Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest’oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l’invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l’ambizione esplicita dell’autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo “assoluto” (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l’assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, “religioso” e “metafisico”. Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell’elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. “Metafisico” non significa nemmeno “oscuro” o “mistico” (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo…). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale – dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l’apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell’occidente: mi riferisco all’apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l’immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe “forma”. E’ dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l’elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d’accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l’incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all’inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l’aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E’ bene che accada, anche se l’unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è “metafisico” in quanto è “malvagio” mentre non si sa cosa sia l’emento metafisico; l’altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico – che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava “radicalismo”.
Tesi – È uscito in Francia «Le sec et l’humide», un’analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell’uomo

All’origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l’humide (Il secco e l’umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell’anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l’ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell’esistenza.

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Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».

Piperno-Mendelsohn: un dialogo a cui avrei voluto partecipare

hitlercovermedia.jpgA tutta pagina, oggi, in prima di cultura del Corriere della Sera, un lungo, interessantissimo (direi: fondamentale) dialogo tra Alessandro Piperno e Daniel Mendelsohn, autore de Gli scomparsi (Neri Pozza). Il dialogo è fondamentale per l’autore del romanzo Hitler, poiché verte proprio sui protocolli di rappresentazione dell’estremalità storica. Manca, al solito e come comprensibile, il confronto con Hitler, proprio nella prospettiva enunciata dai due scrittori. Partecipare a quel dialogo mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ma importa la “cosa”: se non la dice il romanzo e però viene detta grazie a un altro libro, è un fatto per me principiale. Enunciare quali prospettive estetiche e letterarie a proposito del silenzio, dell’inimmaginabile e dell’irradiazione (più volte evocata da Piperno e Mendelsohn) dell’opera di Lanzmann era ed è la missione del romanzo Hitler. L’enunciazione della centralità del Libro come perno metafisico e, quindi, letterario dell’occidente è esattamente ciò che nelle intenzioni, e nel mio piccolo, ho tentato.
La versione jpg del dialogo Piperno-Mendelsohn sul Corriere
Dialoghi – Alessandro Piperno e Daniel Mendelsohn, autore degli «Scomparsi», riflettono sull’Olocausto, l’estetica e la letteratura

