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Apocalittica provvisoria dell’uomo psichico sconfitto

numero-61di GIUSEPPE GENNA | da Nuovi Argomenti, n° 61/2013, “Supernova”

Vado a un luogo che non posso rivelare.
Il tempo che resta per andare al luogo segreto e finale è minimo e congestionato nello spazio da migliaia di veicoli che intasano le circonvallazioni e il cielo tuona e crepita una minaccia vuota di pioggia inacidita e letale solamente per me, me e il mio veicolo a due ruote, e che gracchia, arranca, si era rotto ed è stato riparato male, manca tempo pochissimo e non è assicurato che io arrivi al luogo fatale, dove accadrà l’imprevedibile e orrendo, laddove la fine è imprevedibile e orrenda per la comunità tutta. Continue reading “Apocalittica provvisoria dell’uomo psichico sconfitto”

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Un inedito: ‘Summa’

di GIUSEPPE GENNA

Summa

Inoltre, è pur qualcosa che permane, mentre i contrari non permangono.

E’.

Tutte le cose erano insieme in potenza, ma non in atto.

E’ che erano.

Esistono forme ideali distinte dalle cose di questo mondo, quali sono, ad esempio, fuoco, carne o testa.

Dobbiamo ora parlare di quest’ultima, la sostanza immobile, e dimostrare che necessariamente esiste una sostanza immobile che è eterna.

Neppure Platone è in grado di spiegare quale sia quello che talvolta egli reputa principio del movimento, vale a dire “ciò che muove se stesso”; secondo lui, infatti, l’anima è posteriore al movimento ed è coeva all’universo fisico.

Questo moto è la conversione circolare.

Il termine “necessario” si usa nelle tre accezioni seguenti: come ciò che per violenza è, perché si oppone all’impulso naturale; come ciò senza di cui non può esistere il bene; e, infine, come ciò che non può essere altrimenti da come è, ma solo in unico e semplicissimo modo.

Singer_Sargent,_John_-_Atlas_and_the_Hesperides_-_1925E’ questo, dunque, il principio da cui dipendono il cielo e la natura. Ed esso è una vita simile a quella che, per breve tempo, è per noi la migliore.
Esso è, invero, eternamente in questo stato (cosa impossibile per noi!), poiché il suo atto è anche piacere. E per questo motivo il ridestarsi, il provare una sensazione, il pensare sono atti piacevoli, molto.

In realtà, il seme proviene da altri esseri anteriori che sono già perfetti.
La prima cosa non è seme, ma ciò che è già perfetto.

Io chiamo questo: il salto.

Si verificano traslazioni degli astri, che sono anch’esse eterne!, le traslazioni, e non gli astri.
Resta evidente che vi deve essere un uguale numero di sostanze che siano eterne per loro natura e immobili per essenza, oltre che prive di grandezza.

Esse sono i Regni.

Vaste Età, Circolazioni.

Da parte di antichi pensatori, vissuti in remotissime età, è stato tramandato ai posteri sotto forme mitiche che questi corpi celesti sono dèi e che la divinità contiene in sé l’intera natura.

Ma se si assumesse, separandola da tutto il resto, soltanto la concezione originaria, ossia la credenza secondo cui le prime sostanze sono divinità, si potrebbe reputare che gli antichi parlarono in modo divino e che, mentre verosimilmente ogni arte ed ogni filosofia si è più volte perfezionata fino ai limiti del possibile e poi di nuovo è andata perduta, quelle loro opinioni, invece, sono state conservate fino ai nostri giorni come reliquie!
Perché?

La natura dell’intelletto: sembra, infatti, che esso sia il più divino dei fenomeni.

Vi sono ostacoli.

Se esso non pensa nulla, si troverebbe nello stato di un uomo addormentato. Esiste un uomo addormentato?

Se pensa a qualcosa che sia diversa da se stesso, si troverebbe a dipendere da altro.

Qual è l’oggetto del pensiero? Questo o pensa se stesso o pensa qualche altra cosa.

Esso pensa la cosa più divina e veneranda!
Non muta mai il suo oggetto!

La continuità del pensiero che non si accorge di pensare se stesso gli procura fatica.
Di qui, la tragedia.

La vicenda intera della fatica.

Arrénditi, uomo.

Porzione dell’abbandono nella resa alla fatica.

Abbandono nella sconfitta. Chi sarebbe lo sconfitto?

Sconfitta dopo cui si vede non essere stata contesa, non contendenti, quindi non vi è sconfitto. Cosa fu quella sensazione di sconfitta? Dopo la sconfitta, questa domanda ha modo di sorgere?

Al quale il Maestro rispose: “Scopri chi sei e vedi se allora questa stessa domanda ha modo di sorgere”.

