Trasalimento e trascendimento di Alessandro Bergonzoni

Ho assistito al nuovo spettacolo di Alessandro Bergonzoni, “Trascendi e sali”, in cartellone all’Elfo Puccini di Milano, fino al 13. In pratica ho assistito alla morte e alla resurrezione di un grandissimo artista, a una modulazione spiazzante che ha a che fare una scomparsa d’autore, che continua ad apparire – e soprattutto sono stato introdotto a un silenzio, un immenso silenzio che è gravido di suoni, di corpi, di immagini, di parole giunte al loro stato più esausto e compiuto.
Quindicesimo spettacolo nella carriera di uno dei massimi artisti contemporanei italiani, “Trascendi e sali” è probabilmente il compimento dell’abissalità con cui Bergonzoni sta flirtando sempre più profondamente, con accondiscendenza alla fatalità di una ricerca artistica, che è ormai una missione, di cui si è caricato il peso, per librare ad altezze vertiginose. Da “Urge” a “Nessi” si è consumato non un divorzio dall’affabulazione, bensì un indentramento che va di pari passo a ciò a cui Bergonzoni ha dato letteralmente corpo, con le sue installazioni, tra cui resta potentissima quella relativa al caso Cucchi, “Il corpo del (c)reato”. La spinta ad emettere l’affabulazione e a lavorare sulla struttura narrativa, per portare all’abile il labile, ha tuttavia raggiunto con questo ultimo spettacolo un punto di non ritorno, poiché la sperimentazione di questo splendido artista è solo andata: Bergonzoni non smette più di inoltrarsi nei territori limbici in cui ciò che è interiore deflagra e si consuma fino a palpitazioni nel vuoto del dopobomba.
Il pubblico, questo amore antagonista che pressa Bergonzoni e desidera da lui *qualcosa*, se possibile *qualcosa di confortante*, ovvero il raptus dell’intelligenza e la distensione fulminea in risata – il pubblico viene qui sollevato fino a un repentaglio che conosce assai bene la letteratura e che, per stare agli esiti teatrali, espone a un gesto onnipotenziale e a uno pneuma assoluto, che è poi la zona di prassi metafisica, una fluttuazione nel dicibile e nel non dicibile, che nel recente passato noi italiani abbiamo conosciuto grazie a Carmelo Bene e Leo De Berardinis, due nomi sacri e forse inaccostabili, ma non per chi avverte la pressione delle potenze silenti e attive, a cui la metafisica impone di andare. Due nomi, di cui Bergonzoni non sarà erede per stile recitativo o per organizzazione testuale, il che non conta: egli percepisce e spende le sostanze di quell’eredità, perché è realmente il più clamoroso tra gli artisti metafisici italiani. E’ in questo discrimine che si gioca una differenza radicale tra lui e chi fa arte, non soltanto teatro, oggi in Italia: non si trova un autore tanto teso a manipolare la materia metafisica né in letteratura né nelle arti plastiche e pittoriche, tantomeno in teatro, perlomeno non ai livelli a cui è arrivato Bergonzoni.
“Trascendi e sali” è uno spettacolo che adempie al coronamento definitivo del testo. Mai l’artista bolognese ha scritto così tanto uno spettacolo, mai ha velocizzato la partitura fino a livelli realmente ultrasonici e mai ha sfondato tanto esplicitamente la testualità, per trascendere e salire a un livello che, in teologia, è propriamente decodificato in Troni e Dominazioni. Il suo platonismo è del tutto teatrale, ma platonismo rimane. La verbosità, che è ciò che tanto crea comfort nelle platee, è stata progressivamente violentata, accelerata, fino a farsi niente: ed è un niente appunto attivo.
Chi riguardasse con grave pensamento a questa esplosione dello spettacolo in sé, forse, avrebbe agio di desumere il lato ferale del miglior Barocco: una meditazione che mette in luce il nucleo tragico del comico, estinguendolo, facendolo sparire dalla vista. La regia di Riccardo Rodolfi è sapientissima nel condurre a esaurimento il corpo stesso del comico, che inizia a non apparire all’interno di una torre, da cui lo sguardo è totale, sferico, tutto presente su tutto, panottico (un “grandangolo” che è “grandangelo”): potrebbe essere un dio monoteista, quello che parla, straparla e finirà per tacere. Ne intuiamo, nella tensostruttura a torre, i piedi e le gambe. Lentamente si materializza il corpo intero, che fatica a uscire: è una contromorte, il che non costituisce naturalmente una vera nascita. L’uomo assoluto che fuoriesce da questa torre non d’avorio, ma d’acciaio, è infatti un soggetto saputo. Ciò nonostante, ha la forza assai intensa di chiedere, di continuare a martellare con le domande. La retorica della domanda, che è una strumentazione tipica del platonismo, è davvero esaltata a livelli che negli spettacoli precedenti di Bergonzoni non si erano raggiunti. Vedremo poi con quali esiti fatali.