Dopo Auschwitz c’è solo la Bibbia

«L’arte non si è esaurita con la Shoah ma deve ispirarsi ai grandi modelli: le storie che parlano di Noè e Diluvio, di Caino e Abele, della moglie di Lot»
colloquio di ALESSANDRO PIPERNO con DANIEL MENDELSOHN
gli_scomparsi_02.jpgSono di fronte alla porta dell’appartamento di Daniel Mendelsohn nell’Upper West Side e ho troppa sfiducia nelle fotografie per non sapere che tra qualche istante aprirà la porta un uomo non corrispondente alle mie aspettative. Sarà per questo che mi sento così nervoso? Un vento gelido ha lustrato il granata del tipico brownstone newyorchese. Non lontano da qui c’è Barney Greengrass, la «Deli» dove Isaac Singer addentava bagel con lo storione. Tutto congiura a intimorirmi; soprattutto il libro di Daniel Mendelsohn che stringo tra le mani: Gli scomparsi (Neri Pozza).
«Tempo fa, avevo tra i sei e gli otto anni, appena entravo in una stanza, capitava che qualcuno scoppiasse a piangere». Ecco l’incipit, dal prelibato accento proustiano, che mette in scena vecchi parenti di Miami Beach che quando incrociano lo sguardo di Daniel bambino si disperano per via della sua somiglianza con lo zio Shmiel, il fratello del nonno, ucciso, in pieno genocidio ebraico, a Bolechow, non si sa bene da chi né in che modo. Una storia comprensibilmente esclusa dal folto catalogo di avventure raccontate dal nonno a Daniel. Gli scomparsi non è che il tentativo di spezzare l’assedio di quel riserbo (omertà?) familiare. Uno sforzo fisico, intellettuale, morale, a cui Mendelsohn — talentuoso critico del New York Times nonché raffinato antichista — ha donato una struttura biblica con la spregiudicatezza di un grande scrittore modernista.
Ecco la porta schiudersi su un ragazzo il cui aspetto atletico male si accorda ai suoi quarantasette anni e agli studi classici. La testa lucida come quella di Yul Brynner, gli occhi d’un azzurro guizzante. Dopo avergli sporcato il tavolo con un paio di mal calibrati cucchiaini di zucchero, attacco con la brutalità di chi parla di un’esperienza che conosce dall’interno.
Non hai l’impressione che loro siano morti e che noi ci prendiamo il merito?
«Sai, in letteratura un argomento vale l’altro. È normale che esso contribuisca al tuo successo letterario. D’altronde non ho mai pensato che il mio fosse un libro sull’Olocausto. Ma semmai sulla mia famiglia: materia legittima per un’impresa letteraria. Il racconto della mia visita ad Auschwitz dimostra con quanto impegno abbia cercato di tenermi lontano dal business dell’Olocausto».
In quelle pagine Mendelsohn arriva a definire Auschwitz una «triviale generalizzazione». E, in effetti, il suo libro testimonia come il solo diaframma attraverso cui un ebreo di terza generazione può valutare il genocidio sia la nuda esperienza individuale, filtrata attraverso gli strumenti offerti dalla filologia e trasfigurata dall’ossessione. «Da quando ho scritto questo libro non faccio che ricevere consigli letterari sull’argomento. Ma a me non importa niente. Non sono ossessionato dall’Olocausto. Io leggo romanzi. Pretendo che siano buoni romanzi. Non mi interessa il tema».
La gelida perentorietà con cui parla mi ricorda che una delle encomiabili qualità de Gli scomparsi è l’assenza di patetismo e la cura maniacale per i dettagli.
Mendelsohn evita le Grandi Domande. Un metodo non dissimile da quello usato da Lanzmann nel suo famoso film-documentario, Shoah.
Gli chiedo se lo conosce: «Lo vidi molti anni fa. Rimasi colpito dall’approccio metodologico. Anche io come lui ho evitato quelle che tu chiami le Grandi Domande. Ma non per questo Gli scomparsi è un libro freddo. Si apre sul fiume di lacrime versate dai miei parenti per me. Si chiude con quelle mie per loro. A parte questo, era importante mantenere un certo distacco. Non volevo unirmi alle più deteriori abitudini americane: quelli che chiamo i momenti di Oprah (da Oprah Winfrey la più popolare influente controversa conduttrice televisiva americana). Tu mostri un dramma in tv per cinque minuti, la gente si commuove, eppoi si sente migliore. Al museo dell’Olocausto di Washington hanno allestito un carro bestiame simile a quelli su cui deportavano gli ebrei. La gente ci sale su, poi va a prendere un’insalata di pollo alla caffetteria attigua e sospira: “Ora ho capito cosa è successo agli ebrei”. È disgustoso. D’altra parte perché stupirsi? L’Olocausto non è un’esperienza americana. Tutto quello che noi sappiamo è di seconda mano».
Per questo ti sei avvalso dei temi biblici? Sospetto che ti sia servito del commento su Caino e Abele per valutare da un punto di vista oggettivo le ambiguità tra tuo nonno e suo fratello Shmiel, per non dire di quelle tra te e tuo fratello, tra gli ebrei sterminati e gli ucraini sterminatori, e perfino tra gli ebrei americani e gli ebrei europei. Qualcuno potrebbe trovare questa trovata estetizzante, per me è un colpo di genio.
«Ogni libro è un oggetto estetico. Né bisogna dimenticare che esiste una relazione tra narrativa e oralità. Te lo dice un classicista: chiunque racconta una storia deve porsi l’interrogativo su come raccontarla. Non è forse questa la più estetica delle domande? L’arte impone l’estetizzazione. In fondo lo stesso film di Lanzmann è un oggetto artistico fatto di materiali riciclati».
Ripenso alle pagine de Le considerazioni di un impolitico che ho letto di recente, in cui Thomas Mann interpreta l’estetismo in una chiave assai più seria di quanto non si faccia abitualmente. L’estetico come antidoto al politico, dice Mann. Mi chiedo se Mendelsohn non stia parlando della stessa cosa.
«Le lunghe digressioni bibliche dovevano ricordare al lettore l’artificiosità dell’impresa. E allo stesso tempo offrire a me una risposta agli interrogativi sulla mia famiglia che non avevo il coraggio di formulare: “Cosa ha fatto il mio nonno americano per salvare suo fratello europeo?”. E allora ecco Caino e Abele. È stato un riflesso filologico. Sai, non sono tra coloro che pensano che la poesia sia finita dopo Auschwitz, credo semmai che l’arte sia il modo più discreto e incisivo per esplorare l’inesplorabile. Vuoi sapere cosa significa sopravvivere allo sterminio del tuo popolo? Leggi la storia di Noè. Vuoi comprendere cosa significa ammazzare un fratello? Per questo c’è Caino e Abele. Vuoi sapere perché la gente volge lo sguardo al passato? Rifletti sulla moglie di Lot. La Bibbia mi ha consentito di riaffermare il primato della letteratura come strumento supremo di comprensione».
La mia prossima domanda ha il nome e il cognome di una persona che avrebbe molto apprezzato quello che stai dicendo: Marcel Proust. Non puoi negare che sia lui il convitato di pietra del libro. Le lunghe frasi, le digressioni. I dettagli. Un narratore che impara solo attraverso gli sbagli. La struttura circolare. L’ossessione per le cose perdute. E soprattutto il modo in cui prendi seriamente la letteratura, che ti esclude dalla lista di molti tuoi colleghi ancora intrisi di post-modernismo.
«Non amo il prefisso “post”. Non sono una post-persona. Io prendo dannatamente sul serio la civilizzazione. Per me è insopportabile che molti la ritengano un gioco. Io amo scrittori seri come David Mitchell e come Jonathan Franzen. D’altra parte non posso negare la presenza proustiana nel mio libro. Ma allo stesso tempo ti assicuro che l’intricatezza della prosa è un riflesso dell’ossessione per l’oralità. Una cosa ereditata dai classici, da Omero a Erodoto. Loro ti insegnano che quando racconti una storia sei tenuto a fermarti, spiegare, fare un passo in avanti e un paio indietro».
Un mio amico francese un po’ troppo fissato con le definizioni sostiene di aver amato molto il tuo libro ma di non riuscire a chiamarlo romanzo. Ho provato a dirgli che il miglior libro di Amos Oz è Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli), che è un’autobiografia. E che lo stesso si può dire per certi libri di Sebald o di Amis, che giocano con la saggistica, l’autobiografia, la finzione. Non c’è stato verso. «Avrei trovato ripugnante e ridicola l’idea di inventare mentre scrivevo Gli scomparsi, ma allo stesso tempo sono certo di averlo fatto. Sono d’accordo con te: molti dei bei romanzi di Amos Oz non valgono quanto Una storia di amore e di tenebra proprio per il potere di quel libro di trasfigurare un’esperienza individuale. Tutto oggi congiura a farci credere nel primato dell’Io su qualsiasi altro punto di vista. Tanto che uno corre il rischio di risultare trivialmente solipsista. Ho fatto di tutto per evitare il narcisismo di molti mémoires americani. Ce l’ho messa tutta affinché il racconto di zio Shmiel acquistasse una rilevanza artistica. Sapevo che la differenza tra una storia interessante e una storia trascurabile equivale alla differenza che c’è tra letteratura e cronaca. Non è detto che un fatto vero esprima alcuna verità. E talvolta la verità per manifestarsi ha bisogno dell’immaginazione. Sono affascinato dall’ambiguo rapporto tra il vero e la verità. Non c’è nulla di vero nelle pagine di Anna Karenina, ma esse esprimono una verità universale. D’altra parte il film di Lanzmann è un collage di materiali veri resi artistici dalla lucidità di uno sguardo narrativo. Ecco perché, con buona pace del tuo amico, non credo sia interessante stabilire se un libro è o non è un romanzo. La distinzione interessante è quella che divide l’arte da tutto il resto».

