“Composizione composta”: una poesia

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

L’epica ultraletteraria: “2001” di Kubrick

Al di fuori della letteratura, per trovare l’epica sussuntiva di un intero tempo umano, e cioè quello che ho vissuto e sto vivendo: “2001 – Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick come Opera tout court, accumulo vertiginoso di simboli che vengono svuotati improvvisamente.

L’ambiguità e l’intensità con cui un’opera si propone e propone domande, di cui la risposta non è certa, è per me un metro di valore artistico. Vedo, per quanto concerne la scrittura, una continuità tra Sacre Scritture e poi epica e poi tragedia e poi lirica e poi racconto, romanzo. E’ una tesi tra le tante, ampiamente motivata da molti teorici e cursori critici, e non è qui la sede di stare a filologare su una convinzione personale.
E’ invece su un’impressione persistente che vorrei ragionare.
Se penso a un arco relativamente non brevissimo di tempo, cioè il Novecento e questo primo decennio del nuovo secolo, trovo una moltitudine di opere scritte che mi immergono in intensità e ambiguità. Trovo Scritture Sacre che ancora non sono state riconosciute pacificamente tali (per me, Ramana Maharshi vale i Vangeli, tanto per dire), ma non trovo ciò che totalmente è epico – cioè in grado di sussumere i caratteri di un campo di senso e di una vastissima collettività qual è l’occidentale (quindi: non l’italiana; qui non intendo discutere di New Italian Epic). Se dovessi accennare a ciò che ritengo essere l’unica autentica opera epica della contemporaneità (fatto salvo il corpus di T.S. Eliot, che però per me non è propriamente epico: è qualcosa di superiore all’epica), allora dovrei compiere, per quanto concerne me, un passo abbastanza disdicevole per uno scrittore: uscire dalla letteratura. Per me, intendo, l’unica opera epica, quanto a potenza sussuntiva di un’intera civiltà è 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
Il proposito del film è evidentemente epico: ricorre il titolo di una delle fondazioni dell’epica occidentale, cioè Odissea. Però il film è ambiguo: poiché se l’odissea è nello spazio, va detto che, come in ogni epica, l’itinerario avviene in tutto lo spazio – dallo spazio iniziale terrestre (le scimmie primati scoprono lo strumento e compiono il salto alimentare e sociale) a quello cosmico (stazione, Luna, Discovery) a quello interiore (confronto psicologico con la macchina e superamento dello psicologico attraverso attività coscienziale) a quello archetipico (visione di sé identificato con la propria forma incarnata nello spaziotempo liquido) a quello assolutamente non linguificabile (apparizione del Bambino nell’astro luminoso). Lo spazio è dunque non tanto uno spazio fisico: è uno spazio coscienziale. I personaggi, tra cui manca l’eroe, il che determina il ruolo secondario dell’eroe nel processo di epicizzazione di una storia, includono un’attività apparentemente coscienziale (e invece soltanto intelligente ed emotiva) come Hal 9000, il robot di bordo dell’astronave Discovery. La funzione eroica è stilizzata attraverso un inconsultamente novecentesco (linea Kafka, Walser, Beckett, etc.) e antinovecentesco (emersione dell’arcaico come forma del contemporaneo) ricorso alla stilizzazione antipsicologica: i volti immobili e inespressivi degli astronauti David Bowman e Frank Poole, l’impossibilità empatica dello spettatore rispetto ai primati se non attraverso item emozionali basali ma non fisiognomici (rabbia, reazione, aggressività) – il trascendimento dello psicologico verso il vuoto coscienziale che si manifesta è dato dal fatto è che qui è in questione la totalità assoluta della specie, cioè l’autentico eroe implicito, che è un eroe coscienziale. Coscienziale come è il simbolo a-simbolico del monolito: radiante vibrazioni sonore, puro ente geometrico che non ricorre ad alcuna stratificazione culturale pregressa.
I salti temporali sono propriamente le lacune e gli intermezzi tipici dell’epica e, prima, del racconto orale per come codificato da Ong. Questa storia non è verbale (45 minuti di parlato a fronte di 146 minuti di svolgimento): l’epica dunque può prescindere dalla parola, non dal segno – verità implicita che sembra essere scordata dalla critica in questo presente. La fantascienza non è più un genere di appoggio né uno schermo comunicativo – è spazio puro, non soltanto cinematografico. E’ la possibilità della totalità del discorso umano, riassumibile in questa affermazione pronunciata dalla totalità della specie: “Noi siamo esistiti, esistiamo, esisteremo in altre forme”. La circolarità, l’occhio eccentrico, l’elencazione (si pensi alla lunghissima sequenza di epifanie mentali verso Giove), la logica dello sporgimento extraumano, le divagazioni: tutto è funzionale a una naturale circolarità, ma non cade nello stilema, non si percepisce come stilema ed è evidentemente incalcolabile per chi assiste al racconto.
Tuttavia il racconto è qui oltre il simbolico. La circolarità viene direttamente esperita e ciò che è figurale avviene come emersione di polarità tra cui possono scoccare archi voltaici (per esempio: il passo incerto dei primati è in connessione col passo incerto della hostess nella navicella di collegamento e poi coi passi degli astronauti sia sulla Luna sia fuori dalla Discovery e infine nel tempospazio liquido della visione delle tre età). Il passo è simbolico nel senso culturale soltanto in certi contesti, per esempio nel contesto dell'”itinerario”, ma qui l’itinerario non è quello del contesto che fornisce al passo il valore simbolico culturale – tali contesti sono cioè negati e il simbolo acquisisce una dinamica e una potenza di veicolazione aperta del discorso coscienziale. Tutto è vuoto e ogni simbolo culturale cristallizzato viene emesso e trasceso: viene denudato. Per esempio: il simbolo dell’allineamento dei pianeti non ha alcuna valenza astrologica, sebbene in partenza ce l’abbia – tale valenza viene disgregata dal procedere del racconto e dal processo esperienziale dell’ascolto e della visione del racconto. Oppure si pensi a ciò che compare, ed è difficile da intercettare, nel momento in cui i primati toccano il monolito dal basso, con paura: visto dal basso, il monolito si erge verticale, sopra il suo bordo il sole è pieno e sopra il disco luminoso appare orizzontale la falce della luna. Questo è il simbolo del Rebis (rebis), in codici ermetici, ma anche egizi – e questa emissione culturale del simbolo è distrutta dalla presenza vibratoria delle radiazioni ultracustiche del semplice monolito, che rimette in moto altro simbolismo – un simbolo aperto, dinamico, energetico in quanto vuoto e vuoto in quanto fatto di compossibilità che pressano l’universo in cui si manifesta la specie umana.
Non è plausibile trattare 2001 di Kubrick, qui, se non per minimi accenni. Non intendo interpretare, ma soltanto ragionare su questa mia percezione: non trovo una letteratura contemporanea in nessuna lingua che io conosca (nemmeno con l’ironico e fondativo Omeros di Derek Walcott) capace di sussumere la questione metafisica (cioè: radicalmente materiale e coscienziale: e cioè ancora, la questione del tutto e quindi del “sé” che la specie umana si pone) come il film di Kubrick, che, per me, non è un film più di quanto sia un libro: è l’Opera.

Il testo integrale del “DISCORSO FATTO AGLI UOMINI DALLA SPECIE IMPERMANENTE DEI CAMMELLI POLARI”

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Questo è un post eccezionale, in quanto è storico: mai è stato pubblicato un intero libro in un post Facebook. Lo pubblica l’Italia, nella persona di me stesso. Il libro in questione si intitola “Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari” e fu pubblicato nel 2010 da :duepunti edizioni di Palermo. Si tratta di una sorta di operetta morale, i cui protagonisti sono strani animali pensanti e parlanti, ovvero cammelli candidi che risiedono al Polo. Oggi questo testo torna disponibile, il che significa che nessun editore lo stamperà, perché nel corso di cinque anni si è trasformata radicalmente la scena culturale, cosicché a pochi interessa di un testo e ad ancora meno di un nome, in questo caso il mio. Tuttavia ad alcune persone potrebbe incuriosire. Per questo lo metto a disposizione qui e anche fuori dal social network. Ecco dunque un intero libro in un post.
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Franco Battiato, la polluzione del feto e la meditazione sul corpo putrefatto

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di GIUSEPPE GENNA

[Presento qui il racconto incluso nell’antologia italiana pubblicata sul numero 30 della rivista NUOVI ARGOMENTI, nel 2005. I racconti usciti su NA sono dedicati a figure o eventi che hanno costruito l’immaginario degli autori, che sono: Pincio, Piperno, Wu Ming 1, Mozzi, Colombati, Lagioia, Desiati, Santi, Domanin, Magi, Parente e io. Due racconti su dieci sono dedicati a Franco Battiato: il mio e quello di Wu Ming 1, che si intitola Non sarei qui senza Franco Battiato, ovvero: chiedi chi era Tommaso Tramonti. gg]

