Prodromi al libro atro

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Questa immagine di un “Kaspar Hauser” teatrale, il “Die Geschichte von Kaspar Hauser” di Alvis Hermanis, è emblematica del libro nuovo che ho in mente. Potrei dire, anzi, che proprio il nuovo libro *è* questa immagine. Pensando a questo nuovo libro, sto in un punto dove sono preda di vertigini e horror vacui: si tratta di non studiare più e di prescindere dalla storia storica, abolendo qualunque mimesi che non sia la mimesi di un’immagine interiore, la quale immagine richiama altre immagini e alcuni determinati contesti. Questi contesti simulano una normalità della narrazione, ma sono insufficienti a produrre una simulazione decente – vengono subito scardinati. Nulla di surrealista, però. I simboli volano via in un cielo drammatico. Non si tratta di redigere un sogno o più sogni. Non si tratta di costruire analogie, allegorie, metafore. La retorica diventa pesante, inorganica, e così il dettato, la musicalità della frase, il suo giro è plumbeo, o gesseo. Apparirà una specie di antiletteratura agli altri e, probabilmente, un libro “sbagliato” se non “finale”, di uno scrittore sfiatato, che non sa più bene cosa fare. E chi se ne frega? So bene che *per me* là dove vado cresce un margine di esperienza tra me e il testo, e, dunque, un po’ di esperienza nel testo è lì anche per qualche lettrice, per qualche lettore, in quella specie di teatro di titanio e di legno, in quel finto ottocentesco o primonovecento, in quell’improbabilità muta e grave – che ho in mente e metto su carta elettrica, sul bianco digitale, stampando la superficie di un cervello pietrificato, che pensa se stesso diramando molte e assai diverse scritture, molti testi, mondi, inaudite età.

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