Don Angelo Casati è nato a Milano il 9 maggio 1931. Ordinato sacerdote il 27 giugno 1954 e laureato in teologia, è stato insegnante nei seminari diocesani e parroco. Le sue meditazioni bibliche e la sua testimonianza vivente illuminano da anni credenti, atei, agnostici, persone di fede non cattolica. Qui un’omelia e, a seguire, un intervento in audio sul “Rabbi che sconfinava”. I suoi testi sono reperibili a questo link.

Omelia del 31/05/2026
di DON ANGELO CASATI
Vangelo di Giovanni, Gv 16,12-15
«12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Non so perché, ma in me spesso ad accendere suggestioni è il verbo ‘raccontare’. Anche oggi, che è solennità della santissima Trinità: ascoltare racconti e, se possibile, raccontare. Qualcuno potrebbe obiettare che dovrei invece fare sosta sulla definizione rigorosa di un dogma, più che sui colori dei racconti. D’altro canto a incoraggiarmi sono anche le letture di oggi, che appartengono al genere letterario dei racconti, aprono fessure sul mistero. Anche Dio… raccontalo. E così mi perdo a pensare a Mosè di ritorno dal monte, di ritorno dal roveto che ardeva e non si consumava. Aveva ripreso – e il gregge con lui – le piste del deserto; anche esse senza definizione: sabbie e rocce, racimoli di erbe e di radici. Ed era – lo immaginiamo – tutto un raccontarsi dentro, lui diventato pastore per fuga da minaccia di morte, custode di greggi agli ordini di Ietro, suo suocero, pastore – al dire di una tradizione rabbinica – per quaranta anni, in un consumarsi di giorni, della vita, senza sorprese, all’apparenza dimenticato da Dio.
Una sensazione che a giorni può prendere anche noi. Ed ora un Dio che gli parla. Lui si era tolto i sandali: il fuoco raccontava dalle sabbie luminosa presenza. Con Dio nessuna sorta di occupazione: un Dio da ascoltare da piedi fatti nudi per venerazione. Ebbene un Dio che parla, ma – e qui forse sta la differenza – un Dio che ha pure passione di ascoltare, anzi guarda e ascolta prima di parlare. Al contrario di quello che non poche volte accade a noi. Così gli si era presentato: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”. Mosè si era pure azzardato a chiedere un nome al Dio del roveto. Di certo glielo avrebbe chiesto la gente, cui Dio lo mandava come traghettatore di tribù.
Alla fin fine Dio si era detto con un nome che lasciava spazi ininterrotti di mistero. “Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. E aggiunse: “Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi””. Dio disse ancora a Mosè: “Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione””. Chissà se lungo le piste del deserto, di ritorno all’ovile, Mosè avrà fatto soste di pensiero su quel nome da dare a Dio. Nome che allude a una presenza, una presenza che non viene mai meno, con cui ricordarlo di generazione in generazione. E chissà – questo è proprio un eccesso nei miei sconfinamenti – chissà se avrà trovato luci nella sua storia di pastore, storia di un ‘esserci’, di una presenza giorno e notte: ascolto di belati, ricerca di pascoli, difesa da lupi. Dio il suo esserci non glielo aveva forse svelato pochi istanti prima dicendogli: “Ho osservato la miseria… ho udito il grido… conosco le sofferenze… sono sceso…”?
Forse pensò a un Dio pastore, forse in cuore gli bussò anche la fatica e la gioia di esserlo per il suo popolo. Così è Dio. C’è passione in Dio, c’è relazione, c’è cuore in Dio. E non sarà questo, o anche questo, che ci svelano le parole di Gesù nella sua ultima cena, con quel sostare a non finire sul misterioso ‘esserci’ del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo? Ha passione per l’umanità Dio. La passione un giorno lo spinse a creare. Non era forse amore che l’aveva spinto a creare? Oggi il libro dell’Esodo ci ha ricordato la passione che un giorno lo spinse a mandare Mosè a liberare un popolo da oppressione di schiavitù. L’amore poi scollinò e prese lucentezza, da sorprenderci, quando Dio mandò a noi il Figlio. Che con la sua vita, e non solo a parole, raccontò il “ci sono” di Dio, fatto carne per toccare, sino nella carne, la nostra umanità.
Scollinamento dell’amore e per sempre. Per sempre con noi con il suo Spirito che ci abita. Presente oggi con il suo Soffio. Perdonate, è come se non riuscissimo più a dire Dio senza dire umanità. Per questo – lo confesso e voi lo immaginate – non potevo non sussultare, di sorpresa e di gioia, alle prime parole, in affaccio alla prima Enciclica di papa Leone XIV: “Magnifica Humanitas”. Pensate, noi che ci portiamo nel cuore l’eco di un invito ricorrente a magnificare Dio, a riconoscergli grandezza, siamo, sin dalle prime parole dell’enciclica, chiamati a dire grande, come per contagio, l’umanità. Come se Papa Prevost si facesse portavoce di un grido di apprensione, per il montare della disumanità nel nostro tempo. Un invito a rimanere umani. Il mio è un piccolo ritaglio, scrive: “Nel recente Giubileo Ordinario del 2025, abbiamo camminato come pellegrini di speranza e siamo stati colmati di grazie. Forti di questi doni, possiamo avanzare con animo fiducioso di fronte ai compiti ardui e alle sfide esigenti che si affacciano sul nostro futuro.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa”.
E se raccontassimo Dio divenendo umani, rimanendo umani?
Incontro con don Angelo Casati (audio)
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