E’ il 1982, estate, quando io e mia madre corriamo uno nelle braccia dell’altro, scendendo da due colline opposte e incontrandoci nella morbida gola di erba e fiori a Zambla Alta sotto il cielo di ozono e luce. Mia madre sa di candeggina e sole. Io sono colomba, respiro, distanza. Inizia il distacco di me da me, me è qua, io sono in Orione, il mio corpo sigizie, la mia mente precessione di poli, i sensori ricettivi nelle pulsar e nane e rosse, e tutto è finito prima ancora che cominci.
Nello chalet (di montagna, di legno grezzo che profuma dopo anni di résina) il jukebox, instancabilmente, diffonde Cuccurucucù di Franco Battiato.
Dall’album La voce del padrone esce la voce del padrone che ci abbraccia tutti, la cultura che ci abbraccia tutti e io muoio.
Nella copertina Franco Battiato è magro più di quanto è vent’anni dopo, è una fotocopia sovraesposta, è seduto sul nulla, vi è un quadrante di stelle obliquo. La marca del disco è un cane accanto a un grammofono. La cornice è blu, l’immagine è vasta e bianca e nera.
Con tutto questo, io, ho sistemato il presente. Lo stile che volete. I vostri miserrimi feticci. La plastilina che trascorrete ore a modellare senza incanto. Il vostro lutto che mi disgusta, i vostri sudori meschini, le tracce dello stupro subìto nella cameretta di notte sotto lenzuola profumate e istoriate con navette e margherite dal vostro papà e di cui vi vergnognate. Le larve di spettri residui di sedute medianiche, praticate con impreparazione e incoscienza. La vostra assoluta mancanza di innocenza, che ci abbraccia tutti, e grazie a cui io vado in Orione e coincido in Cepheo.
[La costellazione rappresenta il mitico re Cefeo, marito della vanitosa Cassiopea e padre di Andromeda. È una delle costellazioni situata alle latitudini più settentrionali. Si estende dai confini di Cassiopea fino al Polo Nord celeste. La sua stella più luminosa è a Cephei, di magnitudine 2,5, ma contiene anche ammassi stellari e altre stelle note come la rossa Stella granato (m), la Gamma (g) e la Delta (d). Delta è stata la prima variabile cefeide ad essere scoperta e ha dato il nome all’intera categoria. La gamma Cephei indicherà il polo nord nel 4000 d. C., mentre la alfa Cephei lo indicherà nel 7500 d.C, a causa del moto di precessione cui va soggetta la nostra Terra]
E’ il 1982 e a Hockenheim si fa male Pironì.
Accade un incidente nella televisione dell’albergo dove mia madre teme per l’incolumità propria sessuale, essendo la stanza senza chiave prossima alla stanza di un uomo oscuro e patologico, che silenziosamente nomino Il Montanaro. L’albergo spalanca la bocca e chiude gli occhi e li strizza mentre scendono lacrime, mentre Pironì si fa malissimo con la Ferrari a poca distanza di tempo dalla morte di Gilles Villeneuve. Quando è morto Villeneuve io corro mentre mio padre infila la chiave nella porta di casa a Milano con la gioia di dirgli che è avvenuta un’incredibile tragedia. Se crollano le Torri, io provo quella gioia, quello scoop.
Il Montanaro ha un figlio che segrega nel buio della stanza senza chiave accanto alla stanza senza chiave nostra, dove mia mamma appoggia una sedia per interrompere ogni atto di aggressione.
Ascoltava Franco Battiato nel disco intitolato L’era del Cinghiale Bianco.
Il Cinghiale Bianco, animale apocalittico, è un bisonte di pelo unto, assoluto, stalagmiti concrezionate nel pelo enorme, che di notte nella radura di neve assoluta corre meccanico nella tundra attraversando i vapori densi del fiato che rilascia, le barbe bianche sotto la pancia concava dove ha inghiottito i mondi universali e le stesse stelle, e va incontro a Charles Bronson che lo attende con il fucile in mano, senza fuochi, nella notte di ghiaccio.
Un amico di Gilles Villeneuve è Patrick Tambay, che lo sostituisce quando muore. E’ l’unica Ferrari in corsa. Accade un infortunio, parte per ultimo, lontano dalla griglia della pole. Per tutta la corsa egli rimonta e vince. L’albergo esplode e Il Montanaro non dà segni di soddisfazione e sale nella stanza dove ha segregato il figlio.
Io corro fuori dentro la felicità, metà di me poiché io sono il Cane Maggiore, è una costellazione situata vicino ad Orione. Rappresenta, infatti, secondo la mitologia, Lelapo, il più grande dei due cani del cacciatore Orione, mentre il più piccolo è Maera. Nella caccia si utilizzavano due cani: uno per l’animale da penna, l’altro per l’animale da tana. La leggenda narra che Lelapo era utilizzato per la caccia del Cinghiale, mentre Maera per la caccia degli animali più piccoli. Lelapo era considerato il cane più veloce perché, secondo la mitologia, aveva ucciso una lepre che devastava Creta. Questo cane era stato regalato da Zeus ad Europa che lo regalò a Minosse; Minosse lo regalò a suo figlio Eurialo, che a sua volta lo regalò a Orione. La costellazione del Grande Cane è impreziosita da Sirio, la stella più luminosa del cielo, che corrisponde, approssimativamente, al naso del Cane. Sirio è, intrinsecamente, venti volte più luminosa del sole.
E quando corro nello chalet, si diffonde ovunque la canzone di Franco Battiato Gli uccelli.
Nel 1982 Franco Battiato abita a centodieci metri da me, in via Perugino, io abito in via Greppi, nella città che sta morendo Milano. Milano inizia a morire nel 1984, prima era viva, dopo il referendum sulla Scala Mobile voluto da Craxi contro Enrico Berlinguer che muore prima del voto, alle Europee, il PCI al 33.3 percento. Segretario del partito è il latinista Natta che mio padre incontra vicino a Imperia nella vacanza e parlano di Seneca.
Franco Battiato sta con Alice ed entrambi indossano una sciarpetta e inizia a ingrassare. L’esoterismo di René Guénon lo interessa, interessa anche me. Lo studio e voi mi fate male: mi insultate, mi sdegnate, additate il mio corpo anoressico con le vostra dita tozze unte di espressionismo tedesco, mi riducete a uno scheletro curvo con la scoliosi dentro un quadro semovente e mi picchiate, con le spranghe, mi sputate dentro l’organo che mi rappresenta qui mentre io sono in Boòs, nella parte nord della costellazione dove si trovano le deboli stelle che appartenevano alla costellazione del Quadrante Murale, ora soppressa. Da esse deboli stelle si irradia la pioggia di meteore delle Quadrantidi , che ha il radiante in questa regione di cielo ed è attivo in gennaio.
Franco Battiato canta Orizzonti Perduti, No Time No Space, Shock In My Town.
Quando l’Opera Gilgamesh scompare da ovunque con Franco Battiato, è nel niente che vado e sempre più io vedo niente stando su Orione.
Sono una pila in strati differenziati di acido e zinco e non si scarica. Le mappe della Città Morta io le conosco tutte ormai, e le parole, ormai consunte, non si alzano fino a Orione e le vedo offuscarsi in un’onda di vapore sonoro mentale, che non distinguo.
Non mi interessa.
Muore “interesse”.
Ora esso deve nascere quindi.
Quindi accade Qualcosa, seguimmo certe rotte in diagonale, dentro la Via Lattea.
Tutti colpiscono con duri magli il volto in fotocopia di Franco Battiato, dicendo che ha a che fare con i demoni satanici, perché in Shock In My Town si ascolta al contrario la frase “Di aminoacidi…Nelle mie orbite si scontrano tribù di sub-urbani… Di aminoacidi”, che però si ascolta anche normalmente.
La prosa è insufficiente e la poesia non arriva, non arriva a…
E’ ridicolo.
La sostanza primaria è etere che sente, che sono io, e Orione e qui sulla Nostra Terra.
Dieci Strategemmi esce mentre io roteo impotente intorno a un grappolo colossale di cose nere.
Lucio Battisti disse che Franco Battiato.
L’edizione Platinum del quale contiene la parola che mi sfuggiva in Sentimento Nuevo e che scambiai per “colla”.
Tutto si anima se io sento etere che sente, non più schermo mentale, è veramente sentito con i colori primari originari che non hanno corrispettivo nello spettro fisico, essendo quelli e questi etere che sente.
Non avete compreso.
Non avete compreso Paul Celan, la sua atronave là.
Thomas Stearns Eliot, ho puntellato, le rovine, dove le puntella, con cosa?
Pasolini, Petrolio, dove si vede che uno si vede morire e poi è diviso in due e rinascono, chi?, dove?, non lo avete compreso.
Niente è da comprendere.
Confusione, vie del centro, girando a caso consideravo che l’equilibrio si vede da sé, si avverte immediatamente.
Sta arrivando metamorfosi, dice Franco Battiato negli Stratagemmi.
Avete trovato un cadavere, lo avete assaggiato. Lo avete vegliato senza rispetto mentre anneriva, l’avorio dei denti luminoso e annerito, le unghie si allungano nella notte e nel giorno, il naso si infossa, nella spelonca povera dove l’odore ammorba, voi lo osservate, dopo averlo leccato, dopo avere assaggiato l’ostia, mentre si gonfiava l’addome delle bolle di gas e liquidi frizzanti, e fermentava la polpa, spinta dai vermi, finché l’epidermide bucata ebbe eruzioni, nero e violaceo e i capillari in superficie stagliati, finché verso la mummia i tarli e le camole presenti ebbero fioritura e l’incavo degli occhi sprofondò collassando su di sé, e i capelli con la crescina senza requie avanzavano i loro perimetri grigiastri e opachi, per sessanta giorni, ed era il cadavere di Franco Battiato.
Vide un samaritano che portava un Capro e andava in Giudea. Disse ai suoi discepoli, “Quell’uomo […] del capretto”. Loro gli dissero, “Così che possa ucciderlo e mangiarlo”. Lui disse loro, “Non lo mangerà finché è vivo, ma solo dopo averlo ucciso e ridotto a cadavere”.
Loro risposero, “Non potrebbe fare altrimenti”.
Lui disse loro, “E così pure voi, cercatevi un posto per riposare, o potreste diventare cadaveri e venire mangiati”.

