trambusto. Noi mastichiamo educatamente, a dire il vero sguaiatamente quando ci capita, non rimpiangiamo nulla delle nutrizioni che ci hanno preceduto, sappiamo benissimo che siamo stati predigeriti dalle ptialine e cacati fuori chissà quante volte, ma ruminando sentiamo di esistere oro ora e non più, ci affezioniamo a questo andazzo, siamo tutti così: inerti ma in fondo cattivi, birbe che ti massacrano un padre vecchio o stuprano un’avvenente madre, rifiutano la matrigna, fanno il dispetto alle sorelline a casa, la quale casa non vediamo più e va bene così, in fondo non ci ha dato che dispiaceri e quando ci hanno venduto è stato come nascere di nuovo, consapevoli e ripuliti, rinfrescati, pronti a imparare i vizi e i dobloni, prima di rifarci cacca e di abbandonare questo bel mondo, questa disgrazia.

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Un incipit per un Libro Atro – un inedito

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Quando arrivai dormivano tutti, tutti.
Presi possesso del mio letto nella grande camerata buia, a stento illuminata dalla luce lunare che penetrava attraverso finestroni alti, le cui cornici erano consunte e sistemate con lo stucco. La coperta è immaginabile: marrone indefinito, due strisce chiare, colore panna, longitudinali, quel certo gusto militare che va avanti negli anni.
“Sarà questo il mio posto, dunque” mi dissi. Quasi attesi che qualcuno si svegliasse, al suono di vibrafono del mio pensiero.
La fanciullezza è sempre estenuante, perdura infinitamente. Si desidera che l’autunno venga.
“Lo studierò attraverso questi vetri” che mi parevano tanti schermi ondulati e irregolari, un po’ assiri, nella camerata coperta dal sonno. Anche io ero stanco. Le foglie di un tiglio pallido tichettavano contro uno di quei vetri, era un osservatorio naturale per l’autunno.
“Poserò le mie cose qui” e il buio si fece gigantesco, quasi fossimo un glutine digerito dalla pancia di Behemot, il famoso mostro biblico. Ero infatti stanco, per il viaggio e anche per il silenzio del mio padre, che avevo fronteggiato a ogni tornante del colle Tenda, tra i dirupi marziani e il torrente rumoroso e nero, fino al Collegio.
Eravamo infatti giunti, stremati alquanto, a tarda sera.
Il torrente Tenda spruzzava le sponde erose di ciottolato bianco, la fonte si trovava in qualche tabernacolo sulla vetta di quel monte arcigno, una escrescenza mostruosa, sembrava un cretese cresciuto sotto l’ascella di un colosso appestato. Continue reading “Un incipit per un Libro Atro – un inedito”

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Dal libro atro che si va facendo: “Tecnica cerebellare”

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Nelle ore alternative ai riti funebri che svolgiamo distruggendo uno per uno i ricordi di cui disponiamo, la cui tecnica di disgregazione non ricordiamo già più se ci è stata inculcata dai precettori del collegio al colle Tenda o è stata scovata per ventura da qualche birba delle nostre, la quale non si è fatta problema di inzigare il camerata più prossimo e di carattere floscio a praticarla per gioco, così da attirare via via i temperamenti più aggressivi e mimetici a un ludo e una mania, un uzzolo, un ticchio, con il sembiante di un’innocenzuola e invece salutare, di un salutismo da ventennio, costituendo tutt’assieme una gilda votata incrollabilmente alla meta e all’ambizione della smemoratezza: si fa così: Continue reading “Dal libro atro che si va facendo: “Tecnica cerebellare””

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Dal libro cupo e sordo che si sta facendo: Le soffitte

