Con Costantino all’iper: “Fate parte dell’ambaradàn”

contantinoelimperoprima puntata di GIUSEPPE GENNA
a cui segue una seconda di MICHELE MONINA

E’ domenica, il 6 febbraio dell’anno domini 2005, sono le sette. Del mattino. Milano è una lastra di piombo allo zero di Kelvin. Il motorino è congelato come uno Stecco Algida (sorbetto al citrone, bastoncino di liquirizia). Sono in ritardo, Michele mi ammazza. Viale Sabotino è allo zenit atomico: non ci sono nemmeno le ombre dei massacrati stampate sui muri. Non passano tram. Non c’è un bar aperto. Alla fine trovo Valentino: è un cinese, ha un caffè verso Porta Romana, si fa chiamare Valentino perché il suo nome cinese è impronunciabile. Il cappuccino sa di candeggina: i sali di lavaggio della macchina del caffè.
Mi chiedo: ma perché tutto questo?
Mi rispondo: perché stamattina comincia il tour negli ipermercati. Andiamo, io e Michele, a presentare Costantino e l’impero in un iper da qualche parte sulla Milano-Genova (questo qui).
Perché ci è venuta questa idea? Nei Settanta avrei risposto: perché è politico farlo. Ora rispondo: perché siamo due idioti.
E, al momento in cui medito in questo modo davanti alla faccia roditrice del cinese, nemmeno so che io & il mio socio stiamo per spaccare lo schermo tv: entriamo in Twin Peaks, abbandoniamo il divano e andiamo a conoscere per davvero il Nano della Stanza Rossa.
Dobbiamo andare non sappiamo dove.
E’ sempre così. Prima di chiudere le bozze del libro su Costantino, ci è capitato di andare da uno che voleva venti milioni per consegnarci le supposte (no, aspettate, segue un sostantivo, questo era solo un aggettivo!) le supposte ecografie del feto del figlio di Costantino e della fidanzata di Costantino (non Alessandra, ma quella vera, quella di prima), che poi sarebbe stato abortito per problemi di isteria da carriera (i problemi erano della ragazza, la carriera di Costantino, l’isteria di entrambi: sempre secondo questo qui che ci aveva contattati). Beh, ci siamo persi: non le ecografie, ci siamo proprio persi noi, in quel di Lambrate.
Poi ho riconosciuto il Regno del Wurstel, una specie di pub davanti al deposito dei tram di Lambrate, allora siamo usciti dal dedalo e ci siamo ritrovati. Il Regno del Wurstel me lo ricordavo perché, un capodanno, finii in una festa assurda in piazzale Loreto, dove avevano appeso il Duce (nel piazzale, non alla festa). C’era la prestanome che possedeva apparentemente il Regno del Wurstel, col fidanzato mafioso, che possedeva davvero il Regno del Wurstel ed era vestito come Francis Turatello. In quella festa si sciava. Davvero.
Comunque prendiamo l’autostrada per Genova, passando accanto alla birreria Woodstock, dove il mio amico Brunetto frantumò la mano a un mio compagno di filosofia, mentre io discutevo di Sendero Luminoso con una cameriera andina. Però, prima dell’autostrada, passiamo accanto al PalaNonmiricordocomesichiamaora, enorme struttura che pare il gioco del pirata (quello della botte con i coltelli da infilare nelle fessure, in plastica, e, a un certo punto, scatta una molla, salta fuori un pirata, andava negli anni Ottanta), dove si tengono concerti. Il volto di Michele si illumina (è difficile che il volto di Michele si illumini: Michele è il sosia di Bin Laden a cui hanno fatto una permanente, è impossibile che gli si illumini il volto, se non altro per la carnagione scura. Anche io ho la carnagione scura e ormai tutti i marocchini di Milano mi approcciano in marocchino, pensano che sia uno di loro. Domenica avevo paura che ci fermasse la polizia, sembravamo due kamikaze diretti a un checkpoint israeliano). Il volto di Michele si illumina per un motivo: al PalaPirata, lui ci ha lavorato.
