“Reality”: cosa sta succedendo

Lungi da me immaginarmi come l’esperto letterario di alcunché, tanto meno del virus che sta piagando l’umanità su questa bollicina di terra commista ad acqua, sulla quale la specie secretoria ritiene tuttora di essere una modalità dell’onnipotenza. Fatto sta che un libro su lockdown e postumi del medesimo lo ho apparentemente scritto (si intitola “Reality. Cosa è successo”, lo ha pubblicato Rizzoli). Il libro è uscito a luglio, quando le vanoloquenti sottospecie della pavidità si erano tramutate in assicurazioni sulla morte: supposti luminari in sanità privata che dicevano essere clinicamente esaurito il Covid e necessarissimo riprendere a vivere normalmente, ovvero produttivamente, nell’indistinzione tra tempo libero e tempo schiavo, perché il Paese doveva correre; frange di parodie di Lefebvre e Himmler a manifestare con l’illuminante cartello vergato dallo slogan più tragicomico di sempre, ovvero “BASTA SCIENZA”; entrepreneur dall’inequivoco cipiglio lombrosiano e paraconfindustriale, come sempre con qualche piccolo fallimento alle spalle o davanti agli òmeri, a pigliare grano dallo Stato per potere licenziare meglio *dopo*, a reclamare che quel *dopo* era già lì, bello estivo e pronto a farsi autunnale; cazzate mediatiche, sorrisini opinionistici, congetture che sfumavano a fronte della drammatica sconfitta dell’Inter in finale di Europa League o discettavano che qui “non ce n’è di Còviddi!”; contro immaginari biopotentati, i complottisti colti, la cui patente di filosofi e letterati andrebbe messa al vaglio da anni e tanto più dopo una simile prova di meschineria piccina e arrogante; assalti alla diligenza politica, a colpi di 577 progetti surreali, per spartirsi il grano europeo del fondo ricoverativo, tra cui un memorabile acquario civico a Taranto per uscire dall’emergenza. Implicito, implicato e sempiternamente saccente, l’atteggiamento nazionalista italico, cioè un nazionalismo privo di nazione, secondo la cui vulgata saremmo stati i migliori, noi italiani, eravamo disciplinati, avevamo qualche migliaio di vittime meno dell’Inghilterra, che bravi!, 35mila se ne erano andati e manco una parola di pietà per i morti, manco una parola di orrore per i cadaveri, manco una parola di paura per le intubazioni e i caschi della subintensiva, manco una parola di rispetto per i malati, manco una parola di amore per chi aveva rischiato la vita in nome di Ippocrate e della cura e dell’umanità. Con insensato orgoglio per la frittura del nulla, tutti a spassarsela con l’orizzonte litoraneo. Chi avrebbe accusato le mancanze governative non ha agito collettivamente, protestando perché nulla si stava facendo, nulla si stava predisponendo, nulla si stava ragionevolmente prevedendo. Eppure i sintomi c’erano tutti, le diagnosi anche, i realisti pure. Nessuno spaccia il benvenuto all’inferno, che una popolazione greve si merita dopo questo festival della cazzata e della leggerezza e dell’empietà allegra. Però il sottotitolo del libro, di cui sopra, ovvero “Cosa è successo”, continua a essere perituro ma valido, si trasforma come un proteo, formula l’inesausta domanda, continua a radiare e a proporre *una* chiave di lettura, che è appunto la radiazione: irradia e commina la cacciata dall’albo delle carità più intense. “La realtà geme e si ribella da se stessa” ha scritto il pontefice cattolico nella sua recentissima enciclica, “Fratelli tutti”. Non l’umanità, non la natura: la realtà in toto. Sono lacrime delle cose e le cose umane toccano la mente. A me basterebbe sfiorarla, la mente, inocularvi il punto di domanda che sempre manca di esservi accluso.

“Reality. Cosa è successo” sul Corriere della Sera



Inimmaginabile, eppure reale Viaggio nell’apocalisse Covid
Incubi Giuseppe Genna racconta i giorni più tragici e sconvolgenti della pandemia in Italia (Rizzoli)

Di Stefano Montefiori
[Corriere della Sera, 30 luglio 2020]

Un libro sul coronavirus, sul lockdown, su come lo ha vissuto l’Italia. Ovvero sull’argomento forse più coperto dai media della nostra epoca. Ore e ore di trasmissioni televisive, tonnellate di pagine di giornali, milioni di caratteri sui siti di informazione. In questi casi, si può scegliere un angolo di attacco, o magari lasciare sedimentare i fatti, riprenderli una volta che siano più distanti e chiari per non correre il rischio di raccontare per l’ennesima volta qualcosa che si è appena letto, visto, vissuto. Con Reality (Rizzoli) invece Giuseppe Genna si butta a capofitto, subito, nella tragedia italiana, raccontandola mentre si svolge, e riesce comunque a dare al lettore una visione unica, incomparabile con quanto è già stato descritto da altri, perché lo sguardo — e la lingua — di Genna sono peculiari, inconfondibili.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro (e dell’opera di Genna): l’impossibilità di accettare la realtà per quel che è, lo stupore di fronte a fatti della vita ai quali gli uomini tendono ad abituarsi in fretta. In passato sono stati Vermicino, o la morte di un neonato, o più banalmente i villaggi turistici o l’estetica berlusconiana o gli aperitivi milanesi. Capiterà, se non sta già capitando, con le mascherine. Leggendo Genna si ha spesso l’impressione di averlo lì vicino, che ti prende per il braccio e ti dice «ma ti rendi conto? È pazzesco», e ha ragione, è tutto pazzesco, e questo approccio serve a scuotere il lettore quando gli parla delle biciclette Graziella dell’infanzia così come quando Genna affronta l’inaudito, cioè l’epidemia a Milano, per qualche tragica

