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Sul Foglio: “Padri”

In occasione della pubblicazione di “History” (Mondadori), viene ospitato da il Foglio un intervento narrativo sui padri contemporanei, all’interno della pagina “il Figlio”, curata da Annalena Benini, che ringrazio. Eccone il testo.

PADRI
di Giuseppe Genna

La testimonianza del padre è irrilevante. Me lo dico mentre salgo le scale verso il primo piano della scuola primaria dove educano la figlia, sbattendo contro i corpi degli altri genitori, nell’immensa migrazione che fa tutta la pedagogia contemporanea. La fiumana verrà stipata nelle aule, compressa in un angolo, di faccia ai bimbi coreuti, che canteranno con lievi stonature Feliz Navidad, tremuli per l’emozione, investiti da schermi di smartphone e tablet, le maestre riattate a direttrici d’orchestra, prima del buffet a base di torte non di pasticceria ma di supermercato, perché così vuole la Asl, dalle pasticcerie o da casa potrebbero penetrare nei visceri dei pargoli i vibrioni, le salmonellosi. I genitori discettano delle predilezioni dei figlioletti, ogni figlio è un prodigio, una sorpresa, un incanto. Si deve assistere al saggio stando a lato della LIM, la lavagna interattiva multimediale, che ha sostituito quella vecchia in 3D e in grafite. Il gesso non c’è più: questo è il progresso. Dalla LIM irradia un Rovazzi, i cuccioli assimilano da YouTube e tornano a casa tutti trapper, tutti Dark Polo Gang. Adesso, però, tornano a essere quello che deve essere un bambino: un’anima iridescente a cui vibra il gorgheggio per la paura dell’esibizione. I genitori registrano, gli schermi dei device sono retroilluminati, il 2.0 trasforma le persone e le cose. Sono all’ennesimo saggio della scuola primaria e segretamente la odio. Odio l’intero sistema scolastico e l’interezza dell’epoca in cui io invecchio e mia figlia si forma. Mi pare tutto un crollo, un abisso. Alle soglie della quarta elementare, sono in pochi i figli che sanno leggere l’orologio. Si sorbiscono tutti lo stress da test Invalsi. Il girone delle primarie è infernale. Imparano l’alfabeto grazie a una creatura semidisneyana, un pesciolino che introduce le lettere. Pare di vivere nella Melavisione, che rese tutti un po’ più scemi e irrealisti. Vige il terrore del trauma: i bambini non vanno stancati, non vanno sottoposti al regime naturale delle regole e del principio di realtà, tutto è un urto e una violenza. “Le braccia della madre sono fatte di tenerezza” scriveva Victor Hugo. Adesso la tenerezza si allarga ai pixel, all’esperienza anestetica del tablet in pizzeria: perché il bimbo non rompa col pianto e la noia, gli si piazza davanti alla faccia un Angry Birds. Padri e madri sembrano avere dimenticato che esistono le scarpe con le stringhe, si acquistano solo quelle col velcro, un decenne oggi a stento è in grado di allacciarsi le sneakers ai piedi. Il pensiero dei bambini passa attraverso le mani, ma oggi le mani non toccano la sabbia e il fango ai giardinetti (si rischiano malattie tropicali, il dengue è a portata di parchetto) e perfino il lego non è più composto da mattoncini generici con cui inventare forme (bisogna essere degli ingegneri, per giocare al lego specialistico oggidì). In classe, nella macrotelevisione connessa che è la LIM, non imparano nulla sulle emozioni, perché guardano Inside Out, blockbuster di animazione Pixar, in cui le emozioni sono ridotte a cinque. E’ lo tsunami dell’età accelerata tecnologicamente, una mutazione antropologica che si sviluppa sotto i nostri occhi di genitori digitali, i partecipanti alla teoria infinita dei saggi di musica, di canto, di danza. Mutano le afferenze cerebrali, si sviluppano altri istinti, vince tutto ciò che è schermo, illuminazione. Soltanto l’altro giorno la piccola è tornata a casa un poco bagnata, dichiarando di avere giocato coi gavettoni, ma spegnendo all’istante ogni mio entusiasmo perché, per giocare coi palloncini gonfi di acqua, lei e i suoi amichetti hanno consultato un tutor su YouTube: un video che ti insegna a fare un gavettone. A dieci anni non girano da soli: ci sono pedofili ovunque. Non sanno i nomi delle strade di quartiere. Non sono in grado di spendere, perché non hanno contezza degli euro. Tantomeno sono in grado di rubare al supermercato o all’edicola. E’ una rivoluzione istantanea. I padri e le madri mimano le parole che i propri figli devono cantare. Sono felici? I bambini sono felici? Torbido e pericoloso è il presente. Io testimonio, padre irrilevante, la trasformazione. Ecco, la natività è felice: sono nati gli algoritmi. Defluiamo fuori dalla classe, respiriamo ossigeno caldo al di fuori degli effluvi di sudore che impestavano l’aula. Siamo genitori dispersi. Il tempo è maggiorenne e noi siamo i disabilitati. Il complesso di Edipo è diventato il complesso di “E dopo?”. Accompagneremo il figlio dell’uomo, la nostra croce e delizia, i nostri Alex&co, la nostra correità con l’epoca. Noi genitori saremo rinnovati.

