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“History” sul Corriere della Sera

Milano, oggi. L’alba della nuova specie.
Una mente sola: umana e artificiale

di STEFANO MONTEFIORI

History è una bambina di dodici o tredici anni, affetta da una specie di sindro-me di “locked-in”: è sveglia, cosciente, ma non parla e si muovo molto poco. Il corpo è sgraziato, sovrappeso, i capelli stopposi, la bocca contratta in una smorfia. Alterna lunghi e profondi stati letargici a momenti di aggressività incontrollata, durante i quali emette urla spaventose o sferra colpi a mano aperta contro l’interlocutore. Davanti ha i famigliari – il padre ricco imprenditore, i due fratelli che la seviziano di nascosto – e più spesso una corte di scienziati, psichiatri, tecnici, ingegneri, che cercano di penetrare almeno qualcuna delle sue tante personalità per provare a connetterla alla mente artificiale in costruzione al tecnopolo di Milano.

Qui, e nello stesso momento nei centri americani e di Canberra, Monaco di Baviera e Amsterdam, sta per prendere forma la profezia di Raymond Kurzeweil, l’inventore che dopo aver dato al mondo la macchina che legge a voce alta per i malvedenti e i sintetizzatori elettronici suonati da Stevie Wonder ha formulato la teoria della singolarità: l’umanità sta vivendo un momento cruciale, il progresso tecnologico esponenziale dell’informatica e della robotica produrrà presto un’intelligenza artificiale infinitamente più potente di quella umana. Gli esseri umani per come li abbiamo conosciuti finora sono destinati a scomparire, sostituiti da una nuova specie transumana, ibridata con le macchine.

Il romanzo «History» di Giuseppe Genna (Mondadori, 528 pagine, 24 euro) coglie questo momento storico e ne fa il pretesto per una ambiziosa cavalcata dall’Italia della fine degli anni Settanta all’«estinzione degli imperi e della mente», come si legge nell’ultimo capitolo intitolato «Beyond Jupiter and the Infinite» con esplicito omaggio a «2001 Odissea nello spazio» (il film di Stanley Kubrick più che il romanzo di Arthur C. Clarke). Idealmente, la scena iniziale nella preistoria – quella delle scimmie – che apre quel capolavoro è qui rappresentata dalla prima parte del romanzo, nella quale lo scrittore parla della fine del Novecento e del mondo di oggi, un istante prima del grande salto verso la nuova era.

L’autore di, tra gli altri, «Dies Irae», «Hitler», «Italia De Profundis» e «La vita umana sul pianeta Terra» sembra essere arrivato con «History» a usistema completo fondato sulle sue ossessioni (come la morte di Alfredo Rampi nel pozzo di Vermicino). Ossessioni, visione e stile fanno di Giuseppe Genna uno scrittore unico. A partire dalla lingua, una specie di italiano personale. Si legge una frase come «I tossici praticano l’anestesia sulle panchine screpolate verdi, caracollando da fermi, un dormiveglia salicilico che temiamo e a cui ambiamo, crepitandogli intorno con i nostri palloni troppo leggeri per essere calciati con la balistica giusta, si chiamano pallone Tele (…)» e si sa che può averla scritta solo Genna. Unico poi per quel sentimento di stupore e rivolta che attraversa la sua opera, anche e soprattutto in «History». Rivolta non tanto ideologica o politica, piuttosto psicologica, una incapacità a rassegnarsi, a considerare normale una realtà che è evidentemente sempre stata volgare, cattiva o quantomeno strampalata. Nell’Autogrill, per esempio, «la supermassa si scuote, ondeggia paurosamente, verso la zona tavolini in piedi, a superficie circolare e marrone capuccino, dove appallottolano i tovaglioli brandizzati da bar, fatti con una carta pellicolare repellente, che non netta, non assorbe».

Niente ha senso, non ha mai avuto senso, Genna ne è più stupefatto che infastidito, ma l’avvento della bambina «difettata» come profeta e strumento della mente artificiale che porta «oltre Giove e l’Infinito» viene accolto con un certo sollievo. Una liberazione, se non altro dall’assurdità. Ripercorrendo la Storia, non poteva che finire così.