Con Andrea Gentile: il poema latente “Etere Divino”

E’ in tutte le librerie da oggidì “Etere Divino”, poema latente e romanzo nascosto di cui sono autori Giuseppe Genna e Andrea Gentile, edito presso i tipi de Il Saggiatore, fabbrica letteraria e intellettuale radicata in Milano, sotto l’egida di Luca Formenton. Qui la lettura di un brano, “Bambino”, ovviamente per Alfredino: https://www.youtube.com/watch?v=HGn_SJnZbsQ. Il testo della quarta di copertina, di cui è autore Andrea Morstabilini, a cui il libro è dedicato:

“Etere Divino nasce, e nascendo genera il mondo in cui viene al mondo. Etere Divino, astro di terracotta, singolarità gravitazionale, si muove in questo mondo creato da sé medesimo – un po’ Walser un po’ flaneur – e il mondo si fa intorno a lui, così che tutto si dispiega davanti al lettore un universo che nasce, si espande, va morendo; un universo a cui capita, per clinamina imprevedibili, di essere il nostro. Al centro di questo poema cosmogonico, punto omega delle sue costellazioni immaginali, sta appunto Etere Divino: incontra la morte ma la dimentica, sperimenta il sacro rigettando però il barocco, saetta furioso sopra mari salgariani e infine – protagonista della più celebre e imitata delle catabasi letterarie – rinasce al mondo pronto per l’esperienza del tragico che, dell’esistenza innocente degli inizi, è il puntuale, necessario, doloroso controcanto.
Etere Divino è un congegno testuale che, ora aprendosi in diastole vertiginose e immaginifiche, ora contraendosi nelle sistole di una lingua densissima ma pronta ad accogliere il proprio sfacelo, porta il lettore a fare, attraverso la lettura, esperienza di sé nel tempo. E di quel tempo assoluto in cui le categorie di presente, passato, futuro, prima e dopo, smettono di avere significato che è il tempo della letteratura: vivono allora in queste pagine Esiodo e Kafka, Eschilo e Melville, poi Omero, Dante e Shakespeare, Leopardi, Carmelo Bene, tappe erratiche di un’odissea contemporanea che è anche, e prima di tutto, odissea della lingua.
Prosa se la natura della poesia si identifica nel suo darsi per versi; poesia se la radice della poeticità è la «sublime esitazione fra il senso e il suono», Etere Divino stupisce per l’imprevedibilità dei toni e delle soluzioni, dimostrando per virtù stessa della propria esistenza l’imperfezione e l’obsolescenza di generi e registri letterari, diaframmi che dividono, veli che separano la lingua dall’assolutezza che, sola, è vera cifra della letteratura.”

da Facebook http://on.fb.me/1OwWoAD

Marco Belpoliti su tuttoLibri: su “Io sono”

Una lavagna nera perla critica della ragion impura di Genna

di MARCO BELPOLITI
[La Stampa, ttL, 30 maggio 2015]

Senza-titolo-1-e1424533197642La copertina è fustellata in modo che si apra una «finestra» quadrata. Dentro c’è un’immagine: un riquadro nero racchiuso da una cornice, su cui è scritto «Et sic in infinitum». Si tratta di un dettaglio della pagina nera di Robert Fludd, tratta da un’opera intitolata: Utriusque cosmi maioris scilicet et minoris metaphysica,physica atque technica historia, e pubblicata da Oppenheim nel 1617. Nessuna immagine definisce meglio l’opera di Giuseppe Genna, sia questa su cui compare (Io sono), sia la sua opera narrativa in generale. Genna è un discendente di Fludd, medico teosofo e alchimista, vissuto nel corso del Rinascimento e l’inizio dell’età barocca. E alchimista è anche Giuseppe Genna, che prova qui a fondare una teoria e una pratica della coscienza.
Cosa sia Io sono non è facile da dire. Un libro di filosofia, un’autobiografia in forma di pensiero, un manuale di terapia della coscienza, uno studio sulle origini della medesima, un saggio letterario, un’esperienza estatica in forma di riflessione, una pratica di ricomposizione del trauma?
Tutto questo, ma anche un saggio di epistemologia condotto da un autore coltissimo e insieme meravigliosamente dilettante, quel dilettantismo che è proprio solo dei poeti e degli scrittori che prescindono da tutto e tutto affrontano. Io sono è un modo per scagliare il proprio Io al di là del muro del narcisismo corrente, elevarlo nel Regno che si apre oltre le identificazioni personali. Si tratta senza dubbio di uno scritto terapeutico, un gigantesco sforzo d’ingaggiare un confronto-scontro con le proprie pulsioni più profonde. Incanalate nelle elucubrazioni di quest’opera singolare, le parole di Genna costituiscono un viaggio dentro la mente estatica, uno dei pochi viaggi oggi possibili ai lettori in lingua italiana. L’estenuazione filosofica degli «istanti coscienziali», opera dell’autore di Fine impero (minimum fax), è perfettamente rappresentata dalla copertina: la «lavagna nera» di Fludd.
Scrivendo la sua «critica della ragion impura», Genna ha cancellato sulla superficie della sua mente tutto quello che c’era prima, e vi ha inscritto un nuovo segno calligrafico, in verticale e in orizzontale: cardo e decumano del suo pensiero zizzagante. Sul fondo bianco elegantissimo della collana «La Cultura» dell’editore il Saggiatore, la «lavagna» di Fludd appare come uno spazio altro, remoto e insieme vicino, dove «io sono». Per sempre, e al nero.

Giuseppe Genna
«Io sono»
il Saggiatore, pp. 326, € 18

IL POST PIÙ TRISTE DEL WEB – STRANGE DAYS: IN 1969 I CAME INTO THIS PLANET

di GIUSEPPE GENNA | Pubblicato in origine il 11/06/2008 | Si consiglia di visitare i link, che sono parte integrante della narrazione

Di colpo, bando ai lucori spettacolari. La memoria a volte è grigia, fumigosa, una nebula di polvere organica da cui sgorga la vita. Spettri su spettri, una folla immane, che accalcano le superfici provate dei lobi cerebrali, si intrudono nei loro ventricoli, nei meandri. Dicono la parola amletica.Il caso, in questo caso, non è un caso. E’ un elemento della mia formazione, ma sono comunque gli anni Settanta. Per citare Strange Days di Franco Battiato (ascoltare qui, prego…), l’uomo a causa del quale ho iniziato a scrivere, nel 1969 (a dicembre) sono capitato su questo pianeta. Come qualunque bambino, ho praticato uno sguardo obliquo, ma non privo di logica, all’inenarrabile realtà in cui mi trovavo immerso. A sei anni, vedevo. A otto, vedevo. Lo sguardo di un bambino sugli anni Settanta non è considerato attualmente una componente in grado di permettere lo sblocco che la società italiana subisce dal reducismo, dal trionfalismo, dal trasformismo di chi, quegli anni, li visse osservandoli con sguardo adulto. E invece dovrebbe: la mia generazione è l’unica che può suturare, attraverso operazioni di immaginario, quella falda storica, che le dichiarazioni di Alemanno e/o Violante non suturano affatto, essendo indecenti, ulteriori fasi di un trasformismo senza fine, che mantiene intatta l’ingiustizia e depreca il valore di quanto sta al cuore degli accadimenti.
Nel 1976, seienne, io scendo gli scalini, che paiono pietra lavica, delle case popolari in via Tommei a Milano: è la catabasi che godo a compiere, seguendo la sagoma burocratica di mio padre [nell’immagine a sinistra, con me in un oceanico albergo di massa a San Antonio, in quel di Ibiza, in una vacanza organizzata dal Cral del Comune nel 1982, dove appare il borsello di cui alla riga seguente], la sua magrezza a cui è appeso un borsello in cuoio marrone lucido, la sigaretta del Monopolio di Stato che commistiona il suo sentore cinerino all’Acqua Velva (qui il video dello spot anni ’80, girato su tram milanese), che l’impiegato comunale Vito Antonio Genna si asperge sul volto ogni mattina alle sette, prima di recarsi alla ripartizione Tributi, dove assessore è tale Armanini, la cui figura minacciosamente dittatoriale e kafkiana incupisce la mia infanzia, fino a sciogliersi dopo la condanna da costui subìta nel casino di Tangentopoli, in seguìto alla quale egli, uscito di galera, si fidanzerà con l’interprete tv di Valentina di Crepax, cioè Demetra Hampton in cerca di gloria postuma (postumo diverrà Armanini, ex assessore e quindi capo di mio papà, schiantato dall’infarto: dico e Armanini e mio papà). Il sindaco Aniasi si è dimesso. Mio papà e mia mamma parlavano, ricordo, dell’arresto di Renato Curcio e Nadia Mantovani – la supposta decapitazione delle Brigate Rosse. Mio papà e mia mamma erano comunisti: papà della corrente che faceva capo all’emarginato Ingrao, mia madre lo era genericamente, dopo una permanenza dadaista, in età giovanile, a Mosca in una scuola per futuri quadri del Partito. Viviamo infelici perché loro sono infelici, mentre il Partito Comunista è felicissimo. E sta per esserlo ancora di più, poiché io racconto del preciso giorno 12 maggio 1976, in cui si scrutinano le schede elettorali delle votazioni in corso, le amministrative.La sezione Roberto Ricotti, a Calvairate, che è il quartiere dove vivo infelice, è uno scantinato nelle case popolari di via Tommei (esattamente lo scenario di questa foto, ma senza alberi, ai tempi): un mostro che ricorda il Panopticon di Bentham, un molosso eretto nel 1921 e mai più restaurato, verniciato di rosso cupo ed eroso dalla cura umana e dagli effetti dello smog, molto in voga in quel periodo. Sembra un Leviatano dai molti occhi napoletani, dalle molte bocche che urlano siculo l’una contro l’altra tutto il giorno, emettendo un fiato poderoso che agita i panni e gli stracci che puzzano di candeggina messi ad asciugare su stenditoii rugginosi. Bambini pericolosi giocano a pallone negli avvallamenti del cortile, le cui lastre di pietra sono collassate, creando diseguaglianze geologiche. I volti dei bambini sono geomorfismi. Una specie neanderthaliana in pieni anni Settanta mi ruba le figurine (precisamente queste), mi minaccia col coltellino, mi prende a pugni perché abito nella casa impiegatizia borghese che dà su piazza Martini – il giardino polveroso che al suo centro ha il perno vegetale del salice piangente, cupola immensa grigioverde sommessa, sotto la quale l’ombra è assoluta e cascano a pioggia gatte pelose, vermi ciliati urticanti gialloneri che, strisciando sull’epidermide, la irritano e sono il terrore di tutti i bambini di piazza Martini. La sezione del PCI sta accanto all’Arci: che è un bancone di alluminio bottato e piagato, un uomo con i baffi e molte escrescenze calabresi sulla pelle e soprattutto sulle palpebre della sua aria scettica, la camicia a maniche corte anche di inverno, un flipper dei Kiss, un retro con il tavolo da biliardo e tutti i miei zii non morti che urlano giocando a carte. Accanto è la sezione del PCI che è una stanza enorme dalle finestre inesistenti, sono brecce in alto, verso il soffitto, l’odore pungente di grasso di topo con cui si dirà che fanno le Big Babol, una scrivania dei segretari sulla parete di fondo, sui muri i ritratti in bianco e nero di MarxGramsciPalmiro TogliattiBerlinguer [ai link, le immagini precise che campeggiavano nella sezione], altri che non conosco e, sulla destra accanto alla larga scrivania, l’ufficio privato con tutti i segreti del Partito e della sezione, dove mio padre è ammesso, soprattutto quando bisogna elaborare i risultati elettorali. Nello spazio di muro che introduce nell’ufficio sulla destra, è appeso un cartello che, tra bande verdi e rosse e bianche, ha stampate queste parole:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

