Poesia del 13 febbraio 2015 alle 08:30PM

*neurolab 13.2.2015*

Prendiamo della carta chimica e scriviamoci
sopra i nomi dei padri e poi li cancelliamo
grattando, incendiandola
per non lasciare le tracce.
I nomi dei morti non sono mai
stati veri. E’ tellurico, allucina.
Nel sangue è il vero nervo e vibra
fustigatore cieco e eroico
dall’interno, fatto d’oro. I bambini
fanno aderire le conchiglie agli orecchi
per ascoltare le profezie: queste utilità.
Lo sanno, impongono al regno il gioco
che vogliono: fare aderire il fosforo alle piastrelle
nella cucina o la calce sul pelo dei topi,
attendendo nella presera l’ombra dell’uomo-ratto
e svanire come piccoli fantasmi.
Urlano sempre che non ci sono stati.
Un sentimento oscuro vibra, vortica
e gli arcaici otturano le vene.
Così chiama la carne umana.
Dentro quel turbine si ricompongono le tracce,
i frammenti di carta chimica si ricompongono,
ricompaiono i nomi dei padri
e urlano con una gloria di ottave i piccoli fantasmi
che saranno nuovamente i bimbi.
Ma i danni frontali, i tumori, la eradicazione
dei denti… La tenerezza di questi custodi.
Non c’è più padre.
Luce di nessun secolo vai.

Una poesia: “Lo spirito ritorna nei territori”

Una poesia aritmica e sgradevole contemporanea di me:

LO SPIRITO RITORNA NEI TERRITORI

Contemplare scorrere vivere e facile
gesto la corona incrostata
pietre dure
arriva a fare azione immune senza barbarie
o le mummie faraoniche
crepitarono nei millenni
fatti di tumide ossa
sbriciolate a moda dei loro papiri, con fatica la proda
è infine il fondo inferiore
il sarcofago
la violenza
dello strappo è
i tuoi dentini nel buio
una piccola sorella di realtà
dove venerare le scelte, moltitudini, e uno strappo
dove cosa povera fu
infinita arroganza, materia quindi devastazione
quindi conchiglie perle pietre dure

Una poesia: “Povera cosa che fu”

Fulmicotone sguardo improvviso e ronzio
accanto a tutto, dolce settembre andare
è stato dolce, dolce. Questo il retaggio..
La carta cerulea che hai addosso
canta. Vedo pleistocene rovesciarsi
in una miriade presente, vedo
flesso il polso e salubre l’aria
che le ventole discretamente emettono riarsa
così secca
la nostra vita flessa tra angoli e fede
in un niente, a credito, le mosche
hanno qui interdetta la presenza.
E si sta. Hanno assunto le forme che potevano
i fogliami, i secoli, le orme e le altezze
sono ancora qui, principati deboli
e lunghe vertigini, acute.
L’acribia è stata discartata,
là uno che non è uno, non più, avanza
dalla vicinanza irretito non più povera cosa che fu
cratere d’occhi, verità
flessa verità.