Una corposa anticipazione del racconto di ANTEPRIMA NAZIONALE

42_anteprima_nazionalepPer le cure di Giorgio Vasta, minimum fax ha pubblicato Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile (€ 15; la copertina è cliccabile), in cui compaiono anche racconti di Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Giancarlo De Cataldo, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio e Wu Ming 1.
Il mio racconto si intitola: La infinita beltà del programma si vedrà di lontano.
Eccone una corposa anticipazione:

“la rappresentazione è finita nell’interiorità”


Tutto qui. Dal punto di vista della quantità delle parole, ho bluffato: non è una corposa anticipazione. Dal punto di vista dell’interrogazione che mi pone questa frase, che mi è venuta in mente una notte in presonno assai prima che sapessi che avrei scritto il racconto, è molto corposa: io non so, da autore, che cosa essa significhi e perché mi perturbi così tanto.
Stabilisco d’autorità un confine inesistente: da una parte ci sono io con le mie domande e dall’altra c’è chi leggerà eventualmente. Nulla ha a che vedere con il possibile, ma per nulla garantito, esito letterario del testo. E le mie domande hanno a che fare con una profondità mia che, per altri, può risultare ridicolmente superficiale.
Perché faccio questa operazione, cioè enunciare che cosa accade in me nel momento in cui mi viene in mente una frase, o la scrivo, e poi la rileggo e non so nulla se non quanto sento? Lo faccio perché questo mi serve.
Accade infatti che io attraversi un periodo in cui non avverto alcuna necessità psichica di scrivere: potrei smettere qui il mio rapporto con la scrittura, con la pubblicazione, col rapporto che si dà tra certi lettori e me. Non saprei proprio dove andare. Dove devo andare? Devo andare? In qualche modo devo: avverto comunque una necessità.
Adesso dico come è fatta questa necessità di scrivere: sta sulla sinistra del mio interno, ad altezza tempia; è silenziosa e vitrea; non è in relazione ad alcuna mia ossessione; non ha a che fare coi traumi; avverto distintamente, in una maniera che non riesco a linguificare, che ha a che fare con l’amore e la commozione e però non solamente miei; mi dà la sensazione di qualcosa che nasce di per sé, affiorando per avvicinamento, e che io devo attendere in silenzio, eppure non c’è nulla di questa sensazione che mi porti a pensare alla cosiddetta ispirazione; è una necessità vuota di me; il suo oggetto non è un oggetto e non è finzionale e la pausa di silenzio sento che è come un parto naturale di una forma adatta a questa cosa, peraltro impossibile, per cui un evento linguistico non sarebbe finzionale; è apparentemente fredda e sintetica, esige un’altra grammatica rispetto a quelle che ho finora utilizzato; è in un altro universo rispetto a quello della compulsione; non ha personaggi, non ha storie, non ha parole al momento; esige quiete.
Tutto ciò che ho appena scritto, mi genera panico.
Mi sono accorto che da circa trent’anni io scrivo ogni giorno qualcosa e che, appena terminato un libro, meccanicamente è scattata l’esigenza di trascenderlo con un nuovo racconto. Ora non più, per il momento – questo momento, che come ogni momento io sento essere al di là dell’arco cronologico e però transitorio.
Non so per adesso cosa fare: annaspo. Mi dà panico non avere voglia di leggere (fatico tantissimo, da un anno, a leggere qualunque testo) e tantomeno di scrivere (qui proprio non c’è la possibilità: non posso scrivere e non si tratta comunque del blocco dello scrittore).
Un effetto nemmeno collaterale di questo stato di cose (stato interiore, è chiaro) consiste nel fatto che io non posso nemmeno, proprio non riesco a fare ciò che ho sempre fatto: io penso nel momento in cui scrivo – cioè trovo il pensiero scrivendo, e poi, per scatti temporali, comprendo dall’esterno di me stesso diversi gradi di senso di ciò che penso. Tale meccanica è saltata. Quindi, anche adesso, cercando di chiarire cos’è quella frase sopra citata per me, mi trovo in uno scacco: perché adesso ne scrivo, ma sento che non incontrerò affatto il mio pensiero.
Non incontrerò nessun pensiero. Mi vengono le vertigini e sto malissimo, rispetto a ciò. La verità è che io non penso niente rispetto a quella frase. Questo non significa affatto che essa sia per me priva di significato, poiché non ne penso nulla, ma mi scatena perturbamento: la sento. Con quale organo di senzienza? Non lo so.