Elizabeth Niqvist, svedese, era quella con cui lavorava Michele. Si trattava dell’amministratore delegato di Spray, il portale svedese che aveva comprato Clarence quando lavoravo a Clarence. Era una donna altissima che sorrideva sempre e diceva sempre: “E’ bèlìsimoh!”. Il periodo svedese di Clarence fu una specie di hellzapoppin esistenziale. Elizabeth Niqvist, un giorno, mi convocò con aria afflitta nel suo ufficio di capobanda delle sintassi aziendali e mi fece sedere. Per la prima volta il suo sguardo era grave. “Ci siamo, mi licenziano” pensai. No: era afflitta perché non aveva ricavato una sauna nell’ufficio, una sauna per i dipendenti, mi aveva convocato per dirmi che le dispiaceva. Una volta venne giù dalla Svezia il superpresidente, che aveva otto anni meno di me, somigliava a Zuerbriggen bambino, andava blandito, voleva vedere il derby a San Siro, ci andammo (finì zero a zero). Io mi ritrovai seduto accanto a Elizabeth Niqvist, in onore della quale Roberto Grassilli aveva inventato Kanea, esilarante azienda di arredamenti di massa che promuoveva i prodotti locali dell’Ismizia, la nazione del celebre pino peloso (quando diramammo il comunicato che Kanea veniva quotata in Borsa, un quotidiano finanziario milanese riprese la notizia). Elizabeth, mentre Coco svariava sulla fascia, mi disse che suo marito di lavoro faceva l’architetto di campi da golf. Lo disse poi anche a Michele, quando Spray crollò e la Niqvist andò a dirigere un portale musicale costituito dagli articoli del solo Michele. E’ a questo punto, dunque, che Michele mi chiede, vedendo il PalaQualcosa: “Che fine ha fatto Elizabeth Niqvist?”.
Proseguiamo.
Non ci rendiamo conto che l’aere va facendosi sempre più brumoso, mentre ci avviciniamo alla meta. Abbiamo infatti scoperto che l’ipermercato dove presentiamo Costantino e l’impero sta a Voghera. Il pubblico sarà costituito in gran parte da casalinghe di Voghera. “Casalinga di Voghera” è una popolare espressione per definire i sottoculturati, che fu forgiata dal famoso snob Alberto Arbasino. Siamo entusiasti di andare a Voghera a presentare un libro all’ipermercato alle dieci di domenica mattina.
Faccio a Michele: “Mi hanno telefonato dei produttori tv, vogliono che faccia un soggetto. Mi danno duecento milioni forse”.
“Chi sono?”
“Quelli dei film di Tirabassi…”
“Tirabassi chi?”
“Quello della Squadra“.
“No, quello di Distretto di Polizia“.
“Insomma, quello che ha fatto in tv, come si chiama, il giudice…”
“Bassolino”.
Non era Bassolino, era Borsellino, ma ormai è fatta. Io e Michele trascorriamo un quarto d’ora a elaborare il soggetto di una fiction su Canale 5, prima serata, 35% di share, dedicata a Bassolino: gli anni della terza mozione, lo scontro col migliorista Morando, l’approdo a Napoli, Ermanno Rea e la dismissione di Pozzuoli, Nino D’Angelo lo minaccia perché lo manda Morando, la Jervolino ha un transistor al posto delle corde vocali, Antonio Franchini e la nonna nel romanzo su Siani, Bassolino che prova un giorno a farsi biondo coi riccioli, il progetto di un’Area 52 a Secondigliano, un piatto di maccheroni con il cianuro nel pecorino, i portaborse.
Di colpo, non vediamo più niente.
White out.
Tutto è bianco, come la democrazia cristiana.
Una parete spessa, umida, impenetrabile. Siamo dentro lo spettro.
E’ la bennota nebbia padana.
La nuova auto di Michele, che col libro su Vasco Rossi (Vasco chi?) deve essere diventato ricchissimo, è un prototipo Nasa, un rover da spedire prossimamente su Titano. Quindi abbiamo caldo. Però tutto diventa inquietante.
Arriviamo al casello, c’è l’organizzatore che ci attende.
Scendiamo.
“Ciao!” ci fa, “fuori sono quattro sotto zero”.
L’avevamo capito.
“Si sta alzando la nebbia”.
Ma va’.
“Dopo di voi, viene Faletti, all’iper”.
Hola del Genna e del Monina.
“E’ l’inaugurazione dell’apertura con sconto domenicale, oggi. Voi fate parte dell’ambaradàn”.
Voi. Fate. Parte. Dell’. Ambaradàn.
“Andiamo, si va per due chilometri fino alla rotonda, poi prendiamo la tangenziale intorno a Voghera”.
La. Tangenziale. Intorno. A. Voghera.
“Un altro chilometrozzo e siamo arrivati. Questa che vedete non è neve: è galaverna”.
“?”
“Seguitemi!”.
Lo seguiamo.
Nella foschia, densa quanto un milkshake, a un certo punto Michele vede nel retrovisore una macchina coperta di neve e guidata dallo Yeti. Poi guarda avanti e intuisce due archi d’oro: “E’ un McDonald”.
