Le teste

Ferraresi su 02blog.it: intervista al Miserabile su “Le teste”

gabriele_ferraresiSul bellissimo 02blog.it, il critico e scrittore Gabriele Ferraresi (autore de Il testimone) mi aveva già convocato a rispondere a profonde domande su Italia de Profundis. Mi ha fatto l’onore di convocarmi nuovamente a proposito de Le teste. Ecco il testo dell’intervista.

Intervista: Genna e Lopez tornano nella Milano de “Le Teste”
di GABRIELE FERRARESI
[da 02blog.it]

gennaletesteGiuseppe Genna è uno scrittore milanese, l’avevamo intervistato l’anno scorso per Italia de Profundis, straziante requiem per il Paese che abbiamo disimparato ad amare. Ora torniamo a incontrarlo, lui, che è partito da Calvairate – avrete presente piazza Martini, piazza Insubria, il micidiale piazzale Cuoco con i suoi tristissimi circhi – ed è arrivato in molti paesi d’Europa e non solo, grazie alle traduzioni dei suoi pseudothriller.
Protagonista dei quali, è l’ispettore Lopez: uno che si muove tra corso Monforte – la Questura – e le zone peggiori della nostra metropoli. Nel nuovo – ultimo? – capitolo, Le Teste, edito da Mondadori, tutto parte da una testa mozzata all’Idroscalo. Abbiamo colto l’occasione al volo per fare quattro chiacchiere con il buon Genna a tema Milano, noir, e complotti (narrativi e non). Buona lettura…

Dopo Hitler, che è un unicum nella tua “produzione” e Italia de Profundis, torni al thriller e a Lopez. E ritorni sempre a far muovere i tuoi personaggi in una Milano lunare. Avevi voglia tu di far risorgere Lopez o sono stati i lettori – in parecchi si erano affezionati a quel filone partito con Catrame… – o che so, direttamente Mondadori, a voler far ripartire la saga?

Il libro ha una lunga gestazione. La prima stesura risale a prima di Nel nome di Ishmael, che gli è debitore a un certo livello (l’idea di una lotta di intelligence attraverso simboli spirituali – il che, a tutti gli effetti, accade realmente). Il thriller per me non è tale, ma lo dico stando attento a declinare con precisione affermazioni simili: io intendo affermare che non esiste la teoria dei generi in letteratura, al di fuori di una considerazione che metta in relazione gli unici generi che ho esperito da quando ho avuto il bene della ragione, e cioè prosa e poesia (e anche su questa distinzione nutro perplessità). All’interno della prosa nasce il romanzo, che per me è narrazione fantastica, il che non significa che non abbia profonde relazioni conoscitive con la realtà. A cosa mi serve una narrazione fantastica che mette in scena uno che indaga? Letteralmente a questo: a mettere in scena uno che indaga. Se sta indagando, non sa – è ovvio. La bidimensionalità apparente di Lopez non coglie nulla di emotivo in me: Lopez è un personaggio. Di quale tipo, giudicherà il lettore. Non sapendo se avrei continuato la saga di Lopez, quest’occhio testimoniale che si muove di fallimento in fallimento, ho deciso di depositare quello che per ora ne è l’ultimo capitolo presso l’editore che ha pubblicato tutti i libri in cui Lopez spettralmente si aggira.


Lopez si muove in una Milano agghiacciante, che credo chiunque non abbia svolto solo un lavoro sedentario nella propria vita, saprà riconoscere perfettamente. Soprattutto nelle attese, nei caffè presi da soli in bar deserti, nei personaggi da bar. Come agisci, all’atto pratico, per questo genere di cose? Fai dei sopralluoghi, lavori d’immaginazione, lavori d’archivio, come affronti questa città quando la devi raccontare?

Per quanto concerne Milano, va detto che per me è come scrivere di un campo dietro a una casa di campagna: chi cresce lì, del campo conosce tutto. Ammettiamo che nessuna istituzione sia venuta a conoscenza del fatto che quel campo è un deposito sedimentale di resti archeologici. I bambini che crescono in quella casa di campagna sono sottoposti a continue meraviglie, per tutti gli anni della loro formazione: affiorano selci, reperti, denti animali e umani. Così è Milano per me. Non si tratta di un repertorio impressionistico, bensì di un’anonima città despiritualizzata, una specie di Detroit in scala minore, ma che a differenza di Detroit non conta tra i cittadini degli invasati neocatecumenali. Milano ha subìto una forte accelerazione del processo di trasformazione in hinterland di Blade Runner. Di Milano in sé non mi interessa più di tanto: è l’idea stessa di abitare su cui mi concentro. E’ disarmonico e deviante abitare in simili contesti, che Milano emblematizza in Italia come nessun’altra città.