Non è un romanzo di fantascienza, se non nella conclusione, perché vengono descritti esperimenti e studi sull’intelligenza artificiale a noi già contemporanei, effettuati per esempio da Roberto Cingolani all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Genna osserva la realtà, e la realtà oggi è fatta di uomini che si ap-prestano a compiere «il salto di specie» – e meno male – nel tecnopolo ospitato nel palazzo Mondadori a Segrate, «con il suo stile Brasilia nel Comasco». «La mente l’avevano replicata qui nella carta per i decenni, i trascorsi, gli editoriali costruivano qui una mente di carta. (..) Vivevano qui a migliaia, molte ore giornaliere. Tagliaincollavano, con le forbici, con le immaginette, per le riviste con allegati, (..) migliaia a lavorare questi testi di informazione piacevole. Era il palazzo del più grande editore italiano».

La bambina History affetta da «terrore panico costante» perché ghermita dalla «trista figura», l’uomo nero delle favole, finirà per essere portata dal padre in Québec, in quel che sembra un riferimento di Genna allo scrittore francese Maurice G. Dantec, morto l’anno scorso a Montréal e visionario autore di «Babylon Babies». Per lo sguardo su un’umanità in bilico e la passione per i dettagli della società contemporanea – siano essi il telefono «bigrigio» dei nostri genitori, il pallone Super Tele, certa permanenza dell’estetica (e non solo) fascista, la festa di Halloween o il grattacielo milanese Bosco Che Sale – il romanzo «History» può ricordare anche il Michel Houellebecq della «Possibilità di un’isola». Ma se là lo stile è scorrevole, Genna osa una prosa fluviale, un linguaggio inaudito e drammatico, adatto a raccontare la fine del mondo.

NB. Il primo articolo su “History”, a due giorni dall’uscita, lo firma Stefano Montefiori, in apertura delle pagine culturali del Corriere della Sera. E’ una ricognizione vertiginosa e precisa, che intercetta i nuclei generativi del libro, cita il testo con precisione che mi impressiona, coglie il dato storico e metafisico verso cui ho tentato di dirigere la scrittura. Mi sia permesso qui di ringraziare Stefano Montefiori e la testata, oltreché le persone che si stanno occupando della comunicazione del libro, Valeria Frasca, Isabella D’Amico e Patrizia Renzi.

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Capire Giannelli

Su Facebook sta avendo seguito inatteso una pagina in cui si commentano, con ermeneutiche all’altezza della bassezza d’autore, le supposte vignette del corrierista serale Emilio Giannelli, al cui confronto Forattini.
Mi è stato chiesto di partecipare a quest’opera di esegesi dell’impossibile. Ecco il risultato, sotto la vignetta supposta.