“Impossibile. Sarà la Fortezza Bastiani. Questo è il deserto dei tartari”.
Non sopportiamo, entrambi, la salsa tartara finta nel Big Mac. Siamo in mezzo a campi sterminati, piatti quanto le mie ex fidanzate, è impossibile che si erga qui nel nulla un McDonald.
Infatti non si erge nel nulla.
Si staglia davanti a Disneyland.
Non è Disneyland: è l’ipermercato.
centroMontebello_8Abbiamo macinato chilometri dicendoci che è ovvio che alla presentazione non ci sarebbe stato nessuno. Chi vuoi che ci sia a un ipermercato a Voghera alle dieci della domenica mattina?
Te lo dico io chi c’è: c’è la popolazione del comasco e del biellese messi insieme.
Un parcheggio immenso, gremito di SUV e neoutilitarie.
Un termitaio. Sodoma e Gomorra fanno il solletico, all’iper di Voghera. Città del Messico che parla pavese.
Questo, ci dirà un ventinovenne pelato con un golf e l’influenza, è il terzo ipermercato che hanno costruito in Italia, lo hanno inaugurato nel 1974.
Questa, è archeologia.
Scendiamo dall’auto. Straparliamo. Io fumo inalando l’Himalaya. Michele, che viene da Ancona, dice che viene da Ancona.
All’entrata, ai lati del portale con cui si fa ingresso nell’iper, ci sono due abnormi cataste di legna: tagliata in segheria e impacchettata nella plastica.
“La vendono?” chiedo all’organizzatore dell’ambaradàn.
“Penso” dice.
Mi volto verso Michele: “E’ Twin Peaks. Mancano i nani”.
Entriamo e la prima cosa che vediamo sono due anziani coniugi affetti da nanismo, che faticano a spingere a quattro mani un carrellone strapieno di merce, che li sormonta.
Il nano Mannuzzu, figura centrale della criminalità di Calvairate, che è uno dei personaggi fondamentali di Costantino e l’impero, è anche qui: a Voghera, tra le casalinghe.
AVVERTENZA: QUESTA E’ LA PRIMA META’ DEL REPORTAGE CHE GENNA&MONINA HANNO DECISO DI PUBBLICARE SUI MISERABILI, PER TESTIMONIARE DEL LORO TOUR DI LETTURE E PRESENTAZIONI NEI TEMPLI DEL CONSUMO DI MASSA. LA SECONDA PARTE, SCRITTA DA MICHELE MONINA, ANDRA’ ON LINE QUANDO PARE A MICHELE. AVANZIAMO IN QUESTA SEDE LA RICHIESTA UFFICIALE AL NOSTRO UFFICIO STAMPA: VOGLIAMO ANDARE A PRESENTARE COSTANTINO E L’IMPERO ALL’IKEA DI CARUGATE, NELLA SEZIONE IN CUI SONO ESPOSTE LE LIBRERIE BILLY. SE NON OTTERREMO CENNI DALL’UFFICIO STAMPA, TRARREMO LA CONCLUSIONE CHE L’UFFICIO STAMPA NON HA LETTO FINO IN FONDO QUESTO NOSTRO CONTRIBUTO, NON CI BADA, E ALLORA CI VADA LUI LA DOMENICA ALLE DIECI ALL’IPERMERCATO DI VOGHERA.
Note tecniche dell’ipermercato dove siamo andati
Il Centro Commerciale Montebello dove siamo andati è situato nel comune di Montebello della Battaglia (PV), all’incrocio di importanti vie di comunicazione dell’Oltrepò pavese. Nasce nell’anno 1974 il nucleo iniziale costituito da un ipermercato e alcuni negozi e successive evoluzioni porteranno nel 1991 alla nascita di un Centro Commerciale integrato con circa 30 negozi.
Il complesso commerciale è frequentato da circa 5,3 milioni di visitatori all’anno, con una media giornaliera di circa 16.500 visitatori, ed è dotato di una vasta area destinata al parcheggio con 2600 posti auto gratuiti di cui 800 coperti.
Su un’area totale di mq. 185.000 c.a, l’area edificata complessiva è di mq. 45.000 c.a. e le principali attività del Parco commerciale sono:
– Ipermercato ad insegna IPER del gruppo Finiper di 13.000 c.a. mq.;
– 3 medie superfici specializzate interne: ad insegna “Media World” (hi-fi ed elettrodomestici), “Sorelle Ramonda” (abbigliamento), “Ristò” (ristorante self-service);
– 7 medie superfici specializzate esterne: ad insegna “Iper Express – I Doc” (Acque minerali-Vini), “Castorama” (bricolage), “Botanic” (piante e giardinaggio), “Longoni sport” (articoli sportivi), “Norauto (accessori per auto), “Mc Donald’s” (fast food), “Medusa Multicinema” (Multisala cinematografica); all’interno del complesso gravitano altri importanti punti di servizio quali una pompa di benzina “Shell” e un autolavaggio “Royal wash” .

