Piccola nota sul cinema di Davide Manuli

Vorrei dire qualcosa di impressionistico e idiosincratico sul cinema di Davide Manuli, su cui sto lavorando in questi giorni, a partire dall’epitome “La leggenda di Kaspar Hauser”, di cui qua si propone un tratto finale, con la musica percussiva tautologica e totalmente pop del grande Vitalic, che scatena i corpi e le menti di Vincent Gallo e Silvia Calderoni e Elisa Sednaoui. C’è un dato percettivo che mi ha sempre sconcertato, vedendo e rivedendo i film di Manuli: è l’accecamento corporeo. Non è nemmeno un ossimoro, questo: è un’approssimazione. Intendo per accecamento corporeo ciò che nel brano qua sopra (che vi consiglio di guardare e ascoltare) accade agli attori, ammesso che siano degli attori, cioè che stiano recitando una parte, il che non credo. Li si vede scatenarsi in una danza: in una danza? Che danza sarebbe? Quali sono i passi, le movenze, gli schemi, la *condivisione sociale* delle istanze della danza? La si riconosce? Questo scatenamento orgiastico (Silvia Calderoni cerca *realmente* di sedurre Sednaoui, la quale non regge la pressione e guarda fuori camera, intorno, sul set, cercando il dialogo con qualcuno della troupe) è alla lettera orgia secondo etimologia: distendersi, muoversi, fare lavoro e operare esotericamente, energeticamente. Ciò accade sempre e comunque nelle opere di Manuli, dove l’orgia estatica avviene: tutto il film è una declinazione orgiastica. Non c’è un pianto, nei film dell’autore milanese: c’è un pianto che è oltre il pianto ed è *il* pianto. Così per l’amore, per la tristezza, per la povertà, per il moto dell’animo e del fisico. E così anche per la storia e per il personaggio. Nulla è ciò che è secondo una norma di intensità, bensì secondo una potenza di sentimento e azione e anche di cognizione. Continua a leggere “Piccola nota sul cinema di Davide Manuli”

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Manuli e “Kaspar Hauser” diventano virali

Davide Manuli con “La leggenda di Kaspar Hauser” diventa virale: non ho mai visto, per un’opera d’arte, 3 milioni e mezzo di visualizzazioni in tre giorni, con 50mila condivisioni. Questo il video. Sono impazziti i russi. Godetevelo.

“IL DISCORSO DELL’ACQUA” (extra kaspar)

Attenzione: un momento artistico che è per me tra i più alti a cui ho contribuito. Questa è la scena del DISCORSO DELL’ACQUA, con testo mio e regia di Davide Manuli e intrpretazione di Fabrizio Gifuni. Il monologo è stato tagliato da “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli ed è ora un contenuto extra in dvd. Mi pare davvero un miracolo: Manuli e Gifuni sono per me giganteschi. Perdonate se pare un atto di narcisismo: non lo è, volevo solo condividere con voi tutte tutti.

Su ‘l’Unità’ circa il film di Manuli: Kaspar Hauser è ancora sepolto

 

Kaspar Hauser è ancora sepolto
Quello di Manuli è un film che l’Italia ancora non vuole
In Rete è già culto, e all’estro ha conquistato pubblico e critica. La storia è ambientata in Sardegna e il protagonista ha il volto di Vincent Gallo
di GIUSEPPE GENNA | l’Unità, 30 maggio 2012