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E venne per Giannelli la prova più aspra e forte, il suo momento apicale, quello in cui un inesistente Giulio II, incarnato da Ferruccio De Bortoli, pretende da lui che faccia una Cappella Sistina. L’impresa farebbe tremare i polsi e la pellicola termica dei telefax. L’alta fantasia manca, come sempre: fare sintesi de “La Sfinge di Edipo” e delle “Risate a denti stretti” insieme all’antiteologia giannelliana, infatti, appare impossibile almeno quanto la teoria dell’unificazione che dovrebbe contemperare Einstein e la quantistica. Quanto piacerebbe a Giannelli, e anche a Capire Giannelli, se Giannelli potesse fare nel 1951 una striscia su Einstein e le onde gravitazionali! Si troverebbe tanto a suo agio nel 1951, quasi un Doraemon capace di tirare fuori intuizioni comprensibili a Ignazio Silone e Matilde Serao. Per noi son geroglifici e decrittazioni, invece, tipo archeologi a contatto con civiltà perdute, come se fossimo posteri a Giannelli che è nostro contemporaneo: chiunque infatti è postero a Giannelli, anche chi ha vissuto prima di lui. La gnosi giannelliana tuttavia sa trovare i suoi mezzi di irradiazione, come il cesio 137 una volta uscito dal reattore 4 a Chernobyl, che abbraccia i biorobot inviati a limitarne la diffusione contaminante : chiunque infatti è biorobot a Giannelli.
La Creazione secondo Giannelli ha il suo Big-Bang e la sua palingenesi in un luogo eonico estraneo allo spazio e al tempo, da cui essi generano: è la Camera. Giannelli da sempre vive lo sconforto di essere apparso in una patria priva di Camera Alta o dei Lord, priva cioè di parrucche a boccoli istituzionali, candide e patriarcali, soloniche, definitive. A poco vale infarcire i tribunali di questi emblemi sapienzali e tricologici, ponendoli sul capo di vetusti magistrati e infidi azzeccagarbugli. Egli, il Giannelli, vorrebbe parrucche e si ritrova a disporre invece di deludenti tessuti pettinati armati a batavia e altri tipi di grisaglie. Sono gli effetti del fall-out giannellico. Non potranno dunque mancare laddove la Genesi incontra il Giudizio Universale, nel momento in cui il nostro sapido senese rovescia il “Noli me tangere” in un esilarante “Tangere eccome!”. I gradi della Creazione sono tutti lì, in questa complessa angelologia, dove al posto dei Troni e delle Dominazioni prendono vita le drammatiche figure di un ipotetico parentado di Ave Ninchi e Lina Volonghi, in tragica contemplazione della propria condanna ai gironi bassi; mentre al centro concresce una colonna metafisica e vivente addobbata in lana pettinata ad armatura saia, di peso medio, con ordito che crea un effetto a scaletta diagonale degno di un Amedeo Nazzari o di un Osvaldo Valenti o di un campione del cinema dei telefoni bianchi.
Fiat Lux: Giannelli ci piazzarebbe subito un Marchionne a forma di Valletta e via così, l’universo oramai è creato e si espande, tra cofane alla Alex Damiani e basette alla Nando Gazzolo, le cui fisionomie sono ricomposte sempiternamente nel ciclo eterno del nunc stans giannelliano. Solo i maschi si picchiano, le femmine sono deboli ed è già tanto che stanno in Parlamento. Comunque si tratta dei banchi della destra storica e il sapore è infatti alla Quintino Sella, tendenza “tassa sul macinato”. Non c’è Dio, come si può notare: è perché Dio è fuori del tutto, è fuori della scena, è il demiurgo che la scena l’ha creata, è Giannelli.

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Il romanzo oltre la Storia

di GIUSEPPE GENNA | da La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera (22.1.2012)

In un tomo consistente alle pagine iniziali leggo l’avvertenza: “La mia inchiesta si basa su voci degne di fede e informazioni riservate. Un’enorme mole di documenti ne fornisce le prove. Per scrivere questo libro sono stati saccheggiati archivi pubblici e diari privati”. Potrebbe essere un testo di di Carlo Ginzburg – grandi storici sottoscriverebbero così i propri metodi. Questo “libro” dunque non pare un romanzo. Eppure, continuando a leggere: “Verità sacrosanta e contenuto scandaloso: è questa combinazione a rendere tutto elettrizzante. Vi racconterò tutto”. La certezza che sia una scrittura storica crolla. Quell’elettricità che si promette, quel giuramento di raccontare tutto: sono trucchi da baraccone che chiunque conosce e ama. E’ l’essenza del romanzo. Certamente un romanzo storico: si tratta di uno degli incipit de Il sangue è randagio di James Ellroy (Mondadori, 2009), terza e conclusiva parte di una trilogia dedicata alla controstoria americana dall’omicidio Kennedy al Watergate.
Ellroy è il maestro del “genere nero” (noir, giallo, crime fiction, thriller che sia). In Italia ha fatto breccia. Debiti stilistici nei confronti di Ellroy si ritrovano ovunque nel romanzo di genere, da Romanzo criminale di De Cataldo a Q di Luther Blissett, da Testimone involontario di Gianrico Carofiglio a Carlo Lucarelli. Non si può prescindere da Ellroy quando si entra nel dominio del genere nero italiano. Ora sembra che tutti gli autori di noir si siano fatti autori storici (così denuncia, sulle pagine di questo inserto, il critico Daniele Giglioli).
Il thriller seriale non incanta più, le classifiche languono per autori come Grisham o Cornwell, maestri riconosciuti della suspence di massa. Perfino quelli che Aldo Grasso indica come i continuatori extraletterari dei romanzi seriali, cioè i serial tv, stanno mutando temi e stili, espellendo l’elemento nero a favore di saghe fantasy, storie fitte di zombie e vampiri. Tra poco passeranno alla fiaba direttamente: Biancaneve sarà un seriale televisivo.
E’ proprio finito il genere nero oppure è stato sbagliato giudicarlo tale? Siamo forse di fronte a una trasformazione ben più profonda, quella dell’intero genere romanzesco?
Uno dei romanzi più belli che ho recentemente letto è 22/11/63 di Stephen King (non a caso nella traduzione di Wu Ming 1), un’ucronia in cui il protagonista torna indietro nel tempo e ha la possibilità di mutare la storia, forse di evitare l’omicidio di JFK. Precisamente da dove parte Ellroy per “elettrizzare” e “raccontare tutto”. Si stabilisce una linea di continuità tra il fantasy horror di King e il crime novel di Ellroy, almeno quanto si stabilisce una continuità tra i romanzi storici di Camilleri e la sua serie con Montalbano protagonista. Tra genere storico e nero c’è una tale indissolubilità, che se ne occupò perfino Adorno:

“La società si è preparata da secoli all’avvento di Victor Mature, la cui opera di dissoluzione è, insieme, opera di compimento”.

Evidentemente Victor Mature incarna l’onnipotenza mitica del protagonista di leggendari noir e di film storici e addirittura biblici. Gli autori di genere in Italia sono sempre stati essenzialmente scrittori di romanzi storici. Non solo. C’è chi, come Alessandro Bertante sulle pagine de L’Unità (6/1/12), occupandosi della saga fantasy di George Martin (per settimane in testa alle classifiche e ispiratrice dello strepitoso serial tv Games of thrones), legava con buon diritto il genere fantastico a quello storico:

“La saga fantasy inventata dallo scrittore americano ci ricorda il nostro presente, la devastazione del suo mondo immaginifico delle ‘Terre Occidentali’ riflette lo smarrimento della contemporaneità, la crisi identitaria dell’Occidente che da molti anni non ha più una tradizione mitica e fondante, e che allo stesso tempo è incapace d’immaginare un futuro di progresso. L’empatia con le proprie miserie, ridiventa il naturale palliativo di ogni epoca di decadenza”.

E’ attraverso l’empatia che Bertante coglie, in Martin, il tentativo di rappresentare la crisi di un tempo. C’è soltanto da stabilire se questo tempo sia decadenza o meno. Certo è un’era di trasformazione, e non soltanto perché si può leggere una cattiva traduzione di Kafka su iPad (si vuole qui sottolineare il mancato impegno del comparto editoriale ad aggiornare e migliorare le attuali edizioni in commercio dell’opera kafkiana, in base a ragioni che Victor Mature giustificherebbe benissimo di fronte alla società che si è preparata ad accoglierlo).
La trasformazione in corso, per quanto concerne la letteratura, può incarnarsi in un certo tipo di romanzo, nuovo e strano, che rappresenta e supera quella che sociologicamente è detta “realtà” (“crisi” compresa). E’ un romanzo difficile, in cui si dice:

“La vita è una cosa troppo contemporanea. Pensò a quando fare pronostici era puro potere, quando aveva promosso un titolo tecnologico o benedetto un intero settore causando automaticamente il raddoppio dei corsi azionari e un mutamento nelle visioni del mondo, quando stava realmente facendo la storia, prima che la storia diventasse monotona, lasciando il posto alla ricerca di qualcosa di più puro, di tecniche per creare diagrammi che predicessero il movimento del denaro stesso. Lì trovava bellezza e precisione, ritmi nascosti nella fluttuazione di una certa moneta”.

Il colpevole di queste parole, che non si sa più se siano di genere storico o profetico, è Don DeLillo, che le scrive in un romanzo scarno e tremendo, Cosmopolis (Einaudi, 2003). La storia, che dovrebbe “rappresentare” la Storia, è questa: un miliardario che investe in future e divise monetarie, in una limousine iperattrezzata, attraversa New York per andare dal suo parrucchiere. Parrebbe poco interessante, eppure Cronenberg ne sta facendo un film. Certo, rispetto a Michelangelo, ciò che fa DeLillo sembra Rothko o un’installazione di Kiefer. Peraltro si può dire che DeLillo è uno di quegli autori che, passato dal genere storico criminale (Libra), ha poi esaurito il suo debito con la storia contemporanea Usa, pubblicando Underworld. Insieme a lui, certo Philip Roth, certo Michel Houellebecq, certo David Peace, certo Bret Ellis stanno sforzandosi di camminare in una terra di nessuno, compiendo quanto sconfortava Pasolini:

“Non riesco a mescolare la prosa con la poesia e non riesco a dimenticarmi mai che ho dei doveri linguistici”.