  • segue
  • [pubblicato su Web il 8.2.2005]
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Fiction e tragedia: “Arnold”

Dialogo finzionale sulla fiction: le disavventure della saga di cui fu protagonista il paffuto Gary Coleman. Grottesche accelerazioni verso la più cupa e scintillante decadenza, massacri morali ed estetici, morti individuali e lasciti patetici. Fenomenologia del disastro spettacolare.

[Questo testo è una campionatura aggiornata da Costantino e l’Impero, finto biopic edito scritto da MIchele Monina e me medesimo, e pubblicato da Marco Tropea nel 2005].

“Fai fiction? Muori.
Ti ammali.
C’è un collasso esistenziale.
Linfoma non Hodgkin.
Tumore epatico.
Rovina economica.
Trasformazione della personalità.
Prendi Arnold”.
“Arnold chi?”
“Arnold, il piccolo negro paffuto”.
“Il protagonista della fiction Il mio amico Arnold”.
“Si chiamava Different Strokes in America”.
“Era un bambino di colore paffuto”.
“Non era un bambino, era un nano, aveva una malattia”.
“L’aveva da prima di girare la fiction”.
“Non importa la malattia, renale. La fiction è fatale. Guarda cosa gli è successo”.
“Aveva un fratello che si chiamava Willis”.
“Dentro la fiction sì, fuori era figlio unico”.
“Arnold aveva la faccia comica arrabbiata quando diceva sempre sempre: Che cavolo stai dicendo, Willis?”
“Era il tormentone della serie”.
“E’ stata eletta in America tra le dieci migliori battute della televisione di sempre”.
“Erano stati adottati dal signor Drummond, un mezzo miliardario bianco rimasto vedovo, che aveva una figlia anche lei bianca, Kimberly, una stronza”.
“Me la ricordo. Col fiocco. Pallida. Razzista”.
“Nessuno se le ricorda più queste cose, eppure è storia”.
“Vivevano in un attico davanti alle Torri Gemelle”.
“Già questo porta sfiga, guarda cosa è successo nel giro di vent’anni”.
“Arnold e Willis erano un problema per Kimberly che era una stronza e una razzista”.
“Andava capita, due fratellastri negri le capitano all’improvviso nella casa”.
“Il signor Drummond non aveva polso, era un debole”.
“Kimberly tormentava i due fratellastri negri. Il telefilm intendeva dire che non bisogna mai essere razzisti”.
“Anche che i negri possono essere adottati. Intendeva un modello di civiltà, la fiction”.
“Intende sempre una civiltà, sotto, la fiction”.
“Arnold, Il mio amico Arnold”.
“Arnold era un bambino simpatico agli imbecilli. Fatto sta che non era un bambino. E’ rimasto per sempre così come lo si è visto”.
“Si chiamava Gary Coleman”.
“Quando ha iniziato a girare Arnold, era già affetto da questa malattia”.
“Si chiama lupus nephritis, un disguido del sistema immunitario, comporta una forma di nanismo che ti mantiene sempre con l’aspetto di uno di dieci anni!”
“Ascolta: all’apice del successo di Arnold, Arnold guadagnava settantamila dollari alla settimana”.
“L’America impazziva per lui”.
“Appena finisce Arnold, Arnold crolla. I suoi genitori sperperano in un anno tutti i guadagni del figlio nano, cioè quattro milioni di dollari. Il nano fa causa ai genitori”.
“Ha avuto coraggio”.
“Ha i coglioni, il nano. Ma ormai la fiction l’ha fatta: è segnato”.
“Arnold vince la causa coi suoi genitori e si ritrova malato e povero”.
“Si indebita e va in rosso di settantaduemila dollari”.
“Le cure sono costose”.
“No: ha contratto una dipendenza da modellini di treni”.
“Ne compra a centinaia, per indebitarsi a quel modo”.
“Tutta la sua casa è invasa da binari che si intersecano, scambi ferroviari in miniatura. Lui ha un trenino della sua taglia, ci sale, si veste da capotreno americano, gira per le stanze”.