Il romanzo Hitler per la terza volta sul “Corriere”: su Primo Levi nel romanzo

hitlercovermedia.jpgTra tutte le critiche formulate intorno all’esito, alle intenzioni autoriali e alle meditazioni che fanno il romanzo Hitler, l’osservazione di Paolo Fallai, sul Corriere della Sera di sabato 16, è la più profonda e decisiva. E’ una critica penetrante, che scuote davvero le fondamenta e l’architettura del romanzo. A questa osservazione vorrei rispondere, perché la questione messa in gioco da Fallai è talmente decisiva da un punto di vista etico che, davvero, mi pare irrinunciabile l’assunzione di responsabilità da parte mia e l’espressione delle ragioni per cui non sono d’accordo con quanto Fallai vede e rileva. Tuttavia mi sia consentito questo giudizio: quando la critica è così radicale e penetrante l’oggetto, la “cosa” del romanzo, allora a qualche esito si è giunti e, nel caso l’autore abbia errato, è felice di ammetterlo, perché il critico gli è stato di aiuto ed è stato d’aiuto alla “cosa” stessa del libro.
Mi sia dunque permesso di ringrazia Paolo Fallai e Antonio Troiano, quest’ultimo responsabile delle pagine culturali del
Corriere, per l’attenzione rinnovata al “discorso” del romanzo Hitler.
La critica di Paolo Fallai sul Corriere della Sera

Genna e l’uso di Primo Levi per raccontare Hitler

di PAOLO FALLAI
C’è un assunto agghiacciante posto a premessa, apparentemente incontestabile, del romanzo dedicato da Giuseppe Genna a Hitler. «Considerate se questo è un uomo»: l’autore pone le parole di Primo Levi in epigrafe, insieme alle citazioni di Emil Fackenheim, Claude Lanzmann e Ron Rosenmbaum. Poi la frase torna nell’incipit stesso del romanzo, appena introdotta da un perentorio «Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo». È difficile contestare la domanda essenziale che continuiamo a porci di fronte al male assoluto.
Che uomo è Hitler? A quale umanità appartiene? È il tema della ricerca che Genna svolge, con il suo stile, scegliendo la forma di romanzo biografico al punto da superare l’uomo Hitler per concentrarsi sull’idea Hitler, «una non-persona, un punto di vuoto» come ha scritto Franco Cordelli. Ma quelle parole di Primo Levi non indicavano un’idea: hanno rappresentato carne, sangue e sgomento delle vittime. Sono forse, insieme a quelle di Robert Antelme, lo sforzo più compiuto per dare a noi la misura concreta dell’indicibile.
È possibile accostare quelle parole al carnefice? E siccome non di Hitler ci preoccupiamo ma della fertilità del male, se e quanto rischia di essere fuorviante usare in questo modo la dolente affermazione di Primo Levi? Forse, non dovrebbe essere proprio usata, ma lasciata allo stato puro di testimonianza: «Sono di nuovo in Lager, e nulla è vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». È l’ultimo paragrafo de La tregua scritto da Primo Levi sedici anni dopo il ritorno da Auschwitz.