settimana capitale mondiale del coronavirus.

Scrittore milanese, 50 anni, Genna trova nella crisi sanitaria e nel lockdown l’occasione per offrire un nuovo capitolo del racconto di Milano che egli ha intrapreso da tempo. «Una metropoli che si è glitterata nell’ultimo decennio, una pandemia del consumo veloce, il piombo reso oro atomicamente. La capitale immorale della nazione Italia, ma priva delle dolcezze italiane, disattenta e attrattiva, die

ci milioni di turisti l’anno. Produce. Produce e produce. (..) Milano a ondate elettriche si accende e la guardano le metropoli del pianeta. E adesso è buia».

Genna percorre Milano con la Vespa «male in arnese», un viaggio da Linate verso il centro che poi lo porterà negli ospedali, e tra i tossici di Rogoredo e al mercato ortofrutticolo, e nella Bergamo del sindaco Giorgio Gori, quell’uomo con «la faccia tra la faina e il perfezionismo» che gli ricorda le marionette di Gerry e Sylvia Anderson nella tv per ragazzi: «Le labbra un poco a ciliegia ma strette si muovono al modo di certe marionette in alcuni telefilm fantascientifici degli anni Sessanta, pupazzi con bocche umane filmate sovra impresse, si muovevano in asincrono, con le labbra troppo rosse e i denti in evidenza, Thunderbirds era il titolo, forse».

Probabilmente solo da Genna ci si può aspettare un passaggio sui Thunderbirds mentre racconta di Bergamo, o sulla «magrezza tiroidea» di Pietro Mennea quando affronta la questione dei runner. Ma non si tratta del solito espediente di mescolare alto e basso, di usare la cultura pop come strumento per strappare interesse. Genna sembra scrivere in stato di trance, il destino fantascientifico di Milano si compie inaspettatamente qui e ora, con decenni di anticipo, e lo scrittore reagisce raccontando quel che vede ma anche quel che ricorda, con associazioni improvvise e impreviste, costretto a guardare l’orrore con gli occhi spalancati come Alex nella cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Reality è il racconto di un mondo che era stupefacente anche prima, e che adesso ha solamente cambiato modo di essere straordinario. C’è la Macarena cantata e ballata in modo rallentato, mostruoso, sui balconi, c’è il malato che urla insulti ai medici e «appartiene a una ben nota classe bastarda (..), la quale sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell’operaio né l’ordine onesto del borghese», e c’è anche il fatto che «bisogna raccontare gli scaffali svuotati. Nessuno di noi aveva mai visto prima il fondo della scaffalatura al supermercato, era un segreto che detenevano soltanto gli addetti a riempirli». Genna sembra avere depurato la sua lingua, sempre unica ma più efficace, al servizio di un viaggio psichedelico nella realtà che tutti vedono, ma non così.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro

Giuseppe Pantò: “Chaturanga”

11148410_10153414100642232_8436628610206289520_nTramatura di logica spietata e umano caos, Chaturanga (Historica edizioni), il romanzo storico di Giuseppe Pantò è un esempio di letteratura affrontata per strutture combinatorie e serie di Fibonacci che stressano il genere. Di questo autore schivo e milanese, qualificazioni usualmente ossimoriche, mi pareva notevole Il cerchio del diavolo (romanzo edito per Rizzoli: http://bit.ly/1SbhwPo), per appassionante ricerca storica e abilità nell’incastro, capacità di controllo dell’arco narrativo e ficcante tempistica nell’inserire svolte sorprendenti. Questa pubblicazione, targata Historicaservizi Editoriali, è ugualmente appassionante: ogni capitolo, una mossa scacchistica, con l’intreccio che domina sullo stile e la possibilità di evadere dal mentalismo di tante operette comiche e paraletterarie che avanzano con saccenza l’ipotesi di essere suppostamente stilistiche. C’è Valerio Evangelisti che, da anni, ha svolto per tutti questo mestiere di pulizia e di apertura del fantastico che coincide con lo storico. Sul piano realmente linguistico è, a mio modestissimo parere, il romanziere Vittorio Giacopini, a portare avanti questo lavoro di critica fantastica alla percezione (o all’assenza di percezione) storica. La competenza compositiva e la capacità di trasformare la lettura in esperienza immersiva fanno di Giuseppe Pantò un autore su cui puntare, in questo mondo di devastazioni sottoculturali: si scrive anzitutto così, il romanzo; poi viene la poesia; poi la morte, che è vita.