che è di Piero Calamandrei ed è la prima poesia che io imparo a memoria.
Tutto a memoria. La memoria si intride di puzzo di grasso di topo, di pugno di Robertino neanderthaliano di via Tommei, di papà lievemente curvo con la giacca spessa e la cravatta dell’ufficio e la ventiquattrore in finta pelle di finto coccodrillo, del pane fritto della mamma, del volto vescicolare di Carlo Tognoli, del volto morto dello zio Gino partigiano, del puzzo magro del prosecco che mio papà beve sempre, sempre, sempre. Memoria che fonda: tu sarai disciolta, rimanendo in altra più numinosa istanza.

In ogni seggio esiste uno scrutatore comunista e uno scrutatore democristiano. Si porta caffè, e da mangiare, allo scrutatore comunista, a bordo di un furgone bianco incrostato di smog, che appartiene a uno che si chiama Claudio Pozzoli ed è per me quello che vorrei diventare adulto, un comunista buono e riflessivo e posato nei modi. Si raggiungono le scuole dove sono nascosti i seggi dentro cui sono nascosti gli scrutatori comunisti.

Da mangiare si fa solo l’insalata di riso per tre giorni a fila, in enormi bagnarole di plastica azzurre, con molti certi wurstel e sottaceti, messe poi in piatti di carta plasticata con le posate di plastica, le donne sono tutte vecchie e ricoprono i piatti di cellophane la mattina prestissimo. Io sono orgoglioso di portare il thermos enorme del caffè per gli scrutatori comunisti.

In altri giorni, le domeniche, io e mio papà andiamo nelle case popolari per diffondere le copie de l’Unità e di Rinascita di Asor Rosa, il cui nome e cognome mi affascinano come un mistero perché mio padre ha detto che si tratta di un palindromo. Ogni domenica mio padre è furibondo con l’Unità che distribuisce perché c’è sempre un articolo di uno scrittore detto Sanguineti, lo usa come esempio, dice “parli come Sanguineti” alle persone che pronunciano frasi incomprensibili, è furibondo, sostiene che gli intellettuali non si fanno capire, che Sanguineti è dannoso e sta facendo danni al Partito, che così “si perde la base” e io fatico a capire cos’è “la base”. Mio papà dice che non bisogna leggere Rinascita di Asor Rosa perché non si capisce niente, bisogna invece leggere i libri perché, anche se al momento non si capiscono, vedrò che li capirò poi, anche se me ne scordo. Mi ha regalato una riduzione di Moby Dick e però io ho letto Papillon e ho capito subito, non dopo. Moby Dick non lo capisco, il mare di Moby Dick non è come quello dove scappa Papillon e mi fa schifo, la balena bianca non la comprendo. Al momento non comprendo.

Tu ti muovi non comprendendo e però ti muovi. Tu sei nel mondo e non sei del mondo. I tuoi sogni emanano luminosità sottili. Le tue arterie sono luminose, blu e rosse, due, verticali, ai lati del corpo. Vedi i fantasmi e sai che hanno un volto e sorridono. Sai che i gatti sanno. Non esiste tremito cerebrale. La cultura ti assale come un oceano di pietra, Moby Dick ti divora costruendoti, pietrificandoti con il suo sguardo vuoto, più vuoto del tuo che è incantato anche quando non avverti l’incanto, piccola specie che sogna, animale che ride senza sapere perché ride, costruendo nella sabbia a Cervia la cattedrale anche se non sei battezzato e poi la distruggi come un mandàla e secondo la logica dei mandàla.

Poi si fa la staffetta, perché ai portoni delle scuole i poliziotti non fermano i bambini comunisti come me e affronto ogni volta la soglia dello spavento supremo, bussando alla porta chiusa del seggio per chiedere se hanno finito di scrutinare le schede, e quando hanno terminato lo scrutatore comunista mi passa i risultati, li raccolgo, corro alla sezione calpestando il cemento sporco e afoso milanese, con la foga olimpica dell’immissione nel cerchio adulto, protagonista di uno scoop che mi rende importante, “io” si rafforza, prende contorno, e quanto era prima che non fosse “io” si pietrifica e consolida e questo dà ora felicità e nel futuro il dolore della soglia suprema. Consegno le schedine con i voti, mio papà e altri ricopiano i dati su un enorme foglio bianco dove sono stampati i simboli dei partiti, quello del Partito Radicale è per me affascinante e lo ricopio continuamente ricalcandolo in trasparenza sul foglio A4 di cui la sezione del PCI è ricca (due anni dopo mi affascina il simbolo del P.O.E, partito reazionario stranissimo poi messo fuori legge, ci sono dei cespugli da cui spuntano due ciminiere di centrali nucleari, è un partito che dice mio padre “indaga sulla pista maltese” dopo Moro, non si capisce nulla, nulla, anche adesso se si guarda qui alla data 26 marzo 1988). Poi i numeri elettorali vengono comunicati in lunghissime telefonate impossibili, perché è sempre occupato, alla “Federazione”, che è la sezione delle sezioni e che mi fa paura per la sua autorità, dove c’è uno che si chiama Draghi che elabora tutti i dati e dice che abbiamo vinto e nascerà la giunta con sindaco Carlo Tognolie bisogna assolutamente fare “il laboratorio migliorista“.

E’ l’ondata rossa: la chiamano così. L’avanzata delle giunte rosse.

Quando muore, dopo, Aldo Moro, io sono in piazza Martini con mia madre e mia madre dice che arrivano i carri armati, che tutto è finito, che i movimenti sono finiti. Mio padre è commosso e poi dice che “l’opportunismo della frazione ha eliminato l’ingraismo per sempre”, lo ricordo.

Allora io vado in camera e disegno sui molti fogli A4 rubati nella sezione un progetto per colonizzare Marte e impiantare delle ciminiere che fanno fuoriuscire ossigeno e creano l’atmosfera e anche un modello di scarpe con la suola di piombo pesantissima per replicare la gravità terrestre e una medicina perché sicuramente su marte, con gravità ridotta, ho letto che le ossa umane si sfaldano, servono anche delle tute di nylon che respingano inizialmente le radiazioni e si possono trasportare su Marte tutte le bombe atomiche e nucleari dei temi che ci terrorizzano alle elementari e alle medie, la bomba, la bomba, la bomba…

Subito dopo le amministrative era uscito un fungo tossico a Seveso e i bambini della mia età avevano una rosolia che durava tutta la vita.

Due anni dopo Bettega segnava all’Argentina, ero a Cervia, ai Mondiali, c’era una canzone di Kate Bush, me lo ricordo ma non sono sicuro, è tutto confuso, offuscato.Poi l’anno dopo mia mamma piegava la radio e staccava la fiancata di plastica nera e appariva il posto dove ascoltare i dischi neri di vinile e si sentiva sempre Franco Battiato che cantava dell’uomo che gli offriva sigarette turche e grazie a quella canzone io iniziavo a scrivere le brutte poesie.

Ricordi tremuli di agosto distante, vita stata, memoria degli spettri che si stanno per incarnare in verità, diventano grasso e avorio e cosa dura, quando lo sguardo non è più il proprio.

Involàti. Disgiunti. Hanno cambiato le prospettive al mondo. Traiettorie impercettibili. Codici di geometria esistenziale.

Gli stremanti ricordi sfocata energia che fa che tu sia.

Sguardo libero nell’etere privo di ricordi. Guardo nel trasparente.

Fai che il bambino non sia più “io”.

Da “Io sono”: in quale senso è la coscienza

61z-tODMNmL-218x300Un ulteriore capitolo di Io sono (il Saggiatore) sulla determinazione concreta dell’atto di coscienza, che è la premessa a una terapia effettiva e pratica che non si occupa più della psiche, ma “pulisce” la psiche dai suoi conflitti e disagi, a partire dal “momento coscienziale”. Si tratta della premessa alla sezione del libro che, da quella relativa allo statuto concreto della coscienza (che è pura sensazione di essere, molto semplicemente e realmente), passa a occuparsi della declinazione terapeutica e iatrogena (un capitolo di quella parte del libro è stato pubblicato qui). Storia, metafisica, coscienza, terapia e testo: sono le sezioni che compongono l’itinerario di “Io sono”, un percorso che cerca di delimitare perimetro e modi di un intervento neopsicologico antichissimo, descritto e praticato dalle tradizioni metafisiche, cioè quelle varianti della scienza interiore che, con ovvie diversificazioni di metodo, da sempre nella storia umana si offrono come orientamenti per lavorare al reintegro dei conflitti somatici e psichici nell’unità semplice della coscienza: nello “stare”.