“Sta male”.
“E’ il potere della fiction. Fuma erba come un disperato. Assicura che è per lenire i problemi di salute, i dolori: una cazzata. A un certo punto, Arnold deve trovarsi un lavoro, altrimenti è il fallimento. Diventa guardia giurata”.
“E’ la rovina”.
“Più di quanto ci si immagini. Sta facendo sorveglianza in un grande magazzino, una cicciona lo nota, lo riconosce, gli chiede un autografo, Arnold firma un foglio, lei pretende una dedica, Gary Coleman dice che basta così, lei lo mette all’angolo, lui la insulta, la cicciona lo schiaccia contro una parete, è enorme questa cicciona, Arnold soffoca, allora le tira un pugno in un occhio”.
“Lo ha denunciato”.
“Per oltraggio e violenza. Va a processo. Lo condannano, deve pagare circa duemila dollari e frequentare un corso di elaborazione della rabbia per persone violente: Arnold”.
“E’ alto uno e quaranta e frequenta un corso insieme a personaggi che hanno preso a pugni moglie e figli”.
“Puoi controllare: è tutta storia. Ci sono le prove, non mi invento niente. Inventare è da idioti: c’è già la realtà”.
“Non finisce qui”.
“La fiction comporta una forma che non finisce mai. Nel 1999 Arnold rilascia un’intervista alla rivista Us, sostenendo di essere ancora vergine a trentuno anni”.
“Si mette a fare il venditore di auto”.
“Promo tv con lui nano in piedi su un cofano di Corvette rossa”.
“Improvvisamente si candida per una carica politica”.
“La fiction lo comporta”.
“A governatore della California”.
“Deve affrontare un altro Arnold”.
“Schwarzenegger”.
“Un nano contro un colosso”.
“Fiction seriale contro action movie”.
“E’ il 7 ottobre 2003, quando la CNN annuncia che Schwarzy ha vinto con quattro milioni e mezzo di voti. Ad Arnold ne sono andati quattordicimila”.
“A questo punto muore”.
“La fiction lo porta alla morte a quarantadue anni, cadendo dalle scale, batte la testa, muore in un lago di sangue, è impressionante, si era nel frattempo sposato”.
“Celebre la telefonata della moglie ai soccorsi”.
“La moglie Shannon. Urlava che era in un lago di sangue e che non sapeva gestire la situazione”.
“Lo hanno ricoverato ed era in coma e Shannon ha detto di staccare le macchine”.
“Non ha atteso un secondo”.
“A casa aveva messo sul letto Arnold sanguinante morente, gli aveva fatto le foto. Dopo la morte di Arnold, le ha vendute”.
“E’ una saga tragica greca”.
“Darebbe ragione agli imbecilli che sostenevano in quegli anni che l’America era l’erede della Grecia classica. Perché la saga è saga, va oltre Arnold”.
“Coinvolge tutta la scena, come ogni tragedia esige”.
“Prendi la sorellastra bianca di Arnold”.
“Kimberly”.
“La figlia del signor Drummond”.
“La interpretava l’attrice Dana Plato”.
“Carina, sempre col fiocchetto, la gonna scozzese. Molto pulita, bianca, disciplinata. La perfetta ragazza della porta accanto”.
“Solo verso la fine della serie tv era un poco ingrassata, niente di che”.
“Non era ingrassata: era incinta. Si era sposata di nascosto con il rocker Lenny Lambert e di lì a poco era rimasta gravida. Quelli di Arnold l’hanno licenziata subito”.
“Di lì, una tragedia senza fine”.
“Appena le nasce il bambino, lei torna a bussare alle porte di Arnold. Il produttore si convince e la riassume”.
“Il ritorno di Kimberly vale un salto di audience”.
“Non funziona. La serie viene chiusa di lì a poco”.
“La rovina approfondisce la crepa”.
“Passa un anno e l’amatissima mamma di Dana Plato muore di leucemia”.
