«UNA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

«UNA POESIA NARRATIVA NOIR DI BÉLA TARR»

Alto di notte lo sguardo sale con una prosa lenticolare a pena
in una nebula di Londra la nave il fiume Tamĕsis
che sta a diporto e sulla prua misteriosamente
punta un crimine di coppia l’uomo magro e l’altro,
più paterno. Tra i cordami e i fusti
raccontano di avere le madri no
e di andare alla ventura e la lanterna brilla
tintinnando al vento e vende il talento
tradendo – vento, secche le foglie e sempre
i “patuit dea” – i palpiti
e rivendicando l’opera e la lena
il verde appariva più che cosa umana
perché la notte cancella e verde e diafano
e fa di tutte le cose favola e spavento, o figlia.
Estremi albori. Scoppi di luce vermiglia.
La coppia consuma crimini e scendono
separandosi. Cala.
I volti alti vanno dalla tenebra ai candelabri.
Riconosco mia figlia. Rinascono miglia
di là da Calais a uccidere. Cancellano le tracce.
La figlia idiota tratta le cose segrete
da furti e ride e addenta.
Umido splendore. Prova di uscire il sole.
Sembra la terra ora più nera e nuova.
Si consegna crimine a consegnare se stesso a un’autorità
di un anziano celibe e senza figli che non ha scoperto niente
se non se stesso, crimine e autorità
è andare di notte nel selciato e l’acqua scorre sopra la metropolitana
con delle grandi musiche dell’est
con delle grandi mitiche dell’est eravamo stati guardando questo
sopra le prode.

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“Momento obituario”: una poesia

MOMENTO OBITUARIO

Lo scatto della porta a difesa dell’infanzia
l’uomo nero conosce chi sa e sa che morire è tumefatto
dall’alcool e dal volto che è viola scuro, livido
come un uomo che ha fatto il dovere nella vita:
fare incudine, fare martello, crescere i figli e un figlio segreto
con i risucchi della minestra la domenica investito di luce
dai cortili dei suoi nord privati e stare zitto a dire
che non esiste niente se non un euromissile o il comunismo.
Canone inverso è fare pietà.
Senza stile o metro è di sillaba in sillaba ad andare.
Così porta cadavere il corpo al letto
per fare crepitare andare a portare
un corpo come una volta nel delirio tremens, che portava
a me lamette inesistenti in una allucinazione molto poetica:
“Tieni, – mi diceva – te le dò, sono taglienti” come la mia parola
quando si occupa di te, padre.
Febo che tutto domina ondeggia e si volge a me.
Cinto di salici sono in piazza Martini senza nessuno io.
E’ notte. Fa neve. E’ stanco aere
e fosco. Chiara. E’ qui che crepa e stona
la luce artificiale, nella piazza, senza vita
appariscente. Le persone portano i cani, i latrati.
La radura ha accettato, si avvicenda.
Torno al suo corpo dopo la sigaretta in anticamera, dài.
C’è una polvere medica boracifera tra la sua toeletta fuori luogo.
Che grettezza a restare qui che tu andato vai dove non so.
Perché come se fossero vivi vestiamo i vivi io non so.
Questo era precipitare inerte, dunque: questo.
Compagni amici, denari simbolici
sono i momenti della morte, stati,
e si prende vita in tali stati una luminosità
fatta di miele d’ossa, di catalizzare, di mussola e camola
e sfarinare, che non so dire
incendiario e lento e tale il momento e va
di padre in padre fino a inizio o termine delle umane cose, va.

