“NEL TUO PICCOLO OTTAVO ANNO O PICCOLA”: una poesia

NEL TUO PICCOLO OTTAVO ANNO O PICCOLA

Dove ti vedo io so che sei che sei stata e so di vedere
niente, dolcissimo niente, che sei figlia di niente a congiungere
niente, a niente: una arancia con foglie giada a un cotto siciliano
unita con un corale dei morti
che sono io
di salmo in salmo
roca la squilla
incerta sale
della voce che si fa formando, dolcissima figlia: piangi.
E si rià la luce alla ciliegia andando
da una ciliegia che pare dal parapetto
cadere a essere luce a essere
schiacciata se salti con la scarpina correttiva
di pozzanghera in pozzo, artesiano, a inzaccherare
l’esistenza di tutte noi, o figlia.
Non ho una parola a celebrarti una.
Quanto avverto di te in me è tutto, è una.
Sinuosamente dormi ora nei due anni sei anni fa andando
a un cane che carezzavi in sogno e dicevi: “Questo è il padre mio
e soltanto mio. E’ tanto. Mio padre cade
di cavallo, agitato, goffo. Vedo scritto ‘coffin’
in una scatola dove lo mettono
gli altri bimbi. Io sono questo.” dicevi, o figlia
e perla e lepre
e luna e luna
e luna, e lieve
e astronomia e morso tra mela e forsizia
tra le forsizie di via Sirte.
E salti nell’acqua e schiocchi
e la grattuggia fa la mela e mangi
i formaggi fusi no e fai le facce
a un niente che non esiste
alla teologia trami i tranelli e
birichina rientri a dormire di argento e la gente è buona.
Miri il mondo, è buono, è vero e vai.

Una poesia rivoltosa

Schermata 2016-02-14 alle 10.56.27

«SU SU SU I PREZZI VANNO SU PRENDIAMOCI LA ROBA E NON PAGHIAMO PIÙ»
Una poesia rivoltosa

Ovunque fosse una massa medica di rivoltosi
visi in un’ombra non qualunque di face in face e torce all’aria
fumigando come nei campi tra botri e bō
e forconi a protesta vecchi di ruggini a cento e cento
mila facce (fatte di cuoio cattivo, bitorzoli, ceffi) e niffi
fino a dove si spegne la Via Volumena
a centinaia, corpi, un orizzonte, anziani
senza, imbambolati, bambini, ché sono belli
e di innocenza fatti di stelle distanti tra freddo e freddo
prima di primavera, forse alla Merla,
tambureggiando, ritte le falci, fienaie, e tallone e codolo
poggiati là
a foraggiatura
e ripresele
alla bisogna
della ribalta
la notte santa
della rivolta,
andiamo, compagni, cancella
la luna l’astro nero di notte che va
sconosciutamente contro i padroni della mente
contro i padroni noi
estrarremo da loro – corpi commedie derrate –
dal loro utero estraiamo del potere il vecchio bambino e andiamo.

«SECONDA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

Tutte le «POESIE NARRATIVE NOIR DI BÉLA TARR»

«SECONDA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

Entro da terzo in una storia a zone
da tutto tutto vedendo da una torre alta in ferro e noce
fino ai contorni della città lontana, della luce
squilla il mattutino.
Maccanicamente muovono i pacchi da dentro il cargo
nomadi, tende e misteriose
molto spirituali in uno sguardo vetrocemento e è mio
dove io sto a vedere i contorni tutti, le vetrificazioni.
Un arbitro non ha padre né padre di padre ne è padre.
Stiriamo la cuffia rotatoria all’ora canonica prima noi turnisti
stirando i corpi in una bruma marina a fine turno
assaporando la minestra e ravvedendo crimini
dove addenta a casa la figlia idiota i cucchiai della minestra.
La sua vita è sordida, ho un figlio segreto lontano che non lo sa.
Ho visto volumi di ferro che non immaginate
stanze in aria transeat perdono e morti
colli permette di trasportare un nastro a scorrimento lento
permettono di passare da l’una e l’altra gru e stipa
l’alloro secco d’oro il campesino in casse
accumulate con della verdura e essere trasportate qui a Calais
per i palati alti qui comincia il continente.
Là, tutto è santo!
Capitare in un noir di esistere era stare immoto qui a vedere
in un nero di esistere andava vedere diafano dai vetri tutti
i cittadini del mondo
nella proda corallo
senza figli bagagli londinesi santi moderni
senza parole creò l’intelligenza artificiale che eravamo mo.
Là, sono anche i martirii in croce…