“Una settimana dopo la morte della mamma, il marito di Kimberly la molla e sparisce”.
“Mettiti nei suoi panni, la fiction lo esige”.
“Anche la tragedia”
“E’ sola e povera e ha il figlio a carico. Dana Plato accetta di esibirsi nuda su Playboy. La mossa non si rivela azzeccata: la sua carriera langue”.
“Nessuno la chiama più”.
“Viene arrestata nel corso di una rapina a mano armata in un videostore. Viene condannata a cinque anni di prigione, glieli abbonano, il suo caso commuove il cantante crooner di Las Vegas Wayne Newton, che le regala tredicimila dollari”.
“Wayne Newton lo si vede nel film Ocean’s Eleven, con Clooney e Pitt. Si tratta di un emulo di Sinatra che soffre di una forte dipendenza da operazioni di chirurgia plastica. I capelli sono neroblu, impiantati, materiale organico. I denti sono falsi. Dodici operazioni di chirurgia estetica”.
“La rovina di Dana Plato, però, non si ferma davanti a nulla. Anzi: accelera. Viene arrestata per contraffazione di una ricetta medica che prescrive Valium”.
“Pensa: vieni arrestato per del Tavor”.
“E’ accusata poi per violazione di libertà condizionale, e si fa trenta giorni di galera. Esce di prigione e frequenta una comunità per tossicodipendenti”.
“C’è un altro tipo di tossicodipenza da cui non riesce a liberarsi: la tv”.
“Recita in B-movie televisivi come Bikini Beach Race”.
“Appare in un videogioco”.
“Partecipa a film a luci rosse”.
“Diventa lesbica”.
“Fa outing sulla rivista di orgoglio saffico Girlfriends”.
“Partecipa a una parodia softcore di Arnold”.
“Si fa fotografare mostrando i buchi da eroina all’avambraccio”.
“Si suicida con un’overdose in una roulotte l’8 maggio 1999”.
“Suo figlio e il suo ultimo convivente si sono disputati la proprietà della roulotte in tribunale”.
“Anche suo figlio è morto suicida. Nel 2010. Non si è mai liberato del ricordo della madre, stava male”.
“Resta Willis”.
“Anche Willis, il fratello nella fiction di Arnold”.
“Un martirio”.
“L’attore che faceva la parte di Willis si chiama Todd Bridges. A sei anni vede alla tv la fiction Sanford & Son e decide che sfonderà in tv”.
“Una serie girata nell’officina di un rottamatore”.
“Il protagonista era un caratterista noto nel panorama televisivo americano, Red Foxx. E’ morto di multinfarto tra atroci dolori, solo e disperato”,
“Todd Bridges interpreta Willis e di colpo diventa miliardario”.
“Tocca l’apice con la partecipazione straordinaria a una puntata di Love Boat, per cui lo strapagano”.
“Da qui, la caduta”.
“Prima che Arnold finisca, Todd Bridges, che ha iniziato a farsi le canne da un paio di anni, denuncia la polizia di Los Angeles per molestie. Da questo momento inizia ad avere problemi di ordine automobilistico: viene accusato di estorsione a un venditore d’auto; viene arrestato per guida senza patente; viene sorpreso mentre cerca di rubare una macchina; viene denunciato per non avere pagato il conto di una compravendita di un’automobile”.
“Lo accusano di rapina a mano armata, ma se la cava”.
“Abusa di una convivente”.
“Viene arrestato per possesso di droga”.
“Torna ad avere problemi con le auto: usa la macchina prestatagli di un amico per sfondare un videostore dopo un alterco. Poi fa retromarcia. Poi ingrana la prima e rientra nel videostore”.
“Carcere”.
“Quando esce, l’illuminazione: diventa il conduttore di una trasmissione televisiva evangelico-cristiana, sulla rete TBN, Trinity Broadcast Network”.
“E’ come risorgere in vita”.
“Superare la morte nella fiction, sì”.