Comprenderemo la forma della nuova veste del genere romanzesco (un genere che ha cambiato continuamente forme dal Seicento a oggi) quando capiremo se in Italia esistono ancora o meno “doveri linguistici” e se ci saranno scrittori che avvertiranno l’esigenza di adempiere a questi compiti, cher oggi non sono certo di massa e peraltro vengono ignorati da seriali tv tanto quanto dal “pubblico” delle classifiche o dagli adepti delle nuove piattaforme.

[AVVERTENZA: le tematiche trattate nell’articolo sono rastremate giocoforza, in considerazione dellla sede di pubblicazione, che implica un’estensione precisa. La materia, a mio stretto avviso, meriterebbe l’espansione di certi nessi e la giustificazione teoretice e fenomenologica di alcuni passaggi e del finale stesso. Bisognerebbe, cioè, passare da un consistente articolo a un piccolo saggio, il che non è detto che non avverrà. gg]

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Il Miserabile e la Rete letteraria sul “Corriere della Sera”

Si parla di Rete, di scrittori, di letteratura. Si parla anche di Carmilla. E si rende implicita una Cosa che sta nascendo. Il Miserabile è contento come una puerpera a pochi giorni dal parto… Per leggere la versione pdf, basta cliccare sull’immagine.

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Quel matrimonio (inevitabile) tra Internet e letteratura
Genna: «È cambiato il linguaggio». Moresco: «Messaggi superficiali»
di PAOLO DI STEFANO
[dal Corriere della Sera]

Che rapporto c’è tra letteratura e nuovi media? Ammettiamolo pu­re, sono passati oltre dieci anni dal­la nascita del web e ancora nessu­no saprebbe rispondere con precisione a que­sta domanda. Eppure, indubbiamente il pa­norama letterario (che non significa ancora la Letteratura) è molto cambiato. Il primo (e visibilissimo) effetto di Internet è che se pri­ma il dibattito, il confronto, l’informazione si tenevano soltanto sui giornali e sulle riviste (cartacee), da qualche anno le sedi di discus­sione sulla letteratura si sono moltiplicate e «democratizzate». L’era del blog ha reso ac­cessibile a tutti un’area in cui prima avevano diritto di parola solo gli addetti ai lavori.
Tutto ciò ha finito spesso per creare un sol­co ancora più netto tra apocalittici (che resi­stono alla nuova barbarie) e integrati (i nuovi barbari, appunto). Su questi temi si interro­gherà per un fine settimana, tra il 2 e il 4 otto­bre, Oronzo Macondo , una «Writer’s Factory» che raccoglierà nell’Agriturismo Vil­la Conca Marco di Vanze (provincia di Lecce) un gruppo di intellettuali web-integrati: scrit­tori (da Gianni Biondillo a Paolo Nori e Anto­nio Pascale), critici, teorici e sociologi della rete (come Carlo Formenti e Michele Trecca). Le domande possibili sono tante: per esem­pio, se il web ha comportato o comporterà un mutamento nelle forme di scrittura, se è cambiato lo statuto della critica militante, quali sono le conseguenze dei nuovi canali nel mercato editoriale. Le esperienze italiane in tal senso sono varie e per molti versi con­traddittorie. Lo mette subito a fuoco lo scrit­tore Giuseppe Genna, cui si devono apporti quasi pionieristici a Clarence , poi alle riviste I Miserabili e Carmilla con Evangelisti: «Fino­ra — dice Genna — solo una parte minima di intellettuali italiani ha discusso di contenuti in rete: all’inizio erano cinque o sei e tutto sommati non sono aumentati di molto. Po­chi hanno capito che c’è uno spostamento di baricentro che comporta l’acquisizione di nuovi linguaggi. E gli intellettuali che hanno operato nel web non sono stati ascoltati dalle istituzioni culturali, in primo luogo gli edito­ri ». Detto questo, è anche vero che molti siti nati con grandi speranze hanno chiuso per la superfetazione di materiale inerte: «Diciamo che quelli che resistono vedono aumentare i lettori in maniera impressionante. Carmilla, fatta da tre-quattro scrittori nei ritagli di tem­po, raggiunge 320 mila lettori al mese, una cifra impensabile in passato per riviste anche importanti come Alfabeta . È una realtà (non proprio virtuale) che non si può ignorare. E bisogna aggiungere che i nuovi hardware moltiplicheranno ancora gli effetti. Poi è an­che vero che aprire a tutti i commenti produ­ce spesso un carnaio che porta all’implosio­ne ».
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E’ in libreria “Il re” di Leonardo Colombati