La scheda editoriale
La leggenda legata alla nascita del gioco degli scacchi, il Chaturanga nell’India del VI secolo, nasconde un segreto e un enigma: la prima tavola costruita da un brahmino potrebbe rappresentare un tesoro inestimabile. Ma come è possibile attivare i poteri di quella scacchiera, in grado di donare ricchezza infinita a chi la possiede? Nel 1713, quando arriva in Sicilia Vittorio Amedeo di Savoia, si scatena una lotta tra due casati, quello del marchese di Serravalle e quello del principe della Grottiera, per la conquista della scacchiera del Chaturanga. La guerra, sulla scacchiera come nella vita, è forse destinata a non avere solo vincitori e solo vinti. A essere un gioco di riflessi illusori, in cui azione e casualità si mescolano senza soluzione di continuità, e a proseguire in eterno.

Schermata 2015-07-28 alle 19.24.07Giuseppe Pantò è giornalista dal 1991. Ha collaborato con diversi quotidiani e periodici (La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Mondo Economico, Il Giornale di Sicilia) prevalentemente nel settore economia e finanza. Attualmente si occupa di comunicazione aziendale ed è caporedattore dell’area pubblicazioni e web dell’Università Bocconi. Il suo romanzo d’esordio, Il Cerchio del Diavolo (Rizzoli), ha vinto il premio Big Jump nel 2014, categoria Romanzo storico.

Adelchi Battista: videorecensione di “Fine Impero”

Essere intercettati da chi si stima è una gioia che la vita riserva con generosità ambigua: diciamo che è un caso mediamente eccezionale. Per esempio, io stimo molto Adelchi Battista, l’autore dell’eccezionale romanzo, monoculare e corale al contempo, Io sono la guerra, un testo di testi che per me, che avevo pubblicato io Hitler, faceva scattare migliaia di archi voltaici e una corrente di inesausta ammirazione nei confronti di questo scrittore capace di allegorizzare tutto topicizzando ogni momento, montando e smontando non la storia bensì le storie tutte, mandando in secondo piano qualunque distinzione di genere. Quello di Adelchi Battista è uno dei libri che indubbiamente alzano il catalogo Rizzoli a vertici importanti, in anni in cui al catalogo non si pensa nemmeno sotto tortura. Nella comunità degli scrittori autentici di questa nazione slacciata, Adelchi Battista mi è parso uno dei nomi su cui puntare. Da editor del Saggiatore avrei voluto e vorrei pubblicarlo, a occhi chiusi.
Tra me e Adelchi Battista sono intercorsi tre messaggi di posta privata e un centinaio di commenti su Facebook. Mi imbarazza tantissimo, quindi, ascoltarlo e vederlo parlare di Fine Impero, accostarmi a scrittori che molto stimo (da Aldo Nove a Teresa Ciabatti), mentre ricorda i tempi in cui leggeva Catrame e arriva a identificare punti per me nodali del libro che ho appena pubblicato per minimum fax. Si dà per me un abbraccio totalmente gratuito, che ricambiavo a priori, adesso sembro goffo e interessato nel praticare un gesto di affetto e stima profondi, però giuro che è così – si stava nello sguardo reciproco che è uno e ci trascina di testo in testo, di opera in opera, miscelando vite individuali in un’avventura esistenziale che vale la pena di attraversare, e non perché si parla bene ognuno delle cose dell’altro, non è questo il punto. Sono felicissimo di questa recensione in video, ringrazio Adelchi Battista e anche coloro che saranno interessati ad assistervi.

Dal e del capolavoro di Babsi Jones

Lo ho già detto, scritto, ripetutamente urlato nei modi enfatici che le retoriche mi consentono, in questo tempo che ha reso ogni retorica un bicchiere di cartonplastica per cocacola al cinema: Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones [qui la sommaria descrizione di ciò che racconterebbe il libro e qui qui l’intervento su Carmilla dello scomparso Sbancor, a cui questo sito è dedicato] è per me uno dei libri di letteratura italiana più belli negli ultimi venti anni, tra i più veri e intensi, tra i più formalmente all’avanguardia, veicolatore di verità povere e vuote, offerte come un cibo consunto e scaduto a profughi ormai privi dei recettori per provare amore e odio, avendo provato tutto e troppo. L’assenza improvvisa, eppure comprensibile, che Babsi Jones ha imposto alla comunità (?) editoriale, ma anche ai propri amici, è indifferentemente uno j’accuse che ha indeterminato il complemento oggetto: che sia nous o vous o moi, fatto sta che si tratta di un rifiuto dello spettacolo, il che è lo stesso che il commercio generalizzato. Sappiano le mie parole di sangue, in forma digitale, dovrebbe essere pronto da fare girare ovunque, poiché l’editoria che, una volta, e a torto, si sarebbe detta tradizionale non ha fatto nulla per dare risalto all’unico lembo di verità che resta da offrire agli scrittori autentici: la preghiera per la pietà, la visione completa e mai conclusa dell’umano fenomeno. In ciò, e va detto poiché le cose vanno dette interamente, l’editore Rizzoli vanta colpe notevolissime nei confronti dell’autrice, del libro, dei lettori potenziali, di quelli effettivi e insultati con una copertina di una volgarità che richiederebbe il pogrom dell’estetica marchettara: l’idea della figa per vendere l’autentica letteratura, la morbosità e il maledettismo patinato per fingere Christiane F. e lo zoo di via Mecenate. Le vicende editoriali che hanno accompagnato premesse ed esiti di questa abbacinante folgorazione a nome Babsi Jones: io le ho viste e vissute, saranno raccontate per la loro vergognosa esemplarità di anni che, non si creda altrimenti, hanno iscritti i nomi dei responsabili nella fronte meditabonda dell’intelligenza che dura.
Ecco parte di un capitolo di Sappiano le mie parole di sangue:

Sabato. Tempo reale, notturno.
Una stanza piu piccola del condominio Yu Prog, Mitrovica Nord.
Oggetto: Ogni volta che tocco il fondo

Tutte le volte che tocco il fondo, Direttore, tutte le notti di cui tocco il fondo, scopro che c’è una crosta rugosa, sotto la quale si muove qualcosa di primordiale e repellente. Io gratto, indecisa se rompere la crosta e affondarvici, o strisciare per risalire ed evitarla: ogni notte, qui, mi e sembrata un pozzo in cui non potevo non precipitare.
A ogni caduta mi accorgo che non risalgo mai intera. Qualcosa viene trattenuto dal fondale, pago un pedaggio; qualcosa viene fagocitato e risucchiato. Si puo morire così: una notte alla volta, convinti di essere forti a sufficienza per risalire lungo le pareti del buco, verso lo spiraglio dell’alba.
Se avessi un vero specchio, in questa notturna arrampicata, mi vedrei: una catastrofe aggrumata in un corpo umano, una cosa disgraziata e ottusa.
Un’infelice che riemerge con le unghie unte di morchia e pretende, davanti al sole tiepido dell’inverno, di trovare una buona ragione, la sua impossibile ragione.

Basta una notte, per prendere misure precise alla paura, per acquisire la cognizione del terrore. Il presentimento del male che ti consumera, del rasoio che ti ferirà a morte, dell’insetto immondo che risalirà i tuoi polpacci, della ragnatela serica che ti imprigionerà i capelli. Il presentimento asfissiante della grandine che schianterà le finestre colpendoti, del terremoto che scartoccerà il suolo lasciandoti sospesa sul baratro. Presentimento: perché nulla di tutto questo accade, Direttore. Sarà soltanto buio pesto riempito da rumori vaghi: qualcosa che stride, qualcosa che ronza, qualcosa che sgocciola, qualcosa che sciaborda, che ticchetta, che spinge, che gratta il muro, che sopra il muro lascia impronte impercettibili, qualcosa che si strappa come carta velina. Rumori; il resto non è che la paura, la mia, amplificata.
Sono tornata in solitudine, nel condominio. E’ sabato. Ultima notte, conto alla rovescia. Poteva andare peggio. Potevano sottrarmi carta e matita e queste sigarette: per cui ho pagato cifre spropositate, per cui ho rubato, mercanteggiato, supplicato soldati e sacerdoti.

(Una mattina, riverso sulle scale, un uomo giovane, disarticolato: una fucilata lo aveva colto in pieno petto. Nella tasca interna del giubbotto, zuppo di sangue fresco, cento o piu sigarette avvolte in un tubo di carta ruvida, come può capitare che le forniscano ai mercenari di trincea. Riempite da un tabacco così amaro da darmi l’impressione di star aspirando vapori di cianuro. Erano intrise di siero insanguinato: gliele ho sottratte. Sono asciugate lentamente, appiccicandosi l’un l’altra. Ho durato fatica a separarle, badando di non rovinarle. Ad accenderle, si risentiva il sapore terreo di quel costato perforato dai proiettili. La sua emorragia fatale, sul filtro stretto fra le mie labbra sporche.)

Ho già avuto paura, Direttore. Ne ho già avuta così tanta e così a lungo.
Ho gia analizzato la paura in tutte le sue declinazioni.
Le sette fotografie che avrei potuto scattare con la digitale che mi hai regalato, condannate a essere descritte: gli scarafaggi, capaci di riprodursi fino a quattrocento volte in un anno, depositando larve nelle fessure; gli scarafaggi che erediteranno la terra, poiché capaci di uscire indenni da un’esplosione atomica; la peste, coi suoi deliri febbrili e i suoi suppuranti bubboni; gli irsuti aracnidi tropicali che possiedono otto sguardi e sei zampe, simili ad artigli; il cancro, che riproduce pazzoidi cellule e divora i tessuti molli, e le ossa; la carestia e il razionamento; il fuoco che incendia e riduce in cenere; i rimorsi.
Ho imparato a sedare queste paure deglutendo o iniettandomi farmaci capaci di ottundere, di ovattare le percezioni. Con essi ho spento ogni emozione: l’indignazione, l’innamoramento, lo stupore, la pietà. Forse, soltanto l’odio è immutato: ha una struttura razionale, l’odio, ha attinenza con la contrarietà, l’intolleranza, l’opposizione. Con la vendetta. I sentimenti sfumano, si sciolgono le impressioni. L’odio e semplice e puro come lo e l’acciaio al tungsteno. Io odio questi nuovi uomini, tronfi di illusioni barbare, che attendono il sorgere del sole per venire a vincere.

