Le biciclette rosse degli anni Settanta ne “La vita umana sul pianeta Terra”

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Da La vita umana sul pianeta Terra:

“Volli una volta la bicicletta: rossa scioccante.
Una volta eravamo nelle cantine dei palazzi milanesi, il piccolo androne semibuio prima dei tunnel oscuri spaventosi e brillavano le biciclette rosse modello Graziella, come uno schiocco di labbra bagnate dalle ciliegie, luminosa modello Graziella con le gomme bianche a piccole tacche zigrinate, in un piccolo androne di cantina nella periferia della città Milano, pavimentata di cemento grezzo con una polvere di cemento che scricchiolava sotto le suole di scarpe da ginnastica comperate al mercato rionale tutti, e la polvere contro i topi fluorescente gialla messa nella giunzione tra pavimento e muro, prima del buio delle porte misteriose in legno di vani cantina contenenti tutto, magiche porte chiuse, penetrante al chiuso il puzzo di ammonio e urina di topo e umana anche e che secondo noi era un odore sessuale, davanti al gioiello della Graziella, rossa come una guancia immaginaria, il mondo immaginato è il più intenso réndez-vous, i pedali pesanti di plastica biancastra avevano incastonate fascette in materiale catarifrangente, arancione, ma era di rosso una vernice speciale luminosa verso i miti e le accelerazioni, pomeridiane, la polvere dei giardinetti, noi già diretti verso i soli in esplosione che immaginavamo, fittissimi colloqui nel semibuio dello scantinato usmando il sesso che lì sicuramente era fatto da uno uomo e una donna sconosciuti, e accelerando nella discesa dei giardini impegnandoci tantissimo con i garretti tesi, a riuscire verso i gruppi che tiravano lo stucco con le cerbottane, a volte con aghi dentro lo stucco, nello stupore, evitando il salice piangente colmo di gatte pelose striscianti, urticanti arancioni, e nere, noi, nessuno tanto indigente e figli della separazione, della macula primaria da cui il vuoto si condensa in un universo e crolla verso la fine propria e degli universi tutti, i supereroi americani sbalzati dal sellino in finta pelle beige e chiodato, il manubrio lucidissimo dove ci guardavamo gli occhi specchiandoci distorti, molte Grazielle distanti dalle madri e fuori del controllo, l’influenza di un’infanzia nella latteria dei ghiaccioli contando le cinquanta lire di lega metallica e pedalando in una gioia esterna dove tutto è tutto, la bambina con le labbra a ciliegia che volevamo baciare sotto l’albero del parco distante, le impensabili mille lire e lei che ciondolava sotto il pino verso la Palazzina Liberty e Demetrio Stratos in una voce infinita che ci spaventò, Dario Fo appariva un enorme coniglio che ride e abbaglia, abbastanza stanchi e sudati nella polvere la bicicletta rossa come uno choc ci riportava a casa, eravamo pochi eppure eravamo tutti, lì, con i supereroi della Marvel, nella meraviglia, oro e azzurro dell’estasi in cieli di cembali sonanti e il legame vitale nella mente, la quale si stava producendo come una secrezione, tra screziature scivolando lungo i muri di mattoni delle case popolari verso polvere gialla fosoforo disinfettante contro l’urina dei cani, andando in direzione padre, in direzione madre, tutti, tutto, trasferendo adesivi dall’uno all’altro, i raggi della bicicletta rosso choc ruotavano in un ordine, la catena della bicicletta con i denti perfettamente intinti nell’olio nero del meccanico, avvertivamo l’oscurità di un ordine che fuggiva nella prospettiva alberata verso casa, tra i molti cani, erano anni Settanta o Ottanta, la risolutezza dei ragazzi verso un tossicodipendente dall’eroina, addormentato non del tutto sulla panchina verde smeraldo, verso la fontana verde scuro e il suo rubinetto dorato a forma di testa di drago, un buco superiore sulla nuca per bere verticale tappando quello inferiore nella bocca, acqua che brillava e le pozze nere avevano dentro le siringhe e il sangue dell’eroinomane per un tratto, miriadi di biciclette rosse e alle caviglie le tramature dei calzini del mercato, rionale, che si teneva in quella piazza mercoledì, merci sommesse, chiacchiere di popolo chiamato a raccolta dentro il ventre del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, sfiorando la sezione del Partito Comunista andavamo veloci incontro alle macchine della Simca e della Fiat, finché uno di noi si lanciò, giù dalle scale, verso le cantine, per otto piani, morendo perché lo voleva e l’accelerazione fu insopportabile e disumana, fummo tutti in un presente statico, grandi, finiti, completati e disegnati dalla storia, nostra e generale, noi non perduti più nei ghiaccioli giallo sole al limone, spalancate le stanze di ognuno di noi entrava il mondo, al funerale ci furono molte persone e la sua bicicletta rossa, un pianto di tutti così, sotto grosse gocce di piovasco e un po’ di fango del prato spelato sulla destra verso via del Turchino, era morto crollando nella sua fine prima di noi e così imparammo la protervia sommaria della fine, di tutto, sotto la casa di cemento e giallo urina, finché fummo lì.”

