blog

Piccola nota sul cinema di Davide Manuli

Vorrei dire qualcosa di impressionistico e idiosincratico sul cinema di Davide Manuli, su cui sto lavorando in questi giorni, a partire dall’epitome “La leggenda di Kaspar Hauser”, di cui qua si propone un tratto finale, con la musica percussiva tautologica e totalmente pop del grande Vitalic, che scatena i corpi e le menti di Vincent Gallo e Silvia Calderoni e Elisa Sednaoui. C’è un dato percettivo che mi ha sempre sconcertato, vedendo e rivedendo i film di Manuli: è l’accecamento corporeo. Non è nemmeno un ossimoro, questo: è un’approssimazione. Intendo per accecamento corporeo ciò che nel brano qua sopra (che vi consiglio di guardare e ascoltare) accade agli attori, ammesso che siano degli attori, cioè che stiano recitando una parte, il che non credo. Li si vede scatenarsi in una danza: in una danza? Che danza sarebbe? Quali sono i passi, le movenze, gli schemi, la *condivisione sociale* delle istanze della danza? La si riconosce? Questo scatenamento orgiastico (Silvia Calderoni cerca *realmente* di sedurre Sednaoui, la quale non regge la pressione e guarda fuori camera, intorno, sul set, cercando il dialogo con qualcuno della troupe) è alla lettera orgia secondo etimologia: distendersi, muoversi, fare lavoro e operare esotericamente, energeticamente. Ciò accade sempre e comunque nelle opere di Manuli, dove l’orgia estatica avviene: tutto il film è una declinazione orgiastica. Non c’è un pianto, nei film dell’autore milanese: c’è un pianto che è oltre il pianto ed è *il* pianto. Così per l’amore, per la tristezza, per la povertà, per il moto dell’animo e del fisico. E così anche per la storia e per il personaggio. Nulla è ciò che è secondo una norma di intensità, bensì secondo una potenza di sentimento e azione e anche di cognizione. Il cinema, del resto, è questo: un regista autentico non sta a scolpire il tempo, se non per questo: per stare in estasi, il che è tutto, non è semplicemente ripiegarsi su se stessi e andare un poco fuori di testa. Se ho citato il celebre motto di Tarkovskij, è perché il grande russo c’entra e non poco con i film di Manuli – e c’entra soprattutto perché il lavoro di scultura del tempo è legato alla vista accecata, sentita col corpo. Lo sfrangiamento corporeo di Vincent Gallo invasato è armonico con quello di Silvia Calderoni anzitutto in questo: ballando, non guardano. Il loro scatenamento è identico al nostro di quando eravamo bambini. Io, da bambino, giocavo a pallone: non vedevo. Non avevo tempo di vedere. Scattavo e agivo, consentaneo a movimenti di altri umani e di oggetti in movimento e di ingobbimenti del terreno e di linee immaginarie e di norme volanti. Questo gioco era un’orgia: era l’orgia. La dimostrazione che i corpi sotto l’obbiettivo di Manuli manifestano è la manifestazione: fanno ciò che io, da spettatore, e non so come, sento. Più correttamente, dovrei dire che io so perfettamente come: ci sono fondamenti neurologici al sentire quanto si scatena sullo schermo. Tuttavia io sento tutto qui, compreso lo scarno montaggio, come uno scatenamento corporeo a occhi chiusi. Ciò non capita sempre: non è che io veda una clip techno o rock o pop e senta questo. Un critico cinematografico americano mi diceva l’altro giorno: “Qui Manuli riesce a fare questo per via dello sfondo, sceglie linee solidificate, concrezionate, fossili, e quindi i corpi sono un’epistassi che si staglia”. Questo è il problema della critica: ritenere che l’alfabeto sia già una retorica o, peggio, un discorso. C’è un surplus di senso nel lavoro di Manuli: è il dato da prendere, da sentire, sapendo che ovviamente si ha a che fare con una regia consapevole, che coglie dentro lo sguardo il casuale. Lì c’è il sovrappiù di senso: nello scatenamento cieco del corpo casuale. E’ un fatto che mi ha sempre sorpreso, vedendo quel poco che ho visto dei set dei grandi registi: tutto ciò che era minuziosamente predeterminato finiva per diventare casuale. Non si controlla più: ecco la verità ultima esistenziale, che non è affatto detto che non sia la verità ultima del fatto metafisico. Se non si controlla più, ecco l’abbandono – però non è un abbandono cattolico, ecumenico, buono, tanto quanto non è un abbandono al peggiore istinto o un fatto criminale o criminogeno. E’ anche per questo motivo, per questa discriminazione che avviene mentre avviene la vita, cioè per questo sguardo cieco, che il cinema di Manuli mi è sempre sembrato in forte relazione con alcune cose che mi è capitato di studiare: per esempio, Ramana Maharshi.

Da qui si parte per il cinema di Davide Manuli, all’indietro e in avanti. Si finisce così: iniziando continuamente.

Annunci