SONETTI A ORFEO: l’installazione in video da YouTube

Ripropongo, in formato video (purtroppo con il brand iWisoft a mo’ di marchio di canale televisivo), una delle installazioni che tempo addietro realizzai in flash e in .exe. Si tratta dell’installazione che ruota intorno ai Sonetti a Orfeo di Rilke, nella traduzione Passigli (che io giudico la migliore italiana) a cura di Sabrina Mori Carmignani, su musica di Iannis Xenakis (Tà pòlla).
Qui la versione originale: in html o in file eseguibile da scaricare (pesa 6.6M; dopo il download, doppio clic e parte l’installazione).
Qui di seguito, il video in formato .avi da YouTube, a più bassa risoluzione.

Allegoria, metafora, epica – Péter Szondi: Speranza nel passato: su Walter Benjamin

Di nuovo la metafora svolge una funzione particolare:
il paragone porta l’uno verso l’altro il passato e il futuro,
il presagio del bambino e la capacità conoscitiva dell’adulto

szondi_proust_benjaminL’allegoria aperta di cui Benjamin tratta, esplicitamente nel Dramma barocco e implicitamente ovunque nel corpus delle sue opere, ha subìto le più svariate interpretazioni. Molto spesso, tali interpretazioni vertono su un posizionamento di accento: è l’allegorema o l’allegoria in quanto processo che viene indagata e, a un certo punto, eletta a stilema fondamentale, in funzione antisimbolica e, immediatamente, antimetaforica. Il regime novecentesco della metafora come traslazione da un campo semantico all’altro, in effetti, non poteva che indurre a una riscoperta di una retorica che conducesse a un percorso più accidentato, e quindi apparentemente più libero, rispetto a un trasporto lineare od orizzontale. E’ tuttavia accaduto che lo spostamento di accento indagatore sull’allegoria lasciasse fumosa nozione di apertura, elemento fondamentale in Benjamin sia dal punto di vista dell’ontologia metafisica sia nella prospettiva di un’ontologia linguistica. Tale apertura, legata evidentemente alla figuralità metafisica (cioè anche temporale: dentro il tempo) dell’indefinito avvento messianico, non ha a che fare con rimbalzi temporali, ma con rimbalzi interiori all’umano: è il letterale, l’apertura è letteralmente apertura. Apertura su cosa. Da ciò che è chiuso, si intravvede un’uscita che può essere un’entrata: non si sa altro se non che non si struttura un dopo, ma una possibilità indefinita di dopo. L’allegoria è rivolta all’interno: questo rivolgersi all’interno umano è l’apertura. L’idea di soglia enunciata poeticamente da Rilke ha evidentemente a che vedere con questa nozione benjaminiana.
In pratica: ciò che si intende attualmente con allegoria aperta è una forma complessa di metafora, non di dinamica dell’aperto. La citazione iniziale, sopra queste minime osservazioni, appartiene al saggio su Walter Benjamin di cui è autore uno dei massimi teorici della letteratura del Novecento, cioè Péter Szondi. Il rimbalzo metaforico può essere plurimo, e l’elemento dell’apertura non coincide con il futuro, a meno che il futuro non sia inteso come elemento utopico interno. Il resto è metaforico: Szondi, esplicitamente parla di “anticipazione che si realizza nella metafora” – una definizione precisissima per quanto riguarda l’attuale modalità di comprensione dell’allegoria benjaminiana. L’apertura è invece l’affrontamento del vuoto, della nudità, dell’infinita attesa, dell’eonico di cui il messianico per Benjamin è figura (non simbolo, cioè: non stratificazione culturale, formulabile – bensì sagoma il cui interno è identico all’esterno, così come l’aria contenuta in un vaso è identica all’aria esterna al vaso). Non è sfuggire al tempo, ma essere in postura umana dentro il tempo.
Al contrario, ciò che sta accadendo è la metaforizzazione dell’allegoria aperta benjaminiana. Ciò accade perché Benjamin non è letto attraverso la lente Bloch: l’unica retorica possibile è l’utopia, cioè l’apertura che rimbalza sul e dal passato nella sede interna umana, per farsi storica pur venendo dalla storia. Questa retorica ultima è allusiva. L’allusione è la chiave ultimativa con cui aprire a ciò che non è linguistico, non è narrabile, ma è dentro il linguaggio e dentro la narrazione.
Propongo la versione integrale del saggio di Szondi su Benjamin, che già avevo ripreso anni fa su i Miserabili, con esiti evidentemente trascurabili. La ricchezza e profondità delle analisi non sono riducibili allo storicismo con cui Szondi è stato messo, come mosca in ambra, in un funebre museo delle idee da parte dell’accademia.