«UNA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

«UNA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

Alto di notte lo sguardo sale con una prosa lenticolare a pena
in una nebula di Londra la nave il fiume Tamĕsis
che sta a diporto e sulla prua misteriosamente
punta un crimine di coppia l’uomo magro e l’altro,
più paterno. Tra i cordami e i fusti
raccontano di avere le madri no
e di andare alla ventura e la lanterna brilla
tintinnando al vento e vende il talento
tradendo – vento, secche le foglie e sempre
i “patuit dea” – i palpiti
e rivendicando l’opera e la lena
il verde appariva più che cosa umana
perché la notte cancella e verde e diafano
e fa di tutte le cose favola e spavento, o figlia.
Estremi albori. Scoppi di luce vermiglia.
La coppia consuma crimini e scendono
separandosi. Cala.
I volti alti vanno dalla tenebra ai candelabri.
Riconosco mia figlia. Rinascono miglia
di là da Calais a uccidere. Cancellano le tracce.
La figlia idiota tratta le cose segrete
da furti e ride e addenta.
Umido splendore. Prova di uscire il sole.
Sembra la terra ora più nera e nuova.
Si consegna crimine a consegnare se stesso a un’autorità
di un anziano celibe e senza figli che non ha scoperto niente
se non se stesso, crimine e autorità
è andare di notte nel selciato e l’acqua scorre sopra la metropolitana
con delle grandi musiche dell’est
con delle grandi mitiche dell’est eravamo stati guardando questo
sopra le prode.

da Facebook http://on.fb.me/20bgth5

“Momento obituario”: una poesia

MOMENTO OBITUARIO

Lo scatto della porta a difesa dell’infanzia
l’uomo nero conosce chi sa e sa che morire è tumefatto
dall’alcool e dal volto che è viola scuro, livido
come un uomo che ha fatto il dovere nella vita:
fare incudine, fare martello, crescere i figli e un figlio segreto
con i risucchi della minestra la domenica investito di luce
dai cortili dei suoi nord privati e stare zitto a dire
che non esiste niente se non un euromissile o il comunismo.
Canone inverso è fare pietà.
Senza stile o metro è di sillaba in sillaba ad andare.
Così porta cadavere il corpo al letto
per fare crepitare andare a portare
un corpo come una volta nel delirio tremens, che portava
a me lamette inesistenti in una allucinazione molto poetica:
“Tieni, – mi diceva – te le dò, sono taglienti” come la mia parola
quando si occupa di te, padre.
Febo che tutto domina ondeggia e si volge a me.
Cinto di salici sono in piazza Martini senza nessuno io.
E’ notte. Fa neve. E’ stanco aere
e fosco. Chiara. E’ qui che crepa e stona
la luce artificiale, nella piazza, senza vita
appariscente. Le persone portano i cani, i latrati.
La radura ha accettato, si avvicenda.
Torno al suo corpo dopo la sigaretta in anticamera, dài.
C’è una polvere medica boracifera tra la sua toeletta fuori luogo.
Che grettezza a restare qui che tu andato vai dove non so.
Perché come se fossero vivi vestiamo i vivi io non so.
Questo era precipitare inerte, dunque: questo.
Compagni amici, denari simbolici
sono i momenti della morte, stati,
e si prende vita in tali stati una luminosità
fatta di miele d’ossa, di catalizzare, di mussola e camola
e sfarinare, che non so dire
incendiario e lento e tale il momento e va
di padre in padre fino a inizio o termine delle umane cose, va.