In quale senso è la coscienza

Nell’istante in cui dal sonno ti svegli e accedi allo stato di veglia

ecco

che senti che sei, che si sente che si è: senza nome ancora, senza genere sessuale, in una privazione di qualunque qualificazione, si sente soltanto che si è, per pochissimo, nell’atto stesso di svegliarsi, non si ascolta e non si vede niente, sembrerebbe un niente, eppure non è un niente, perché si sente che si è, qualcuno è consapevole.
Di cosa si è consapevoli? Del fatto che si è.
Questa nuda esperienza è un’esperienza. La si vede? La si sa? Sì.
In quale modo? E’ un oggetto? No, si sa per identità: è un atto di identità.
Quale identità? E’ connotata psichicamente, emotivamente, fisicamente? Sì, ma soltanto un attimo dopo averla sperimentata.
In realtà, quell’avverbio isolato, “ecco”, è un’analogia, è un fatto linguistico, potrebbe e dovrebbe connotarsi soltanto con un silenzio e il silenzio esorbita il linguaggio.
Ecco: ecco che mi sono accorto, ecco che so che, ecco che non dico altro che “ecco”.
Questo “ecco” ha il medesimo valore metafisico del simbolo “So di non sapere”, come si è visto nei frammenti di discorso metafisico: la mente dialettica non c’è, sento solo che sono, sento che sono senza alcun sapere.
Sembra un minus linguistico, invece è un surplus: il linguaggio, che è separativo e limitante, non è assolutamente adeguato a dire l’esperienza unitiva, cioè l’esperienza di consapevolezza.
L’esperienza unitiva è alla mano, prima di ogni linguaggio.
E’ concreta, avvertita come reale e naturale, è qui e ora, la si sperimenta facilmente e non è possibile alcuna limitazione linguistica quando essa è tale: soltanto un attimo dopo, quando quell’”ecco” diventa che si sente di essere un soggetto, si può benissimo dire che si è un soggetto, ci si intende e ci si capisce nel linguaggio, c’è una tradizione comunicativa che fa perno su epoche storiche umane e dice che il soggetto è quella cosa lì: il soggetto. E poi sono un maschio o una femmina, e il mio nome è questo, e mi sento in questo modo, provo queste emozioni, fisicamente sto così. E’ stata cioè attivata una capacità linguistica, ovvero è stata accettata una funzione separativa e tale capacità della mente si può dire: memoria.
Quasi istantaneamente la memoria è in moto in un soggetto organizzato per essere capace di memoria. La separatezza sorge quasi istantaneamente. Quell’avverbio, “quasi”, intende significare che questa consapevolezza separativa non è pienamente istantanea.
Ciò che è pienamente istantaneo è un’esperienza unica, che è unitiva rispetto a tutti i dualismi successivi, il quali si sviluppano appena l’avverbio “pienamente” è degradato in “quasi”.
L’istante non appartiene al tempo, ma, come il punto per lo spazio, è un ente che genera il tempo senza appartenervi. E’ il “quasi” dell’istante che appartiene al tempo: il tempo entra e, “istantaneamente” col tempo, in un’entità organizzata temporalmente per essere mnemonica, accade la memoria.
Istante, ecco, esperienza unitiva: sono tutti approcci imprecisi, affannosamente alla ricerca nel linguaggio di una strumentazione che dica ciò che il linguaggio non può dire. Quell’”attimo” di consapevolezza non è indicabile dal linguaggio se non attraverso una distanza: un’analogia, una differenza.
Questo stato intimissimo che è l’accorgersi, un “accorgersi di” che è indifferentemente un “accorgersi che”, non è realizzabile dal linguaggio, in quanto lo esonda e lo esonda in quanto il linguaggio, come la memoria, è una qualificazione “successiva” a quell’istante esperito come inqualificato accorgersi.
Questo esondare il linguaggio, spesso, è stato detto per analogia con parole relative a stati di mistica e di trascendenza, che per la natura stessa della percezione risultavano dualistici, stati esterni o esotici o esogeni, lontani, altri, da raggiungere o raggiunti da altri, al di là del bene e del male, al di là dell’umano:

Trasumanar significar per verba
non si porìa; però l’essemplo basti
a cui esperienza grazia serba

è scritto nel canto I del Paradiso dantesco e chi scrive quel canto è costretto a “mimare” linguisticamente quell’esperienza di silenzio, a cui il linguaggio non arriva e che esorbita ogni linguaggio, cioè ogni limitazione linguistica: scrive due infiniti uno accanto all’altro, e non è un caso che il modo verbale si chiami per analogia “infinito”; specifica che questo “significar” è indotto attraverso “verba”, cioè linguaggio, il che rende implicito che il significare non avviene soltanto con un gesto linguificabile, è più esteso di quanto il significato linguistico comunichi, e cioè esiste un significato al di là delle parole; inoltre cita letteralmente che è sufficiente (cioè è totalmente insufficiente, ma basta come indicazione) l’”essemplo”, cioè quanto qui viene detto analogia; infine riferisce che si tratta di “esperienza”, ovvero si tratta di sperimentare quello stato, il che avviene per “grazia” o, letteralmente, “gratis”, cioè senza fatica e non pagando alcun prezzo.
La connotazione esterna dell’istante “transumano” (un istante che è un processo, un salto indefinito, un’infinitudine: è “transumanar”), come se si trattasse di qualche traguardo o un parossismo dell’esotico, si dà appunto per la qualificazione fondamentale dell’atto linguistico, che “mima” un esterno, si costituisce rispetto a un esterno che bisogna sigificare, come se il soggetto che recepisce il senso del linguaggio fosse distinto da una oggettualità assolutamente distante, assolutamente altra.
Il linguaggio è una qualificazione della separatezza come atto che avviene nella qualificazione della coscienza.
Poiché tutto quanto riguarda quell’atto di riconoscimento, cioè

ecco

non è quell’atto: lo “riguarda”, cioè lo percepisce come esterno o altro, lo indica, c’è una distanza che separa chi guarda da quello che è guardato.
Quell’avverbio “ecco” è la coscienza.

Che genere di esperienza è la coscienza? Se è esperienza, per quella forma limitata e limitante, che cioè si qualifica attraverso una limitazione e appartiene a quel regno della limitazione detto “dualità”, deve esserci un soggetto che esperisce e un oggetto esperito: due polarità che, come si è visto, entrano in un rapporto tensivo, in questo caso l’esperire stesso.
E’ un’esperienza particolare quella di coscienza, in questo caso che si dice coscienza, quanto all’umano, in quel microtratto temporale al risveglio dal sonno. E’ un’esperienza in cui il soggetto stesso dell’esperienza è l’oggetto dell’esperire. Soltanto attraverso una esteriorizzazione da quell’identità di sentimento tra soggetto e oggetto, nel senso che si sente indefinitamente se stessi senza che il se stessi possa venire oggettualizzato, è possibile parlare di riflesso di coscienza, come se la coscienza si riflettesse su se stessa, riflettesse su se stessa, riflettesse se stessa.
La coscienza in realtà non riflette, ma all’interno della coscienza sembrano formarsi dei riflessi di coscienza.
Bisogna infatti considerare che cosa stia accadendo nel momento preciso in cui accade che si sente di essere, in quel risveglio dal sonno: chi si accorge che è?
Le risposte a questa domanda sono i costituenti la radice stessa della separatezza tra saperi (e pratiche che da quei saperi derivano) e metafisica (che non è un sapere definito nel senso dialettico dei saperi e che non si identifica in alcuna pratica nel senso tecnico, cioè anche macchinico, del termine). Da un lato parte infatti una riflessione su questa “persona” che si accorge di essere, sia pure di essere indefinitamente e in modo privo di qualificazioni. Dentro questo sentimento di essere accade una riflessione. Ciò è proprio del fenomeno umano. Lo sviluppo delle qualità riflessive del fenomeno umano passa attraverso questa separatezza, anche se i saperi tendono in seguito a sconfessarla (un esempio fra molti: il “campo” e l’”osservatore” e l’”indeterminazione” in fisica quantistica).
D’altro canto si può invece stare nello stato identitario di quella coincidenza tra soggetto e oggetto che è l’esperienza di coscienza.
Questo stare è empirico, ma si tratta di un empirismo del tutto particolare. Lo stare nell’esperienza di coscienza è un’esperienza di coscienza. Ogni “momento” è la stessa esperienza del “momento” precedente. La memoria cerca di separare e classificare momento da momento, ma concretamente, lì, nell’esperienza di coscienza, non c’è un susseguirsi di momenti, non si ha in mente nemmeno la successione temporale e ciò perché la coscienza non è psichica, non è memoriale, non è temporale. “Stare nel momento coscienziale” si traduce, per la mente pensativa, in una permanenza temporale in una determinata esperienza. Sembrerebbe dunque un’esperienza temporale e invece non lo è.
Questo stare naturalmente nell’esperienza coscienziale è lo stare della naturalezza: non è dato alcuno stare, se non nella coscienza. Per stare, bisogna essere. Essere significa: sentire di essere, avvertire concretamente la pura e non qualificata sensazione di essere. Essere presenti a questa sensazione di essere non è alcun presente, nel senso che lì, molto praticamente, in quell’esperienza specifica che è lo stare in quell’esperienza di pura sensazione di esserci, non c’è un passato e un futuro da cui desumere eventualmente un presente. C’è soltanto un’attualità, sempre uguale, sempre sperimentabile come uguale, sempre la stessa esperienza di essere, sempre quella, che si sia bambini o adulti, in una forma umana o in un’altra: le qualificazioni personali, che sembrerebbero caratterizzare l’individuo, cioè storia o psicologia o posizione nello spazio o età o genere o fisionomia (e così per indefinite qualificazioni), non sono pertinenti o adeguate al sentimento di essere: lì, nella sensazione di esserci, non esistono tali qualificazioni, non le si ha presenti.