Assieme alle parole a cortocircuito, sale la frequenza e lo sfinimento della domanda, sempre rivolta ad altri e sempre più a chiedere conferma e verifica dell’esistenza e della possibilità di esistenza. E’ sempre fuori scena che le domande finiscono per essere rivolte. Da un lato c’è il fuori scena costituito dal pubblico: ma il pubblico è da sempre, per Bergonzoni, la scena stessa, il soggetto identitario dell’amore, che viene sollecitato ad abbracciare chi parla e agisce, blandito con la battuta di genio e l’invenzione più ardita, accarezzato fin oltre la fine (i supplementi di monologo a fine spettacolo sono da sempre uno dei momenti più connotativi dello stile Bergonzoni: attesi, invocati e concessi, certificano l’affetto, manipolano il consenso, creano felicità confortevole, in cambio di una fatica extra del monologante, che scatena in questi segmenti fuori tempo massimo un’emotività caricaturale e al contempo autentica: vorrebbe liberarsi dall’abbraccio, mentre lo richiede con forza…). Poi ci sono i fuori scena delle quinte: fuori scena bilaterali, a destra e sinistra, dove dominano “le Quintessenze”, a cui il figlio di un dio minore richiede conferma, da minorato e monitorato, da supplice privo di devozione, da scambista di tutte le fedi, da unitariano dell’estrema teologia che si gioca sul palcoscenico.
E’ alle Quintessenze che, una volta mostratosi per intero il corpo del comico tragico, vengono rivolte domande sempre più disarticolate, disarticolando il corpo stesso. E’ un apice impressionante dell’intero tragitto artistico di Bergonzoni: qui si mostra per quello che da sempre era e che è concretamente diventato, ovvero un avanguardista estremo. Le letterature, ovvero i citati in stato confusionale, da Dante a Petrarca a Foscolo a Verga a Verne a Checov (su cui si esercita il riflesso condizionato “Checov-cieco”, per dire fino a che punto si abbassa qui l’invenzione) a Tolstoi, sono decisamente sussunti qui in Beckett e nei suoi Malone: è Malone, insieme al Bartleby di Melville, lo spettro più emblematico tra i demoni che perturbano dall’interno il fenomeno Bergonzoni. Anche le musiche sono disarticolate: la marcia di Radetzky e quella nuziale, l’inno di Mameli si scompone nelle unità foniche di base, lo spettro delle note si allarga nominalmente, va a confusione.
Tutto ciò introduce a una morte vivente dell’io: Bergonzoni si scompone, biascica il proprio corpo, lo elettrizza, è enorme marionetta e dismesso marionettista, si gonfia per rattrappirsi, si fa dimidiato, tutto è invano, disperatamente, afono pure, mentre le domande travolgono le mute Quintessenze ai lati del palcoscenico: esse non rispondono, faraoniche e mute in una siderea distanza dall’umano che si slaccia e non smette di finire – fino alla domanda centrale: “Mi vedete se… Mi vedete?”. Siamo visti? Esistiamo per un altro? E’ la domanda cruciale, maritainiana, di un esistenzialismo portato a eccesso universale. E nemmeno questo è un atto finale, la crucialità della domanda primigenia è superata: letteralmente Bergonzoni aveva portato il suo testo a dire che si va ben oltre l’essere.
Il pubblico assiste alla messa in scena finale del soggetto recitante, che lo fa esistere in quanto pubblico – e, dopo la fine, c’è altro. C’è una sconclusionatezza ferale e affaticata, non gioiosa, un eden ulteriore, supremo, come accade nel superamento di tutte le cose che praticò in scrittura Robert Walser. C’è qui molto Kafka, molto Odradek. E subito il corpo scompare, dietro una quinta orizzontale rosso alchemico. Da qui dietro si intuisce il passo del comico tragico, va a sinistra e destra, gli si intuisce la capigliatura folta ed elettrica, mentre chi appunto intuiamo soltanto sta dettando una richiesta di riscatto cosmico e storico: l’immensa pretesa deborda i limiti del reale, la camminata decisa e l’eloquio netto e imperativo non smettono di fare percepire il punto di gravitazione dell’intera scena, che è la tensostruttura a torre dell’esordio dello spettacolo. Essa preme. Mutamente pressa. Il magnetismo è sensibile.
Così Bergonzoni giunge a porre fine al testo: scendendo verso i sistemi fognari (non ricordo nei suoi precedenti testi una scurrilità tanto esibita, con le parolacce usate come le pronunciano i bambini e noi tutti al bar), issandosi attraverso citazioni esilaranti di uomini morti, di morti e morti improvvide o estese nel tempo, dilatate in un andamento da danza macabra e irresistibile, uno strascicamento degli arti e delle sillabe, fino a perforare i cieli del detto e del non detto, in direzione dicibile e indicibile – il che è molto oltre il detto e il non detto. La narrazione di Bergonzoni e la sua presenza fisica in scena sono slittate nel regno delle potenzialità, che possono risultare ilari sovrasensi o istanze politiche o impennate suprematista e astratte, ma non smettono di attualizzarsi via via, istantaneamente, secondo una jam session in cui si esprime un sentimento dell’assolutezza umana e divina. Dalle sentine, in cui le parole sono fatte cozzare con facilità, all’aria rarefatta ad altezza vetta, in cui la parola e il suono si decompongono per sublimazione e poi di nuovo verso la cecità dei regni inferi: c’è in questo saliscendi il trasalimento e il trascendimento che da una vita Bergonzoni cerca e finalmente, finalmente ha trovato. E là ci porta, tutte, tutti. Non si può che essere grati per averci sottoposto a questo rito iniziatico e definitivo. Il suo sciamanesimo si è compiuto nel transumanar, nel significar per verba.
Ho tardato ad addormentarmi, preso dall’adrenalina. Poi mi sono addormentato, non sognavo ed ero dunque precisamente nel punto ubiquo e perenne in cui Bergonzoni ha trascinato la propria e altrui arte: alla sparizione che continua a essere.

