Un inedito: da “Opera Atma”

Arrivare al nero, sì!, è, oh!, distante. Potere arrivare al nero…

Voce dell’onda: “Ci innalzammo una mattina non sapendo ch’era mattina, particole, a miliardi, in istretta congiunzione, in comunità, braccianti, immobili, poiché lo spostamento dei posti immensi avvenne senza che la stasi dei nostri corpi fu modificata. I luoghi si spostavano, non noi. Il legame – precorre il moto meccanico, è fatto di niente. Vento del cosmo, eco dell’etere: niente, che non lo è, penetra l’universo delle cose note. Note a chi? All’uomo, non a noi. E quindi ci innalzammo noi. Parete muta, sorda, e chilometri e chilometri era estesa. Fronte unico teso al sonno, e è in movimento, che non sogna, distante dalle coste più remote, miriadi e miriadi in distanze: iniziammo il sommovimento, fronte cieco, muto al consapere. Questo fu, meccanico, l’inizio non saputo, nessuno dei sismografi a vegliare, non nostri”.

Nello studio della cella l’enorme cranio si spalanca e va a fiorire.
Il saio di tela grossa, marrone, la chiostra dei denti serrata, la chierica che si spalanca, la calotta che si penetra a un’onda non visibile, configurata, del santo occidentale, Tommaso, fatto di fuoco di vetro, percepito in forma di cartavetra semovente, ondulatoria, egli enuncia silenzioso, abbisognando della carta pergamena pregrattata, mappa di mappe morte, vede l’universo spettro, la sezione dell’onda, il niente che si condensa in fuoco, le potenze che si fanno troni che si fanno cose, egli in un regno azzurrino delle potenze vede – Quidquid movetur ab alio movetur.

L’onda è seconda.

Mossa da altro.

Oh!, tu!, catena infinita, che non concedi soddisfazione, requie alla mente inquieta, nell’indefinito vai, in una direzione unica, catena che molto stai prima dell’àncora abbandonata al buio, nel nero. Quando ti incontrerò, o nero?

L’onda è mossa.

Ero vecchio e respiravo a fatica. I nipoti e i figli dei nipoti e i loro figli, i volti bianchi e vesti in tela, radunati intorno a semicerchio al mio giaciglio dove spremevo sudore. Le ossa dolevano, il sudore non era se non era freddo. La vecchia moglie aveva abbandonato i campi. Straparlavo di fiordalisi, di messi di grano dolce. Alcuni figli avevano abbandonato il mondo. Il mio più caro si fu in una grotta rifugiato, dove meditava il non senziente, mai più fu a me di rivederlo dato. Una nipotina, muovendo piccino il braccio bianco, la piccola mano con innocenza appena diede a me – fu data – una carezza. Le pupille pendolavano verso l’orbita alta del cranio. Lo scheletro tremava. La morte rideva, secondo il linguaggio abusato degli uomini.

Allora vidi tendersi interni a me due fili in luce: e bianca e rossa. Tentai di stabilirne le dimensioni, lo spessore, l’arcolaio, fu a me impossibile di dire.

Il muco cadde, ebbi molti pensieri.

Naso che sente fuoco.

Oh, recipiente che si distanzia.

La lingua appesantita, secca, fu la gola, di sabbia, canyon.

Era tutto azzurro, bellissimo!, là.

La mano frigida fu sentita come marmo da uno di quei figli.

La saliva si rapprese.

Il richiamo giunse, selvatico, inaudito, nell’enorme foresta dei villi. Si attivarono i parassiti.

Oh, carcassa, io ti abbandono, io sono ormai dimentico di te, dei figli!

Tu, mostro!, non mi hai!, non mi hai tutto!

Il volto del mio figlio ritirato nella grotta, il più caro, incrociò a me il suo sguardo dalla grotta, a distanza di anni, molti, disnodandosi da sé.

E levavano tre mattine successive nell’aria satura di polvere di pioggia i lenzuoli dove ero stato io, nel vento, dove correvano i bambini a mani tese verso il sole fioco, al freddo, dando aria nella casa.

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