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“History” sul Corriere della Sera

Milano, oggi. L’alba della nuova specie.
Una mente sola: umana e artificiale

di STEFANO MONTEFIORI

History è una bambina di dodici o tredici anni, affetta da una specie di sindro-me di “locked-in”: è sveglia, cosciente, ma non parla e si muovo molto poco. Il corpo è sgraziato, sovrappeso, i capelli stopposi, la bocca contratta in una smorfia. Alterna lunghi e profondi stati letargici a momenti di aggressività incontrollata, durante i quali emette urla spaventose o sferra colpi a mano aperta contro l’interlocutore. Davanti ha i famigliari – il padre ricco imprenditore, i due fratelli che la seviziano di nascosto – e più spesso una corte di scienziati, psichiatri, tecnici, ingegneri, che cercano di penetrare almeno qualcuna delle sue tante personalità per provare a connetterla alla mente artificiale in costruzione al tecnopolo di Milano.

Qui, e nello stesso momento nei centri americani e di Canberra, Monaco di Baviera e Amsterdam, sta per prendere forma la profezia di Raymond Kurzeweil, l’inventore che dopo aver dato al mondo la macchina che legge a voce alta per i malvedenti e i sintetizzatori elettronici suonati da Stevie Wonder ha formulato la teoria della singolarità: l’umanità sta vivendo un momento cruciale, il progresso tecnologico esponenziale dell’informatica e della robotica produrrà presto un’intelligenza artificiale infinitamente più potente di quella umana. Gli esseri umani per come li abbiamo conosciuti finora sono destinati a scomparire, sostituiti da una nuova specie transumana, ibridata con le macchine.

Il romanzo «History» di Giuseppe Genna (Mondadori, 528 pagine, 24 euro) coglie questo momento storico e ne fa il pretesto per una ambiziosa cavalcata dall’Italia della fine degli anni Settanta all’«estinzione degli imperi e della mente», come si legge nell’ultimo capitolo intitolato «Beyond Jupiter and the Infinite» con esplicito omaggio a «2001 Odissea nello spazio» (il film di Stanley Kubrick più che il romanzo di Arthur C. Clarke). Idealmente, la scena iniziale nella preistoria – quella delle scimmie – che apre quel capolavoro è qui rappresentata dalla prima parte del romanzo, nella quale lo scrittore parla della fine del Novecento e del mondo di oggi, un istante prima del grande salto verso la nuova era.

L’autore di, tra gli altri, «Dies Irae», «Hitler», «Italia De Profundis» e «La vita umana sul pianeta Terra» sembra essere arrivato con «History» a usistema completo fondato sulle sue ossessioni (come la morte di Alfredo Rampi nel pozzo di Vermicino). Ossessioni, visione e stile fanno di Giuseppe Genna uno scrittore unico. A partire dalla lingua, una specie di italiano personale. Si legge una frase come «I tossici praticano l’anestesia sulle panchine screpolate verdi, caracollando da fermi, un dormiveglia salicilico che temiamo e a cui ambiamo, crepitandogli intorno con i nostri palloni troppo leggeri per essere calciati con la balistica giusta, si chiamano pallone Tele (…)» e si sa che può averla scritta solo Genna. Unico poi per quel sentimento di stupore e rivolta che attraversa la sua opera, anche e soprattutto in «History». Rivolta non tanto ideologica o politica, piuttosto psicologica, una incapacità a rassegnarsi, a considerare normale una realtà che è evidentemente sempre stata volgare, cattiva o quantomeno strampalata. Nell’Autogrill, per esempio, «la supermassa si scuote, ondeggia paurosamente, verso la zona tavolini in piedi, a superficie circolare e marrone capuccino, dove appallottolano i tovaglioli brandizzati da bar, fatti con una carta pellicolare repellente, che non netta, non assorbe».