“Non era questo il tempo dell’amore”: una poesia

Oro sulla città fredda, oro sulla storia.
Oro sulla città morta. Vi era un affidavit
ai figli, sostavano nelle giuncaglie
i rinoceronti dei padri, i giunchi delle madri.
A Parigi mio padre era mia madre a un, zona Sorbona,
negozietto di alimentari e di pastis e, ricordo?,
la pelle tesa nell’architettura a L della piazzuola
come vedere cadavere uno, brunito, anni pochi di lì, disteso
contratto nella smorfia al braccio cardiaco come un picciuolo disseccato
sta molto male.
Oro della dentiera dentro bicchiere nella toeletta
quando muori se muori era allacciare, ricordi,
uomini siete questo a “uomini siete questo”.
Caracollavo, pendolavo, il dolore, nel corridoio ospedaliero appendo
la mia persona nell’Alzheimer che è qui dentro di loro in venti metri
protetti sulle sedie a rotelle, sulle zingonie inesistenti alle grate
sorelle che vengono a trovare i morti qui
e l’aria d’oro, il corridoio a L, la dirittura dei passi lesi
e lo sguardo azzurro come i suoi versi lunghi
di poesie dai versi lunghi che lui faceva. E non fa più.
Allora uscire da alti latrati delle larve protette,
cosa è se stessi, cosa meridiano, rumine, sonoro?
Un uomo distorto nella grande, d’oro, dentatura
nel reparto protetto o pasto friulano,
che ama? “Non era, questo, il tempo dell’amore
ma unicamente dello stare solo
che dà la fitta acuta allo sterno
come l’inverno a noi sopra la pelle brucia
e dà idea dei ghiacci, delle monete”
d’oro nelle città, Parigi, Berlino, e finire
finirà adesso, finirà ora, essere persona
essere me stesso stanco alle mie cose smesse,
roco come devono essere i padri se sono viventi e vecchi
da una infinitudine stavo osservandoli io i padri per imitarli.

“Giovanni Pascoli”: una poesia

Schermata 2016-01-17 alle 14.14.29
GIOVANNI PASCOLI

Sotto la neve, nella neve vibra il vocale e stona
male la vita di Giovanni Pascoli. Era un uomo magro
che arrampicava per un everest in voci
settembrine o decembrine, erano le scrivanie
tra cui la dantesca immemore di lettere mangiate dalle tarme
in una polvere sua, di voce e strani morti
a mummia, i fiorellini nella glottide e l’epigastrio
e l’infanzia. Era un uomo magro con i ramponi azzurri
sulle nevi perennità distendendo l’opera su canneti e padri
indefinitamente.
Dileguando l’opra, l’ombra della sorella
e delle sorelle e della madre in un volto barbaricino
pallido era al lume il suo volto al buio della magione
tra i chicchi di riso perdonando a chiunque la propria morte,
riso al latte nella scodella, dico. Alito
gelido e freddissimo sembiante stava
davanti a lui davanti, nella salita,
ascendendo a, ventoso, un monte
l’uomo ombroso di tutti noi, davanti: era un poeta.
E a lui diceva: “Vanni, dileguare e cuore
sono la stessa età e dimora, tradendo, la mano stanca
e la tua luna fantasma: fa paura. Ho paura. E freddo.
Questi era la poesia eterica, era lume
all’umano negozio, alle vesti, e nella neve affondo.
Hi!, fondo il mio regno qui: senza carne
agnosticamente, tra Arno e Arno”.
Così diceva. Si sfaldano le lane,
le tarme umane friggono nel legno
nella temperie affonda e è presente
forza beltà vita anima, tutto.
In un muscolo e la terra empia
lo saprà morendo, grande cadavere roteando e mota
dello spazio, in un muscolo si saprà morendo contrarre cosa sia
ed è ricavare un padre che ritorna morto
a bordo di un’animale, tanto bella e muta
andava e ritornava invano la sua monta,
con una voce stridula di piccina già antica
con i vocii di donne tra le stanze
in fuga all’infinito le vieta
se infinitamente va a morire
Giovanni Pascoli.

