In morte di Nanni Balestrini

La notizia della morte di Nanni Balestrini, uno dei protagonisti decisivi degli ultimi sessant’anni di letteratura politica e vita culturale del Paese, è per me personalmente raggelante: ne sono agghiacciato. Probabilmente la prima volta che incontrai Balestrini fu trentasei anni orsono, quando io ero tredicenne. Ebbi il privilegio di osservare da vicino questo signore pacatamente incendiario e di apprendere le modulazioni di una barbarie della fantasia, scatenata a portare un costante assalto al cielo, sebbene non ignara delle lunghe ciclicità con cui la politica deve fare i conti, come tara di realismo e carburazione dell’azione. E in effetti si potrebbe inscrivere l’intera opera di Balestrini in questa polarità: da un lato il desiderio e la sua istituzione principale e contraddittoria, ovvero la pulsione, la quale è tesa ad abrogare qualunque istituto; dall’altro lato, il potere come vocazione, come target, come continua polemica, cioè come inesausto “polemos”, ovvero guerra. Il radicamento è nomade: ecco un grande insegnamento della letteratura in genere e di quella balestriniana in particolare. I rapporti che Nanni Balestrini ha intrattenuto con la politica, con il linguaggio, con la psiche, con la storia, dicono che questo grande intellettuale ha scelto, da subito, di lavorare sugli universali, che sono sempre concretezze, entità ravvisabili all’opera nell’immenso lavorìo che la vicenda umana implica come modalità per enunciare il semplice fatto di esistere. Da questo punto di vista, non sorvolando su nessuna delle opere impressionanti di cui Balestrini è stato autore, sarà forse il caso di scrutare i reali avversari che egli ha avuto modo di richiamare in tenzoni non abbastanza esplicite dal punto di vista storico: e sono due enormi artisti e intellettuali: uno è Pier Paolo Pasolini e l’altro è Carmelo Bene. Gli obbiettivi polemici, trattati come nemici all’interno di protocolli da arte della guerra, non sono mai mancati a Balestrini e alla sua *cerchia*, a partire da quella congerie temporale e personale che fu il Gruppo 63: i nemici non se li trovava sulla strada che stava intraprendendo, ma proprio se li cercava. La lite permanente e la questione dell’egemonia, che Balestrini apriva come zona di creazione ininterrotta, ebbero invece nei più grandi artisti e intellettuali del nostro secondo Novecento, cioè Pasolini e Bene, un totem e un tabù, ovvero una polemologia, che non produsse nulla di quanto avrebbe potuto e dovuto un simile helter skelter intellettuale. Il realismo di Pasolini era troppo fantastico per essere apprezzato dai neoavanguardisti, anzitutto perché era questione linguistica, prevalentemente mutuata da un confronto serrato con la peculiare metafisica del linguaggio espressa da Giovanni Pascoli, poeta equivocatissimo dalla neoavanguardia. Carmelo Bene era l’antagonista più pericoloso, perché il discorso del desiderio, e sul desiderio, veniva declinato da e su francesi come Deleuze, che a Balestrini e ai *suoi* servivano e servivano come destrutturatori tutelari di ogni metafisica, mentre Bene li usava come utilizzava Kafka: per farla, la metafisica. Al di là di questo concerto mancato, resta l’opera di Nanni Balestrini: è gigantesca. L’ingaggio politico non obnubila il fatto che, se una scrittura e un pensiero creano una scolastica, qualcosa significa, in termini di verità storica e penetrazione delle analisi e dell’espressione. Non si può prescindere da Balestrini, mai, e non si deve, quanto a pratica artistica della storia e interpretazione della medesima. Ha fatto parlare il non-io, ovvero un automatismo, prevedendo di decenni uno stato dell’arte che stiamo vivendo attualmente. Ha scritto prima e meglio “Gomorra”. Ha stravolto ogni verifica dei poteri, prima che il potere finisse per delirare, applicandosi in continua verifica. Ha creato collettività, dal Gruppo 63 al Gruppo 93 ai Cannibali. Ha inventato “Ricercare”, luogo di aggregazione e sperimentazione della letteratura. Ha innovato sempre, sotto ogni cielo, da Parigi a Roma. Ha fatto la politica, ha fatto l’arte. Con “Le ballate della signorina Richmond” fece questo: mi spinse a diventare scrittore, questa probabilmente è una sua trascurabilissima colpa, ma per me è qualcosa. Ci insegnò a volere tutto. Vai ad averlo, Nanni, il tutto: ti raggiunga l’abbraccio di un tuo lettore affezionatissimo.