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Friedrich Dürrenmatt: ‘Il Torturatore’

Un racconto di uno dei maestri della narrazione metafisica, Friedrich Dürrenmatt. Il Torturatore risale al 1943 e consiste in una sorta di Book of Job al contrario, condensato attraverso una paratassi estrema, che valica perfino la forma delle istruzioni in sceneggiatura, per assestarsi in una terra di mezzo: oggetto narrativo che non è romanzo, non è poesia, non è racconto, non è prosa poetica. Questo spazio in cui si assesta l’oggetto scritto di Dürrenmatt è per me il contemporaneo.A motivo di questa contemporaneità dell’oggetto lo propongo, in senso esemplare, più che paradigmatico, poiché ritengo che oggi il problema della narrazione consista nel raggiungimento di diapason, nell’attivazione dell’oggetto estetico, nella intensificazione di momenti esperienziali. Si tratta di smentire i pareri che, dell’autore elvetico, diedero Saul Bellow e Kurt Vonnegut, riducendo la sua narrazione a narrativan e l’appoggio estetico per intensificare l’oggetto come “idea geniale”. Dicharò infatti Saul Bellow:

“Dürrenmatt scrive drammi e racconti polizieschi “colti”, animati da un’intelligenza sottile. Scrive con eleganza, scrive per tutti, sa essere divertente, ma non tradisce mai il taglio ‘alto’ della sua penna. A volte, come scenario, utilizza l’Impero Romano nel periodo della decadenza. Idea geniale! Potremmo paragonare Dürrenmatt a un avvocato che lavora per i propri clienti con obiettività assoluta, senza mai farsi condizionare dalla loro innocenza o colpevolezza”.

Kurt Vonnegut utilizzò addirittura la “meccanica” come metafora descrittiva:

“Quando si parla di Friedrich Dürrenmatt, va detto innanzitutto che i suoi racconti e suoi romanzi sono orologini svizzeri di valore. Meccanica impeccabile, di quelle che non tradiscono. Immagini che luccicano in acquari ben illuminati, piccole marionette che si agitano in scene di amore avidità follia crimini politica speranza. Le marionette sono, appunto, marionette, quindi fanno quel che dice chi muove i fili. Che tuttavia, detto fra noi, è dotato di uno spirito e di una sensibilità sbalorditivi”.

La traduzione da Dürrenmatt è di Umberto Gandini, per l’edizione Feltrinelli.