“Non era questo il tempo dell’amore”: una poesia

Oro sulla città fredda, oro sulla storia.
Oro sulla città morta. Vi era un affidavit
ai figli, sostavano nelle giuncaglie
i rinoceronti dei padri, i giunchi delle madri.
A Parigi mio padre era mia madre a un, zona Sorbona,
negozietto di alimentari e di pastis e, ricordo?,
la pelle tesa nell’architettura a L della piazzuola
come vedere cadavere uno, brunito, anni pochi di lì, disteso
contratto nella smorfia al braccio cardiaco come un picciuolo disseccato
sta molto male.
Oro della dentiera dentro bicchiere nella toeletta
quando muori se muori era allacciare, ricordi,
uomini siete questo a “uomini siete questo”.
Caracollavo, pendolavo, il dolore, nel corridoio ospedaliero appendo
la mia persona nell’Alzheimer che è qui dentro di loro in venti metri
protetti sulle sedie a rotelle, sulle zingonie inesistenti alle grate
sorelle che vengono a trovare i morti qui
e l’aria d’oro, il corridoio a L, la dirittura dei passi lesi
e lo sguardo azzurro come i suoi versi lunghi
di poesie dai versi lunghi che lui faceva. E non fa più.
Allora uscire da alti latrati delle larve protette,
cosa è se stessi, cosa meridiano, rumine, sonoro?
Un uomo distorto nella grande, d’oro, dentatura
nel reparto protetto o pasto friulano,
che ama? “Non era, questo, il tempo dell’amore
ma unicamente dello stare solo
che dà la fitta acuta allo sterno
come l’inverno a noi sopra la pelle brucia
e dà idea dei ghiacci, delle monete”
d’oro nelle città, Parigi, Berlino, e finire
finirà adesso, finirà ora, essere persona
essere me stesso stanco alle mie cose smesse,
roco come devono essere i padri se sono viventi e vecchi
da una infinitudine stavo osservandoli io i padri per imitarli.

“Giovanni Pascoli”: una poesia

Schermata 2016-01-17 alle 14.14.29
GIOVANNI PASCOLI

Sotto la neve, nella neve vibra il vocale e stona
male la vita di Giovanni Pascoli. Era un uomo magro
che arrampicava per un everest in voci
settembrine o decembrine, erano le scrivanie
tra cui la dantesca immemore di lettere mangiate dalle tarme
in una polvere sua, di voce e strani morti
a mummia, i fiorellini nella glottide e l’epigastrio
e l’infanzia. Era un uomo magro con i ramponi azzurri
sulle nevi perennità distendendo l’opera su canneti e padri
indefinitamente.
Dileguando l’opra, l’ombra della sorella
e delle sorelle e della madre in un volto barbaricino
pallido era al lume il suo volto al buio della magione
tra i chicchi di riso perdonando a chiunque la propria morte,
riso al latte nella scodella, dico. Alito
gelido e freddissimo sembiante stava
davanti a lui davanti, nella salita,
ascendendo a, ventoso, un monte
l’uomo ombroso di tutti noi, davanti: era un poeta.
E a lui diceva: “Vanni, dileguare e cuore
sono la stessa età e dimora, tradendo, la mano stanca
e la tua luna fantasma: fa paura. Ho paura. E freddo.
Questi era la poesia eterica, era lume
all’umano negozio, alle vesti, e nella neve affondo.
Hi!, fondo il mio regno qui: senza carne
agnosticamente, tra Arno e Arno”.
Così diceva. Si sfaldano le lane,
le tarme umane friggono nel legno
nella temperie affonda e è presente
forza beltà vita anima, tutto.
In un muscolo e la terra empia
lo saprà morendo, grande cadavere roteando e mota
dello spazio, in un muscolo si saprà morendo contrarre cosa sia
ed è ricavare un padre che ritorna morto
a bordo di un’animale, tanto bella e muta
andava e ritornava invano la sua monta,
con una voce stridula di piccina già antica
con i vocii di donne tra le stanze
in fuga all’infinito le vieta
se infinitamente va a morire
Giovanni Pascoli.

da Facebook http://on.fb.me/1P8FiKI