leonardo_colombati_il_reMondadori ha pubblicato il nuovo romanzo di Leonardo Colombati, Il re (€ 18 per 141 pagine: uno scandalo, francamente).
Propongo l’intervista e anticipazione comparsa sul “Corriere della Sera”, che a me era sfuggita. Prima dell’articolo, ritengo opportuno riprodurre un frammento cinematografico, per collocare secondo suggestione il lavoro che immagino abbia compiuto Colombati sull’icona Gianni Agnelli, cioè un lavoro di immaginario shakesperiano a cui si oppone il frammento filmico (che suppongo polarmente opposto al lavoro poetico di Colombati): si tratta del servizio sul sequestro dell’Avvocato, mandato in onda dal tg immaginario e condotto da Marcello Mastroianni in un episodio di Signore e Signori buonanotte.
Qui sotto, dopo il video, il pezzo del “Corriere della Sera”.

E ora: Leonardo Colombati e Il re
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Le teste

Il Miserabile e Le teste sul Corriere della Sera: “Odio Lopez perché non telefona alla mamma”

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Il Corriere della Sera su Le teste [pdf]

Incontri – L’autocritica dell’autore mentre arriva in libreria il thriller «Le teste», quasi un congedo
«Caro ispettore Lopez, ti odio»
Genna è stanco del suo eroe: non conclude niente, non ha profondità
di RANIERI POLESE
[dal Corriere della Sera, 21.9.2009]