Speranza nel passato. Su Walter Benjamin
di PETER SZONDI
[da Aut Aut, n. 189-190, maggio-agosto 1982]

frecciabr.gif Il saggio completo in pdf

“Il concetto benjaminiano della tecnica non è critico, ma utopico. Ad essere criticato è il tradimento dell’utopia perpetrato nella realizzazione dell’idea della tecnica. Per questa ragione, l’attenzione di Benjamin non si è rivolta alle possibilità della tecnica (nella forma che esse hanno oggi sono in gran parte nient’altro che il possibile declino), ma al tempo in cui la tecnica in quanto tale rappresentava solo una possibilità, al tempo in cui la sua vera idea (con le parole di Benjamin: il dominio non sulla natura, ma sul rapporto tra la natura e l’umanità) era ancora posta nell’orizzonte del futuro. In questo modo il senso utopico di Benjamin raggiunge il passato. Questa era la premessa della progettata preistoria dell’epoca moderna. Tale compito è paradossale, come la connessione di speranza e disperazione che in esso si fa sentire. Il cammino verso l’origine è certamente un cammino a ritroso, a ritroso però verso qualcosa di futuro che, benché nel frattempo sia trascorso e sia stato pervertito nella sua idea, della premessa conserva pur sempre di più di quanto non faccia l’immagine odierna del futuro.
Questo cammino paradossale dello storico, che conferma in modo sorprendente la definizione di Friedrich Schlegel secondo cui lo storico sarebbe un profeta rivolto all’indietro, differenzia Benjamin dal filosofo che, accanto ad Ernst Bloch, gli è più vicino: da Theodor W. Adorno. In Adorno, infatti, lo spirito escatologico si realizza in maniera non meno paradossale proprio nella critica del tempo, nell’analisi della “vita danneggiata”.
(…) Nel pensiero rammemorante, però, dice un altro frammento tratto dagli scritti postumi, “la crescente autoalienazione dell’uomo, che fa l’inventario del suo passato come di un morto possesso, si è depositata. L’allegoria ha abbandonato nel corso del secolo diciannovesimo il mondo circostante per trasferirsi nel mondo interiore”. L’inventario del passato con cui l’allegoria si rivolge verso l’interno è per Benjamin al tempo stesso il correlato personale della concezione ordinaria della storia, cui si oppongono le sue Tesi di filosofia della storia. (…)” [CONTINUA]

Rilke: ‘La canzone di Orfeo alle Sirene’

rilkeorfeoNon sono riconosciuti i dolori?
L’amore non è appreso?
Ciò che nella morte
ci allontana non è rivelato?

Siamo sempre sospinti.
Ma il passo del tempo
non è che un’inezia
che sempre permane.

Quello che si sottrae è più tuo.
Timorosi desideriamo un sostegno,
noi troppo giovani per l’antico
e troppo vecchi per ciò che non è mai stato.

La dolcezza del pericolo che matura
sa che abbiamo tempo.
Solo la morte silenziosa sa che siamo
e qual è il suo guadagno, quando presta.

L’infanzia profonda e promettente,
si fa – poi – silenziosa dalle radici?

Se una volta era gioia
non era di nessuno.
Cosa c’era di reale in questo?
Che desidera il mutamento?