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“Lo spavento”: una poesia

LO SPAVENTO

Non della fame e della sete, della poesia
era il morso.
Verdeggiare nel nero dell’alba:
“Già ero bambino, già cadavere ero,
verdeggiavo nel nero dell’alba”.
Non leggere più o guardare
e non albo o libro, non ero io.
O madre, o cosa ultima, difficoltosamente.
Limpido Giordano ascolta: l’un, l’altro guarda
e del suo corpo e sangue, sul pomo della spada: appoggia il peso!
E cui sul capo imponeva la mano, limpido Giordano, lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva…
Come sola lasciata cosa, come lume in periferia
rischiara, come volto da vicino di donna madre uccisa
dalla notizia del suo bambino. Era castano
il cielo, era di agosto, era tremendo.
In Ovidio la vidi accasciarsi, lo dissero là, si accasciava
come a vincastro si avviluppava al giorno: e era l’ultimo
come, dei giorni, limpido Giordano,
maestosamente, o mio Maestro,
il mio spavento cresce nel cuore di voi morti e sorti, sorti
a una regione nuova di strini sono io
fatto: qua sta l’errore, il fatto, il morso,
aurore non in terre e non in cielo a tentare
una madre sfinita, una morte, una densità.
E, ta-ta, lallava il bambino
morto prima di morire, ta-ta,
prima che l’auto infrangesse i limiti e ferrasse l’aria
e andando in Mondadori a esalare fiato invernale
dicevo: “Ho visto lei accasciarsi e la città avuta
tutta in uno sguardo”. Della poesia è il morso.
Era il Millenovecentonovantasei. Nevicava. Molto.
Chi sa di questa madre, ora, venti anni dalla notizia
in piazza Ovidio e io vado via, vado a zone, di inverno,
vado dove va che esalano i bimbi inverno e sto
di anno in anno commuovendo pena, via, perdono:
io vado a morire, bambino, molto.

NEL DECIMO ANNO

NEL DECIMO ANNO

a Gisella

Nel tuo decimo anno
sono avvelenate le date e
sconforti, fanno sera, su futuro e ieri
eri francamente, le mani, padre.
Sinuosamente non è mai figlio una stagione a sera
le sabbie nella cripta che è al cimitero
sabbia, sali, brine,
gemmee. Vito Genna è una turbata pianta
in accordo con me: e sfronda.
Povera piccina è. Tra i cespi soffia un trillo di leuto,
un’accomandita, è
imperativo avvitare se stessi lungo la calcìna secca
a orto, vite sicula, a secco
da padre a patrigno, dove?, da vite a vitigno.
Aria ovunque non nella cripta
dove la vela, dove liquido il limo? Di te.
Papà, papà: di mano in mano tocchi la mano franta
che è crisalide e cedua
a me larva, che parla, e dice:
Figlio. Figlio: fiumana, cinto, salici
di andare hanno abbastanza
e sono qui e me, qui e me e davanti
e dietro, qui e me e luna e morto.
Io sono morto, però.
Fratelli miei vi vedo accatastarsi.
Fungono della terra
i boschi verticalmente vanno ben altri, ben altri
putre fango di cielo in mano a me, o madre!,
larva!, io te vedo!, io ti vedo!
Disse e sparire era tanto,
era pianto.
Inutile cantare è resistere a tanto canto
amici di oggi, ora entrati, e non sapete, non sapete mai
di padre in padre cosa stella e vaneggiare
è ruggine, è rimasto: sono io qui.
Anima rara l’anima, è rara e tu, è tutto.

“Altra idea centrale”: una poesia per tre poeti viventi

miloantoniomario

Pensando a certi tre poeti dell’Italia mia, che ho vissuto, stranamente trapassando di tempo in tempo (è incredibile), tre ominazioni così distanti, per le parole e la vita di ciascuno di loro, dal mio 1981 in seguito entrandomi nella vita fino a questo giorno, quando sono esausto e in una felicità che dice: “Non entrare ora più in alcuna immagine, storia, stai soltanto dentro il meridiano, dentro la grande nube tossica senza corpo alcuno”, scrivevo una poesia pensando a loro, strane carni, strane radiazioni, eccola, scusandomi:

E poi l’idea centrale era uccidere
le mirabelle, o Milo,
e i reggimenti della ruggine
nelle screziature della mente e amarle,
quelle screziature, simili a una figlia
ad agosto sulle mattonelle in cotto siculo
a due anni, nemmeno, a fare un’arancia
a farla rotolare come il pianeta
senza asse, non più… “Non più di un secondo
arrivato quando è accaduto tutto,
quando è giunto il primo giusto e è accaduto tutto già,
la strage, la palinodia dei testimoni
e chi si è finto presente e non sa
quanto triste è l’ematocrito sulle mattonelle
dove la hanno strascinata
e lasciata lì, sui gradini, verso la tavernetta”
e fuori la vegetazione è polvere padana
qualsiasi la concentrazione dei poeti
qualsiasi lapide hanno fatto estetica
si sono dimostrati inverecondi e strani.
Meditano una traccia
di sé sulle gricce del pianeta
ovvero i rictus del pianeta.
O vero e tondo e grinzito spazio
dove avanziamo in uno stato di perennità che è poca
senza i biasimevoli, con poco padre,
con una infinitudine della madre materna,
o dubbio scaltro o dubbio vero
di immagine in immagini in immagine
e sotto la lingua pone la città
sotto una lingua muschiva e padre
io chiedo a te di fuoriuscire da uovo e stare male
da quel reparto protetto ti chiedo di uscire
dacci ancora i tuoi versi sottili e strani Mario
noi li condurremo al mondo.

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“Altra idea centrale”

E poi l’idea centrale era uccidere
le mirabelle, o Milo,
e i reggimenti della ruggine
nelle screziature della mente e amarle,
quelle screziature, simili a una figlia
ad agosto sulle mattonelle in cotto siculo
a due anni, nemmeno, a fare un’arancia
a farla rotolare come il pianeta
senza asse, non più… “Non più di un secondo
arrivato quando è accaduto tutto,
quando è giunto il primo giusto e è accaduto tutto già,
la strage, la palinodia dei testimoni
e chi si è finto presente e non sa
quanto triste è l’ematocrito sulle mattonelle
dove la hanno strascinata
e lasciata lì, sui gradini, verso la tavernetta”
e fuori la vegetazione è polvere padana
qualsiasi la concentrazione dei poeti
qualsiasi lapide hanno fatto estetica
si sono dimostrati inverecondi e strani.
Meditano una traccia
di sé sulle gricce del pianeta
ovvero i rictus del pianeta.
O vero e tondo e grinzito spazio
dove avanziamo in uno stato di perennità che è poca
senza i biasimevoli, con poco padre,
con una infinitudine della madre materna,
o dubbio scaltro o dubbio vero
di immagine in immagini in immagine
e sotto la lingua pone la città
sotto una lingua muschiva e padre
io chiedo a te di fuoriuscire da uovo e stare male
da quel reparto protetto ti chiedo di uscire
dacci ancora i tuoi versi sottili e strani Mario
noi li condurremo al mondo.

Poesia – July 19, 2015 at 06:16PM

Ascolta, medico, ascolta, grande madre interiore:
fa su di me sera il defunto che sono.
Andò a ritroso della nostra corsa
il poeta ossuto che cantava in titanio i versi,
innamorato di futuro, lo annoiavano le donne
e si sparò nel cuore dello spavento un’anima
di graffetta arrugginita per raggrincire il padre.
Cosa fosse quel passato sovietico vedevo e non so
dire se tra forse e forse mi colpivano le nevi di Chlebnikov,
le equazioni, le sigizie orizzontali sopra i pattini di ghiaccio
e la paura dei viaggi e delle donne, sopra la terra che non è siderea.
Sempre giorno di pena oggi e domani ritornano,
amato da tutti, i sogni e i giorni
sono amati innocui serpenti di nero dipinti
tra scaglia e scaglia, tra l’erba di novembre
andare e morire un poco di amore come una volta si faceva, si faceva una volta.