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L’opera assoluta di Alessandro Bergonzoni: un’installazione vivente

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Alle 11.30 stamani, nella Sala della Passione della Pinacoteca di Brera, ho assistito a un’installazione performativa di Alessandro Bergonzoni. Il titolo era complesso: “TUTELA DEI BENI: CORPI DEL (C)REATO AD ARTE (IL VALORE DI UN’OPERA, IN PERSONA)”. La sala era, come si suole dire, gremita. Si suole dire tutto: vi siete accorti? Con quali parole, con quale disperazione infibrata, con quale infibulazione io posso continuare a solere dire e solere dire proprio la disperazione e la primaria meraviglia, l’incubo dell’incanto, l’enormità del tutto che mi è concesso nello spazio piccino di me, che sono immenso nell’aria e sono l’aria, che vede e sente e suole poco? Poiché questo è stato assistere all’opera d’arte di Bergonzoni: è stato non assistere, ma essere, ed esserci, lì, dove il suo corpo muto e fermo mormorava l’inesausta vibratilità di quel mantra sottile che ci fa essere pianti da quella che si suole dire realtà. Io ho assistito alla croce verticale, oggi. La croce è una linea che organizzò lo spazio, quando noi, scimmie un poco angeliche e molto meschine, imparammo prima della nostra storia a essere spazio e a essere tempo: essendo il corpo, allontanandoci da quello e avvertendo l’impulso alieno e fossile ad averlo e non a esserlo, sforzandoci quindi con impeto focolarino di riappropriarcene, mentre facevamo la strage e lo scempio di corpi viventi che dispongono della comprensione del cosmo in cui sono sgocciolati a una vita nuova e pesante, mostosa e metallica: hanno, i corpi, la capacità equivoca di essere tutto non essendolo. A quell’incrocio, quindi in una croce, abbiamo stabilito la nostra storia, con le sue pietre miliari di sangue secco coagulato male, in perenne ossidazione, distinguendo il lì dal qui, il prima dal dopo e perfino ciò che sta e si muove. Sapevamo tutto, dimenticato, dimenticandolo, sfogliandoci nell’aria chimica di un pianeta mai esausto, una imperennità che consideravamo ironicamente stabile, sotto la nostra natura bipede e piatta, massacrando il volto all’infermo, massacrando di colpi all’inferno. Che cosa è, dopotutto, un inferno?: è uno spazio, è geometrico, per esempio: una cella, non affrescata. Non in un duomo o in un’escrescenza delle nostre, architettoniche, biche, robe entomologiche variamente slanciate e rastremate verso quello che si suole dire alto. Una cella senza affreschi, senza dipinti secenteschi di minore importanza, onusti e iscuriti dell’opera lenta e infame dei candelabri che sono i nostri fiati. Come quelli che lì avevamo alle spalle e ai lati tutti, chiusi in una sala semibuia della pinacoteca: una cella chiusa, non si poteva uscire, e senza carceriere che non fosse la nostra stessa volontà di restare lì a vedere: vedere cosa? Lo spettacolo dell’arte, da tempo immemorabile, è stato ed è finito, si è sfinito: il tempo è sfinimento. Il museo spartisce con la guardia molto di sé e parecchio di noi, quelli chiamati democraticamente a informarci, a formarci, quando semmai il problema è l’opposto: sformarci è il nostro sogno precoce e indistinto, offuscato proprio dai corpi. In quale senso tutelava il bene e il corpo Alessandro Bergonzoni lì? Dove era? C’era la parete cieca, illuminata, vedevi la sua muratura, se non gloriosa, antica: l’antichità, questa ruggine del tempo che nemmeno hai vissuto tu, era un valore per le scimmie ingentilite dai pigmenti, che dalle grotte iberiche e francesi presero forme