In un dicembre freddo shocking con tanta neve gri­gia in città, sotto il ghiaccio che sigilla l’Idroscalo di Mila­no viene trovato il corpo di un pensionato. Accanto al cadavere, i sommozzatori raccolgono un sac­co di plastica: dentro c’è la testa decapitata di una ragazza bionda. Parte così Le teste (Mondadori), la nuova (ultima?) indagine del­­l’ispettore Guido Lopez (in libre­ria da domani), poliziotto in servi­zio effettivo dal 1999 quando ap­parve nel primo romanzo di Giu­seppe Genna, Catrame , e da lì ha proseguito per altri quattro titoli. «Lo odio — dice Genna —. E non è solo l’insofferenza per il perso­naggio, quella che alla fine prova­va Simenon per Maigret. Odio Lo­pez, il suo non saper mai conclu­dere niente. È una figura senza profondità, non telefona mai alla mamma, non ha una fidanzata. Non si sa com’è fatto, non viene mai descritto. Serve al meccani­smo seriale del thriller, che io pe­rò voglio mettere in crisi. Da noi non c’è uno scrittore come Ellroy, non ci sono fiction tv come ’24’ o ‘Lost’, c’è Don Matteo».
Strana, ma nemmen troppo, questa dichiarazione di odio per il personaggio che lui stesso, Gen­na, ha creato. Infatti, romanzi co­me Nel nome di Ishmael o Non toc­care la pelle del drago non sono e non debbono essere considerati thriller convenzionali (detective in caccia del killer), c’entra sem­pre la storia più grande, dalla mor­te di Enrico Mattei alle stragi più recenti. Il ruolo principale, così, fi­nisce per essere quello dei Servizi, delle «strutture parallele», di tra­me e intrecci dal forte sapore di complotto. Anche ne Le teste , via via che le ricerche sull’identità della donna procedono, mentre dal pas­sato emergono altri casi di vittime decollate, ci si accorge che dietro traspare un altro disegno molto più inquietante, con addirittura un riferimento al filmato diffuso su Internet della decapitazione di Nick Berg, per mano di al-Zar­qawi, nel maggio 2004.
«La testa trovata nell’acqua ap­partiene ai miei ricordi di bambi­no — racconta Genna —. Avevo 11 anni, i genitori avevano portato me e mia sorella al mare, a Lido Adriano, vicino a Ravenna. Siamo sulla spiaggia, due ragazzi tede­schi stanno uscendo dall’acqua con un sacchetto di plastica trova­to sotto le rocce di un moletto. Lo aprono e ne esce una testa di don­na. Per anni, tutte le notti ho avu­to l’incubo di vedere uscire quella testa dall’acqua del water». E an­che il libro riporta quell’episodio, un antico delitto, vittima una pro­stituta, in cui potrebbe essere im­plicato proprio il pensionato trova­to morto all’Idroscalo. «Per que­sto romanzo ho usato degli inter­mezzi, in corsivo. La tradizione del thriller Usa più dozzinale pro­pone sempre questo stratagem­ma, dando spazio alla voce del fol­le, del serial killer, che è ovviamen­te più avanti dell’investigatore. Ma qui, in Le teste, di chi è quella voce? Dell’assassino, o dello stesso auto­re che continua a girare intorno a quell’antico orrore?».
La città che fa da scenario e coprotagonista in questo freddo delirio, Milano, è una città a degrado avanzato, che continua a voler credere alle sue leggende (Genna dedica una pagina al mito della Mi­lano anni ’50, i poeti e gli artisti del Giamaica) e non vuole percepi­re la reale situazione di un agglo­merato urbano che non funziona più («quando ci fu la grande nevi­cata, per avere i sacchetti di sale ci si dovette rivolgere a Torino»), do­ve le aiuole e i parchi sono ridotti a sterpaglia. «Ma anche la mente dei suoi abitanti è un groviglio di sterpi: negli ultimi tre anni il con­sumo degli psicofarmaci è più che raddoppiato». Milano come avan­guardia dell’Italia. «Di un Paese che dalla caduta del Muro ha per­so ogni interesse strategico, è sci­volato nella periferia di un impero che non ne vuol più sapere, guar­da altrove. Ma politici e governan­ti fanno come se tutto ancora si te­nesse insieme».
E i servizi deviati, le strutture parallele? C’è un complotto, così come ce ne sono stati tanti nella nostra storia recente? «Il complot­to si iscriveva in un protocollo pa­ranoico che è andato in pezzi. Pen­sare che dietro quanto accadeva c’era un Grande Vecchio, un Pote­re occulto, questo serviva per da­re coerenza al racconto. E serviva anche a ciascuno di noi, per rac­contarci una plausibile spiegazio­ne. Questo paradigma oggi non vale più. Siamo passati a quello che si chiama stress post-trauma­tico, l’emergenza psichica nume­ro uno dei nostri tempi. Si perce­piscono frammenti, pezzi di un’esperienza traumatica, che pe­rò non riusciamo più a cogliere nella sua interezza. Così non sia­mo più in grado di elaborare il lut­to, restiamo sospesi in un limbo che somiglia all’inferno. E forse lo è».
In guerra con il suo personag­gio (ma quando ha visto che nella nuova «Squadra» televisiva c’è un ispettore Lopez, un po’ si è secca­to), in scadenza di contratto («Que­sto è il mio ultimo libro Mondado­ri »), Genna torna a lavorare sul suo work in progress, Assalto a un tempo devastato e vile , magma in espansione di saggistica e narrati­va, analisi e delirio, epopea crude­le delle periferie che un tempo sta­vano ai margini delle città, e che oggi ormai le hanno conquistate. Questo zibaldone di fatti e pensie­ri, dopo essere uscito da Pequod e poi da Mondadori, vedrà una terza edizione aumentata da Minimum Fax, primavera 2010. Intanto, dal suo monumentale Hitler è stata tratta un’opera musicata da Filip­po Del Corno, che ha debuttato nel Festival MiTo. E di Lopez, del suo ispettore ripetitivo, vuoto, seriale, bisognerà cominciare a fare a me­no? «Chi sa, senza anticipare nien­te su come finisce il romanzo, sto già pensando a una ripresa. Para­dossale, all’altezza del tempo deva­stato e vile che ci è dato vivere».