Una poesia: “Povera cosa che fu”

Fulmicotone sguardo improvviso e ronzio
accanto a tutto, dolce settembre andare
è stato dolce, dolce. Questo il retaggio..
La carta cerulea che hai addosso
canta. Vedo pleistocene rovesciarsi
in una miriade presente, vedo
flesso il polso e salubre l’aria
che le ventole discretamente emettono riarsa
così secca
la nostra vita flessa tra angoli e fede
in un niente, a credito, le mosche
hanno qui interdetta la presenza.
E si sta. Hanno assunto le forme che potevano
i fogliami, i secoli, le orme e le altezze
sono ancora qui, principati deboli
e lunghe vertigini, acute.
L’acribia è stata discartata,
là uno che non è uno, non più, avanza
dalla vicinanza irretito non più povera cosa che fu
cratere d’occhi, verità
flessa verità.