animali e migrarono ovunque: nei marmi, sulle tele, si appiccicarono ai muri. Eravamo, dunque, di fronte a un muro, metri di muro in verticale, pallidamente illuminato, quando è entrato, passo deciso e magrezza nemmeno più sapienziale, ecco: è entrato chi? Parrebbe Bergonzoni. Indossava lo spolverino nero che sembra la tonaca. L’altro giorno ero a Isernia, si avanzava un prete vecchio, illuridito dallo sfregare carne umana continuamente, non certo dagli scaracchi della divinità, ridotta da tanta era a un carro carnacialesco, con la cartapesta delle scritture sacre trasformate in bollettini dell’oratorio, e, mi dicevano, quel vecchio, con la gromma incrostatasi sotto l’unghia fino alla lunetta, era spretato e indossava la tonaca, illegittimamente: non avevo visto mai una tonaca più soave e luminosa! Perché come se fossero morti vestiamo i vivi? Quanto più casta e giusta è la nudità dei corpi, che li avvicina al loro disincarnarsi… Ritto, nello spolverino nero, alto come lo si conosce e secco, verticalissimo, il coccige allineato alla fontanella cranica, le mani lungo i fianchi, immobili, sia pure non serene, ha dato le spalle a noi, popolino di spettatori, noi: che eravamo gli inconsapevoli e, quindi, in un certo modo, in quanto inconsapevoli, i bambini, gli inermi, i massacratori. La voce di Bergonzoni ha rotto il silenzio. Era registrata. L’uomo era lì, a due metri e mezzo da me, voltato verso un muro, silenzioso: forse mormorava tra sé e sé qualcosa di inedito e troppo importante, forse il silenzio ha troppa importanza… Chiedeva, la voce di Bergonzoni, che, essendo registrata, aveva qualcosa del divino per come lo abbiamo pensato e non sentito da quando siamo tutti sapiens sapiens, chiedeva quella sua voce rimbombando un poco, quale rapporto ci fosse tra colpa e arte, accennava al tema della delicatezza della “presa in carico”, soliloquiava davvero?, era questa voce sola che a boato sussurrato ci parlava della cancellazione della beltà della persona dal Museo Esistenziale Dell’Arte… E si accendeva alla parete un quadro immenso da un proiettore verso il fondo della sala, sul muro premanzoniano si accendeva un quadro, una sorta di strano blu Klein, ridotto a quasi poco bianco in basso a sinistra in una pennellata larga verticale e, un poco ancora, in alto a sinistra, una pennellata minore. La voce spenta. La luce avanza i progressi della sua legione fatta spettro: i colori, infatti, si accendono. L’uomo Bergonzoni è rastremato verticale come una colonna, inaggettivata, non è dorica e non è ionica e soprattutto non è infame e in quei momenti non ha fame, neppure: è che è lì. Assiste, forse, all’accendersi di questo quadro immenso proiettato, immane, l’aria umana, i fiati di noi che nei minuti l’abbiamo perso, l’antico vizio all’attenzione, allo stare come quando si sta fermi, e abbiamo davanti a noi, che raccoglie la congerie concitata dei nostri sbadigli e delle nostre frenesie trattenute, un prete più che ortodosso, che sulle proprie spalle raccoglie le esalazioni di anima che emettiamo, questo prete bergonzonico che sta facendo la liturgia antica, preconciliare, dando le spalle al popolo e lanciandone i corpi eterici verso il tabernacolo che era centrale e qui è un quadro informale che si accende piano. Piano. Piano. Secondo i ritmi di questo saluto al sole e alle tenebre che tutto sono e sono anche umane – questo esercizio di rinnovato yoga e fisico e immaginale, disincarnato essendo carne, che *è* Alessandro Bergonzoni, un uomo ritto e pontificale, che fa da ponte, a noi, verso quel quadro che, ecco, si accende, ed è la forma immensa del volto massacrato di Stefano Cucchi.