Precisazioni su ITALIA DE PROFUNDIS

C’è un punto in Italia De Profundis, un punto che sta nell’incipit, in cui accade una consecuzione di tre frasi, che pongono termine al primo paragrafo del libro:

“Vedo l’Italia. Vedo me. Non sono io.”

coveridpprecDal punto di vista metrico si tratta di un alessandrino – cioè un’unità. Da un punto di vista sintattico si tratta di un tipico movimento triadico – cioè un’unità. Da un punto di vista logico si tratta di un entimema, sia che lo si voglia considerare all’interno del sistema aristotelico sia in quello di Port Royal – cioè un’unità. In ogni caso si tratta di un’unità non moncabile, ma divisibile in astrazione mantenendo sempre il continuum.
A volte al testo viene fatta violenza. Una giornalista, recentemente, per parlare della supposta autofiction in Italia De Profundis, ha affermato che nel testo si legge:

“vedo l’Italia, vedo me”

Questa è un esempio di violenza al testo. Ciò che, immediatamente, per quanto mi concerne, squalifica in maniera definitiva le ambizioni critiche di chi compie un’operazione simile. E non perché in questo caso si tratti di qualcosa che ho scritto io. E’ che proprio percepisco, e poi vedo espressa nel corso del tempo, un’attitudine antimorale in questo cancellare perché non si capisce. Poiché, in casi come quello che sto prendendo qui in senso emblematico, non è in gioco l’esito letterario di un testo, bensì la capacità basale di sentire e comprendere di un lettore che non è tale, in quanto ha una sede pubblica in cui spettacolarizzare la sua lettura. Non è in gioco nemmeno l’ignoranza di tale lettore spettacolarizzato (che, assicuro, comunque non coglie l’inversione da Leopardi, ma nemmeno la citazione da Plotino): poiché non è che il testo si faccia per nozioni e per algebre, attività che il lettore spettacolarizzato invece propugna nel mentre la contesta. No: qui è in gioco la risonanza di un’indole linguistica che non riguarda lo scrittore, ma la comprensione elementare del lettore spettacolarizzato stesso. Viene applicata una sintomatica censura del testo, per ragioni ideologiche, ragionando e agendo immediatamente nel modo che segue: non comprendo (il che non significa: “non apprezzo”, poiché il gusto è gusto – qui siamo proprio alla basilarità letterale e cognitiva), cioè capisco parzialmente quello che già sono disposto a capire, dopodiché divulgo quello che ho capito come se fosse una prospettiva integrale. E così si perpetra il ghigliottinamento del testo. L’attacco al testo in forma di censura è indice di una violenza che risiede in ciò: un’incapacità, una falla, un disordine, un disguido, una neurosi nel flusso empatico. Dal cognitivo all’emotivo il passo è addirittura invisibile. Tale è la malattia occidentale, patologia che evidenzia un ammanco di autoconsapevolezza integrale e dunque di consapevolezza integrale.
Spezzare un’unità testuale comporta conseguenze, se si è lettori spettacolarizzati. Per esempio, in questo caso, abradere la sintassi e ignorare il corsivo sul complemento oggetto pronominale significa già derapare nella comprensione di tutto ciò che segue. Addirittura sopprimere l’opposizione interna tra “me” e “io” fa deragliare in partenza la normale attività della lettura. Leggere male significa pensare male. Poi uno è liberissimo di pensare quel che vuole – a meno che non si tratti di un lettore spettacolarizzato, quale sono io in questo istante per esempio. C’è una certa responsabilità che coinvolge il lettore spettacolarizzato, così come lo scrittore, con le conseguenze che un testo ha nei confronti e di chi lo ha scritto (nella scrittura si dà infatti un profondo rapporto con se stessi, a patto che si sia conquistato l’io) e di chi lo legge. Il che, naturalmente, non evita la possibilità di fare la critica alla critica, se la critica è avvertita come un gioco inutilmente misconoscitivo del testo e dell’autore che viene erroneamente identificato col testo. Questa identificazione è una malattia critica che corrisponde a una stupidità metastorica, talmente frequente da essere divenuta banalità di base, pur ammettendo che di base non si può correttamente parlare in questo caso, poiché la base manca del tutto.

Vengo alla spiegazione dell’abc cognitivo di quel movimento triadico, ma metricamente sintatticamente logicamente e filosoficamente unitario. Se io vedo me stesso, introduco una dissociazione: io vede me, cioè io non è me. Me non sono io: agisce un me che non sono io. Agisce, cioè, un ologramma. Io non è un personaggio. Personaggio è il me. Quale personaggio è il me? E’ il personaggio io, solo che non è io. E’ la mimesi più piena che si possa rappresentare, perché conduce alla domanda essenziale: “Che cosa è io?”.
Ora, qui c’è da intendersi: in questo caso, “io” non va interpretato come un io psicologico, per cui io sono un maschio trentanovenne di nome Giuseppe Genna che ha determinate caratteristiche fisiche, emotive, psichiche. Il motivo della citazione da Plotino risiede proprio in ciò: si mira all’attività nuda dell’io, cioè al sentimento della coscienza, che nulla ha di psicologico e tantomeno di biografico. L’io inteso riduttivamente (non concedo nemmeno la patente di riduzionismo a tale acerbissima posizione) come qualificato da rapporto con il somatico, fibrillato dalla scossa emotiva, colmo di qualificazioni psicologiche è in realtà il me: quell’io qualificato in quel modo non è l’io, che è vita continua, poiché è continuamente cadavere, in quanto risulta oggettificabile e oggettificato di fatto. E’ una valva fossile.
Non esiste un momento in cui chiunque legga queste righe non abbia sentito nella propria vita il suo io privo di psiche (la semplice attività di presenza c’è sempre); esistono molti momenti, invece, in cui chiunque ha sentito il proprio io privo di psiche (per esempio: svenendo, dormendo senza sognare…).
Quale autofiction è, dunque, quella in cui il me è distaccato dall’io? Quella in cui l’io dice solamente “Non sono io”? Non è una autofiction. E’ fiction e basta. Non capire questa elementarietà non è attribuibile all’opera dello scrittore, poiché non si tratta di un fatto letterario – è piuttosto imputabile a uno scotoma che definisce lo status (quello sì e psichico ed emotivo e finanche somatico) del lettore in questione.

Una scrittrice che stimo, a proposito di quanto accade all’io in Italia De Profundis, ha affermato, in un momento in cui si è trovata a essere una lettrice spettacolarizzata:

“Poi esistono casi come – per me – quello di Genna, dove la stessa modalità [di utilizzo dell’io nel testo, ndr] è convincente in alcuni libri come Assalto a un tempo devastato e vile (scritto negli anni novanta) o nelle potentissime parti autobiografiche di Dies Irae, mentre ho trovato l’io di Italia de profundis troppo caricato di significati che non riesce a reggere e soprattutto piuttosto di maniera, alla maniera degli scrittori che a un certo punto fanno il verso a se stessi, il che è una cosa assai comune.