Fine dell’ultima notte. Avrei voluto un padre, un angelo custode, un guerrigliero in veglia al mio capezzale; invece, mentre le donne dormono altrove, a questo appuntamento con la fine io vado sola. Ho scritto tanto, Direttore, che la mia pelle ormai è carta. Ho inchiostro nelle vene, emboli di grafite. Immaginavo tutto diversamente. Mi immaginavo forte e non lo sono. Mi immaginavo calma e invece trattengo l’urlo nella bocca, che la riempie fino a soffocarmi: un urlo di pane molle, di pasta lievitata, di argilla che indurisce. Mi immaginavo, lo sai, già morta mille volte: invece il mio respiro regge e tiene il tempo.
Domenica. Sono viva. E’ domenica e io sono viva.
Mi immaginavo piena, e sono svuotata: ogni parola, anche la più banale, mi rimbomba dentro, si accomoda; c’e spazio per smarrirsi. Una maldestra profezia mi ha segnata, Direttore: non ho vissuto in questo pogrom, ho scritto; ho pianto avverbi, ho masticato punti e virgole. E ogni giorno, con l’illusione di cambiare qualcosa, qualsiasi cosa, ho afferrato una matita e ho scritto:

In questa stanza, Direttore…

Il Miserabile Sondaggio su ‘Pagina 3’ di Radio Rai3 (e si continua a votare)

Nicola Lagioia, uno dei due conduttori della trasmissione cultuale mattutina Pagina 3 (in onda su Rai Radio3; insieme a Lagioia conduce Elena Stancanelli), ha dedicato una parte della trasmissione al Miserabile Sondaggio e alle questioni che il gioco solleva: potete ascoltare cliccando qui e andando al minuto 23’55”.
Prosegue intanto il voto, che si chiuderà quando 1.000 persone avranno espresso il loro giudizio. Al momento il podio dell’editore idealmente Miserabile è così composto: minimum fax con quasi il 40%, l’opzione mista (certi romanzi con editore grande e altri con piccolo) ed Einaudi Stile Libero più indietro.
Qui sotto, la tabella per votare. Diffondete a lettori interessati, eventualmente!

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Miserabile Sondaggio (che continua): intervista su Affaritaliani.it e ripresa su RadioRai

VOTA IL MISERABILE SONDAGGIO! QUAL E’ L’EDITORE IDEALE PER PUBBLICARE I LIBRI DEL MISERABILE SCRITTORE? Puoi scegliere qui: http://svel.to/ox

Dopo il pezzo su Affaritaliani.it e quello sul Corriere della Sera, Antonio Prudenzano, già autore di un pezzo circa il sondaggio con cui i Miserabili lettori stanno decidendo per gioco (si fa per dire…) l’editore ideale del Miserabile Scrittore, mi ha intervistato sempre su Affaritaliani.it (qui la versione integrale). Oggi ne ha parlato a RadioRai Nicola LaGioia, che conduce Pagina 3: domani, il podcast. Sotto la citazione, il Miserabile Sondaggio: in due giorni, 500 voti – a 1.000 ci si ferma. Votate, votate, votate.

Giuseppe Genna racconta il suo rapporto con Facebook ad Affaritaliani.it e parla del sondaggio che ha lanciato sul suo sito…
di ANTONIO PRUDENZANO
“In un momento di transizione, vista la fine del mio contratto con la Mondadori, ho sentito il bisogno di sapere cosa ne pensano i miei lettori. Ecco perché ho lanciato un sondaggio per chiedere loro qual è il mio editore ideale…”. Giuseppe Genna spiega ad Affaritaliani.it la sua ultima trovata ‘virtuale’, e racconta il suo rapporto con internet (cominciato già nel 1995) e con Facebook in particolare…

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Sul Corriere della Sera: il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale

Insieme ad Affaritaliani, il gioco del sondaggio editoriale sui libri del Miserabile Scrittore è finito anche sul Corriere della Sera. Sotto l’immagine del breve ma sigificativo articolo, il Miserabile Sondaggio, a cui siete tutt* invitat* a partecipare: smetto di proporlo quando si arriva ai 1.000 voti.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Su Affaritaliani.it: il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale. Che va avanti

Non immaginavo che il sondaggio ludico per sapere dai Miserabili Lettori qual è l’editore ideale dei libri del Miserabile sottoscritto sortisse votazioni intense e sconcertanti. Anzitutto i numeri: chi conosce l’audience web sa che sono tanti, se vengono da un blog (un conto sono le visite di lettura, un conto le azioni che si compiono). Poi i risultati: ai Miserabili Lettori non frega nulla né dell’anticipo né dell’eventuale prestigio che un editore di grossa stazza può concedere ai libri del sottoscritto – il quale, secondo ben più che 1/3 dei votanti, ha il suo editore ideale in minimum fax. Qui sotto, replico il sondaggio, che è ancora aperto. Vi invito a votare. Finché non sono raggiunti le 1.000 preferenze, continuo a proporre questo sondaggio. Che, tra le altre cose, ha attirato l’attenzione della redazione di Affaritaliani, la quale gli ha dedicato un articolo.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Richiesta a sondaggio ai Miserabili Lettori: quale editore eventualmente per il Miserabile Scrittore?