Assume le gradazioni delle tonalità storiche che hanno preso tutte le immagini, le orientali quanto le occidentali, le masaccesche quanto le caravaggesche, con cui hanno preteso di spingerci tutti oltre l’immagine, oltre la bidimensionalità e oltre l’uomo carnale, il corpo derelitto, il corpo violato, preso in carico e rifiutato, reso rifiuto, reso violaceo come quegli edemi, il corpo straziato come quella restanza di sospiro che mostra i denti giovani e consumati e intatti, la lirica accondiscendenza di qualunque pietà qui convocata a questa oltranza estrema, che va oltre l’oltraggio: trasformare l’oltraggio al corpo nell’oltranza che siamo. Io, lo scrittore che non si sente tale, io, che faccio di me retorica di derelizione e soffro le gocce chimiche di un benessere instabile strappato al mondo della tridimensione, io, l’inadatto, il purpureo, il sentimentalismo nascosto per pudore e spacciato per vittimismo illegittimo, io, il sacco ileo che di tutto fa escrezione e si sente vuoto, io, il poveraccio che non sa e cerca l’abbastanza per durare quel poco e simula l’oltraggio per difendersi dalla natura oltraggiosa, io che non conosco l’arte di sapere l’arte, io, lo scribacchino finito, la cui finitudine è sbandierata senza posa per ottenere amore: io ho scritto in un libro di quell’immagine, proprio quella, che si accende in faccia a noi e all’esichia immobile di un artista, quell’immagine che è tutta l’arte, l’avevo messa nel libro “Fine Impero”, per dichiarare la fine delle immagini, di tutte le immagini, e la fine delle parole, le mie, e ho accanto a me il corpo di un’amica che mi vergogno di disturbare se respiro male, affratellato alla strage che sta compiendo l’artista Bergonzoni. Si suole dire. Avevo detto quell’immagine per pagine, dando l’addio finto alle parole false, ricercando i silenzi veri tra le sillabe della mia impotenza, quando l’impotenza è un resto umano, enorme, carne disincarnata, immagine verissima ma non per cronaca eppure storica e di cronaca, cronica, cronicario, quel teschio cromagnon, quella teca delle sofferenze, quella cristianità assoluta che indistingue qualunque definizione, qualunque definitezza, che ebbe nome Stefano Cucchi, ma non aveva nome Stefano Cucchi, perché già era stato tradotto in immagine, non in arte?, traslato, il funerale che strappa l’immagine dal corpo e te la conduce menzognera nella teca cranica cromagnon che hai. Sono affranto. Sono affratellato: a chi? Alla persona. Quale? Bergonzoni? Cucchi? L’amica che ho a fianco? Gli altri? Me stesso?
E comincia a parlare e si gira, immobile, l’artista. Chiede, la sua stessa voce, che è registrata e rimbomba dalla sfera semibuia così lontana dal celeste: “Sei tu confine?”. E parla: non è vero: non sta parlando. Lui, immobile, che guarda senza sguardo, che è senza giudizio, che rende cristalline le immagini tutte, ascolta l’immagine della sua voce, questa impronta sonora irradiata dalle casse da morto, ascolta se stesso, cioè lui prima, in altra situazione, quando registrava: e dice l’indicibile, non lo so ripetere, ricordo il “viola inviolabile”. Fa la letteratura nuova: la fa contemporanea. Fa l’arte tutta nuova. Poi il quadro, ora alle sue spalle, trascolora. Cosa ne dirà la conservatrice, la restauratrice, che poi prenderà la parola (chiunque prende la parola, non la emette: prendiamo la parola e la nascondiamo, la portiamo via)?
All’improvviso è bianco, non c’è più forma, non è un quadro: è luce.
Lui se ne va via.
C’è solo io. Io solo.
Poi c’è stata la conferenza stampa.