HITLER: la recensione del Mucchio Selvaggio

hitlercovermedia.jpgOltre alla splendida intervista di Alessandro Besselva, come scrivevo, il Mucchio Selvaggio ha pubblicato una recensione di Aurelio Pasini che è per me illuminante in più aspetti, concernenti le perplessità del recensore. Insieme a Franco Cordelli sul Corriere della Sera e Wu Ming 1 su l’Unità, Pasini vede la lingua utilizzata in (non tutto) il romanzo Hitler come paradossale esibizione della maschera che copre il Nulla e, al tempo stesso, il fallimento stesso della lingua medesima. Ciò corrisponde a un momento che avevo teorizzato appoggiandomi a Grotowski (la forma costruita come freno alla forma): il libro è fallimentare proprio perché sono le retoriche letterarie umanistiche a rovesciarsi in strumentazione che l’antiumano utilizza per persuadere l’umano e agire sulla realtà. A questo protocollo linguistico intendono opporsi gli esorcismi, che non sono canonizzati in alcun apparato retorico: i momenti in cui non il sottoscritto, bensì “lo scrittore” entra e anticipa, devia, o fa muro al Niente che avanza. Questa l’intenzione, al solito l’esito è altra cosa ed è valutabile solo dai lettori.
Ringrazio Alessandro Besselva che mi ha procurato il file pdf della recensione, e il
Mucchio e Aurelio Pasini per l’attenzione e lo spazio dedicato a Hitler.
La recensione del Mucchio Selvaggio

Il romanzo Hitler per la terza settimana in classifica: grazie!

hilerclassifica3.jpgSecondo le rilevazioni Demoskopea, pubblicate nelle pagine culturali dell’edizione domenicale del Corsera, il romanzo Hitler è per terza settimana consecutiva (e, suppongo, per l’ultima) in classifica, al 19° posto ma con un indice di vendita pari a un decimo del leader di classifica, il che è un dato notevole. E’ abbastanza sconcertante, se si osservano i prezzi di copertina degli altri libri in classifica: il mio è l’unico che supera i 19.99 euro, è il romanzo dal prezzo più alto. Nella classifica Demoskopea non vengono rilevate le vendite su Internet, per esempio quella attraverso iBS che vi consiglio, se interessati, in modo da spendere 4 euro in meno.
Dato l’indice di mercato, che è piuttosto basso, suppongo che, fino a ora, siano circa quattro/cinquemila (ci si avvicina alla metà della tiratura iniziale in tre settimane…) le copie raggiunte. Ora la palla passa ai lettori – si osserverà se, eventualmente, parte un tam tam, nel caso il libro interessi. Io sono già felice che una questione spinosa e per me tanto urgente (eticamente, letterariamente, politicamente) possa circolare. Se non muta la struttura dell’andamento a cui sono abituato dai miei libri, entro due anni saranno quattordicimila le persone che avranno acquistato e, si spera, letto Hitler. Se il libro avesse un’edizione economica, la comunità lettrice salirebbe in consistenza numerica esponenzialmente.
Di tutto ciò non posso che essere grato ai lettori e a chi ha dedicato attenzione e lavoro intorno al lancio del romanzo.

Ancora il “Corriere della Sera”: Cordelli sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgFuoriesco per un attimo dal protocollo essenziale del romanzo Hitler (non importa l’autore, non importa il libro: importa la prospettiva a cui si guarda la “cosa” – prospettiva che si invoca non essere unica, che si chiede venga anche contestata) e rimetto i panni dello scrittore che ha pubblicato Hitler. In questi panni, oggi, mi accade di essere felice come non mai. Cosa può infatti desiderare un autore, se non una visione critica (che muove anche appunti importanti) da parte di colui che l’autore stesso da sempre giudica un Maestro? Oggi mi è infatti capitato questo: Franco Cordelli, il critico e scrittore che giudico un Maestro (qui l’intervento che tempo fa gli dedicai sulle pagine dei Miserabili) ha scritto un elzeviro per me sconcertante nella Terza Pagina del Corriere della Sera. Perché sconcertante? Perché Cordelli, come so e come dovrebbe essere risaputo, fa la critica per come la critica dovrebbe essere fatta – non c’è intenzione, riferimento o prospettiva a cui io abbia guardato che Cordelli non enunci, analizzi e discuta. Il discorso generazionale che fa è esattamente rispondente alla mia percezione e alla mia intenzione (rimando a quanto ho scritto sullo sfondamento del genere storico a proposito di Antonio Scurati e altri su Carmilla). La memoria, la cultura, la sensibilità al servizio non tanto della legittimazione, quanto dell’affrontamento del testo: io desidererei che l’atteggiamento critico di Cordelli, che a mio avviso ha il suo apice ne La democrazia magica (Einaudi – scomparso dal catalogo; e sarebbe urgente riproporlo, per tutta la mia generazione), fosse la spina dorsale dell’umanismo che guarda al testo come centro fondamentale di ciò che la letteratura irradia, se riesce a irradiare qualcosa.
Desidero ringraziare moltissimo Cordelli per la sua attenzione e per questa sconcertante profondità di sguardo che mi ha regalato, e voglio anche ringraziare la redazione culturale del
Corriere, che ha permesso che il romanzo Hitler venisse discusso sulle pagine del quotidiano di via Solferino ben due volte e da due prospettive diverse. Davvero: grazie.
Riproduco in due modalità l’intervento di Cordelli: può essere letto in pdf cliccando qui sotto o letto direttamente in html di seguito.
L’elzeviro di Franco Cordelli su Hitler (pdf)
franco_cordelli.jpgElzeviro – Il romanzo biografico di Genna