***

IL TORTURATORE

di FRIEDRICH DÜRRENMATT

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano.
Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
E’ di nuovo rannicchiato nell’angolo. Vuoti gli occhi, le mani come ghiaccio. I capelli appiccicati. La camera di tortura è stanca. Il sangue si disperde. I massi squadrati s’irrigidiscono. La nausea scorre attraverso le inferriate. Il silenzio prende alla gola. Il tempo si sveglia. I secondi avanzano a tentoni e le ore si addossano luna sull’altra. Il fuoco lambisce gli ultimi carboni.
La notte giace sulla città. Le stelle sono gialle. La luna è marrone. Le case serpeggiano sul terreno. Percorre una strada ed entra nell’osteria. Le fiaccole ardono nere. La gente fugge. Il vino è sangue vecchio. Qualcuno grida. Una sedia smossa in lontananza. Echeggia stridula un’oscenità. Una donna dalla pelle bianca. Su di lei è poggiata una mano. La porta si apre. Si fa silenzio. Uno straniero gli si siede accanto.
Guarda le mani dello straniero. Sono sottili. Le dita giocano con un bastone. Il pomo d’argento manda bagliori. Il volto è pallido. Abissi gli occhi. Le labbra si aprono. Lo straniero comincia a parlare.
Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato. Ho assaporato ogni piacere. Ma il mio piacere si è dissolto. E’ rimasta la nausea. Il tuo piacere è inesauribile. E’ eterno. Tu torturi. Sotto le tue mani l’illusione uomo si spezza. Rimane l’animale urlante. Il minimo tuo movimento crea paura infinita. Tu sei l’inizio e la fine. Ti faccio una proposta. Scambiamoci le parti. Avrai mia moglie. Il mio oro. La mia gioventù. Il mio potere. Fammi essere torturatore. Ritroviamoci fra due anni. Non lo dimenticare. Altrimenti rimarremo scambiati per sempre.
Le parole dello straniero gli martellano le orecchie. Cade un bicchiere. Il vino scorre sul tavolo. Schegge di vetro sul pavimento. Guarda il volto dello straniero. E’ bello. Il suo abito è ricco. Bacia le mani sottili. Sente se stesso ridere.
Entrano in una sala. Le ombre volano sulle pareti. Le finestre sono vuote. Pipistrelli pendono dal soffitto. Il pavimento è uno specchio. Il fuoco sacrificale arde azzurro nell’ara. Il fumo sale verticale. Porge le mani allo straniero. La luce si oscura. Le ombre si staccano dalle pareti. L’aria canta. I pipistrelli sul soffitto oscillano come piccole campane. Le finestre ruotano.
L’uomo che vede è il torturatore.
Una gigantesca figura informe. Ascessi aperti. Bagliori d’una smorfia putrida. Un rosso occhio sbarrato. La pupilla è un’ulcera. La bocca sbava. Fugge. Cammina per le strade. Il suo passo si fa più tranquillo. E’ deciso a non tornare mai più. Le mani sottili giocano col bastone. Sorge il sole. Le case s’illuminano. Il cielo è un vasto mare. La gente va al lavoro. Una ragazza gli sorride.
Entra in una casa. Le pareti sono bianche. I cani indietreggiano. I servitori s’inchinano. Bacia i bambini. Viene una donna. E’ tenera. Biondi i capelli. Piccolo il piede. Egli sorride. Lei lo abbraccia. Le accarezza il petto.
La notte riposa. Il giorno è lontano. La stanza respira regolarmente. L’oscurità è calda. Lei giace nuda. La sua pelle è una nuvola.
I giorni cambiano. I mesi si accumulano. Passa un anno.
Le strade sono vuote. Le mani giocano col bastone. L’argento manda bagliori. Il cielo grava sulla terra. Il terreno è bianco. La neve scricchiola. Cammina lungo un viale. C’è un ramo sulla neve. Un bambino strilla. Il ramo è come uno strumento di tortura.
Siede in poltrona. E’ buio. Beve. Il vino è sangue vecchio. L’oscurità penetra strisciando nei pori. Il silenzio è tormentoso. Il fuoco del camino avvampa rosso. Vicino, la bianca parete ha una crepa. Ne stacca a colpi l’intonaco col tacco dello stivale. Emergono massi squadrati. Si alza ed esce. Frusta i cani a morte.
L’ora si avvicina. Dà una festa. La sala è chiassosa. I tavoli si piegano. Le luci guizzano sui volti. Le donne hanno spalle tornite. Gli uomini ridono. Le ombre volano sulle pareti. Echeggia stridula un’oscenità. La bacia. Lei apre il vestito. Il vino scorre sul tavolo. Sangue che si disperde. Si alza di scatto.
Fugge. Corre per le strade. Le case sibilano. Le torri crescono nel cielo rapide come frecce. La strada s’inclina. Le case si addossano. Gli sbarrano la via. Si fa largo e si precipita nella sala. L’ara è spezzata. Le finestre lo fissano. Il pavimento è coperto di pipistrelli morti. Aspetta. Gli tremano le labbra. Il torturatore non viene. Torna indietro, di soppiatto. Il cielo è fredda ardesia.
Pallida la sua casa. La moglie dorme. Giace silenziosa. I suoi capelli sono come oro. Solleva la fiaccola. Il fuoco si riversa sulla carne bianca. Il letto è un banco di tortura. Qualcuno geme. Il sangue è rosso.
Siede. Tace. La luce è abbagliante. Gente passa davanti a una finestra. I giudici parlano. Si alza. I giudici pronunciano alcune parole.
Il corridoio scende sempre di più. E’ stretto. Il pavimento è di pietra. Massi squadrati le pareti.
Si apre una porta. L’ambiente è quadrangolare. Un fuoco gli guizza incontro.
L’aria è umida. Un’ombra si stacca dall’angolo. Dal fuoco si levano tenaglie.
L’ombra si avvicina. Grida. E’ il torturatore.
E’ incatenato al pavimento. La sua bocca urla. Il soffitto di pietra cade.
L’aria ottura i pori. I pesi sono globi terrestri che gemono. La camera di tortura è il mondo. Il mondo è un tormento. Il torturatore è dio. E’ lui che tortura.
Un uomo grida: Perché non sei venuto?
Dio ride: Perché dovrei ridiventare uomo.
Un uomo geme: Perché mi tormenti?
Dio ride: Non ho bisogno di un pretesto.
Un uomo muore.

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Un inedito: da “Opera Atma”

Arrivare al nero, sì!, è, oh!, distante. Potere arrivare al nero…

Voce dell’onda: “Ci innalzammo una mattina non sapendo ch’era mattina, particole, a miliardi, in istretta congiunzione, in comunità, braccianti, immobili, poiché lo spostamento dei posti immensi avvenne senza che la stasi dei nostri corpi fu modificata. I luoghi si spostavano, non noi. Il legame – precorre il moto meccanico, è fatto di niente. Vento del cosmo, eco dell’etere: niente, che non lo è, penetra l’universo delle cose note. Note a chi? All’uomo, non a noi. E quindi ci innalzammo noi. Parete muta, sorda, e chilometri e chilometri era estesa. Fronte unico teso al sonno, e è in movimento, che non sogna, distante dalle coste più remote, miriadi e miriadi in distanze: iniziammo il sommovimento, fronte cieco, muto al consapere. Questo fu, meccanico, l’inizio non saputo, nessuno dei sismografi a vegliare, non nostri”.