Ciò che si chiude nel restare
è già irrigidito.
Lo spirito progettante che governa la terra
niente ama più del punto di svolta.

Installazione da I sonetti a Orfeo di Rilke

passiglisonettiorfeo.jpgE’ impossibile compiere un cut-up dai Sonetti a Orfeo di Rilke: molti, troppi i percorsi, le accelerazioni strutturate, gli itinerari che portano là dove Rilke non c’è, non c’è più nulla. Questo Nulla, che in una celebre poesia Celan loda scrivendo che “lì è il Re”, è il principio sul quale fare perno per mutuare pochissimo dai versi di Rilke e costruirci sopra una slideshow. E tuttavia non è questo intento metafisico a spingermi a una simile operazione: è, piuttosto, un debito. Un debito che spontaneamente ho contratto nei confronti di Sabrina Mori Carmignani, che per Passigli ha pubblicato la migliore traduzione italiana dei Sonetti a Orfeo – una traduzione che mantiene in sé il movimento della lingua, ciò che è sottotraccia e preme per affiorare. Avrei dovuto, avendo tempo, affrontare la cosa in un saggio di comparatistica. Il tempo, però, mi manca, e io desidero ringraziare in qualche modo Sabrina Mori Carmignani per quest’opera fondamentale che è stata da lei compiuta sull’impossibile lingua rilkiana, che genera immediatamente quella celaniana. Mi limito freddamente a dare un esempio, con due semplici versi dal sonetto 5 nella Seconda parte, della differenza con altre traduzioni:
dall’edizione Garzanti, traduzione di Rina Rosa Virgillitto: “Tu che il mattino dei prati all’anemone | vai dischiudendo, muscolo di fiore”
dall’edizione Feltrinelli, traduzione di Franco Rella: “Muscolo di fiori, che all’anemone | l’alba dei prati dischiudi a poco a poco”
dall’edizione Passigli, traduzione di Sabrina Mori Carmignani: “Muscolo floreale che agli anemoni | schiude a poco a poco il mattino dei prati”
Non sto a motivare per via stilistico-retorica il perché la terza traduzione sia nitidamente superiore rispetto alle due che la precedono: la lingua o la si sente oppure non la si sente.
Fatto sta che, anziché un saggio di comparatistica, ho deciso di utilizzare la traduzione di Sabrina Mori Carmignani per allestire un’installazione, che utilizza una colonna sonora da Iannis Xenakis (Pòlla tà dhìna – titolo che tradurrei con Omnipotenzialità) e immagini le più varie, da Rothko a Burri a Kounellis a Kiefer a tombe etrusche e palafitte e statue egizie, coagulando il discorso rilkiano in quanto fu fatto, per la regia di Federica Restani, nell’allestimento della Fabula Orphica da me scritta. Anche per l’installazione, valga quanto detto circa la lingua: o si sente il discorso senza parole oppure non lo si sente.
L’installazione è breve (poco più di 6 minuti). E’ disponibile per Mac e Pc in versione html, oppure solo per Pc se si scarica il file eseguibile (doppio clic sull’icona del file, una volta scaricatolo, e clic sulla freccina arancione obliqua in basso per visionare a schermo intero l’installazione).
Si consiglia il download a chi dispone di banda larga o di adsl.
Installazione: da I SONETTI A ORFEO – versione html
Installazione: da I SONETTI A ORFEO – file .exe [6.6M]