Provo ora a compiere questa operazione per me oscena (l’oscenità di me stesso: un’oscenità non appartenente alla sfera morale): dirmi qualcosa che evidentemente non potrò dirmi. Il qualcosa è ciò che la frase suscita in me che, peraltro, ne sarei l’autore. L’autorialità si porta dietro con sé un implicito, culturale e parimenti osceno retropensieri (anche qui non si tratta di oscenità in termini morali): è come se si pensasse in genere che l’autore, in qualche modo, perfino inconscio, calcola quello che ha da dire rispetto a chissà quale sentire. Dall’altra parte di questa ipotesi assurdamente algebrica, sta il polo dell’ideologia ispirazionista: l’autore non calcola, presta la bocca a chissà quale esterna presenza che l’interno capta. Ecco, precisamente: queste due ipotesi hanno a che fare con la mia situazione come l’acceleratore di particelle di Ginevra a mia zia Ida.
Che sensi ha, implica, esprimerebbe la frase “la rappresentazione è finita nell’interiorità”?
Dal punto di vista fonico ritmico, francamente, fa schifo. Io sono una persona che, quando scrive, è talmente imbibita di memorie ritmiche e foniche che, circa l’aspetto stilistico, non si permette mai di trasgredire la prosodia naturale (talvolta tale che vìola la presunta naturalezza acquisita per tradizione), la quale prosodia è avvertita come deriva inevitabile. Perfino nei confronti di testi altri, mi scatta subito un giudizio: o c’è lingua o non c’è lingua. Nella frase in questione posso tranquillamente (ma non poi tanto tranquillamente…) affermare che non c’è lingua. Forse c’è un movimento pensativo, ma sicuramente non c’è lingua. Questa frase può appartenere indifferentemente a un saggio filosofico australiano che si legge in traduzione oppure a un testo psicoanalitico di Bollati Boringhieri. Sicuramente, nel caso si trovasse in una poesia, sarebbe stata scritta da un cattivo poeta. Si dica lo stesso dell’eventuale autore narrativo. Non è dunque una seduzione fonico-ritmica a pressare su di me tramite perturbazione.
E’ forse la perturbazione un fenomeno derivante da qualche dinamica retorica? In parte è quello che sento. La convertibilità dei termini tematici, questo slittamento bino di semantica, qualcosa vorrà pure dire e io lo sento. Si tratta di un elemento piuttosto banale e rientrante in certe algebre, appunto, che personalmente detesto. Poiché non si capisce che cosa significhi qui “finire”: sto dicendo che la rappresentazione è morta nell’interiorità, dopo un processo di indentramento nell’interiorità, oppure sto dicendo che la rappresentazione è andata a nascondersi nell’interiorità e solo nell’interiorità è recuperabile? Questo slittamento di senso, nonostante sia chiaramente meccanico, mi provoca turbamento. Perché?
L’inversione retorica richiama il dato sematico. E’ un contagio. Io non so che valore dare al verbo “finire” e, immediatamente, io non so che cosa significhino “rappresentazione” e “interiorità”. Stao facendo riferimento alla rappresentazione finzionale? E’ questione di fisiologia nervosa, per cui ciò che percepisco è immediatamente rappresentato? E’ una via di mezzo e si tratta della mimesi, per cui sto intendendo che ciò che percepisco poi lo rappresento nel testo? E l’interiorità è mia? E’ dell’umano? E’ della rappresentazione stessa?
A cosa sto alludendo?
Ecco dunque un elemento che spunta, per me abbastanza inatteso: sto alludendo? Sì, io sento che sto alludendo. A cosa? Non lo so.
Mi arriva subito il sentimento che l’allusione non ha bisogno di lingua stilistica. L’allusione mi porta alla fine del linguaggio. Essa non è uno strumento spirituale: è un traghettatore verso un ignoto extralinguistico: che è peraltro ciò che sto in questo momento sperimentando: non ho proprio le parole a cui appoggiare la frase, per spiegare cosa significhi. Eppure ha molti sensi, a quanto vedo.
Che cosa è questo extralinguistico? Cosa c’è che io sicuramente sento e non ha a che vedere con i significati? E’ la copula “è”: questo io lo sento per certo, so perfettamente cos’è il fatto di essere, non riesco a descriverlo, mi sveglio di mattina e sono, dormivo e sono, nel futuro sono: continua stabilmente questo “è”, che indifferentemente è “è” e “sono”, “sarò”, “sono stato”, “essere” – tutti i modi e tutti i tempi in un’unica punta di sensibilità del fatto che, da quando sono, sento di essere.