Adolf da vicino
un tipo allucinato

di FRANCO CORDELLI
Se fosse un film, Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori) sarebbe rubricato come biopic. Ma è un romanzo, più difficile stringerlo nel genere biografia. Ciò che in esso colpisce è la spasmodica lotta per sfondare i limiti del genere. Si tratta, insomma, di una lotta per lo stile. In senso strutturale il testo si presenta come somma di momenti culminanti, ben centoundici, più uno denominato «Postmortem». Ma questi culmini, tutti insieme, o uno dietro l’altro, formano una storia, più precisamente una biografia, dal principio alla fine, senza clamorose varianti rispetto all’abbondanza di cognizioni in nostro possesso. A proposito di Hitler, è notevole che l’interesse per questo personaggio, benché continuo, vada a ondate. C’è l’onda alta degli anni Cinquanta, da Trevor-Roper a lord Russell a William Shirer, da Grass a Weiss; c’è l’onda degli anni Settanta, con quella fremente speculazione filosofica che è Il processo di San Cristobal di George Steiner, con Canetti geniale lettore di Speer memorialista del suo Führer, e con l’insuperabile summa che è Hitler, un film dalla Germania di Hans Jürgen Syberberg; c’è infine un altro ritorno nei nostri anni: penso al lavoro di Joachim Fest, a Moloch di Sokurov, a Him di Maurizio Cattelan, l’umile-umiliato pupazzo che ora il regista di Fanny e Alexander, Luigi De Angelis, ha messo in scena in rapporto a Il mago di Oz di Fleming; e c’è, infine, The Castle in the Forest di Norman Mailer, che i lettori italiani ancora non conoscono.
Forse è a quest’ultimo (lo dico intuitivamente) che si può agganciare il testo di Genna. Con il grande scrittore americano Genna ha in comune il vitalismo, se non lo sfrenato bisogno di letteratura, o addirittura di scrittura. Al di là di questi dati, di tipo storico, o sociologico, resta l’abnormità dell’impresa e che essa segua a distanza di poco più di un anno Dies irae, un romanzo- romanzo, di ancor più impegnativa mole. D’altra parte, poiché tra le persone ringraziate alla fine del libro figura Antonio Scurati, come non pensare al suo Una storia romantica? Come non pensare che era un libro di mole considerevole e che sia l’epopea di Scurati sia Hitler di Genna sono romanzi storici, di autori nati nello stesso anno, il 1969? Insomma, ciò che a noi appare sovradimensionato, rispetto alle abitudini recenti, per l’ultima generazione è normale, normale che un romanzo debba avere una certa consistenza e che, evadendo dal genere (nella fattispecie la biografia), di nuovo approdi in antico, al romanzo storico.
Sfogliando una qualunque, buona biografia, per esempio La regina Vittoria di Edith Sitwell, si riscontrano stilemi in Genna assai frequenti. «Guardate — dice la scrittrice inglese — guardate Gladstone che, nel Colosseo, al lume di luna, fa la sua proposta di matrimonio a colei che diverrà sua moglie »; e poco dopo: «Guardate Disraeli, lucciola attempata ma sempre luminosa, che altri biografi definiscono una specie di Byron mediterraneo». Questo invito all’attenzione in Genna è costante. I suoi «guardate », «osservate», «preparatevi » sono così incalzanti da conferire al testo tutt’altra dimensione rispetto alla Sitwell. La Sitwell è discorsiva, ci richiama all’ordine in modo incidentale. Avvertendo l’attuale mancanza di fiducia nel romanzo come opera d’arte, Genna è imperativo. Anzi, percussivo, martellante. Per usare l’aggettivo che più spesso ricorre nel testo, è esorbitante. Per Genna, non c’è ritratto che non sia survoltato: «Il volto largo e unticcio di Bormann si sporge verso il Führer, la bocca dalle labbra a ciliegia». Ma Hitler (cioè l’oggetto della sua narrazione) è una non-persona, un punto di vuoto, ovvero il male, anzi il Male: per Genna la Storia è un’entità allegorico- metafisica. Antagonista, rispetto a questo inestimabile deserto (il deserto è dove appare il diavolo), è, nell’inerzia della struttura biografica, lo stile, anzi l’eccesso stilistico: in Hitler di Genna tutto è euforico, esclamativo, lapidario. A soggetto posticipato, o ripetuto e posticipato, ogni frase è breve, fino a configurare una specie di monstrum paratattico.
Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.