Una poesia del 1994: “Apparizione e scomparsa”

Foto del 04-04-15 alle 10.38
Un’altra poesia, del 1994, dal “Libro bianco” che stava per essere pubblicato e non lo fu e il manoscritto andò perduto, salvandosi pochi versi, tra cui questi. E’ una poesia piena di errori! Strana poesia, strano anno, strana specialità ritornare dentro le settimane del dicembre 1994: le consunzioni risultano sorprendenti, ravviso ombre in una strana luce, se ripenso a quei momenti, a quegli atti, a quelle insensatezze di quando ero “io” ventiquattrenne e prendevo la mattina una metropolitana verso un niente dove stavo a lavorare: erano nebbia e bestialità, stolidità, esoftalmi, la messa in mora delle carni, mie e altre da me, a lavorare e produrre e disperare di qualunque mio futuro. Impacchettavo libri da spedire ad abbonati che amavano la poesia. Madre mia età giovanile, così turbata e disperante, mi chiedevo, sarà di me cosa? Ritornavo in una casa popolare e studiavo la estetica: Husserl, Brentano e strani filosofi, sotto un lampadario al neon accanto a un telefono a muro di bachelite nera, la cornetta pesante, pesantemente il trillo di quel telefono turbava il silenzio, povero di tutto: non chiamava nessuno, mai. Mangiavo sempre la pizza come ora. Tutte le case popolari sanno di conigli bolliti e passate di pomodori a fare il sugo umido. In quella redazione poetica stavo chino a curvare un poco di più le spalle, a incrementare la cifosi buona per ogni tempo, un uomo che si atteggia a punto di domanda, mi facevo domande sulla cassa previdenziale Inps. Non esisteva nessuna, nessuno. Andavo alla psicoanalisi in zona Brenta con la filobus 93. Lo psicoanalista era pallido, si tratteneva, diceva che la poesia era madre, non era vero. Rientrando nella casa popolare un mattino prestissimo era ammoniacale questo odore di ferro, ematico: al Macello Comunale ripulivano il sangue dei bovini abbattuti e ridotti in brandi di carne rossa sanguinolenta, ridotti a quarti di bue e congelati. Andavo a via San Felice a fare la doccia a casa di un amico. Pensavo a un amore finito e non era vero. Avevo ventiquattro anni, compivo gli anni, era freddo, poche le luci, pochissimi gli amici, quasi nessuno. Chi desideravo non era mai stato. Ulteriori ragguagli in seguito. Ulteriori ragguagli in seguito…

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Una poesia del 1993: “Campana delle divisioni”

