Una poesia: “LETTERA LUNGA ALL’AMICO DOLCISSIMO”

LETTERA LUNGA ALL’AMICO DOLCISSIMO

Mi trovavo oltre il trono dell’errore
e maledicevo il mio spirito di brama e aura neghittoso e stolto
dai turbini maledetto, stato male, respirando a pena
l’aura nera dei corpi secondi.
Stato astrale che è città di dio non in terra ché la terra
angusto raguno è grata alle perdizioni e arrestammo il passo
io e te, in co di un alto baratro tornando
verso Castelpetroso rimembrando l’ossa e le possanze
di un dolore comune e umano: non sentire
che si sente è perversione delle genti
che partoriamo dentro e le ripartoriamo
e in quello infinito parto è priva di luce
la membrana umana che muterebbe a fiore
di terra innaffiando i figli
le seminagioni tutte:
non dare alla luce è comandamento e danno e
sermone insonoro tra strato e strato
di sé e in ultrasuono un pianto
di strabambini, tanti, una genìa, una sera
come questa, tra Santa Justa e San Matteo
rimembrando, andando, di membrana in membrana a porre mano
ai muri interni, fino alla fontana che è fraterna
al centro del turbinare, tuo, mio, di terapia
in terapia e desideravo oltre spingere
te, l’amico dolce, oltre l’epidermide, fino ai figli
di te non nati e alle tue future fioriture e dissi:
“A Bosco Popolo vedo sorgere un sole amaro
di dì di solitudine che si chiude in sé, castrum, chiostro.
Amico, fa’, dicono gli anni
miei trascorsi in un dolore aspro e nel respiro poco
di meridiano in meridiano la vita mi è andata sfuggita:
non fare questo tu che sei la rinascenza
nido nativo e sangue sparso
e pietra dura e monumento muto
porta serrata contro il dolore dentro, che è duro,
e non io so dirti di ascoltare, come fare”
tendendo le braccia a lui, inanimato, morto nel sogno
cattivo del mese di maggio che porta piogge
grosse dove sei nato e sassi grossi
e la natura scabra, tutta friulana,
di un’esperienza pregressa che ebbi in Slovenia bistrattando e me e Mario
né la vita esponemmo al mare infido
ma a acque nitide e dolci e gelide e di fortuna
dove stare senza la servitù spiacente e dura
fondando nuovo un regno
di terapia e lieve seta e marca vera
vera di te che sei la rinascenza, amico.

“Pietra abbondante”: una poesia

PIETRA ABBONDANTE

per A.

Dove la fronte carica di sdegno scivola la notte solitario il corpo dell’amico trono scivola
e il volto e gli atti suoi compone e finge
fa dritte le parole e di gioia la fronte adorna e veste
di fraseologia la vita sporca di vesti e di metalli e allatta
un mondo che era bambino di era in era e di ora in ora sole e luna
fanno lattea la luce e metallica la prole
del secolo umano.
Qui sono io. Sono io forma e ventura
è l’ora che segue l’andare da me a te radiosamente a l’altro
dì di giudizio, dio o nomade o contrariamente
tempre e rudità antiche, amico: teatro sannitico del quinto secolo
appare tra, fumi, meraviglia, una nebula umida piovendo
gocce e, diaccio, un uomo nero osserva i nostri corpi
verticali e fraterni, verticali o fraterni
a distanza di metri roteando a caso spinti da meraviglia fino ai sedili antichi
e ai bronzi di un’età anteriore e non amata
dove tu stavi a leggere e crescere solitamente in a solo
un uomo oscuro empio i suoi lacci stringe e coopera
all’odio dell’universo ponto
di universi ovunque è sì in centro questo
empio che mugge e mangia aria e luce e ghiaccia
senza volto, con mani oscure e noi lo abbiamo visto
e continuiamo a amarlo rientrando a te, alla madre dolce.

“Composizione composta”: una poesia

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

“Impero dell’astrazione”: una poesia

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Impero dell’astrazione

Silenzio della volontà. Tematica dell’estraneazione. Poeticità della luna.
Tra astri minori rifulgeva.
Come potrebbe altrimenti il verso di Orazio andare.
Era la luna e la notte rifulge nel cielo sereno tra astri minori.
Solitudine sei o bellezza.
Sulle prode amare la vita corta era stare con chi è essere me.
Fumo del pensiero andava in volute cose amare
a essere me sempre e sempre essere io.
Quindi crollai in un corpo e l’oro mi ebbe
sfatto, o ebbrezza o bellezza o incantamento.
Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare
solo avere venerazione e essere
solo, questo.

LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

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LO SPAVENTO DISCENDE I GRADI DELLA CARNE E VIVE

Livido di viola e bianco e nero a notte
qui: riameremo. T’aspetto.
Tanta mia povera pena.
Dai tredici anni mi pena girare
girare la chiave che scatta, girare
di vite in vite
tra un cadavere e l’altro
immaginarii:
la febbre del tempo che breve consuma le scoglie
e ne nasce una fenice nuova, sempre una nuova.
Non voglio che scemi la vostra pietà.
Erano, morta!, i miei senza pane sensi
e non sapevo se fare stillare essere o stare
o divenire me stesso: di sasso, di lava è la mente.
Immemore cuore, simili mani.
Frano in una luce madre che dire non so non so.
Vado all’astratto, per impotenza,
grame genti, stridulo ansare,
torrenti e orli di lago e dentro
sono io, sono io Babau.
Ero, bimbo, mendico, di che non so.
Ero, e sono,
a Poppe, a Giolivetto, a Baghirmi e Bornù
e a ieri in aria dove sto non va bene ieri
e futuro non è che fuoco e fummo
stupendamente a essere pietà.
Umane menti: non siete corpi.
Copro mia figlia con assunti e lieve
io e voi andare è l’andare lievi di morte in morte amati,
amate, genti.