Il romanzo Hitler 11° in classifica: grazie!

classificademoskopeamini.jpgNon è mai accaduto ad alcun libro scritto da me: secondo la classifica Demoskopea, riportata oggi dal Corriere della Sera, il romanzo Hitler è undicesimo nella sezione della narrativa italiana, grazie a mille copie vendute nei cinque giorni di rilevazione [cliccando sull’immagine, la classifica completa]. E’ una partenza davvero inaspettata, visti la mole, il prezzo alto e la materia del libro. Sono sorpreso e, più che lusingato, felice se la “cosa” che il romanzo affronta coglie l’interesse dei lettori ed, eventualmente, di altri scrittori. Le classifiche, si sa, sono transeunti, per cui è probabile che il libro non si assesti in questa posizione, ma l’evento è per me emblematico. L’urgenza del libro, come vado ripetendo, non ha a che vedere con l’autore, che si assume in questo caso la responsabilità pesante di avere trattato, in un determinata prospettiva, una materia ignorata dalla letteratura – hitlercovermedia.jpgl’urgenza ha a che vedere con la necessità di non garantire vittorie postume a Hitler, secondo il comandamento talmudico enunciato da Emil Fackenheim, che, insieme a Claude Lanzmann, è il Maestro a cui ho guardato per stendere la rappresentazione di Hitler come “non-persona”.
E’ mio desiderio ringraziare, uno per uno, i lettori che finora si sono dimostrati interessati a confrontarsi con la prospettiva che Hitler avanza, acquistando il libro e ricavandone qualunque impressione, anche ostile – nel qual caso invito a esporre le ragioni del disaccordo, poiché il romanzo è un invito al dialogo e ogni prospettiva alternativa od opposta a quella contenuta del libro mi farebbe piacere discuterla. Perciò, se avete desiderio di farlo, inviatemi pure interventi di contestazione a quanto letto – è anche nel “no” che si sutura la ferita all’empatia e all’umanismo perpetrata dal carnefice del Terzo Reich, è anche in un dialogo tra opposte posizioni che si impedisce la vittoria postuma a Hitler.

La stroncatura di D’Orrico!

hitlercovermedia.jpgIeri, sul Magazine del Corriere della Sera, Antonio D’Orrico ha dedicato una pagina e mezzo alla stroncatura del romanzo Hitler. Legittimo esercizio, quello della stroncatura, nel caso di questo libro perfino invocato, perché ci sia confronto con prospettive altre. Tuttavia D’Orrico ha compiuto esattamente ciò che Claude Lanzmann definirebbe “osceno”: per stroncare me con insulti e il libro con un vago umorismo, si è inventato un’intervista a Hitler. E’ Hitler che mi stronca, rispondendo alle domande del giornalista. Perché? Perché non prendere direttamente di petto la questione e scrivere senza questo espediente osceno che il libro è brutto, che la mia lingua è orrenda e che il mio tentativo non merita attenzione? Ciò sarebbe accettabile. Riesumare Hitler, mettendogli in bocca un cabaret, no. Io vorrei che tutti coloro che leggeranno il file dell’articolo, qui sotto riprodotto in pdf, si mettessero nei panni di un sopravvissuto ai campi di sterminio o in quelli di un parente di una o più vittime dello sterminio nazista – e che ne traessero le conclusioni. Questa osservazione non ha nulla a che vedere con un narcisismo d’autore o col fatto che al giornalista il libro ha fatto schifo. E’ il protocollo che ha usato che, a tre giorni dalla celebrazione del Giorno della Memoria, mi pare un abominio. Ecco cosa significa non garantire a Hitler vittorie postume: questa leggerezza nell’usarne l’icona, a piacimento, sfruttando secondo ogni declinazione il mito.
La stroncatura di D’Orrico sul Magazine del Corriere della Sera

Il romanzo Hitler è in libreria! L’anticipazione del “Corriere della Sera”…

hitlercovermedia.jpgE’ da oggi, 15 gennaio 2008, disponibile in tutte le librerie il romanzo Hitler. Nel giorno dell’uscita, il Corriere della Sera dedica al libro un’anticipazione prestigiosa, firmata da Ranieri Polese, tra le migliori firme dell’intero comparto del giornalismo culturale italiano. Qui sotto riproduco integralmente l’ampia anticipazione del Corsera (che ringrazio: è la prima volta che viene dedicata a un mio libro tanta attenzione da parte della testata di via Solferino), così come tenterò di riprodurre su questo sito tutti gli articoli e le interviste relative al libro.
Per scaricare e leggere la versione originale in pdf del pezzo/intervista di Ranieri Polese su Hitler, basta cliccare qui oppure sull’immagine a destra qui sotto.