Audiointervista su “La Stampa”: Calvairate

Si chiama Voci di Milano l’iniziativa di Magzine de La Stampa ed è il luogo multimediale in cui precipitano e si depositano miei ricordi e aneddoti sulla contea devastata e vile in cui sono nato e cresciuto, spesso acclusa nei miei libri: il quartiere di Calvairate, alla periferia sud-est di Milano. Riproduco l’articolo di Sacha Biazzo, linkando il video e l’audiointervista che mi ha fatto Giuseppe Scannamonaca.

Giuseppe Genna racconta Calvairate

VIDEO: Giuseppe Genna racconta Calvairate

Lo scrittore e il suo quartiere: quando il robivecchi era una leggenda popolare e Gio Ponti disegnava transatlantici

di SACHA BIAZZO (MAGZINE)

Nella periferia Est di Milano, a poca distanza dall’ortomercato e dal macello comunale, sorge Calvairate, il quartiere dove lo scrittore Giuseppe Genna è cresciuto e da dove hanno preso vita alcune delle storie più interessanti dei suoi romanzi, come Assalto ad un tempo devastato e vile (Mondadori, 2002) o Dies Irae (Rizzoli, 2006).

«Calvairate è il filo rosso della mia scrittura, ne ho parlato ovunque. È un po’ come la contea di Yoknapatawpha di Faulkner, l’ho utilizzato come omphalos, come ombelico mitologico e mitografico per ambientare le avventure dei miei personaggi». Anche solo architettonicamente, il quartiere offre degli scenari molto interessanti. «Di fronte alla casa popolare dove abitavo come inquilino abusivo, c’è una casa popolare a forma vaga di transatlantico che è opera dell’architetto Gio Ponti e che veniva ribattezzata stalag perché le luci dei supposti oblò, nella metafora architettonica di Gio Ponti, creavano l’effetto di un campo di concentramento o di un enorme condominio da realismo socialista. E anche lì si consumavano storie, vendette, giochi di mafia più o meno accettata nella strategia del contenimento della criminalità nella Milano di quegli anni».

Quei luoghi erano il crocevia di autentiche leggende viventi, un serbatoio di storie inesauribile al quale poter attingere per tessere narrazioni. «Negli anni Sessanta in piazza Insubria, una delle piazze cui fa perno il quartiere, era possibile incontrare un robivecchi che, in una casupola di lastre d’alluminio, si alimentava di radici, terra e topi selvatici. Questo signore, una volta, colpito dalla morte di Patrick Lumumba, andò fuori di testa e in via Ciceri Visconti incominciò a urlare il nome del rivoluzionario africano. Convinto di riuscire a farlo, cercò di volare. Penetrò in un palazzo, si recò sul tetto, aprì l’ombrello e come Mary Poppins cercò di scendere sul selciato. In effetti, scese sul selciato, ma ad una velocità differente da quella che si aspettava. Schiantandosi, ma non morendo. Così, dopo mesi di ricovero in ospedale, dove gli rimisero a posto gli organi e le fratture con una zoppia impressionante, tornò a nutrirsi di pantegane, visto che lì vicino scorreva un rivolo di naviglio».