Detto che non è affatto detto che i libri del sottoscritto interessino ad alcuno degli editori qui sotto elencati, avendo terminato il medesimo sottoscritto il suo contratto con Mondadori, si chiede ai Miserabili Lettori quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore. E’ un gioco, null’altro. Va tenuto presente che, dall’anno prossimo, torno in possesso di tutti i libri attualmente in Mondadori, tra cui Nel nome di Ishmael e gli altri thriller, che bisogna valutare se pubblicare presso collane economiche oppure sul Web.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
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Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Babsi Jones: da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE

babsi_jones_bn_dxHo una personale convinzione, che ho deciso di esporre reiteratamente e indifferentemente dalle reazioni dei frequentatori di questo sito. La convinzione concerne Babsi Jones, di cui già ho trattato qui. La convinzione è la seguente: si tratta del massimo scrittore italiano contemporaneo. Ciò sia detto senza alcuna implicazione nei confronti dei colleghi che maggiormente stimo e che sanno benissimo in quale senso io compio l’affermazione intorno a Babsi Jones.
Il quasi-romanzo Sappiano le mie parole di sangue è un grido di amore, odio, innocenza e colpa, un vortice di umanesimo totale, un’esplorazione di stile e poetiche e strutture e sguardi che, a me, a tutt’oggi lascia attonito.
Poiché è impossibile e ingiusto salvaguardare l’oscena presenza spettacolare (anche microspettacolare) del cosiddetto autore (sia declinato in genere neutro, questo abominevole sostantivo), è sul testo che io lettore spettacolare posso intervenire. E voglio intervenire. Senza alcuna enfasi o ermeneutica, perché questo testo non ne necessita un grammo, né di enfasi né di ermeneutica. E’ per me l’oggetto narrativo che più mi ha spostato in questo decennio; è la scrittura che più mi ha abbattuto perché mi ha reso invidioso e mi ha fatto sentire incapace di raggiungere livelli di lingua e sguardo di questa intensità; è il libro più politico che incontro da quando l’ho fatta finita con la filosofia; è la prosa indistinta dalla poesia e, in quanto tale, è un coacervo di storie che si intrecciano come trame di un canto (textum, appunto), e dunque è il trapassato remoto e il futuro remoto della letteratura.
Propongo un brano iniziale da Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones, edito in maniera sciagurata da Rizzoli – questione di non poco conto, quell’avverbio, nell’economia esistenziale della persona che da fuori hanno creduto coincidere con l’autore. Qui non siamo al male della letteratura: siamo al male della lettura. Mi auguro che sia buona, per quanto segue.

BABSI JONES
da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE (Rizzoli)

slmpds_coverPer i vivi, per i morti

Per i vivi, per i morti. Per i vivi verso il cielo, per i morti sottoterra. Vivi e morti oggi sono restati senza luce: dalle chiese ho trafugato le candele, che sciogliendosi ci lasciano sui tavoli corte scie da lumache, e bruciando si curvano. Sono andata io a prenderle; mi hanno indicato il sagrato, mi hanno lasciata da sola. Non conviene più intrupparsi coi cristiani, perché il nome di Allah si è composto e si è imposto come maggioritario: i vincenti hanno un dio differente.
Quegli stecchi di sego, li ho presi a casaccio da dov’erano conficcati: c’è ancora qualcuno che osa, di soppiatto e di notte, e ne accende, nelle nicchie bislunghe scavate nel muro. Grassi rivoli di cera sono colati fuori dagli anfratti di pietra: sono smunti come dita tranciate. Per i vivi e per i morti: su livelli diversi e distinti, nell’attesa che il cerchio dell’assedio e del pogrom si rompa e ci mostri quanto sopravvissuti e cadaveri in realtà si somiglino.
Nella kafana si attende: io di restare, tutti loro di andarsene. Prima l’acqua (i rubinetti seccati, Direttore, e un gran tanfo di sudore, di mestruo e di merda), quindi ci hanno tagliato la luce. Il popolo dei caduti in battaglia e in errore conta i giorni che mancano alla fine dello stato di guerriglia: qui comincia lo stato di fuga. Si organizzano in questa taverna che sembra una stalla, e non promette neanche celestiali consolanti Madonne, né comete con codazzo di Re Magi eleganti. Non c’è oro, incenso né mirra: solo cloridrato di morfina e DF118 che nascondo nello zaino, e coperte di lana pulciosa sul bancone. I soldati dell’ONU fanno ingresso per strillare in tre idiomi imperfetti un appello di viventi lì lì per morire o svanire: censimento dei perdenti migranti. É la fine, e alla fine si scappa: sui trattori, a piedi e in branco, nuove tenie nel colon
d’Europa. Si abbandonano trapunte e centrini di pizzo, lo scopino del cesso, e tovaglie, e lenzuola, cassettiere, scarpiere, stendipanni e sussidiari di figli rachitici.