PS. Non ho finito di dire. Non finirò di dire, di quest’opera, un assoluto topico per me. Continuerò, appena posso, nei prossimi giorni, che sono tutti giorni del giudizio, che sono tutti i giorni della creazione. Mi scuso per l’insufficienza. Volevo dire a tutte e tutti che siamo oltre: siamo contemporanei.

Enzo Mansueto sul ‘Corriere del Mezzogiorno’: “Anteprima nazionale”

42_anteprima_nazionalegE’ uscita in edicola una bellissima recensione del critico Enzo Mansueto circa l’antologia narrativa di nove racconti e una prefazione nei tipi minimum fax Anteprima nazionale – Nove visioni del nostro futuro invisibile (laddove il costo si quantifichi in euro 13 e 50 centesimi; e inoltre: 226 pagine – maggio 2009 – ISBN 978-88-7521-222-3), curato il testo da Giorgio Vasta (si sottolinei qui: candidato al Premio Strega per il suo romanzo splendido e importante Il tempo materiale, minimum fax essendone ugualmente editore). La recensione del Mansueto ha ottenuto pubblicazione in una pagina intera che il Corriere del Mezzogiorno ha dedicato a suddetta antologia, con una intensa fotografia di Giancarlo De Cataldo a corredare il pezzo (è infatti uno degli autori partecipanti all’antologia stessa: insieme al sottoscritto e a Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio oltreché Wu Ming 1).
Quivi pubblico il file in formato pdf della pagina firmata da Enzo Mansueto, scaricabile assai semplicemente con un clic. Ne anticipo lo incipit di seguito qui sotto!

“La parola ‘futuro’ pare non avere più una cittadinanza in una società freneticamente schiacciata dalla soddisfazione di desideri mercificati, dalla ipertrofia del tutto e subito, da un presente iperesteso e globalizzato.”