Nanni Balestrini: “Istruzioni per l’uso della Signorina Richmond”

di NANNI BALESTRINI

[da Le ballate della Signorina Richmond, illustrate da Gianfranco Baruchello, Coop. Scrittori, Roma 1977, uscite a puntate su “Linus” quand’ero bambino e le leggevo incantato. gg]

manosNettatela squamatela infilatele nel ventre
le erbe odorose fissatela allo spiedo
con un sottile filo metallico o con uno spago
umido grigliatela alla carbonella accesa

cospargetela con rosmarino e alloro
lasciatela riposare per un’ora così che
tutti gli aromi la penetrino poi scuoiatela
e pulitela tagliatela in grossi pezzi

infilzatela ben unta d’olio sullo spiedo
e praticatele qualche taglio sulla pelle
perché non abbia a screpolarsi fatela cuocere
a fuoco moderato spruzzandola di sale

tagliatela a dadini potatela a bollore
mescolando senza interruzione cuocetela
a fuoco scoprto molto dolce per 20 minuti
colatela attraverso un setaccio sottile

ponetela in una casseruola che la contenga
appena copritela con acqua fredda e portatela
lentamente a bollore toglietela dal fuoco
e lasciatela immersa nel liquido per 10 minuti

pulitela conditela con sale e pepe
immergetela nel latte passatela nella farina
fatela saltare nel burro e in olio
finchè sia ben dorata da ambo le parti
ammollatela nel latte per 24 ore
immergetela infarinata nella padella
con l’olio che fuma friggetela
e sgocciolatela dorata e croccante

fondete il burro in una padella pesante
e fatevela saltare finchè sia tenera fatela
dorare senza che prenda troppo colore se diventa
troppo asciutta aggiungete un po’ di vino

spennellatela con burro sciolto e ponetela
sulla griglia riscaldata e unta
cuocetela per 7 minuti rivoltatela
spennellatela con altro burro e grigliatela

tagliatela a fette di un centimetro
abbondante di spessore pepatela e battetela
con un pestacarne di legno fatela rosolare
finchè prenda colore sopra e sotto

allargatela sul tagliere e battetela
sino a ridurla dello spessore di 1 centimetro
arrotolatela e legatela con un filo grosso
fatela rosolare a fuoco vivo coprendola

cuocetela a fuoco dolce da 45 a 60 minuti
è pronta quando la carne si sfalda facilmente
con una forchetta aiutandovi con la garza
sollevatela con delicatezza slegatela e affettatela

con un grosso ago da calza o con le punte
di una forchetta punzecchiatela qua e là
poi portatela lentamente a bollore deve
rimanere morbida e avere la pelle intatta

pestatela con una mazza di legno
pulita spellata e privata della vescichetta
e degli occhi ponetela in una pentola capace
e fatela bollire per due ore coperta

strofinatela con un tovagliolo bagnato
legatela ponetela in una pentola capace
portatela a ebollizione scolatela sciacquatela
ripetete più volte l’ebollizione con cura

disossatela dalla testa alle spalle salatela
all’interno e ricucitela con cura dandole
ancora la sua forma legatele insieme
le gambe anteriori e quelle posteriori

sventratela spellatela rimuovendo con un
coltellino la pelle sul dorso cominciando
dalla coda e tirandola indietro di colpo
sul ventre la pelle non si toglie ma si raschia

tenetela a bagno per 12 ore in acqua
fredda spesso rinnovata poi fatela bollire
scolandola non appena è tenera poi
toglietele delicatamente la pelle

immergetela in acqua non troppo calda
dopo averle chiuso l’ano con un pezzetto
di sughero o altro fatela bollire 15 minuti
sgocciolatela spaccatela per il lungo

appogiatela voltata sul dorso sopra un
tagliere e tagliatela nel senso della lunghezza
con un pesante coltello spruzzatela
con un poco di burro fuso e servitela calda

ponetela sul tagliere fatele un’incisione
fra le gambe posteriori e l’ano
rovesciatele la pelle e tiratela verso l’alto
liberate le gambe davanti fino alla testa

toglietele la testa e le interiora
squamatela apritela lungo il ventre
mettete da parte le uova dall’aspetto corallino
e togliete la lisca lavatela asciugatela

passatela alla fiamma e raschiatela
bene con la lama di un coltello
per togliere i peli praticatele un taglio
nel ventre e toglietele le interiora

pulitela molto bene svuotatela anche
dei polmoni e ghiandole passatela alla fiamma
lavatela asciugatela infilatele nell’apertura
naturale le erbe aromatiche sale e pepe

cospargete le cavità interne con un poco
di sale e pepe fiammeggiatela con cognac
ponetela in forno dolce e fatela arrostire
per circa un’ora innaffiandola frequentemente

pulitela all’interno e all’esterno spalmatela
internamente con burro ammorbidito cucitela
avvolgetela in una sottile fetta di lardo
e arrostitela in forno dolce per circa 1 ora

pulitela e riempitela con la farcia
legatele le gambe cucitele l’apertura
ponetela nel forno con un poco di vino bianco
e burro servitela nel tegamino caldissimo

lasciatela marinare per 2 giorni
copritela con vino rosé e chiudete il recipiente
con carta oleata cuocete a forno basso finchè
la carne sarà cotta ma consistente

adagiatela su un foglio di carta oleata
a forma di cuore praticatele tre tagli trasversali
cospargetela con brandy chiudete il cartoccio
mettetela in un tegame e infornate per circa 1 ora

sfornatela cospargetela di succo di limone
ponetele una piccola mela rossa in bocca
guarnitele le orecchie con rametti di prezzemolo
e adagiatela sopra un letto di crescione