Foto del 02-04-15 alle 17.19
Continuo a pensare intorno all’eventualità di pubblicare un libro di poesia. Sono franate tante certezze, anche quella relativa all’incertezza, nel corso di molti anni, dal momento in cui, discutendo con amici poeti, decisi di non offuscare o intossicare un ambiente che mi pareva morente, con versi che mi sembravano mediocri. Fu fondamentale, in questo senso, l’appoggio di quei poeti, non propriamente miei coetanei: un po’ come l’antimessia nietzscheano, che aiuta il debole quando lo vede sul ciglio del burrone e gli dà una spallata. All’origine della poesia, del fare poesia io, c’era Antonio Porta: che mi diede una spinta, che proiettò me, una sorta di seconda inerzia, forte, una nuova fecondazione. Dopo Antonio Porta, in effetti, non ci fu più nessuno. Mi rende meditabondo la teoria di immagini di poeti o pseudotali o addetti ai lavori, che incoraggiarono in una determinata direzione la mia fragile autostima, tra i venti e i venticinque anni, periodo in cui arrivai alla conclusione che proprio non ero capace, lo dicevano i miei amici e certi poeti adulti si mostravano scettici o disinteressati, e pensai che era meglio per me sperimentare registri diversi e generi differenti di scrittura, la poesia no, dunque; fino a concludere poi, una decina di anni più in là, che di fatto non esisteva alcuna differenza tra poesia e prosa, per come avevo in mente la prosa. Le piccole prose di “Assalto a un tempo devastato e vile” iniziarono a scriversi nel 1995, in effetti. Questo testo che pubblico nell’immagine risale al 1993. Faceva parte di un libro, che si intitolava “Libro bianco”, il quale era nel ’94 in bozze presso un piccolo editore specializzato in poesia. Poi, per i fatti della vita, non fu più pubblicato. Il libro andò disperso. Salvai qualche verso, tra cui questi, che mi sono tornati in mano ieri notte, mentre tentavo di fare spazio all’ingresso di nuovi libri. La poesia, in sé, mostra errori madornali: che importa, ora? Potrebbe essere corretta? Sì. Sarà corretta? No. Un’anticipazione di “Libro bianco” uscì su “Poesia” e io ero tanto felice, tanto disperato in quel dicembre in cui credevo soltanto a un crollo di me nel mondo. In anni e anni, dunque, accendevo i molti personal computer e nel lucore azzurrato fissavo schermi e riempivo le credenziali delle mie insufficienze: un verso via l’altro, lentamente, secondo il mandato della sedimentazione che è una forma di resistenza alla negazione e un freno al rammemorare. E’ che per me, per via di molti fatti della vita, i quali persistono a intervenire nella vita stessa anche quando si auspica che ne capitino rari e la concentrazione richiede più naturalmente il compendio essenziale del silenzio, avviene che sia questo un momento di altissima fragilità rispetto a ciò che è stato, è e sarà sempre l’amore letterario della mia esistenza, ovvero la poesia. Vorrei chiudere proprio questo cerchio personale, a distanza di vent’anni. E continuo a pensarci e apro file risalenti a molti anni orsono e trovo fogli A4, e taglio e riscrivo, e ravvedo un principio di unità che, per quanto conosco me stesso, è ben comprensibile e, se proprio non comprensibile, è comunque plausibile. Quindi ritengo che pubblicherò, in qualche modo, questo libro che ho in mente, che nel “Dies Irae” appariva come “il manoscritto del ‘Dies Irae'” e nell’ultima narrazione, quella che io ritengo il libro mio più riuscito, e cioè “La vita umana sul pianeta Terra”, funziona come ciò che per certo sanscrito è “il transelemento”. Non avendo creduto mai, nemmeno per un istante, alla forma “romanzo”, tutto ciò che mi sembrava incoerente assume oggi una certa coerenza, ai miei occhi che iniziano a perdere diottrie. Mi è toccata molta carne, infinitudini di parole, tempeste di sollecitazioni. Erba, poca. Cielo, poco. Mente, molta. Ma l’aria, l’aria aprilina: quarantacinque alberi su cui pongo aperto il palmo della mano destra. Fino a quando l’ombra continuerà a tartassare le mie solitudini con la sua contabilità? Fino a quando questa abrasione, questè sinuosità sempre distanti, questi sguardi che non considerano l’etere e il vetro e straziano e la fibrillazione scuote le materie? Intanto vedo chi ha meno anni di me e fiorisce: ravvederlo ogni dì è una gioia, contemplare queste fioriture, le sorelle parole salutano i fasti della consunzione e abitano sguardi che non straziano, fendono il vento, spaziano. Essere scritti è stato bellissimo.