[PS. Poiché mi è stata fatta notare la sorpresa di un apparente mutamento della di me scrittura, quasi desiderassi parodiare malamente l’Ingegnere o Ippolito Nievo, specifico che tale nonstile verrà indefinitamente adottato finché le viscere detteranno tale inclinazione, per nulla scherzosa!, semplicemente rispettosa di una angolatura della libido epperò in sé e per sé del tutto priva di significazione alcuna o tantomeno offensiva nei confronti di qualcuno o qualche cosa! gg]

Seconda anteprima da “Anteprima nazionale”

42_anteprima_nazionalepCome già scritto nell’àmbito della prima corposa anticipazione, per le cure di Giorgio Vasta minimum fax ha pubblicato Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile (€ 15; la copertina è cliccabile), in cui compaiono racconti di Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Giancarlo De Cataldo, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio, Wu Ming 1 e un racconto mio.
Il mio racconto si intitola: La infinita beltà del programma si vedrà di lontano.
Protagonista assoluto del futuro programma televisivo più seguìto dell’intera storia televisiva italiana, e cioè di una trasmissione che si svolge in non si sa quale tempo ma comunque nel futuro remoto, lo sconosciuto presentatore Enzo Tortora è còlto – in questa anticipazione ulteriore – nella sorpresa della diretta, mentre sta descrivendo una seduta di ipnosi regressiva che il celebre dr. Brian Weiss pratica sull’icona della d.ssa Tirone. Ça va sans dire che i personaggi sono fittizi e i nomi indicano puri ologrammi mediatici di pubblico dominio, che nulla hanno a che vedere con persone fisiche. La foto di corredo è cliccabile per visionare a degna dimensione.

tortora_longarini_mini“[…] Ecco vedete la lingua incomprensibile del dottor Weiss, lingua incomprensibile biascicata, disarmonica, questa lingua di merda anglosassone trasformata da una distanza oceanica dall’isola che l’ha partorita, vedete come distorce la bocca del dottor Brian Weiss, quasi stesse masticando un chewing gum, lingua incapace di poesia, di narrazione, fatta di ritmi che soltanto il sax di un jazzista può nobilitare, questa lingua buccinante e parodistica, questa lingua ironica e filamentosa come certa bava, questa lingua delle scie di lumaconi senza guscio, questo sfrigolare di carne alla griglia strapiena di acqua e mutazioni perniciose in riva a una piscina famigliare piena di cloro e zanzare morte, vedete questa lingua con cui il dottor Weiss domanda alla sua paziente ‘Descrivi la situazione in cui sei, cosa ti sta succedendo’.
E non è una domanda!, è un ordine!, ma io ho fatto finta che fosse una richiesta, la gentilezza abusata diventa ciò che qualunque maschio fa con qualunque femmina, le ultime due comunità formalmente disposte a scontrarsi prima dell’estinzione della specie, crolleranno gli stati, cioè le nazioni e le situazioni immersive in cui siamo psicoemotivamente coinvolt* tutt*, e la paziente, l’indimenticata dottoressa Tirone che si produceva in memorabili televendite ai tempi d’oro che nemmeno riusciamo più a collocare risponde all’ordine, bisogna che questa civiltà faccia una statua d’oro al maestro di tutti noi, Ivan Pavlov, quello del memorabile cane, che gli siano consegnate le chiavi di Roma, ma attenzione!, dalla regia un messaggio a sorpresa!, un dramma per cui siamo costretti a interrompere momentaneamente l’esperimento di ipnosi regressiva, la linea alla regia, eccola, ascoltiamo che ha da dirci:

“INFORMIAMO I NOSTRI SPETTATORI CHE E’ APPENA GIUNTA IN REDAZIONE LA FERALE NOTIZIA DELL’IMPROVVISA MORTE DEL NOSTRO PONTEFICE, CHE E’ STATO IMMEDIATAMENTE SOSTITUITO DA IVAN PAVLOV IN UN CONCLAVE LAMPO STRAORDINARIO”