/ s u s s i d i a r i

Crepa, visto che non puoi fare altro. Muori consumandoti da dentro, sfaldati,
lasciati colare in pozze di umori densi e secrezioni, crepa senza che io a assista a
questo scempio, senza le mie parole a stendere la cronaca del tuo mistero
grossolano, della banalità del tuo male. Crepa, fallo da solo così come è previsto
per tutti e per ognuno: io non proseguo oltre.
Questo gli avrei urlato, perché lo odiavo: nel suo cancro c’era il disordine del
caso, l’assenza di struttura che mi sfinisce da quando ho una ragione; che cosa
accade: niente, soltanto crepa, si spegne come succede alle candele, alle falene,
sfiorisce come i fiori dentro i vasi, con l’acqua che ristagna e quel lezzo di distacco,
di disincanto e camposanto; muore disilluso e senza sacramenti, privo di intuizioni,
di verità, di senso: come tutti, con la pretesa di aver vissuto quanto basta, con la
pretesa che io resti lì a guardare.
Non gli ho lasciato neppure una parola: sapeva che partivo per la guerra. Non
gli ho lasciato libri e non ne ho scritti: soltanto il sussidiario, che ha tenuto in
serbo trattandolo come si tratta una reliquia.
Io sono nata in una casa senza libri, e in quella casa lui docilmente muore. Io
sono nata il giorno di capodanno, al terzo piano di una casa popolare: c’era l’odore
solido del DDT, c’era, al secondo piano, quello di minestra di verdure in cui
abbondano sedano e cipolle, e al primo di naftalina e mandorle. Io sono nata in un
bilocale freddo: i caloriferi a venire; gli eritemi di muffa sulle pareti, vicino agli
stipiti di porte e di finestre perennemente chiuse.
Nelle due stanze c’erano i quadretti caserecci che lui, un fattorino, dipingeva
sui rettangoli di cartone ricavati dalle scatole di scarpe. Aveva ricalcato le
illustrazioni di Intimità per la Famiglia: il settimanale che mia madre sfogliava per
contemplare gli abiti alla moda, e solo per guardare: perché era analfabeta.
Lui muore in quella casa: coi muri rigati dai pochi mobili, spesso in movimento.
Senza scaffali, come quando sono venuta al mondo, perché non si sarebbe trovato
nulla con cui riempirli: mio padre non ha mai letto libri, io non ne ho scritti. Il
primo che ha fatto ingresso nell’appartamento è stato un sussidiario: il mio, di cui
ricordo solo la sopraccoperta cavata fuori da una busta del supermercato. Il primo
libro e l’ultimo. Adesso è suo. Mentre agonizza, prova a faticare per leggere
qualche /

Le strade hanno già nuovi nomi, nuovi busti di eroi le segmentano. Si scappa, aggrappati a decine di pacchi legati con lo spago che taglia le dita. I nonni trascinati per la manica, lavatrici, fornelli e le ruote di scorta caricati sui carri, si scappa; dalle Notti dei Cristalli di Mitrovica, dalle botte che spezzano le ossa delle gambe: tra Oriente e Occidente ogni punto è frattura, si sa.
Sparpagliati, congestionati, senza aiuto: a meno che tu, Direttore, non voglia tener conto della spumosa pietà dei predicatori umanitari, che dei Balcani hanno fatto una cosca mafiosa: cosa loro, dall’innovativa planimetria dei terreni espropriati al monumento sepolcrale per Madre Teresa, destinato a essere eretto sopra un colle: un sacro belvedere sulla valle di lacrime.
Illuminati dalle candele rubate, partono tutti tranne me. I loro sguardi si coagulano sulla linea di un orizzonte che non spiega dove, il mio si ipnotizza sul foglio: e che sappiano le mie parole di sangue, o non siano più niente.