Una prova empirica e simbolica al tempo stesso è sufficiente per essere persuasivi su questo punto. Si immagini quando si avevano otto anni, poi quando si avevano dodici anni, sedici, ventidue, trentaquattro: si era persone diverse, ma quanto alla sensazione di essere? E’ mutata nel tempo? E’ incrementata, decrementata? Si è complicata o semplificata? Semplicemente sentire di essere: è una forza sempre identica, un’esperienza continua.

Che accada di essere questa indifferenziazione, cioè di accorgersi di essere senza altro aggiungere, e che tale percezione possa essere raccolta dal fenomeno umano come una perdita di individuazioni e identità, è contraddittorio al fatto che proprio in questo semplice sentire di essere risieda l’autentica identità.
Ciò che viene ritenuto usualmente identitario (“sono questo corpo, sono questa psicologia, sono fatto in questo modo, queste sono le mie qualità”) è una determinazione umana contraddittoria alla propria reale natura identitaria, che è la sensazione semplice di essere: ed è identitaria in quanto è l’unico elemento che continua a essere identico a se stesso nel corso di una vita. Si scambia per identità una falsa aggregazione di finte identità.
Ciò accade in quanto, per il fenomeno umano in sede riflessiva, cioè pienamente pensativa e interpretativa della sensazione di essere, tale semplice sensazione di essere viene tradotta culturalmente come perdita delle particolarità psichiche, e quindi dell’identità.
L’identità di cui si parla, in seduta psicoterapeutica tanto quanto in sede filosofica, sarebbe un insieme configurato di qualità, assolutamente non presenti nell’atto della semplice appercezione della sensazione di essere, la quale sarebbe una funzione non identitaria.
La coscienza non è una funzione psichica: è la psiche a essere una funzione coscienziale.
Questa misinterpretazione, questa autentica inversione concreta dell’identità alla luce della naturalezza del fenomeno umano che si dice “io”, questa inesperienza della dualità che viene contrapposta come assenza d’identità all’esperienza più qualificata e particolareggiata dal punto di vista psichico: ecco il momento preciso in cui si disallinea l’attività neutrale e indifferenziata e concreta della coscienza dall’attività soggettivamente qualificata e concreta della psiche.
In realtà le cose sono intuite e dispiegate con precisione dalla psiche: nell’attività di coscienza non esiste alcuna differenziazione psichica o psicologica.
Fatta salva l’intensità (una sorta di qualità e di quantità) del sentimento puro di essere, non esiste una differenza sostanziale (in termini assoluti di qualità) tra il sentire di essere che appercepisce svegliandosi un individuo umano e quello che avverte un altro individuo umano.
Nell’istante coscienziale è abolita la psiche.

Nell’istante coscienziale si è una cosa sola: io e un altro siamo questa cosa unica, coincidiamo in essa, essa non è più mia che di altri, è davvero la stessa unica cosa.

Concretamente non c’è un profilo psichico del sentimento di essere. Qualunque profilazione psichica o fisica o di altro ordine qualificato avviene “all’interno” del sentimento di essere.
Si manifesta in questo punto, nel disallineamento che la psiche opera rispetto alla coscienza, la radice metafisica della questione coscienziale: se non sento di essere, non sono: non sono in senso assoluto e, dunque, non sono psiche.
E ciò vale non soltanto per l’estensione psichica, ma anche per l’estensione temporale: in ogni momento si percepisca semplicemente di essere, si avverte la medesima indifferenziazione: si è, semplicemente. L’istante coscienziale non è nel tempo.
E’ in ragione della temporalità e delle qualificazioni che sono inerenti al fenomeno psichico umano che tempo e qualificazioni psichiche si avvertono come esistenti. Nell’”istante” della coscienza (un istante dilatabile quantitativamente solo se confrontato con la temporalità della psiche) non esistono tempo o qualificazioni psichiche.
E’ pura e nuda coscienza la sensazione di essere inqualificatamente, che concretamente si avverte al risveglio.
Nella sensazione di essere, che è coscienza, tutto quanto è qualificato per il fenomeno umano non è sentito, non è pensato: è di qua o di là da venire, si direbbe, se non fosse che dicendolo si è già fuori della semplicissima sensazione di presenza che è il sentimento di essere.
Da questo punto di vista, concretissimo, sentito e non saputo, esperito direttamente senza possibilità di discernere dove inizi un soggetto dell’esperienza e dove termini l’oggetto dell’esperienza, la coscienza è onnipervasiva: trascende le limitazioni che sono psichicamente definite come trascendente e permane al di là della qualificazione temporale che è definita come permanenza. Questo fatto avviene concretamente e non è un obbiettivo distinto dal sentire di essere in chi sente di essere e dopo pensa che quel fatto è altro da se stesso.
L’onnipervadenza del fatto coscienziale è di fatto l’unica persistenza continua e assoluta di cui il fenomeno umano disponga per dire, in stato psichico, che qualcosa è differente da altro.
La differenza avviene infatti per limitazione o, secondo altre metafore, per movimento o qualificazione.
Quando si percepiscono i differenti fenomeni interni (mondo psichico) o esterni (mondo oggettivo) come realmente esistenti, in base a quale esperienza non differente ci si appoggia per avere la percezione della differenza?
Stabile, indifferenziata, fin quando si è “in vita” identica a se stessa sempre, che non cresce e non diminuisce, perennemente evocabile attraverso un atto semplice, onnipervasiva, è la coscienza in quanto sensazione puntale e semplice di essere.
Questa stabile onnipervasività è tale (stabile e onnipervasiva) per l’atto coscienziale percepito dal vivente fenomeno umano. La sua persistenza sempreguale è tale all’interno di qualunque atto di vita del fenomeno umano, psichicamente inteso.
Questa coscienza, concreta e sempre alla mano per il vivente che è il fenomeno umano, è atta a condizionare il lavoro psichico, in senso appunto coscienziale.

Questa sostanza è un fenomeno stabile per il vivente umano? Oppure essa muta? E muta anche la qualità della percezione che è istantanea nella sensazione di essere?
Si è fatto riferimento a un istante concreto, quello del risveglio dal sonno, per indicare l’intimità immediata ed effettivamente sperimentabile e sperimentata della coscienza. E tuttavia lo stato di sonno e lo stato di veglia sono qualificazioni e limitazioni e relatività della mente umana: sia della psiche sia del corpo sia di ciò che pare eccedere e psiche e corpo (si pensi all’attenzione ai fenomeni di sogno, che le psicologie esercitano in modo privilegiato).
Qualcosa di inqualificato accade in uno stato qualificato: e in altri stati qualificati? Questo stesso esperire il senso di essere si qualifica in altro modo in stati differenti? E quali sono gli stati differenti e generici a cui si potrebbe fare riferimento per il fenomeno umano, oltre la veglia e il sonno?
Sul piano della generalità, o universalità, quanti stati effettivamente sperimenta l’umano?
E’ necessaria un’ulteriore evocazione della prospettiva metafisica, per comprendere la prospettiva psichica in cui si inscrive il discorso sulla coscienza e rispondere alla domanda sugli stati qualificati che il fenomeno umano sperimenta.

Da “Io sono”: un capitolo sulla terapia psicologica della coscienza

61z+tODMNmLIl saggio Io sono (il Saggiatore) si concentra sulla domanda: cos’è la coscienza? Si dà un profilo storico e filosofico della questione, una descrizione di ordine pratico metafisico, un perimetro sulla coscienza per come è avvertita dal fenomeno umano, linee generali di una terapia psichica basata sull’attività semplice di coscienza e, infine, una lettura dell’apparizione del momento coscienziale in certi testi letterari (da Hölderlin, Kafka, Melville, Lovecraft, Burroughs e i tragici). Riproduco un capitolo dalla sezione che concerne la terapia, che è il momento concreto qualificante del testo: si cerca infatti di stabilire come è attuabile una psicoterapia a indirizzo coscienziale, a partire dall’etimologia e dalla sistematica metafisica.

Che cos’è la terapia

L’etimologia è una forma del sentire piacere, che pone il soggetto in stato di gioco: il soggetto gioca nella storia. Non essendo storica la coscienza, è possibile approfittare di questa condizione che è sentita come intimità e identità: la situazione ludica approntata dalla ricerca dell’etimo non permette soltanto di dire il significato, la cui enunciazione è un rapporto con l’esternalità, bensì di avvertire esperienzialmente il punto di perno in cui la possibilità di dire manca e non resta che sentire.
Terapia proviene dunque dal greco antico: therapeía, sostantivizzazione del verbo therapeuō.
Essa è sicuramente cura, nel senso più complesso e intenso (il prendersi cura di), ma segnala anche uno spostamento semantico che rimane implicito nel termine traslato. Significa anche servizio, rispetto, culto e assistenza alla deità. Questo slittamento è determinato dall’oggetto del servizio, ovvero la deità.
Il discorso platonico è estremamente esplicito su questo punto:

Socrate: Ma allora che specie di cura degli dèi sarebbe la santità?
Eutifrone: Quella cura, Socrate, che i servi hanno per i loro padroni.
Socrate: Capisco. Sarebbe all’incirca, da quel che comprendo, l’arte di servire agli dèi?