Niente ha senso, non ha mai avuto senso, Genna ne è più stupefatto che infastidito, ma l’avvento della bambina «difettata» come profeta e strumento della mente artificiale che porta «oltre Giove e l’Infinito» viene accolto con un certo sollievo. Una liberazione, se non altro dall’assurdità. Ripercorrendo la Storia, non poteva che finire così.

Non è un romanzo di fantascienza, se non nella conclusione, perché vengono descritti esperimenti e studi sull’intelligenza artificiale a noi già contemporanei, effettuati per esempio da Roberto Cingolani all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Genna osserva la realtà, e la realtà oggi è fatta di uomini che si ap-prestano a compiere «il salto di specie» – e meno male – nel tecnopolo ospitato nel palazzo Mondadori a Segrate, «con il suo stile Brasilia nel Comasco». «La mente l’avevano replicata qui nella carta per i decenni, i trascorsi, gli editoriali costruivano qui una mente di carta. (..) Vivevano qui a migliaia, molte ore giornaliere. Tagliaincollavano, con le forbici, con le immaginette, per le riviste con allegati, (..) migliaia a lavorare questi testi di informazione piacevole. Era il palazzo del più grande editore italiano».

La bambina History affetta da «terrore panico costante» perché ghermita dalla «trista figura», l’uomo nero delle favole, finirà per essere portata dal padre in Québec, in quel che sembra un riferimento di Genna allo scrittore francese Maurice G. Dantec, morto l’anno scorso a Montréal e visionario autore di «Babylon Babies». Per lo sguardo su un’umanità in bilico e la passione per i dettagli della società contemporanea – siano essi il telefono «bigrigio» dei nostri genitori, il pallone Super Tele, certa permanenza dell’estetica (e non solo) fascista, la festa di Halloween o il grattacielo milanese Bosco Che Sale – il romanzo «History» può ricordare anche il Michel Houellebecq della «Possibilità di un’isola». Ma se là lo stile è scorrevole, Genna osa una prosa fluviale, un linguaggio inaudito e drammatico, adatto a raccontare la fine del mondo.

NB. Il primo articolo su “History”, a due giorni dall’uscita, lo firma Stefano Montefiori, in apertura delle pagine culturali del Corriere della Sera. E’ una ricognizione vertiginosa e precisa, che intercetta i nuclei generativi del libro, cita il testo con precisione che mi impressiona, coglie il dato storico e metafisico verso cui ho tentato di dirigere la scrittura. Mi sia permesso qui di ringraziare Stefano Montefiori e la testata, oltreché le persone che si stanno occupando della comunicazione del libro, Valeria Frasca, Isabella D’Amico e Patrizia Renzi.

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“History”: in libreria il 12 settembre

Il 12 settembre sarà in tutte le librerie “History”, il mio nuovo romanzo, edito da Mondadori. Nell’immagine: il piatto di copertina (qui il pdf), di cui svelerò l’autore, a cui tengo davvero molto. Qui di seguito, il testo in aletta:

“Anno del Signore 2018: il mondo è trasformato.
Il futuro è crollato nel presente, aggiornandolo e mutandolo. L’accelerazione tecnologica riconfigura tutto e tutti. Le macchine e gli algoritmi si candidano a mutare geneticamente il pianeta e l’umanità. Nulla e nessuno è indenne: il lavoro non è più lavoro, il denaro è puro fantasma, la specie umana è pronta a ibridarsi, persino la biologia rischia di non essere più biologica e la Storia non è più storia.
Nella città più avanzata d’Italia si è installato un tecnopolo, in cui sta vedendo la luce un nuovo tipo di mente: un’intelligenza artificiale misteriosa e incomprensibile, a cui gli umani lavorano con dedizione cieca e speranze supreme. In questo bacino occidentale prospera allo stato bacillare il personaggio di uno scrittore, disoccupato e privo di qualunque riconoscimento, che riesce a trovare l’ultimo lavoro: interagirà, a vantaggio della mente artificiale, con una bambina altrettanto misteriosa, History, figlia di un tycoon della finanza, che soffre di una forma di autismo assoluto. L’intelligenza artificiale è molto interessata ai modi in cui History sente e reagisce alla realtà, vivendo in se stessa scene terrifiche e visioni infernali, dominate dalla presenza di una Trista Figura, ovvero lo Slenderman, una sorta di Uomo Nero che la invita alla scomparsa. In una deflagrazione di complotti e di sorprendenti svolte, il teatro umano che agisce in questo libro va incontro al momento decisivo nella storia della specie, entrando in un piano di realtà ulteriore, dove va in scena la verità di tutte le verità, un inedito horror della mente e dei corpi..
Per raccontare il futuro che sta velocemente alterando il nostro presente, la scrittura metafisica di Genna intraprende una sfida all’ultimo sangue con la materia e con la lingua della narrazione estrema, rappresentando una tragedia classica in forma di autofiction e di profezia. A partire da un antefatto visionario, che consegna al lettore un intero tempo italiano trascorso e che vale un libro all’interno del libro, History è un lungo e vertiginoso precipitare verso una scena assoluta, in cui si assiste all’ultima trasformazione: quella dell’umano in una nuova forma rivista e corretta, non meno commovente e demonica della precedente, a cui noi tutti ancora apparteniamo, ogni giorno sempre meno”.

Quindi la bio: “Giuseppe Genna è nato nel 1969 a Milano, dove vive. E’ autore di molti romanzi, tra cui Dies Irae, Hitler, La vita umana sul pianeta Terra, tutti editi da Mondadori.”

La comunicazione del sottoscritto e del libro è amorevolmente e rigorosamente curata da Valeria Frasca, Patrizia Renzi e Isabella d’Amico di d’F Agency. Per presentazioni, è possibile rivolgersi a me direttamente, oppure a Libri Mondadori.

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Cura coscienziale, testualità, senso di sé