Ha un cappello a tesa larga, ha un cucchiaio nella tasca. É un cucchiaio da zuppa, che gli sporge dalla giacca: gli cadrebbe, perché il manico è rivolto verso il basso; gli cadrebbe, ma la giacca che lo strizza è incollata alle sue fasce muscolari neanche fosse una guaina ortopedica. É un completo da undicenne che si cresima. Dalle maniche fuoriescono i polsi tozzi, e un lembo di avambraccio la cui pelle si aggrinzisce. Sulle mani, molte macchie di vecchiaia gli disegnano un bizzarro mappamondo; sono ampie, spesse e fulve; quella lunga gli attraversa il dorso in due, e a me sembra il continente americano dall’Alaska a Punta Arenas. Molte altre, più sfumate, si direbbero arcipelaghi sommersi. Sulle nocche di anulare, medio e indice si distende un’Asia di ocra, e il contorno sfiora la perizia cartografica.
Mette avanti le due mani, o le appoggia contro i tavoli e le sedie fra cui passa: forse manca di diottrie o di equilibrio. Delle rughe malleabili, due ditate nell’argilla, gli solcano le guance e gli piegano le labbra in una smorfia di disgusto involontaria.
Mi domanda se io sono la straniera, e mi indica sua moglie: sta seduta in un cantuccio che divide con un nucleo famigliare strepitante. Ai suoi piedi, parallele, due valigie di similpelle marrone, e tre scatole da scarpe sovrapposte e sigillate con il nastro adesivo che riproduce il logo NATO NATO NATO NATO NATO.
Mi domanda nuovamente se io sono la straniera che è venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone.
Ha il sospetto che io non parli la sua lingua. Siete soli? Dove andrete dopo Mitrovica?, chiedo per sfoggiare il mio glossario slavo. Il quesito non può avere una risposta, tutti fuggono e nient’altro, ma il sorriso soddisfatto mi conferma la natura del suo dubbio: cerca quella che è venuta per udire e che può udire, cerca quella che maneggia l’alfabeto degli autoctoni. Apro a caso il taccuino, le mie pagine a matita e in cirillico: lui si siede compiaciuto, e la bocca gli si tende in un ovale di sorpresa fanciullesca, il sorriso di chi ha perso tutti i denti. “Non so bene dove andremo”, mi risponde mentre fruga nella giacca; tira fuori un fazzoletto lindo, e un astuccio lungo e stretto. Me lo porge. “Dica tutto quel che visto e che ha sentito, non dimentichi mai niente”, mi bisbiglia: sopra il mai cade un accento furibondo, una specie di comando, e quel tutto ha una forma di bestemmia. “Dica tutto del Kanun, dei raggiri del Serpente, delle bombe umanitarie, della Drenica, dei postriboli, delle biblioteche in fiamme.”
Del Kanun io so davvero l’essenziale: chi ha provato a indagare ha rischiato oltre il limite. Ligj mbi Ligjet, la Legge più Potente di Ogni Legge: è la denominazione schipetara dell’antico codice d’onore degli Illiri, transitato invariabile fra le pieghe della Storia; è applicato con rigore ogni volta che è richiesto, Direttore. Il più illustre dei suoi libri, detto Codice di Sangue, stabilisce che chi ha ucciso sarà ucciso: di occhio in occhio, di incisivo in incisivo, ogni epoca ha le sue faide e rappresaglie, e non solo nei Balcani.
“Siamo in pieno Medioevo…”
Non reagisce. Squadra torvo il cartello di metallo che ammonisce gli avventori:
É PROIBITO BESTEMMIARE
E SPUTARE
E PARLARE DI POLITICA.
“…Ma lei sa che cosa intendo. Li ha mai visti, i bambini zafferano?”
É difficile anche scorgerli. Sono gli eredi di chi ha commesso un crimine: centinaia, nelle zone montagnose di Tropoja. Chiusi in casa dalla nascita, ingialliscono in silenzio: se venissero condotti all’aperto, pagherebbero col sangue il delitto perpetrato da un fratello o da un padre latitante.
Nell’involucro che mi ha offerto c’è una stilografica dorata.
“É il regalo più prezioso che io abbia ricevuto nella vita. Sono stato professore. Credo sia il momento adatto per donare questa penna a chi è libero di scrivere tutta questa verità.”
Rabbrividisco; ogni nervo nella schiena si indurisce: cosa è vero e cosa è falso, in questa baraonda di milizie, di masnadieri e di affaristi; cosa ho visto veramente, chiusa dentro questo assedio? Cosa scrivo? Una prova di trasmissione frammentaria, che interrompo di continuo per permettere a ogni incanto e a ogni squarcio di sbocciare, farsi fiore e poi ammalarsi, decomporsi; ho sentito voci vaghe, voci monche, messe in circolo; ho osservato fotogrammi marginali, se ho potuto.
Guarda, il vecchio, nei miei occhi; sente male. Per tentare di appigliarsi al reticolo di suoni, di iniettarselo nella testa dove tornerà a riconquistare un senso oltre il ritmo ovattato, si sbilancia in avanti. Sulle valigie che costringono i piedi della moglie a star fermi, c’è un cognome tracciato con il gesso: ?????????. Basterebbe una manica strofinata da un passante, basterebbe uno sputo di scherno per sbattezzare i due vecchi, toglier loro tutto quello che hanno salvato – un cognome – e consegnarli al MISSING PERSONS &
DETAINEES BUREAU allestito oltre il fiume.
Mi alzo, decisa ad andarmene; un principio di barrito nasce già esausto, una frase amputata; l’essenziale in caso di terremoti, trombe d’aria e colpi di stato; il riassunto ululato e ululante del timore furioso e del panico: ricordate, implora la vecchia. Ricordatevi di noi.