[1]

La deità è l’emblema testuale della pura coscienza personale, del sentimento d’essere, in questo caso. Non è un problema, si sa, di religiosità, per quanto concerne le dottrine platoniche: è invece una questione di orientamento metafisico, di prospettiva metafisica, cioè di pratica metafisica.
L’indicazione sulla pratica terapeutica è in questo caso inscritta in un percorso metafisico.
Il rapporto terapeutico tra se stessi e se stessi, cioè tra “io” e “paziente”, è un’adeguatezza per cui il rapporto è possibile: è la possibilità di unità. L’assolutamente altro, l’impercepito in quanto impercepibile, non contempla rapporto. Soltanto l’adeguatezza permette rapporto: la luce è adeguata alla percezione ottica del composto biologico umano – e viceversa.
Questa adeguatezza terapeutica si dice, quanto alla psiche, la quale è una struttura possibile della mente, con il termine empatia, sul quale bisognerà chiarirsi e ci si chiarirà, più avanti in questo testo.
Questo “stare all’altezza di”, questo rapporto che tiene presente il dato fondamentale dell’unità, questo consentire, nel caso della terapia, è qualificato come “servire”.
“Servire a” e “servire per” è un’etimologia che serve a chiarire l’aspetto più rilevante della qualificazione terapeutica, cioè la distinzione polarizzante tra soggetto che terapeutizza e oggetto terapeutizzato.
Nel rapporto terapeutico sembra essere il soggetto presumibilmente attivo ad assumere su di sé il portato semantico dell’etimo.
E’ dunque da indagare l’occorrenza del derivato theràpōn: il terapeuta è anzitutto il soggetto attivo della terapia, più che il soggetto che riceve la terapia stessa.
E’ nel greco evangelico che il theràpōn dispiega la sua più intensa e interpretabile significazione, laddove si legge:

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo (theràpōn) ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

[2]

Come deve accadere secondo il richiamo che la parabola esercita, questa occorrenza deve essere interpretata – ecco l’adeguato rapporto terapeutico che si esplica in sede testuale (o sottotestuale: la parabola è un sottotesto, così come il pensiero consapevole è un sottoprodotto della psiche).
Chi è il theràpōn che è qui servo? E’ colui che deve prendersi adeguatamente. Se si prescinde dal quadro di riferimento culturale, che in termini di psicologia evoca immediatamente le coppie dovere/colpa e proprietà/lavoro e censura/paura, esprimendosi in termini di legislazione e imposizione (il che è adeguato alla finitezza e alla natura dualistica del linguaggio stesso), bisognerà collocare le azioni e i ruoli di questa scena, che come tale è sempre intima e cioè è tragica poiché emerge nella coscienza, all’interno della potenza che qui si esprime e che qualifica la scena stessa con l’azione e i ruoli medesimi: tale potenza qualificante è l’adeguatezza, è l’adeguazione.
E’ precisamente ciò che nella metafisica scolastica diverrà il movimento unificante per analogizzare la linguificazione del mondo da parte del fenomeno umano: adaequatio rei et intellecti. Tale impiego è significativo.
Il theràpōn si adegua a una situazione: sta in un quadro di riferimento e compie ciò che il quadro di riferimento implica.
Appena il theràpōn soddisfa le esigenze adeguate al suo compito, egli è detto “servo inutile”. Ciò ha un duplice significato: il quadro di riferimento scompare, non è più effettivo; il theràpōn non è più tale. Il servo senza padrone e il padrone senza servo sono uguali: sono due persone libere. Essi sono unificati.
Sotto questa luce la terapia è un processo di unificazione in una scena a due, dove la scena stessa è il campo tensivo tra soggetto e oggetto, con l’azione di adeguatezza che conduce la scena stessa al collasso, o, come si dirà, all’azzeramento, cioè a una situazione inutile, laddove l’inutilità è la traccia in negativo dell’indifferenziazione stessa.
Questa situazione di adeguatezza unificante ha forse qualche riflesso se si considera la radice etimologica del verbo principale therapeuō, che viene identificata in questo modo:

THER-, THAR-, = sser. DHAR- tenere, sostenere (cfr Fermo) [3]

E’ qui evidenziato il legame etimologico tra theràpōn e servo.
E’ però effettuato un passo ulteriore. La determinazione della radice greca nel senso del “sostenere” fa richiamo al verbo greco ìstemi, da cui deriva “stato”.
Questo sostegno è uno stato. Il servire è relativo a uno stato. Il terapeutizzare è stare in uno stato.
Ciò che regge gli stati è la sostanza.
Sono qui esplicite le indicazioni di ordine metafisico a partire dal gioco testuale, cioè linguistico.
L’indagine etimologica scopre un ulteriore apparentamento, che fa luce sui rapporti tra lavoro psichico e lavoro coscienziale. E’ infatti recepita la radice DHAR- che è comune al sanscrito, ovverosia alla lingua in cui viene enunciata la prospettiva metafisica Advaita, che qui si è considerata quale momento espressivo per coniugare il lavoro coscienziale con l’orientamento nondualistico.
L’immediato riferimento che la radice DHAR-, o DHR-, esercita sull’espressione metafisica è il sostantivo sanscrito dharma, che viene quindi a essere connesso, per identità tanto quanto per analogia, con therapeía.
L’intensità semantica, e quindi storica e storico-linguistica, di questo sostantivo sanscrito è attestata dalle sue occorrenze in testi metafisici, sacri e di operatività psicologica.
L’etimologia del sostantivo dharma deriva dalla radice verbale DHAR- o DHR, che ha il significato di sostenere, trattenere, rendere stabile.
Dharma è dunque “ciò che è stabile”, lo statuto e lo statuito nella loro unità indifferenziata, e può essere inteso in modo polivalente, quale fondamento che si esprime nell’ordine sociale o in quello morale. Più precisamente, dharma è anche la conformità con la norma, cioè l’adeguatezza nel senso della sintonia e dell’accordo con la natura inqualificata o qualificata delle cose.
La posizione dharmica è conseguentemente espressione di uno stato devozionale che non ha nulla dell’inquinamento emotivo che si è soliti attribuire alla devozione: è un accordo di nota, è un’armonia, la statuizione dell’adeguatezza d’onda.
Per quanto concerne la significazione spirituale del termine dharma, “cammino” e “dovere” risultano accezioni frequenti, laddove il “cammino” è il sentiero che sostiene e costituisce il supporto, cioè la base stabile sulla quale ci si muove.
Alla radice della terapia è il movimento di unificazione che adegua l’accordo tra due distinti, producendo uno stato più inqualificato di quello in cui appariva assolutamente reale la distinzione.
Un’occorrenza del termine theràpōn, decisiva per il discorso sulla terapia qui in discussione, restituisce senso a questo movimento che si sussume in uno stato sempre meno inqualificato rispetto a quello in cui si è identificati.
L’occorrenza in questione determina la struttura stessa, se così si può dire, della dinamica del processo terapeutico coscienziale – cioè mosso dalla e verso la coscienza, per sintesi dal dualismo psichico, velante e identificante.
Si tratta dell’origine stessa della testualità testuale occidentale. E’ il mito di Orfeo, determinato quale theràpōn.
E’ il momento in cui il mito si qualifica in tragedia, assumendo la qualificazione tragica del mito stesso. Questo passaggio, osservato nel suo momento di ritorno, è oggetto di discussione in un capitolo a parte di questo testo.
L’andamento del mito orfico è emblematicamente il movimento stesso dei passaggi e dei “salti” in una terapia mossa dall’autoriconoscimento coscienziale.
Orfeo è detto theràpōn di Dioniso. [4]
In questo caso è theràpōn colui che è emblema e rappresentante del dio: lo qualifica nel rito che è il reale a uno stato di manifestazione più fenomenica e individuata di quella natura in cui vive il dio. Il rito è la carnificazione dell’inqualificato, il quale a sua volta è una determinazione dell’inqualificata unità, che è la coscienza pura.
E’ evidente che ci si muove qui in un duplice senso della testualità: il testo assoluto come prospettiva sulla dualità (la possibilità di leggere, cioè percepire, la dualità, in modo da autoveicolarsi in stati riassuntivi della dualità); e il testo che è fabula del mito orfico.
Sono da considerarsi effettivi, in quanto strutture veicolari verso stati di coscienza meno qualificati dello stato psichico, due miti che concernono il mito superiore: due momenti coscienziali del mito orfico.
Il primo e più facilmente leggibile, nel senso dell’interpretazione dialettica della mente separativa che è la psiche a matrice testuale, è ciò che accade alla fine del mito orfico, ovvero lo smembramento di Orfeo. Qui si ripete efficacemente il movimento di Dioniso sub specie di Zagreo: così come il dio viene fatto a pezzi per rinascere, sperimentando una “passione” che in molti esegeti hanno sottolineato nelle similitudini con quella cristica, ecco che Orfeo incarna il dio stesso ripetendo la struttura del processo di rinascita, attraversando la notte oscura.
Tale notte oscura rappresenta il “salto” tra stati ontologici diversi, il quale è avvertito effettivamente come nero.
La substantia nigra è la sperimentazione psichica delle fasi che preparano a un salto coscienziale.
Il terapeutizzato, tanto quanto il theràpōn, sperimenta l’identificazione psichica come distruzione della falsa identità: come smembramento.
Vivendo questa fase temporale la coscienza si autoriconosce come atto presente inqualificato.
Non è evidentemente qui l’orfismo che interessa, quanto la struttura stessa del mito, che è possibile metabolizzare interiormente, rendendola efficace in quanto esperienza reale. Il mito propone una struttura dinamica realizzabile interiormente. La ripetizione della struttura mitica, effettuata interiormente, non è una ripetizione che si limita a un’orizzonatlità: non ci si muove nello stesso stato ontologico in cui ci si trova nel momento in cui si conosce intellettivamente il mito. La struttura mitica è un fattore esperienziale che veicola in stati meno qualificati di quello in cui la fabula appare ed è leggibile, ascoltabile, percepibile.
Questo passaggio è il movimento della cosiddetta guarigione: è il movimento alla guarigione.
Il secondo momento qualificante del mito orfico è costituito da ciò che si dice: “discesa agli inferi”. Orfeo discende a recuperare Euridice. Ciò significa: una parte che è fuori dagli inferi discende nel buio perturbante per recuperare un’altra parte di sé che non è naturale che stia lì. Si tratta di recuperare un riflesso psichico che si trova in un fondaco oscuro. Ciò implica l’esperienza che si qualifica in due stati individuati, cioè due movimenti che si interpenetrano nel momento in cui ci si rapporta al fondo perturbante: la “discesa” e la “tenebra”. E’ questa avventura, cioè questa esperienza effettiva, che la psiche è costretta a compiere per adempiere all’opera di reintegro.
L’opera di reintegro coscienziale è effettuata dalla psiche come propria “opera al nero”, per utilizzare un termine iniziatico che, in quanto tale, è anche psichico.
Si scioglie una componente di sé dalla tenebra: la si riporta alla luce, dove avviene l’unificazione amorosa.
In questa unificazione si dà lo stato luminoso, non buio, in cui la dualità viene trascesa dalla psiche.
Vengono indicate [5] due varianti del mito che illuminano l’operazione di riattivazione di una parte di sé che sembra morta, dimorante nella tenebra.
La prima variante: Orfeo deve discendere nel regno tenebroso e, con le sue arti, convincere gli dèi a rilasciare Euridice, per riportarla alla luce. Lo fa e non riesce.
La seconda variante: Orfeo discende agli inferi e le deità comprendono che egli non riuscirà nell’opera, quindi proiettano un fantasma che ha forma di Euridice, ma non è lei. Orfeo sbaglia.
Vengono qui indicate tre condizioni psichiche.
La prima è l’opera effettiva di risoluzione dell’identificazione psichica, che ha da essere riportata in uno stato in cui non c’è alcuna identificazione, poiché c’è soltanto identità, cioè unità. Questo processo di unificazione, se fallisce nonostante le qualificazioni della psiche, che la rendono adatta a tale operazione, introduce a una situazione di lutto alla luce e di smembramento, come da momento di processo coscienziale sopra esaminato. Questo lutto alla luce indica uno stadio successivo nell’ordine delle esperienze coscienziali: si passa a quella che potrebbe definirsi, con ardita analogia, “opera al bianco” della psiche. E’ uno stato di mezzo che segue alla nigredo psichica: la psiche, avendo fatto esperienza non stabilizzata della sua identità coscienziale, prova un lutto, una mancanza, che si risolve con il processo a cui è sottoposto Orfeo in quanto theràpōn del dio: lutto, ascesa sulla vetta, rapporto con il minerale e il vegetativo e l’animale, canto ininterrotto, smembramento, rinascita. Questo percorso indica fasi di realizzazione coscienziale effettiva da parte della psiche. E’ importante comprendere che il momento infero non è lo smembramento, secondo testualità letterale.
La seconda condizione psichica che viene indicata dalle varianti del mito è quella in cui consiste la difficoltà più formale e concreta del lavoro psichico orientato dalla sensazione pura di coscienza: il soggetto ritiene di compiere un’opera che non sta realizzando, poiché la zona tenebrosa rimanda una proiezione che acconta la psiche, cioè una più sottile e insidiosa proiezione con cui essa si identifica. E’ in questo momento psichico che si dà la necessità di una disidentificazione altrettanto sottile quanto il fantasma che viene proiettato dalla zona oscura. In questo benessere temporaneo che la psiche prova, essendo convinta di compiere la propria “opera al nero”, si annida un dolore più radicale per la psiche stessa. E’ come se la psiche si sentisse “alla luce” non essendolo. L’intervento disidentificante, in questo segmento del lavoro coscienziale, richiede un’intensità pericolosa. Serve cioè una qualificazione psichica, per adire a un’opera di sussunzione nell’esperienza di pura coscienza: il soggetto psichico non può essere fratturato in senso strutturale. Il soggetto psicotico, se iniziasse questo movimento di discesa e recupero, deflagrerebbe, per esempio. E’ normativo assicurarsi che il soggetto che intraprende una terapia coscienziale sia in un range di coerenza, cioè di identificazione stabile e di costanza della richiesta implicita di disidentificarsi, che il terapeuta coglie come previo motorie dell’intero lavoro coscienziale.
C’è infine una terza condizione, che viene indicata dalle due varianti del mito orfico. E’ estremamente penosa per il sentimento di disagio psichico che ne sortisce. Accade che, nonostante le qualificazioni per compiere il movimento di discesa mirato al recupero, se non dell’identificazione in genere, di un’identificazione in particolare, tale opera fallisca, poiché il campo psichico non è di fatto ancora “pulito”, rischiarato a sufficienza. E’ un momento che accade sempre, in qualunque terapia. Trascina il theràpōn verso il rischio di identificazione con il soggetto terapeutizzato. Dal punto di vista iniziatico, questo rischio di fallimento nella discesa e nel reintegro è una “caduta” ulteriore. Ciò viene enunciato in termini di “purificazione” nel gergo platonico:

Questa emigrazione, che è ordinata ora a me, non è senza dolce speranza anche per chiunque altro il quale pensi di essersi a ciò preparato lo spirito come con una purificazione. […] E purificazione non è dunque, come già fu detto nella parola antica, adoperarsi in ogni modo di tenere separata l’anima dal corpo, e abituarla a raccogliersi e a racchiudersi in se medesima fuori da ogni elemento corporeo, e a restarsene, per quanto è possibile, anche nella vita presente, come nella futura, tutta solitaria in se stessa, intesa a questa sua liberazione dal corpo come da catene?

[6]

E’ un passo emblematico, per analogia sostanziale, e funzionale rispetto a qualunque terapia in genere, e nello specifico rispetto a una terapia che sia orientata all’esperienza della coscienza quale sentimento puro d’essere, verso cui si muove la psiche nelle sue richieste di autotrascendimento, intese come bene psichico.
Il passo va reinterpretato, sotto questo risguardo, ricollocando la semantica, che non è altro che una solidificazione e una determinazione di grado più formale e individuato, rispetto all’istruzione platonica.
Si leggerà dunque così: questo movimento di discesa e reintegro della psiche duale in esperienza unificante e inqualificata della coscienza come puro sentimento di essere, che è una morte apparente della psiche in quanto muore il sentimento della dualità, e che io sono costretto a fare, non è privo di dolcezza (ānanda) come base stabile di ciò che vado a esperire, e ciò per chiunque abbia a sufficienza rischiarato il campo psichico, ottenendo solide qualificazioni per compiere quest’opera. […] E tale rischiaramento del campo psichico è, come su altri livelli di esperienza interiore, un’adeguatezza del movimento tra identificazione psichica e sentimento puro d’essere, laddove la psiche riesce a “stare” nel sentimento pulito di se stessa, in un raccoglimento intenso del sentirsi coscienza individuata, che nulla ha a che vedere con i coaguli psichici che danno una forma apparentemente identitaria alla psiche, cioè un’identità psicologica all’individuo. Sentendo la sostanza inqualificata che fa la psiche, la quale sostanza è il sentimento d’essere, il tempo cronologico e psichico, cioè emotivo e cognitivo e somatico, non è presente: è un nunc stans. E’ da qui che la psiche si disidentifica in modo definitivo dalla configurazione che la costringe a provare disagio, in quanto non è pertinente alla sua propria natura.

La terapia è un movimento di due che si fanno prima unità e poi zero.
La terapia coscienziale è una terapia. Significa che la psiche chiede di accedere alla possibilità di sperimentarsi in momenti di unità, avvertendosi come sentimento della coscienza pura, ovvero semplice sentimento di esserci, priva di qualificazioni; e questo è preparatorio a una risoluzione del complesso psichico, il che significa trascendimento dimentico del dolore psichico che è il motore della domanda di terapia da parte della psiche medesima.

[1] Platone, Eutifrone, 13d
[2] Vangelo di Luca, 17-7
[3] Ottorino Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua Italiana, 1907
[4] Gregory Nagy, The Best of the Achaeans – Concepts of the Hero in Archaic Greek Poetry, The John Hopkins University Press,1979
[5] Raphael,Orfismo e Tradizione iniziatica, Edizioni Āśram Vidyā, 1985
[6] Platone, Fedone, 67 b

“La vita umana sul pianeta Terra”: il board Pinterest

PinterestE’ on line un board Pinterest interamente dedicato al romanzo “La vita umana sul pianeta Terra”. Verrà arricchito continuamente nel corso di questi mesi, fino all’estate. E’ possibile visionare nella colonna qui a destra, sotto le icone dei social, una piccola finestra che riporta gli ultimi aggiornamenti caricati su Pinterest. Qui sotto, la medesima finestra in un altro formato:

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Ritorna in libreria il “Dies Irae”

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Il 6 maggio esce “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori). Il 9 maggio torna in libreria “Dies Irae” (Oscar Mondadori). Era esaurito da anni. Questo è il testo dell’aletta: “Giugno 1981: a Vermicino il piccolo Alfredo Rampi è incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua fine e lo trasformano in un’icona mediatica – Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più. È l’alba di una nuova nazione, pronta a varare il suo decennio più patinato e contraddittorio, gli Ottanta. Percossi dalla Storia che stravolgerà l’Italia stessa e il mondo — la P2, la caduta del Muro, Tangentopoli, le guerre di Bush, la crisi — si muovono i protagonisti di questo libro. Paola, in fuga da un trauma indicibile, attraversa il sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam. Monica vive la parabola della buona borghesia, prossima all’estinzione. Lo scrittore Giuseppe Genna tiene a bada gli spettri della sua famiglia e quello di Alfredino, che lo condurranno al centro di un mistero impensabile. Romanzo epico, che porta in scena un teatro umano vastissimo, ‘Dies Irae’ è la narrazione di un terribile trentennio italiano. Una resa dei conti letteraria e civile, che non fa
prigionieri”.

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