f996fb3a184f8e3219136b3b61e82210Seguendo la via regia dei balocchi, una volta, sotto la volta fresca dei soggiorni ai pianterreni, noi si conosceva che babbo e madre erano velami della mirabile visione, facevano velo e paratia, interdicevano, all’esistenza di soffitte o scansìe occulte, serrate dalle serrature incancrenite, cerniere secolari, cardini incrostati dall’antiquaria rugginosa sostanza di età in cui noi bimbi non eravamo, se non girini dell’immaginaria possibilità che l’universo medita di fare e che, si sa, andrebbe di lì a poi a concretarsi nel sego e nell’ossa di questi nostri corpicini nudi, adusi alla coccola e alla carezza, con i dentini a doppia schiera che vengono a galla nelle polpe gengivali e di lì danno sfogo alla voracità dei così detti piranha che ci siamo trovati a essere senza rammemorarlo nel mentre che l’eravamo, salvo poi pigolare i pianti come i coccodrilli, tutti a seguitare in pianti su pianti adulti poi circa le marmellate d’un tempo che fu e fu fumo, a cincischiare lacrime sui bui color melena, l’odorame di polveri antiratti e di ciprie, il vischio in mezzo alle gambe di cuginette e cuginetti, e l’innocenza tutta che i piranha si inventano di avere fatto a ruolo sui palcoscenici del mondo vano e tondo. Continue reading “Dal libro cupo e sordo che si sta facendo: Le soffitte”

Da un libro atro in via di facimento

Da un libro atro in via di facimento

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“Perché ti gratti la testolina?”
“Lo faccio per piccineria, Madre.
I bricchi di porcellana sbeccucciati mi hanno fatto male. La pubertà è un regno di inganni e una pasta d’ossa di sambuco nei giardini dell’infanzia dopo, andati oltre un certo limite. Mi pareva di avere le verruche genitali, i porri, le sostanze. Mi hanno terrorizzato i bui. Tutto questo è la Mitteleuropa, tra infanzia e uomo pubere è tutta Mitteleuropa. L’immagine di te, o Madre, con il Papone prima che se ne andasse con la Troia, apportando a entrambi me e te e il mio fratellino quella sofferenza di pustola spirituale e essere avvezzi a sentore di polvere antibatterica, ricordi?, con lui che voleva lo si chiamasse “Ei” e così lo chiamammo, io e il fratellino. Perché lo partoristi, il fratellino Madre? Era un’infanzia dispensierata di limone e mente, fino a allora!, l’uva giaggiòla della letteratura per l’infanzia disacerbava, come ogni puttana la fa a chi promuove lo sviluppo erettile e allunga il legno della dorsale – quei cric cric! dei cuscinetti tra le vertebre concrescendo, facevano cigolo e stridore nella schiena, a furia di cricchiare al mio irrobustirsi! – e quando la neve calava coi suoi cristalli a soffioni di pappi di neve io mi inventavo di vedere i gatti lividi, bianchi, come zarine dure, che mi guardavano dal finestrone immote, stando sul muro di cinta del lavacro. E le donne, le donne! Che violenza, Mamma! Mi tramestavano le membra, mi assonnavano e trastullavano fino allo svenimento!, fin quando si sentivano i passi duri a schiocchi sull’impiantito in mogano e assi curve del Padre Nostro e della sua Severità. E se ne andò con la Troia perché tu facesti il bambino con un altro: che bello il mio fratellino, tutto d’un colpo non ero più solo e potevo molestarne le carni tenerelle. Ti ricordi, Tu, quando gli baciavo il labbro, della ferita? Aveva il sapore del metallo quel cordone dell’ombelico: che lezione era mangiare l’òmfalos, figurarsi che il mondo è una testa e gira come una testa… La pappa di staminali è buona, mamma. Straparlava il suo chiacchiericcio degli infanti, il frugoletto: e in cuor mio e suo io lo odiavo. Si, Madre, lo odiavo, perché mi rubava a te, la Bionda Cinerea della mia infanzia, e dove finivano le mie pugnette, le mie scolopendre che mi uscivano di Lì e se ne andavano a corteggiarti? Mai più una polluzione, mai più una fantasia: solo seghe, solo collegio, solo colloidalità, o Madre, dal trampolino dell’adolescenza, nel duro tremito dell’etere nefasto, verso la Età Adulta, senza Madre né Padre, ché era fuggito con la Troia, e lo Zio si insinuava tra le tue sottane, così fruscianti di crêpe de Chine che pareva la pelle di una morta da due giorni: l’avvizzire dei tessuti molli è sarcoma al mondo delle terre emerse, quando l’acqua dilava via dall’acqua e lascia quegli eden disseccati a stento essere tra valle e valle della morente età senza nessuno com’è su Marte, dio guerriero che abbiamo spiaccicato col suo nome di gloria e ferro su un pianeta che nome non ne ha nessuno e lo riguardiamo, nottetempo, tra gli sciami di luce morta a fontanelle, nel mezzocielo che pare un grande cerebro e un abisso, sopra le spalle e davanti ai nostri òmeri coi cannocchiali: là c’è la valle di Scardanelli, là i templi perduti di Abisso Nufréne, nella mappa di Christiaan Huygens trovi tutto, là Giovanni Virgilio Schiapparelli che aveva scoperto 69 Hesperia individuava “li canali e canalone subterranei a modo dei nostri canaloni delle Americhe Entrambe, per li punti cardinali di qualche grado volgendosi verso il tramonto del sol a gradi quattro, quattro e venticinque, una illusïone ottica con cui mi garba prendermi gioco della modernità, ché credono, questi, davvero esserci dei canali rigonfi d’acqua su una simile arida scristianizzata terra?” (1) Eppure, Madre, io Lo guardavo, il pianeta Marte, rilucere sabbioso nell’aere offuscato dell’ultima sera, in alto a destra là, per la disperazione che mi davate e Tu e il Padre e l’immenso troneggiare del mondo mondano. Ero un cirlìno fatto così: spiegazzato tutto, niveo, con un caschetto di capelli a zefiro compatti e ondulati, biondocinerei, e pensavo ai grandi uomini del passato, agli antichi: quei Soloni mi hanno sempre irritato, mandavano ai pazzi i miei furori e scaricavo ormoni grettamente come sai che fa il mio sesso, patogeni e patogeni, uretra in fiamme e pannolini di crespo cotone, mi facevo l’ecografia dei visceri, sapevo di lavande di Provenza. Che porchiddìo è nascere, patire, apprendere, disperarsi! Madre!, dove sei? Dove, il Papone? Così feci il mio ingresso nel Mondo Mondano, in direzione padre, stellato del mio bugnato di carne e carne-grossa, sapendo di sebo, masticando torrone.”