Amoroso muro, difficoltà in abbandono, emersioni

ff2x.jpgDi come sia possibile la simile eruzione.
Di conato è la sostanza negra di immagini prive di voci. Di traslazioni.
Ciò che fu pesante è ora ricordato assai lieve, foglia di oro lavorato minuziosamente.
Di come sia vento mentale, inarginabile da mura crepate.
La Grande Muraglia erosa negli ultimi tempi per via dei grandi mutamenti urbanistici, climatici, continentali: farà riemergere i cadaveri sepolti in piedi nelle fondamenta?, tra tufo e tufo?, lo farà? Hanno atteso tanto che nessuno attendeva – o “mai più” così dolce amato…
Un metro mi è estraneo per misurare l’insorgere delle immagini di te.
Sacrosanta luce, cògli la mia pazienza in fallo, suturala, opta per la breccia, suturale.
E’ lo stare male, improvviso, privo di controllo e voce. Onirico.
Mi sottraggo al bacio in sogno ma è centrale l’attenzione sul labbro superiore roseo un poco sporgente e la pelle bianca. La leggera presenza mi preme lo sterno. Non riesco ad arrestare il processo.
Discriminazione violata, smangiata, erosa, rugginosa.
Sacrosanta luce, copri la luce falsa, che emerge in immagini prive di ricordo.
Metro che mi è estraneo. Misura impossibilitata.
Sul treno, nel vagone vuoto, al freddo, le due ore pesanti di noia e pensieri e di attesa, affiché giungessi allo scorcio dell’hotel dirimpetto alla stazione, alle curve che stavano divenendo familiari, io dò tutto.
Il parcheggio sotterraneo a fianco della mia casa, quante volte stato lì accompagnandoti nell’umido sorridendo?
Questa trasfigurazione non è sacra, non è santa.
Non giunge aiuto.
Intesa inesistente. Agnello col cartiglio. Gommalacca su piombo specchiato. Piccolo cerchio nero su fredda superficie bianca, la piastra del pavimento bianco ghiaccio, l’elastico dei tuoi capelli, più volte dimenticato, raccolto, reliquia, scordato, riemerso. Oh…
Noi con cenni e con parole a poco a poco
avremmo potuto… avremmo potuto…
Volto del sensitivo luminoso, dice: “No! Non poteva essere Lei stesso, a pena di perderla!”, dice: “Inadatta”, dice che tenere insieme parti e frammenti è il compito dell’abitudine ai corpi che si sottraggono, da grossi si fanno essi stessi sottili.
La lieve condensa sul vetro.
Memoria: odio.
Immagine: odio.
Rabbia: odio.
Abbandono: odio.
Odio: odio.
Al manifestarsi del sortilegio tu ti spaventi.
Troppo in fretta crescerei?, alla penombra che annuncia cremisi lo squarcio, la breccia cilestrina.
Tu, solitario, perché…
Il nostro è in verità un vivere in figure.
Amore perduto agisce per reale relazione.
Dalla vuota lontananza, eco assente all’urto di amore dato, così profondo e tenero, così bambino e nuovo, tanto pianto trattenuto è perdita di amore?, di lealtà? di se stessa, l’amorosa mancanza?, ama?, e tanta la finzione si è scavata.
Per arrivare al cuore: ed era “No”.
Pura tensione. Musica di potenze, forze in libero scatenamento: nel mio cuore!
Sapresti immaginare?
L’amore nasce invece quando, a partire da una forma sensibile, egli genera autonomamente al proprio interno una forma non sensibile, nella parte indivisibile dell’anima sua.
Al termine dell’amore dove si posa la forma non sensibile?, da dove fuoriesce?, come chi in quale modo spezza io il di lei calco? – Svuotato, reso abitato dal residuo , il suo nome è “No”.
Il bello suscita terrore e smarrimento. E dopo che esso stesso è sfuggito?
Terrore e smarrimento. Opera bronzea che sul mio corpo la notte riposa, come un corpo estraneo di chi è morto, di chi vivente pesantemente preme. Preme me.
Esorcismo.
Gesto apotropaico.
Blocco del Flusso sottile.
Pulizia del Cuore.
Esorcismo: “Tutte le persone di sogno del tempo passato stanno dicendo addio per sempre, Signore. Accanto a una finestra dell’Antico, in una perduta strada di camini di mattoni, fa’ che esploda una stella in mezzo a noi, che siamo il di me interno”.
Praticato, ripetuto, donato sotto l’ombra del cipresso maschio.