La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli si apre con una sigla e una scena sconcertanti, in un bianco e nero quasi tridimensionale. La sigla: Vincent Gallo, ripreso di spalle, in un deserto chiama con una danza rituale l’arrivo di una flotta di dischi volanti alieni abnormi, che riempiono il cielo sovrastante. La scena di apertura: in un paesino sardo, in un vicolo non asfaltato, compare proprio Vincent Gallo, a cavallo di una moto da enduro e abbigliato da sceriffo con il cappellaccio e il crine lungo e biondo e gli occhiali da poliziotto americano. Avanza a passo d’uomo facendo rombare l’enduro e urlando a chiunque di scostarsi. Urla e non c’è nessuno. Due minuti dopo, invece, qualcuno c’è. E’ lo stesso Vincent Gallo, vestito con una tuta da motociclista bianca, il volto nascosto da un casco: interpreta il pusher che fornisce stupefacenti in questo regno privo di sovrano. Il duello (a poca distanza dalle location con cui Sergio Leone fece la storia del cinema western) è un confonto tra pusher e sceriffo, due personaggi interpretati dal medesimo attore. Il duello consiste in una danza incrociata, sotto il ritmo di una musica tecno, creazione del divo Vitalic, che ha fornito la colonna sonora al film.
La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli (già pluripremiato all’estero con il precedente Beket) ha sbancato all’estero, anzitutto al Festival di Rotterdam dove è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Spectrum. Un successo di critica e pubblico ha registrato poi anche a rassegne prestigiose, da Copenaghen a Istanbul. In Italia non si sa se lo si vedrà. In Rete è già culto, su Facebook e Twitter soprattutto.
Chi ha in mente il Kaspar Hauser di Herzog lo dimentichi all’istante. Qui siamo in un regno che spacca la dimensione storica, in una Sardegna puramente geologica. Siamo in un cinema trascendentale, per ricorrere al celebre saggio di Paul Schrader. Un teatro disumano, che sta tra Bene e Grotowski e Murnau, si disegna sotto i nostri occhi – dico dei pochi fortunati italiani che hanno potuto godere della visione e dell’ascolto di questo che non esito a definire il cinema italiano di questo decennio. La lucidità bianca e nera e grigia ed eterea della pellicola usata da Manuli impressiona. La colonna sonora di Vitalic, che satura le immagini e distrugge i dialoghi, esalta in realtà le interpretazioni di Gallo e di Gifuni (un prete cowboy che ciancia davanti a Kaspar Hauser dell’esistenza di un messia). Silvia Calderoni dei Motus, adrenalinica e autistica, è l’androgino Kaspar Hauser, il ragazzo venuto da fuori della civiltà e su cui essa tenta un’opera innaturale di corruzione e di espulsione dal corpo sociale, attraverso il bando dell’esclusione definitiva – la morte stessa. Una vicenda che si snoda per capitoli molto lineari, sottolineati con titoli da film muto: l’arrivo di Kaspar Hauser, l’educazione di Kaspar Hauser, la sua uccisione…
Chi scrive è in una posizione di oggettività partecipativa, poiché è autore di un frammento della sceneggiatura. Ciò non toglie che il giudizio sia spassionato: l’opera di Manuli vive di una tensione metafisica che ricorda da vicino l’ascesi artistica di Carmelo Bene o di Eugenio Barba o di Andrej Tarkovskij. Siamo di fronte, insomma, a un regista dal talento non comune, che ci espone a una scelta radicale: dimenticare il film ed esperire il cinema. Cioè farci invadere dal bombardamento di immagini sonore, un flusso che scuote il corpo e desta un’attenzione consapevole come poteva accadere in certo Bresson (per esempio ne L’argent) o in Ozu o in certo Godard (si pensi ad Alphaville). E’ avvertibile un’attivazione che sollecita tutti i sensi e sbalza oltre i sensi stessi. Tutto diventa inquietantemente memorabile. A questo effetto sono congeniali per esempio i comici tic dello sceriffo Vincent Gallo (“Oh, yeah!” ripetuto ossessivamente). Ogni situazione crea un trauma, uno strappo nella coscienza. Come l’arrivo sulle onde marine del corpo esanime di Kaspar Hauser, flessuoso come un’alga luminosa.  Accade come in Eyes Wide Shut: il film è un ultracorpo che entra in noi e in noi vive. Si danno trauma e reazione al trauma, attraverso l’esposizione a un’opera radioattiva, come accade stando davanti a Rothko, leggendo DeLillo, rivedendo muoversi Pina Bausch. Occhio e mente di Davide Manuli sono al servizio di quest’opera: fare penetrare in noi quei fantasmi che il cinema ha permesso di vedere per un attimo durato un secolo, angeli necessari che, scriveva Wallace Stevens, sono “una figura a metà, intravista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza che basta che volga le spalle, ed ecco che presto, troppo presto, è scomparsa”.
Qualcuno di antico ha descritto in anticipo quest’opera d’arte che è La leggenda di Kaspar Hauser: “Ecco l’equivalente del suono così come io come lo intendo. L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito, non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto, che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare”. Questa precisa descrizione dell’opera di Manuli è stata enunciata da Carmelo Bene, in un’intervista a Thierry Lounas, sui Cahiers du Cinéma, nel 1998, l’anno in cui usciva il primo film di Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo. Era un passaggio di staffetta, nemmeno ideale. Buona non-visione a tutti.

NB (La leggenda di Kaspar Hauser non si sa sarà proiettata o celebrata decentemente in Italia. Da intellettuale integrale e in rappresentanza dei molti che sono incuriositi dal film, ringrazio l’establishment del cinema italiano: una folla lugubre che continua a celebrare una danza macabra sulla tolda del Titanic Italia. gg)