Di colpo la frase mi sembra sbilanciarsi con un movimento simmetrico, per sprofondamento centrale di un elemento: “è” diventa una componente pesantissima, tutto il resto è leggero, “finire” “rappresentazione” “interiorità”, e prende vita dall'”è”. L’elemento cardinale della frase è dunque, per me, quell'”è”.
Cosa mi fa sentire (dico: cosa fa sentire proprio a me, non so se ad altri: a me, esclusivamente a me, ed eventualmente anche ad altri) lo sbilanciamento verso l'”è”? Mi pare che quella lettera accentata pesi come uranio arricchito. Risucchia tutti gli elementi della frase. E’ un buco nero.
Sento che l’allusione è possibile grazie a quell'”è”.
Quell'”è” significa che tutto ciò che potrebbe essere può di fatto essere, può manifestarsi da un momento all’altro. Qualunque frase potrebbe manifestarsi in forza di quell'”è”: “Nella parodia è terminata la scrittura” – per fare un esempio, con il medesimo slittamento retorico.
Eppure io ho scritto proprio quella frase, non un’altra. Quindi l'”è” rimanda a tutte le manifestazioni possibili, ma anche manifesta ciò che si manifesta: quella frase, non un’altra.
Poi, manifestatasi quella frase, entro in una nebulosa di significanze implicite o esplicite, sintomali o eziologiche: sento anche che “l’interiorità è finita nella rappresentazione”, “nel finire l’interiorità è la rappresentazione”, “la rappresentazione interiore è finire”, “l’interiorità finita è rappresentata”, “la fine è rappresentazione dell’interiorità”, “l’interiore è finire in rappresentazione” – e così via, con centinaia di varianti che, mi accorgo, mi fanno eco in un orecchio mentale. Quindi appaiono sensi più pesanti, che sembrano depositarsi come certi sali sul fondo in acqua, e cioè i due significati dello slittamento retorico di cui sopra.
Il punto, l’ubi consistam, consiste però in quell'”è”. Non si tratta affatto di un ubi consistam nel senso che sto fermo e faccio perno su un punto fisso: “è” è larghissimo, non onnipotenziale ma compotenziale di molte possibilità, ed è dinamico, non sto fermo io e nemmeno la frase, siamo nell'”è”.
Tutto ciò, mi rendo conto, non è un significato ma ha un senso.
L’allusione, dunque, per me, allude al senso, partendo dallo spettro fantasmatico del significato.
Questo, secondo quanto avverto, è il corpo: io sento ma non so il corpo, e il corpo allude, nell’essere sentito, ad altro dal corpo, che è me stesso, io, un io profondo che sa perfino dire “io” e non coincide con ciò che dice, un io prima di io.
L’allusione è un traghettamento al fenomeno nudo coscienziale, che è nelle parole e al contempo oltre le parole, è nei ritmi e oltre i ritmi nello stesso istante.
L’allusione è un modo in cui “è” compie la domanda su “è”.
Quindi ho da chiedermi “Chi sono io?” e ciò equivale a chiedermi “Cos’è ‘è’?”.
Non c’è risposta. La risposta è: “è”.
Mi viene indicato da dentro (da io che sa che io “è”) che non c’è risposta: cioè non c’è linguaggio possibile, ma allusione continua verso l’irreparabilità di una domanda in cui stare privo di una risposta tranquillizzante in quanto significativa.
Evidentemente per questo motivo devo stare in attesa silenziosa. Il silenzio, infatti è l'”è” da cui qualunque scrittura può emergere. Il silenzio non è compulsivo e non è psichico. La domanda che, al momento, mi crea panico (e cioè: “Scriverò? Cosa? Dove va la mia scrittura?”) mi pare una difesa personale a fronte della potenza naturale di “è”, la quale potenza fa proprio svanire il senso (oltre che il significato) del “personale”, della “personalità”.
Nel linguaggio è il silenzio, che è anche fuori: devo imparare questo, standoci. E’ richiesto da una componente che non è tale perché non ha forma e appartiene all’uomo interiore – una cosa che nemmeno è mia, perché lì non c’è mio o tuo o suo. Ciò crea dolore: imparo quindi il magistero del dolore.
Il senso è: nudità.
“Escludi tutto”: cosa resta?

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