Un’analisi perfetta, in quanto l’io in questione non è l’io: è il me, che è per l’appunto di maniera e fa il verso a se stesso (quando il me è solo, è puro verso di se stesso: significa che un distacco è avvenuto). Italia De Profundis non c’entra nulla, ma davvero nulla con Dies Irae: laddove l’io coincideva con il me, e perfino con l’egli nei momenti in terza persona (in Dies Irae, le componenti autenticamente autobiografiche ristanno nel personaggio “Paola C.” e non in quello “Giuseppe G.”). Peraltro, ma è questione di critica di gusto, le potentissime parti autobiografiche di Dies Irae non sono a mio parere per niente potenti: anzitutto perché non sono autobiografiche e in secondo luogo perché fanno scattare nel lettore identificazione per mimesi, che è il contrario di ciò che l’autore sperava di fare e non è riuscito a fare. Per questo motivo, stando a quanto concerne me, il Dies Irae è un libro fallimentare e fallito, mentre Italia De Profundis (che vuole creare identificazione del lettore nel me in cui l’io non si identifica affatto) è un testo riuscito (il me provoca disgusto).
Poi i gusti sono gusti – ma questa è un’altra storia. Anzi: non è nessuna storia, nonostante disperatamente il lettore spettacolarizzato (non è il caso della scrittrice citata, ovviamente) desideri disperatamente creare una storia e non ci riesca, non ci riuscirà mai.

Babsi Jones: in libreria Sappiano le mie parole di sangue

babsicoverrcs.jpgE’ da oggi in tutte le librerie Sappiano le mie parole di sangue, il quasiromanzo di Babsi Jones, la cui officina durante la stesura e le fasi di produzione editoriale è rimasta aperta allo sguardo di tutti i lettori che, da mesi, attendevano l’uscita di questo straordinario oggetto narrativo. Non è questa la sede in cui mi sento di dare giudizi articolati sul libro (non articolati, invece, sì: è indispensabile, è di una potenza che da anni non si riscontrava nella letteratura italiana, è fondamentale da un punto di vista estetico e ancor più politico): ce ne saranno almeno due, atte a questo (come dice Babsi nella sua newsletter, tenete d’occhio Vanity Fair; e poi Carmilla, ovviamente…). Questa è invece la sede per dire due cose. La prima: leggetelo. La seconda: Babsi Jones ha interpenetrato il suo quasiromanzo con un ulteriore capolavoro, un’autentica opera d’arte Web. L’ingresso è il sito www.slmpds.net. Da qui si diparte un labirinto estremo, sono centinaia e centinaia di pagine, in modalità html oppure scrapbook (le immagini di taccuino sono mappate con link). Sì, c’è la sinossi e tutto quanto fa sito ufficiale. babsiprofilo.jpgE’ un inganno. Provate l’esperienza. E’ possibile vedere lo splendido booktrailer ufficiale del quasiromanzo, è possibile ascoltare la sconcertante audioteca con gli incredibili mp3 recitati dall’autrice stessa dal suo libro o a partire da Beckett, Celan e Duras mixati, Sartre e moltissimi altri, oltre a un’ipotetica colonna sonora del libro. Pervaso da una miriade di link, che rimandano a riflessioni, apparati, citazioni da Handke o da Koltés (due esempi tra centinaia…), questo sito esce dalle logiche di Rete e diventa la prima autentica opera d’arte on line, annunciata da altri tentativi collettivi di giungere a un simile risultato: entrando (esiste addirittura la possibilità di una navigazione random, da quanto è impressionante il numero di pagine messe in linea…), è impossibile uscirne, tante sono le suggestioni per immagini, suoni e parole, pensieri e scarti poetici. Sappiano le mie parole di sangue comincia già non essendo letteratura: accade qualcosa, accade una tragedia (l’ossessivo riferimento all’Amleto, con l’esplosione finale dell’Amletario è significativa), e questa tragedia è metabolizzata da una scrittrice, prima di finire su pagina; e, finita su pagina, questa esperienza deborda ben al di là del confine cartaceo di una confezione testuale. E’ questo il senso profondo di una confessione iperbolica, di un’esperienza umana totale dell’umano stesso.
La proposta di Babsi Jones è scandalosa per chi vive l’esistente come esistente, e ne è pacificato o, peggio, ipocritamente e non radicalmente schifato. E’ una proposta di totalità possibile, mai chiusa. Questa proposta richiede un’accettazione o un rifiuto: richiede cioè una risposta.
Sappiano le mie parole di sangue è messo in vendita da Rizzoli, con copertina ammiccantemente fuorviante, a € 16,50.