Anticipazione – Un romanzo sul nazismo visto come punto terminale della crisi dell’Occidente

Hitler, dietro al Führer il Nulla

Il dittatore secondo Genna: un anti-uomo volto solo a distruggere
di RANIERI POLESE
romanzohitler_corriere.jpgUn romanzo con Hitler protagonista è un’impresa a dir poco audace. Ma Giuseppe Genna non ha paura delle sfide. Nel suo noir d’esordio, Catrame (torna in libreria in questi giorni negli Oscar a nove anni dalla sua pubblicazione), riapriva i misteri d’Italia: l’assassinio di Moro, la loggia P2, gli intrighi bancari con nomi e cognomi. Nel 2001, poi, l’uscita del suo Nel nome di Ishmael fu rinviata per certe allarmanti concordanze con l’organizzazione degli attentati alle Twin Towers. Certo, nella imponente bibliografia dedicata al Führer abbondano i saggi storici e le biografie, ma i romanzi scarseggiano. Fra i titoli che si ricordano c’è il recentissimo, ultimo lavoro di Norman Mailer, The Castle in the Forest (infanzia e adolescenza del futuro capo del nazismo) e Siegfried di Harry Mulisch (la ricerca di un figlio presunto di Hitler). Si può pure aggiungere il film Der Untergang – La caduta di Oliver Hirschbiegel, ispirato al libro di Joachim Fest sugli estremi giorni nel bunker. Poi, praticamente, nient’altro. Ma allora, perché un romanzo (Hitler, edito da Mondadori, da oggi in libreria), e perché Hitler?
«Ho cominciato a lavorare su Hitler circa dieci anni fa, come reazione alla rilettura revisionista del personaggio e del periodo che allora si faceva. La scelta della forma romanzo dipende soprattutto da due ordini di motivi. Primo: lo storico con le sue ricerche vuole trovare una spiegazione, una causa. Ma nel caso di Hitler, questo tipo di lavoro nasconde un rischio gravissimo: la deresponsabilizzazione del dittatore. Alcuni così fanno dipendere i suoi atti da una particolare disposizione psichica, altri chiamano in causa la frustrazione dei tedeschi dopo la sconfitta del 1918. E c’è anche chi parla di una congiura esoterica che lo avrebbe portato al potere. Mi sembrava che questo fosse, almeno in parte, un modo per giustificare lui e il male perpetrato: date queste premesse, non poteva essere altrimenti. L’altro motivo riguarda proprio il male, e le domande che noi uomini ci poniamo: che cos’è il male? Perché c’è il male? Questioni che non riguardano lo storico, che appartengono semmai alla metafisica. E alla letteratura. Il cui compito appunto è quello di fare interrogare il lettore sul senso del mondo, magari — come in questo caso — senza fornire una risposta. L’importante comunque è la domanda».
E il suo Hitler, chi è?
«Io vedo in lui il punto terminale, estremo della crisi dell’Occidente. L’antiumano che ha come progetto la distruzione dell’umanità. Il niente che assale il mondo e vuole annichilirlo. È un non-uomo, un essere vuoto, uno che dice di sé di appartenere a “un’altra specie umana”. Un’intuizione questa che ho trovato nella biografia di Joachim Fest, che io preferisco di gran lunga al monumentale lavoro di Ian Kershaw, uno storico in cerca di cause, di motivi che avrebbero determinato ascesa e opera di Hitler».
E come personaggio, Hitler come funziona?
«Direi, quasi, che è un non-personaggio: lui, infatti, non ha evoluzioni, non cambia, rimane lo stesso dagli anni giovanili di miseria e rabbia alla fine in cui chiede ai suoi gerarchi di far scomparire con lui tutto il popolo tedesco. Senz’altro è un soggetto afflitto da disturbi psichici: l’odio per il padre, il legame malato con la madre, i rapporti micidiali con le donne (due sue intime amiche, la nipote Geli e l’inglese Unity Mitford si suicidano; anche Eva Braun, la donna che lo sposerà in extremis, tenta di uccidersi). Senza una vera preparazione scolastica, imbevuto di pessime letture, crede di essere un grande artista e un grande architetto: respinto due volte dall’Accademia di Vienna, coltiva la sua voglia di vendetta. Questo comunque non può spiegare l’enormità del suo operato».
Lei lo definisce un uomo senza idee, senza intuizioni originali.
«Prendeva tutto dagli altri: da Wagner assorbe l’idea del primato germanico. Più avanti si appropria delle teorie antisemite, anche il simbolo della svastica non è suo. Come tutta la destra tedesca incolpa i ricchi ebrei e i comunisti della sconfitta del 1918. La svolta è a Monaco, primi anni ’20, quando scopre le sue capacità oratorie e l’effetto che i suoi discorsi provocano. Ma in fondo il giovane studente che a Linz, nel 1905, credeva fermamente di poter vincere la lotteria e il Führer che nel ’41 comanda a Guderian, ormai a 29 chilometri da Mosca, di spostare la sua armata verso Sud sono esattamente la stessa persona ».
Mailer, nel suo romanzo, fa raccontare la giovinezza di Hitler da un diavolo. Lei mette in scena il lupo Fenrir.
«I lupi sono un’ossessione ricorrente di Hitler. Il quartier generale era la Tana del lupo. Quando conosce Eva Braun, a Monaco, si fa chiamare Herr Wolf; Wolfie era uno dei suoi diminutivi. Nelle allucinazioni di cui a volte soffre, vede lupi. Quanto a Fenrir, il lupo delle saghe nordiche destinato a scatenare la distruzione finale, compare in una lettera di Martin Bormann alla moglie, scritta negli ultimi giorni nel bunker. Non ho voluto inventare niente su Hitler».
Come romanzo, il suo Hitler è fortemente atipico: ci sono frequenti interventi dell’autore che mette in guardia il lettore; il racconto procede per capitoli che a volte sono separati da stacchi temporali non piccoli; ci sono due larghe sezioni dedicate alle vittime dell’Olocausto.
«In queste ultime non uso quasi parole mie, ma un montaggio di testi delle vittime del genocidio: credo profondamente a quanto detto da Claude Lanzmann in Shoah, che è osceno fare opera di invenzione sui campi di sterminio. Per questo giudico molto male le parti del romanzo di Jonathan Littell,
Le benevole, in cui ci fa entrare nei campi. Quanto alla successione di quadri staccati, un po’ risponde al carattere di Hitler, al personaggio che non si evolve, che assomma cadute, fallimenti, ma riparte sempre senza veramente mutare. Infine, gli interventi di chi scrive: sono avvertimenti, chiedo al lettore di non indulgere alla mitizzazione del male, come quando alla fine chiedo di non udire lo sparo con cui Hitler si toglie la vita. Voglio lasciare aperta la domanda, com’è stato possibile tutto questo? Perché il male nel mondo?».
Un romanzo atipico, comunque: il Napoleone di Tolstoj non somiglia per niente al suo Hitler.
«Non potrebbe nemmeno. Hitler è la potenza assoluta del vuoto che vuole annientare il mondo, non ha altro progetto, non si ferma davanti a nessun ostacolo. In questo, fra l’altro, c’è la differenza fra lui e Stalin: sulle similitudini fra i due totalitarismi si è molto scritto, e anch’io concordo con questo paragone. La differenza sta nel fatto che Stalin, seppure a un passo dallo scatenare lo sterminio degli ebrei, non lo mette in atto. Hitler sì. Ma tornando alla forma-romanzo: oggi le gabbie, i generi sono saltati. Non c’è più il romanzo storico tradizionale. Ci sono forme ibride, diverse. Per esempio, American Tabloid di James Ellroy, che racconta la presidenza Kennedy e la preparazione dell’attentato di Dallas, narra la storia americana ma non si può definire un romanzo storico».
Il profilo
Non ha evoluzioni, non cambia, e alla fine chiede ai gerarchi di far scomparire con lui il popolo tedesco.