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Un’elegia

LUNGHISSIMA ELEGIA MAGRA

Giunti al termine degli scisti diciamo:
le famiglie sono state ripetute
e le infanzie erano occlusioni
noi di piombo, di allume, di scempio
con violenza hanno fatto santi
hanno fatto sangue
hanno aperto i bracci.
Sotto le Madonie di notte in circolo al fuoco scintillano
le braci violentemente, stavano in silenzio,
si cibavano delle fiabe azzurre.
Il corpo dell’amico dolcemente parla,
straparla dentro una azzurrità, dentro una violenza.
Ti riconosce la smorfia, s’indentra lo sguardo.
Ha guadato i ruscelli di argento sotto Tarcento in boschi
cedui.
Qualunque parola, sua, qualunque corso
di acqua era caratterizzato
dal greto, dalle parole a pronuncia blesa,
accostata con discrezione dalle mani pallide e un po’ smunte
le lunette delle unghie perfettamente
tenute ovoidali, di calcio e altri minerali,
i denti guasti, impianti un po’ così malfermi
istallati nell’osso mandibolare, nei crani aveva parlato
con dolcezza, inusitata, di Scardanelli
e della sua torre di legno e pietra sul Neckar.
Fiume chiaro e piano e dolce ai collinari
affluente in collinari verdi e gialli
prima della ripida valle.
Regime variabilissimo dei deflussi, con alternanza di portate piccole
o nulle e di piene violente,
parlerà ancora l’amico, l’anima, poetica,
avrà il silenzio torto nei suoi rigagnoli di sé pensieroso davanti al cielo dietro la finestra ancora?
Non è morto e vive in un cielo di sé e d’altri, contro il nostro bitume.
Sta angelo, sta fermo, sta a frangere
la speranza e le ore
in un attonimento di bellezza e dolce
come le fibre della carne morta
della carne lessa
delle verdure lesse e mantecate
nelle minestre dei premorti in ospedale
dove stanno spenti schermi, spente braci
ospedalizzati.
Se moriva, fosse morto, sembra morto
e è vivo e non sa splendidamente.
Incrocia un raggio ceruleo dal vetro
che dà verso l’aiuola di gaggìe e recita
la parte che fu di Scardanelli e di noi tutti forse.
Fosse morto celebrerei ceruleo il suo cadavere.
Lo carnificherei.
Avrei parole e versi, tre libri di poesia Mondadori
e i colori delle copertine
pastelli di bambina e questa pronuncia
di prima scolarizzazione.
Fosse morto lo decomporrei io.
Ore grigie del cadavere e del pasto
celebrato ai suoi piedi silenziosi masticando
il pane dei suoi denti sminuzzati
la farina delle unghie, le ghiere telefoniche
ruotate e pesanti e le maglie
della sua infanzia ricomposte a una a una sopra il suo corpo grigio
di papà. Sistema il cadavere,
pettina il cadavere, quei capelli spenti
e polverosi, la pancreatite faceva male
e i neutrofili crescevano
smaltandolo di piastre dall’interno.
Uomo di cielo sei stato uomo di terra.
Crepitare dei residui e delle scaglie,
crepitare delle cheratine nell’infanzia
progredivano le morte
schierate a file mute, in vesti nerofumo,
le labbra serrate e le mani a disfare la lana
delle maglie dell’infanzia.
Il morto era allora un bambino.
Lanciata la biglia la sabbia gli faceva attrito
e la salsedine adriatica incrostava le sue costole
e era tutto un polimero
un’infanzia di frammenti sognati: il biglione
di vetro pesante, la capsula
di vetro compatto ha le bollicine di aria dentro
e credere all’affanno era tutto
futuro, era credere all’affanno
e cadere indefinitamente verso davanti orizzontale il corpo in un turbine di anni
di fogliame ossidato, di ruggine di foglia, di perdurare.
Cibiamoci di lui davanti al cadavere mutilato di lui.
Padre che sei madre che sei fresa
al tempo, all’oro, al prato
la palla rossa di gomma e plastica è posata
sullo sterno a incavo
è sgonfiata
e l’artiglio ingiallito all’indice perdura
crescendo rachitica la vite sicula
mentre vedere Levanzo sfarsi nell’azzurro tra aria e mare in lontananza
non si dà più, era stato sguardo, ora, accumulo
e i miei morti sono viventi e premono
le porte dei posti più antichi.
Il membro eretto è tipico del morto
e il suo seme ingrigisce, un’aurora
non c’è, la frana dolce e italiana
di un paesaggio non c’è
l’elegia va lunga sulla tua cheratina
la membrana si tende, si buca, si sgonfia
i diaframmi sono cancellati:
vieni padre, vieni madre, vieni storia,
vieni fine che da sé luce si disnoda.