Abbiamo un nuovo Papa ed è proprio Ivan Pavlov!, sono gli inconvenienti della diretta!, festeggiamo l’incredibile notizia dell’elezione del nuovo pontefice abbattendoci nel lutto per la morte del precedente!, alziamoci e facciamo un minuto di silenzio per la morte del precedente mentre al contempo urliamo tutti il nostro giubilo per l’elezione del nuovo al soglio di Pietro, quest’uomo fatto di pietra su cui hanno eretto tutto, non di sabbia, ma di pietra, senza tondìni e senza carpenteria, fondamenti di roccia come ai bei tempi andati chissà dove, tempi che addirittura precedono quelli già incollocabili del Medioevo, abbracciamo questo Papa inutile ma a cui teniamo tutti tantissimo non credendo più all’anima, alla redenzione e fortunatamente all’inesistente Dio, facciamo la hola per la memoria dell’inesistente Dio, che noi occidentali abbiamo confuso con il limite e con l’errore della morte non comprendendo cosa fosse il dolore, non scavando nel nesso che allaccia amore e solitudine,
Ma non perdiamo tempo, sentiamo ora il racconto della dottoressa Tirone agli ordini del dottor Brian Weiss, che è il Sostituto Di Tutto Il Cristianesimo, perché è in grado di interagire con il nostro vero passato adulatorio in quanto ingannatore in quanto finto ma moralmente tale e oscenamente spiattellato per il nostro desiderio di erigere un limite da abbattere, la mente non ha confini, noi esondiamo, siamo l’onda anomala che spacca qualunque schermo, siamo l’abbraccio incondizionato, siamo il gratis et amore dei, cioè di chiunque al plurale, e ascoltiamo la dottoressa che ci racconta della sua vita passata con smorfie di dolore che non sente, questo è il paradiso che abbiamo tanto sognato!, provare dolore non sentendolo!, ed ecco la risposta, eccola “

Una corposa anticipazione del racconto di ANTEPRIMA NAZIONALE

42_anteprima_nazionalepPer le cure di Giorgio Vasta, minimum fax ha pubblicato Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile (€ 15; la copertina è cliccabile), in cui compaiono anche racconti di Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Giancarlo De Cataldo, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio e Wu Ming 1.
Il mio racconto si intitola: La infinita beltà del programma si vedrà di lontano.
Eccone una corposa anticipazione:

“la rappresentazione è finita nell’interiorità”

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Avviso agli eventuali lettori diretti a Torino: la Miserabile assenza

Mi scuso in anticipo con chi, eventualmente, trovandosi al Salone del Libro di Torino, fosse interessato alla presentazione di Anteprima nazionale, antologia minimum fax curata dal candidato al Premio Strega Giorgio Vasta (non si finirà mai di raccomandare la lettura del suo folgorante Il tempo materiale, uno dei libri più profondi usciti in Italia in questi anni e su cui interverrò prossimamente). Alla presentazione è previsto che partecipi il Miserabile sottoscritto. Tuttavia, in quanto Miserabile, miserevolmente egli sarà impossibilitato a recarsi sotto la Mole sabato. L’evento, annunciato in varie sedi, e dall’Editore in primis, va dunque corretto in corsa, così come qui di seguito. A me tocca scusarmi per l’assenza con organizzatori e lettori nel caso interessati – vivo un momento piuttosto travagliato e davvero non mi è possibile spostarmi. Ecco la segnalazione della presentazione:

SABATO 16 MAGGIO

Stand R 119 del Circolo dei Lettori – Padiglione 3 – ore 18

APERITIVO CON ANTEPRIMA NAZIONALE

Gli autori, il curatore, gli editori di Anteprima nazionale e Antonella Parigi, la direttrice del Circolo dei Lettori, incontrano il pubblico.
Per informazioni: www.circololettori.it

A seguire: Sala Gialla – ore 19 –minimum fax, Italia 150 e Circolo dei Lettori presentano:

Anteprima Nazionale. Immaginare l’Italia da qui a vent’anni

Intervengono: Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Giorgio Falco, Tommaso Pincio, Giorgio Vasta. Modera Michele Serra