1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

Contavamo nello spazio della piazza aperta le auto che avevano le marmitte scassinate passando. Erano poche, erano Settanta/Ottanta. Guardavamo le targhe tra una macchina e un’altra con il pallone che andava sotto quei ventri meccanici, le pance, il fondo, delle macchine, come si chiama. Erano targhe pari e dispari, questo era il gioco, questo era gioco. C’erano le città, capivamo l’auto del Belgio dai caratteri rossi a bastoni sulla targa bianca. I francesi erano dei gialli, sempre saccenti come scriveva Enzo Biagi in un’enciclopedia delle persone e delle nazioni nella civiltà europea. Se pioveva era di una goccia calda dell’acqua di terme superiori romane, da sopra, immaginavo. Caleidoscopicamente tutto il cielo era; e stavo tra le erbe vecce e la sabbia con le siringhe: io. Se piove ora è incubo e tosse di polmoni morti, con dei lividi di edemi e fatti di uomini infelici e viola dove vedo la mattina, l’avanmattina. Si rende la pioggia stabile mutando i climi con una salinità iodata, zinco in una stratosfera, verso i bambini neonati in Cina andando nelle loro gole, nello spasmo bronchiale a fare nuovi uomini di argenti e silicati: siamo così. Avevo una corazza fatta di sapere delle parole, una pelle corazzata, si stabilizza con del sapere e vivere senza preoccupare il perdono o convocarlo, tra le tue braccia o madre
dove calore è cosa ultima e sulla tomba restino questi canti, bimba,
questi canti seguì mio padre giovane mia madre.
Nella piazza Martini a Calvairate era un sambuco, un salice che piangeva dove avevo la mia tomba, io speravo. Chiudevano di fantasia alle macchine la piazza, mi stendevo tra i fogliami fradici di autunno all’ombra verso la tomba in un chiarore azzurro a specchio molto lombardo, lì, in un’orgia, di vestiti borghesi e senza nessuno attorno, non visto come i cani e gli elefanti. Cimitero che portavo tra cervicali e cuore, cuore duro, quando a quattordici anni ero dio e cieco alla pietà verso di me data, data da chi? E era ammesso soltanto il matto di Lumumba a quella tomba, al funerale, uno di Calvairate con la calotta cranica in metallo, che si era lanciato dal quarto piano in via Visconti urlando la fine materiale di Patrice Lumumba di Katanga nei Settanta. Così fantasticavo ai giardinetti tra panchine di giada concrezionata e spazio a sabbionaia dedicato ai bambini delle madri con quei secchielli, gialli. Cuore petroso, di vertebre e peccato ero, di renitenza a tutte le cose amate, ricordate, a oblio, a tomba viva.
Se poi qualcuna di queste cose che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non s’inventano, anche a volere), ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh! non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene.
Diciamo i deboli, i devoti, i deserti.
Dèi memento sono: DIMENTICATE.

COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

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COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO

Vedevo ventiquattro ore al pronto soccorso con un uomo di ottantasette anni che ha un bastone e i capelli di argento azzurro e uno sguardo azzurro che dice che è l’ultima persona ad avere visto mio padre vivo, era vivente!, mentre aspettiamo, attendiamo che le zone di malessere spalanchino le porte di plastica ruvida e lei può entrare finalmente nel lettino della barella nell’astanteria ma non entra, sta sulla sedia cattiva di plastica ruvida biancastra, e io appoggiato al corrimano orizzontale per anziani e degenti mentre passa nella barella un anziano che muore senza la dentiera e marrone caffelatte delle coperte e dei golf loro dei vecchi che muoiono, delle giacche da camera e lo psicotico picchia il poliziotto nella zona psichiatria, e poi lei entra, e vedo l’anziana negli spasmi neurologici e il coniuge che mi dice che non sono i nervi il cervello, sono le ossa, e la donna sulla carrozzella delle case popolari ha, improvvide, le impronte rossastre per il sanguinamento sottopelle e l’edema delle mani dei mariti violenti, che hanno violentato la figlia, e lo sguardo nell’imbarazzo troppo giovane della guardia giurata in forma di poliziotto davanti a quella violenza e aspettiamo, attendiamo che si spalanchino i polmoni in un respiro senza febbre sereno finalmente, gli strani edemi, la realtà della carne sotto i rovesci del volto che fa paura e trema, le grandi secrezioni, le fondamentali, della carne in una oscurità di grasso giallo per appiccicarsi ai muscoli, ai nervi, alle ossa, del teschio incancrenito che saremo dopo le putrefazioni.
Sentiamo noi putrefazioni. Continua a leggere “COSE VISTE DEI GIORNI DI OSPEDALI E NIENTE, TANTO”