Calvairate, però, negli ultimi anni è cambiato radicalmente, insieme al resto della città: «Sono scomparse le leggende di zona. Quella è stata l’ultima stagione, tra le tante, dell’esperienza della persistenza della generazione e del passaggio di testimone storico. Oggi non vedo più a Milano la capacità di produrre affabulazioni come in passato. Ma questa è una mia percezione personale».

Ferraresi su 02blog.it: intervista al Miserabile su “Le teste”

gabriele_ferraresiSul bellissimo 02blog.it, il critico e scrittore Gabriele Ferraresi (autore de Il testimone) mi aveva già convocato a rispondere a profonde domande su Italia de Profundis. Mi ha fatto l’onore di convocarmi nuovamente a proposito de Le teste. Ecco il testo dell’intervista.

Intervista: Genna e Lopez tornano nella Milano de “Le Teste”
di GABRIELE FERRARESI
[da 02blog.it]

gennaletesteGiuseppe Genna è uno scrittore milanese, l’avevamo intervistato l’anno scorso per Italia de Profundis, straziante requiem per il Paese che abbiamo disimparato ad amare. Ora torniamo a incontrarlo, lui, che è partito da Calvairate – avrete presente piazza Martini, piazza Insubria, il micidiale piazzale Cuoco con i suoi tristissimi circhi – ed è arrivato in molti paesi d’Europa e non solo, grazie alle traduzioni dei suoi pseudothriller.
Protagonista dei quali, è l’ispettore Lopez: uno che si muove tra corso Monforte – la Questura – e le zone peggiori della nostra metropoli. Nel nuovo – ultimo? – capitolo, Le Teste, edito da Mondadori, tutto parte da una testa mozzata all’Idroscalo. Abbiamo colto l’occasione al volo per fare quattro chiacchiere con il buon Genna a tema Milano, noir, e complotti (narrativi e non). Buona lettura…

Dopo Hitler, che è un unicum nella tua “produzione” e Italia de Profundis, torni al thriller e a Lopez. E ritorni sempre a far muovere i tuoi personaggi in una Milano lunare. Avevi voglia tu di far risorgere Lopez o sono stati i lettori – in parecchi si erano affezionati a quel filone partito con Catrame… – o che so, direttamente Mondadori, a voler far ripartire la saga?

Il libro ha una lunga gestazione. La prima stesura risale a prima di Nel nome di Ishmael, che gli è debitore a un certo livello (l’idea di una lotta di intelligence attraverso simboli spirituali – il che, a tutti gli effetti, accade realmente). Il thriller per me non è tale, ma lo dico stando attento a declinare con precisione affermazioni simili: io intendo affermare che non esiste la teoria dei generi in letteratura, al di fuori di una considerazione che metta in relazione gli unici generi che ho esperito da quando ho avuto il bene della ragione, e cioè prosa e poesia (e anche su questa distinzione nutro perplessità). All’interno della prosa nasce il romanzo, che per me è narrazione fantastica, il che non significa che non abbia profonde relazioni conoscitive con la realtà. A cosa mi serve una narrazione fantastica che mette in scena uno che indaga? Letteralmente a questo: a mettere in scena uno che indaga. Se sta indagando, non sa – è ovvio. La bidimensionalità apparente di Lopez non coglie nulla di emotivo in me: Lopez è un personaggio. Di quale tipo, giudicherà il lettore. Non sapendo se avrei continuato la saga di Lopez, quest’occhio testimoniale che si muove di fallimento in fallimento, ho deciso di depositare quello che per ora ne è l’ultimo capitolo presso l’editore che ha pubblicato tutti i libri in cui Lopez spettralmente si aggira.

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