Milano è una città che non funziona più: si organizzano eventi faraonici che sanno di un altro secolo, anzi di un altro millennio, come l’Expo, ma chiudono librerie come quella di Porta Romana. In compenso vanno alla grande i sushi neoproletari che consegnano a domicilio. Da dove è partita questa dissoluzione? Te la butto lì: decennio craxiano è una buona risposta?

Il processo è a mio avviso più vasto e coinvolge l’ineluttabile (e ancora non pienamente avvertito) crollo della borghesia e del proletariato in un’unica classe che “consuma” il medesimo immaginario. Però è la forma stessa assunta dalla città nel corso dello scorso secolo che, inevitabilmente, conduceva a questo risultato (se ci si rilegge Bianciardi, forse, si comprendono ora certe acute osservazioni in merito – ma anche Testori, Raboni, Antonio Porta, Arbasino stesso…). Certo, gli anni Ottanta sono stati un acme dell’oscenità, ma sarebbe come dire che il tumore smette la fase asintomatica. Non c’è risorsa altra, a mio parere, che utilizzare Milano prescindendo da questo processo che meriterebbe saggi (Aldo Bonomi ne pubblica di eccellenti, in proposito; Primo Moroni fece un lavoro straordinario, in questo senso). La chiave, per me, è poetica ed è rappresentata dal corpus di Milo De Angelis, non dal mirare semplicemente a Pillitteri.

Uno dei tuoi classici protocolli narrativi è quello del complotto: Lopez infatti (senza svelare troppo) finisce nel giro dei servizi segreti. E’ un protocollo che spieghi tu stesso, essere andato in pezzi. Eppure, se uno rilegge vicende recenti e meno recenti, prettamente giornalistiche, sembra che il complotto ci sia davvero, anche se declinato in maniere chiaramente inimmaginabili: penso a Renato Farina e Carlo Giuliani, oppure al leggendario memoriale di Pio Pompa, in misura minore anche al Caso Dino Boffo e alla vicenda, sempre feltrista, dei dossier su Gianfranco Fini. Siamo così sicuri che sia solo un protocollo utile ad una narrazione?

Il complotto è l’arma della poltica, la sua quintessenza. La metafisica denuncia il complotto della mente, della realtà. Tutto è cospiratorio, poiché sii mostra alla percezione una scena di finzione, dietro cui sembrerebbe esserci altro. Soltanto: non c’è questo altro. Che la realtà del complotto investa la politica è falso, poiché la politica complotta, nel senso che soltanto la natura, sul piano politico, non è cospirativa, non emette finzioni politiche. Se la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, la politica è la prosecuzione del complotto con gli stessi modi. Il complotto muove rivoluzioni e, al contempo, restaurazioni. Altra cosa èil complotto come protocollo di immaginario. Intendo: come formulo la domanda sul rapporto tra umano e mondo, o sulla relazione tra umano e umano? Usando certe retoriche. Posso utilizzare quella del complotto, che mi pare corrispondere a un intento allegorico e non semplicemente sociologico; o posso utilizzarne altre, se il mio intento è utilizzare il sociologico come allegoria. In parole povere, la cospirazione può certo denunciare e rappresentare un momento storico, uno spirito del tempo; può però non adattarsi a certe esigenze dello scrittore o anche non corrispondere più a quello che di maggiormente significativo sta avvenendo a livello sociale. In quest’ultimo caso, sono convinto che la cospirazione oggi sia meno affabulante, che so?, della sindrome da trauma non elaborato.

La decapitazione, e la testa mozzata nell’Idroscalo, danno il via a Le teste. Ma è chiaramente un’allegoria: sono tutte le nostre teste ad essere state amputate, o narcotizzate, visto che Milano e dintorni sono uno dei luoghi del pianeta a più alto consumo di psicofarmaci. Fino a quando andrà avanti questa discesa?

Quella che interpreti tu non è un’allegoria, sarebbe una metafora. Le teste sono un’allegoria nel senso che aprono a qualcosa che non si sa. E’ l’Occidente a essere la testa decollata: e quindi “staccatasi da terra come un aereo” oppure “decapitata”? Inoltre, questa percezione che chiamiamo “io”, per cui tu sei il vivente maschio di nome Gabriele Ferraresi che detiene certe caratteristiche – da dove viene? E’ la testa o è l’attività di presenza a dire che le cose stanno così? Poi, certo, c’è un piano metaforico corrispondente a quanto rilevi tu. Io non parlerei di discesa, poiché non saprei dire che cos’era “quando si stava in alto”. L’Occidente, e quindi Milano come metafora del luogo occidentale, è destinato al tramonto, è proprio il tramonto. Direi che tutto ciò andrà avanti fino a quando in Occidente (che è una modalità di abitare il mondo) non si farà la domanda: cos’è Occidente? Ciò accadrà o perché lo imporrà il pianeta o perché la specie stessa arriverà a chiederselo

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