(1) “Come suol fare a periodi alternati ora di 15 anni, ora di 17 anni, il pianeta Marte nell’autunno scorso passò ad una delle sue minori distanze da noi, avvicinandosi alla Terra fino a 47 milioni di chilometri, ed apparve luminoso e magnifico più che mai non sia stato dal 1877 a questa parto. A quella distanza, il globo di Marte, di cui il diametro arriva a circa 7600 chilometri, sottendeva nell’occhio dell’osservatore terrestre un angolo di 25″. Sopra un tal globo ed a tale distanza si possono discernere, con telescopi di sufficiente potenza, le configurazioni topografiche del pianeta con un grado di minutezza e di precisione di cui si può avere un’idea dai qui annessi disegni. E reciprocamente, ad uno spettatore collocato in Marte non riuscirebbe troppo difficile distinguere sulla Terra particolarità del medesimo ordine di grandezza. L’esperienza dimostra, che con un istrumento di dimensioni affatto comuni, munito di una lente obbiettiva di 20 centimetri di diametro, una macchia luminosa su fondo oscuro (od oscura su fondo luminoso) si può distinguere senza troppa difficoltà in Marte alla sopradetta distanza di 47 milioni di chilometri, quando ad un discreto contrasto di colore essa congiunga un diametro reale uguale a 1/50 del diametro del pianeta, cioè a 153 chilometri. Epperciò, usando sufficiente diligenza, si potranno scoprire in Marte, con un obbiettivo della detta dimensione, tutte le isole non minori della Sicilia e tutti i laghi non minori del Ladoga, isole come l’Islanda e Ceylan; laghi come quello di Aral ed il Victoria Nyanza devono esser molto cospicui. Similmente una striscia luminosa su fondo più oscuro, secondo le fatte esperienze, dovrebbe essere ancora visibile quando la sua larghezza non fosso minore di 1/100 del diametro di Marte, cioè di 80 chilometri o giù di lì. Quindi lingue di Terra od isole oblunghe come la Jutlandia e Cuba e l’istmo centrale Americano; stretti di mare e laghi oblunghi come il Tanganyika, il Nyassa od il Mar Vermiglio di California dovrebbero esser visibili da un ipotetico abitante di Marte, che vi ponesse molta attenzione. Facilissimi dovrebbero essere per lui oggetti come l’Italia, l’Adriatico, il Mar Rosso, Sumatra e Nippon.” (Anno XIX, n° 1,1° dicembre 1909)