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Tra concetti fluidi e analogie creative, tra esperienze di canoni disciplinari e determinismi, tra idealizzazioni dell’esame universitario o di maturità ed emergentismi, tra analisi e sintesi, io non ho altra possibilità che il fare. Il mio fare è, in qualche modo, il fare un testo. Da decenni sono automaticamente avvilito al pensiero e alla consapevolezza di conoscere davvero poco, e dico nozionisticamente, quasi che io dovessi essere ciò che non sono, ovvero un critico, e non uno che, il libro, lo scrive. Non mi è ancora riuscito di “coscienzializzare” il fatto che la mia comprensione del mondo e di me stesso avviene nel fare un testo. Non sono mai riuscito a raggiungere il livello del piacere di leggere un testo: l’ho sempre letto per rubare meccanismi, parole, flussi, per costruire teorie e decostruirle appena venivano accennate o rese implicite o esplicitate. Ho in pratica sempre letto da scrittore: in pratica, letteralmente: facendo una cosa, facendo prassi, praticando. Mi è stata data in sorte una fortuna, che era quella di operare in un mondo che considerava il testo un’evenienza necessaria o perlomeno importante. Ciò significa avere avuto la buona sorte di esperire un magistero intorno a ciò che è il leggere e comporre un testo, poetico o prosastico, artistico o saggistico.
Mi rendo perfettamente conto che oggi non è più così. Incontro pochissime persone interessate al testo e, se si scende a un livello di reificazione del testo stesso e cioè il libro, ho a che fare con pochi soggetti che attribuiscono al libro un valore veritativo. Il momento e la situazione che stiamo vivendo, con la sua perenne e troppo intensa stimolazione del sistema nervoso centrale e di quello periferico, mentre il tempo è eroso e non si trovano spazi di pace e sentimento di se stessi, questo panico generalizzato a intensità più o meno bassa, che è un adattamento agli stimoli imposti dal mondo stesso – questa congerie che si chiama Italia 2016 è del tutto disinteressata a inserire tra gli stimoli la lettura di un libro. Il piacere della novità, di una “scena” artistica che regala passi in avanti nello sviluppo delle arti, progressivo e sociale, sembra un esotismo che appartiene a un secolo andato, laddove si ha memoria di un tempo più calmo. Come occuparsi di se stessi, di sentirsi, di essere visti e ascoltati è, a mio avviso, un problema determinante di chi vive insieme a me un simile contesto storico. Per questo ritengo che la cura di sé sia un affare da scrittori e propongo uno spazio in cui il sentimento di se stessi sciolga ciò che impedisce un pieno contatto con la propria mente, il che significa anche con il proprio corpo, con la propria storia, con il proprio apparato emotivo. Questo filtro ostativo è la psiche. La psiche non è la mente. Essa simula un’autonarrazione che è oggi generalmente fallace, perché non restituisce senso a ciò che si fa e che si vive. La psiche manifesta la difficoltà a stare in contatto con la mente, la quale è la potenza di sé, è vasta molto più della funzione psichica. L’ansia generalizzata è risolvibile agendo sulla mente, sul sentimento di sé, molto più che sulla psiche e non sto nemmeno a dire del tentativo di soluzione attraverso il corpo, per esempio con la cura psicofarmacologica. Non che non servano gli psicofarmaci a mettere tranquilli, se la situazione del soggetto è quella sismica e panica. Ciò che sfugge in questo intervento attraverso la chimica cerebrale è il senso di sé, e quindi del mondo, che non risiede nel piano psichico, ma in quello mentale, che laicamente definiamo “esistenziale”. Serve un intervento sul senso, sul senso di sé. Da scrittore posso dire che questo problema del sentimento di se stessi è identico a quello che colpisce il sentimento immersivo della lettura riuscita. Ciò accade anzitutto perché qualunque piano di qualunque umano vivente nell’attuale contesto si presenta in forma di testo e tenta di trascendere la testualità, facendone continua esperienza. La volatilizzazione dell’esperienza testuale mette in crisi l’intero sistema percettivo, non la testualità, che persiste come funzionamento del mondo e di se stessi. Nel saggio “Io sono” (è edito da il Saggiatore) espongo i principi di una terapia della mente, intesa come nuda attività di coscienza e percezione di sé. Tale terapia enuncia la possibilità di un rapporto di cura di sé e della propria vita, che può essere interpretato come counseling, cura coscienziale o esistenziale, auditing attivo, ascolto trasformativo, neopsicologia.E’, insomma, la premessa a un’alleanza concreta che sciolga il problema del senso, ovvero lavori su un’eziologia coscienziale del complesso psichico. E’ dunque anche la premessa per un intervento concreto: è un lavoro ed è identico alla scrittura di un libro, praticata insieme – io, lo scrittore e terapeuta, insieme al cliente o paziente, a sua volta scrittore e terapeuta di se stesso. Il dipinto di scuola tantrica del XVII secolo, allegato qui accanto, significa di fatto la situazione esterna e interna di tale terapia Quando parlo di testo o testualità, del resto, non intendo esclusivamente qualcosa di scritto, bensì la trama e l’ordito e il vuoto interiore ed esteriore in qualunque manifestazione che venga percepita dall’umano, con qualunque senso, specificamente con il senso interno, che sintetizza e restituisce appunto una testualità. Il dipinto tantrico è dunque un testo ed è la situazione terapeutica a cui mi riferisco. Questa situazione è uno spazio in cui avviene il testo, tra due persone, all’interno delle due singole persone. Ciò si dice, nel momento in cui appare la parola: letteratura. La letteratura non è intaccata dal momento storico, mentre ne siamo intaccati noi, il che definisce un problema non letterario, che la potenza del testo è in grado tuttavia di risolvere a pieno.

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Una foto insieme a Milo De Angelis

Questa è una delle fotografie per me più commoventi che mi siano state scattate negli ultimi anni. Sono alla Triennale, il 23 giugno 2016, e sto parlando con Milo De Angelis, per me il massimo poeta vivente insieme a Yves Bonnefoy. L’immagine è cliccabile, per una versione più ampia.
Sotto la foto, scattata a un evento organizzato da il Saggiatore, alcune poesie dello stesso Milo De Angelis.

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Alcune poesie di Milo De Angelis: Continue reading “Una foto insieme a Milo De Angelis”