Nello studio della cella l’enorme cranio si spalanca e va a fiorire.
Il saio di tela grossa, marrone, la chiostra dei denti serrata, la chierica che si spalanca, la calotta che si penetra a un’onda non visibile, configurata, del santo occidentale, Tommaso, fatto di fuoco di vetro, percepito in forma di cartavetra semovente, ondulatoria, egli enuncia silenzioso, abbisognando della carta pergamena pregrattata, mappa di mappe morte, vede l’universo spettro, la sezione dell’onda, il niente che si condensa in fuoco, le potenze che si fanno troni che si fanno cose, egli in un regno azzurrino delle potenze vede – Quidquid movetur ab alio movetur.

L’onda è seconda.

Mossa da altro.

Oh!, tu!, catena infinita, che non concedi soddisfazione, requie alla mente inquieta, nell’indefinito vai, in una direzione unica, catena che molto stai prima dell’àncora abbandonata al buio, nel nero. Quando ti incontrerò, o nero?

L’onda è mossa.

Ero vecchio e respiravo a fatica. I nipoti e i figli dei nipoti e i loro figli, i volti bianchi e vesti in tela, radunati intorno a semicerchio al mio giaciglio dove spremevo sudore. Le ossa dolevano, il sudore non era se non era freddo. La vecchia moglie aveva abbandonato i campi. Straparlavo di fiordalisi, di messi di grano dolce. Alcuni figli avevano abbandonato il mondo. Il mio più caro si fu in una grotta rifugiato, dove meditava il non senziente, mai più fu a me di rivederlo dato. Una nipotina, muovendo piccino il braccio bianco, la piccola mano con innocenza appena diede a me – fu data – una carezza. Le pupille pendolavano verso l’orbita alta del cranio. Lo scheletro tremava. La morte rideva, secondo il linguaggio abusato degli uomini.

Allora vidi tendersi interni a me due fili in luce: e bianca e rossa. Tentai di stabilirne le dimensioni, lo spessore, l’arcolaio, fu a me impossibile di dire.

Il muco cadde, ebbi molti pensieri.

Naso che sente fuoco.

Oh, recipiente che si distanzia.

La lingua appesantita, secca, fu la gola, di sabbia, canyon.

Era tutto azzurro, bellissimo!, là.

La mano frigida fu sentita come marmo da uno di quei figli.

La saliva si rapprese.

Il richiamo giunse, selvatico, inaudito, nell’enorme foresta dei villi. Si attivarono i parassiti.

Oh, carcassa, io ti abbandono, io sono ormai dimentico di te, dei figli!

Tu, mostro!, non mi hai!, non mi hai tutto!

Il volto del mio figlio ritirato nella grotta, il più caro, incrociò a me il suo sguardo dalla grotta, a distanza di anni, molti, disnodandosi da sé.

E levavano tre mattine successive nell’aria satura di polvere di pioggia i lenzuoli dove ero stato io, nel vento, dove correvano i bambini a mani tese verso il sole fioco, al freddo, dando aria nella casa.

Italia De Profundis

Da Italia De Profundis: ipertesto della “Scena italiana come inferno”

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Anticipazione sul blog Il Miserabile
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
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C’è una parte del libro Italia De Profundis che rasenta l’illeggibilità. Non è illeggibile: rasenta l’illeggibilità, rispetto a canoni di una poetica lineare. Stremante, come stremante è l’Italia, essa è costruita su molti debiti: a Milton, a Blake, a Burroughs e a Zanzotto, soprattutto. L’incomprensibilità di questa parte, rispetto alla quale il lettore viene avvertito con un consiglio di saltarla a piè pari, è anche dovuta a un insieme di riferimenti cripticissimi e che non possono venire esigiti da nessuno che si metta a leggere parole apparentemente deliranti, ma per nulla insensate. Per un’operazione di cui necessitava l’autore di Italia De Profundis, ora questa parte fruisce di apparati: note ipertestuali, più noiose perfino del testo. Sono rimandi a link esterni che segnalano le fonti di citazione e le allusioni rispetto alle quali si è mossa l’intenzione di chi scriveva. Va specificato che tali intenzioni non sono state formulate prima dell’atto di scrittura, bensì all’interno dell’atto di scrittura. Quest’opera di servizio e aiuto alla comprensione mi pareva insufficiente ma necessaria. Molto, in questo ipertesto, è stato ignorato: le note potevano moltiplicarsi ad infinitum.
“Così viene reso, in omaggio, a chi lo desideri”.

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