Avvicinamenti al romanzo: Demetrio Paolin sulla recensione a Littell di Piperno

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
levisommersisalvati.jpg[Ricevo, e volentieri pubblico, questo accurato, breve e incisivo intervento di Demetrio Paolin, che è un profondo esperto di Primo Levi e dà voce a una delle mie perplessità su quanto Alessandro Piperno ha scritto a proposito de Le Benevole di Jonathan Littell. ncora una volta: non viene messa in discussione la qualità letteraria del romanzo di Littell, bensì il suo irradiamento etico politico e poetico, che Piperno recepisce in maniera per me preoccupante, poiché vi ravvede nuclei che lo entusiasmano, mentre a me sembrano, proprio quei nuclei, pericolosissimi. Tutto ciò abbisognerebbe di un dibattito serio – per ora osservo che, sull’ondata del successo commerciale de Le benevole, tale dibattito non si sviluppa in sedi cartacee e nemmeno in Rete. gg]
PRECISAZIONI SULLA ZONA GRIGIA
di DEMETRIO PAOLIN
Nel suo articolo apparso sul Corriere della sera Alessandro Piperno parlando di Le Benevole di Littell ad un certo punto scrive: “Intendiamoci: non sto facendo alcuna confusione tra vittima e carnefice (psicologismi da strapazzo!). Sto parlando della Zona Grigia, della complessità del Male.” Quando si parla di Zona Grigia è ovvio far riferimento a Levi e al suo libro I sommersi e i salvati. Ora nella frase di Piperno c’è qualcosa che stona rispetto alla vera definizione di Levi: “Da molti segni pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera e spirito meno torbido”.

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