“Reality. Cosa è successo” sul Corriere della Sera



Inimmaginabile, eppure reale Viaggio nell’apocalisse Covid
Incubi Giuseppe Genna racconta i giorni più tragici e sconvolgenti della pandemia in Italia (Rizzoli)

Di Stefano Montefiori
[Corriere della Sera, 30 luglio 2020]

Un libro sul coronavirus, sul lockdown, su come lo ha vissuto l’Italia. Ovvero sull’argomento forse più coperto dai media della nostra epoca. Ore e ore di trasmissioni televisive, tonnellate di pagine di giornali, milioni di caratteri sui siti di informazione. In questi casi, si può scegliere un angolo di attacco, o magari lasciare sedimentare i fatti, riprenderli una volta che siano più distanti e chiari per non correre il rischio di raccontare per l’ennesima volta qualcosa che si è appena letto, visto, vissuto. Con Reality (Rizzoli) invece Giuseppe Genna si butta a capofitto, subito, nella tragedia italiana, raccontandola mentre si svolge, e riesce comunque a dare al lettore una visione unica, incomparabile con quanto è già stato descritto da altri, perché lo sguardo — e la lingua — di Genna sono peculiari, inconfondibili.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro (e dell’opera di Genna): l’impossibilità di accettare la realtà per quel che è, lo stupore di fronte a fatti della vita ai quali gli uomini tendono ad abituarsi in fretta. In passato sono stati Vermicino, o la morte di un neonato, o più banalmente i villaggi turistici o l’estetica berlusconiana o gli aperitivi milanesi. Capiterà, se non sta già capitando, con le mascherine. Leggendo Genna si ha spesso l’impressione di averlo lì vicino, che ti prende per il braccio e ti dice «ma ti rendi conto? È pazzesco», e ha ragione, è tutto pazzesco, e questo approccio serve a scuotere il lettore quando gli parla delle biciclette Graziella dell’infanzia così come quando Genna affronta l’inaudito, cioè l’epidemia a Milano, per qualche tragica

settimana capitale mondiale del coronavirus.

Scrittore milanese, 50 anni, Genna trova nella crisi sanitaria e nel lockdown l’occasione per offrire un nuovo capitolo del racconto di Milano che egli ha intrapreso da tempo. «Una metropoli che si è glitterata nell’ultimo decennio, una pandemia del consumo veloce, il piombo reso oro atomicamente. La capitale immorale della nazione Italia, ma priva delle dolcezze italiane, disattenta e attrattiva, die

ci milioni di turisti l’anno. Produce. Produce e produce. (..) Milano a ondate elettriche si accende e la guardano le metropoli del pianeta. E adesso è buia».

Genna percorre Milano con la Vespa «male in arnese», un viaggio da Linate verso il centro che poi lo porterà negli ospedali, e tra i tossici di Rogoredo e al mercato ortofrutticolo, e nella Bergamo del sindaco Giorgio Gori, quell’uomo con «la faccia tra la faina e il perfezionismo» che gli ricorda le marionette di Gerry e Sylvia Anderson nella tv per ragazzi: «Le labbra un poco a ciliegia ma strette si muovono al modo di certe marionette in alcuni telefilm fantascientifici degli anni Sessanta, pupazzi con bocche umane filmate sovra impresse, si muovevano in asincrono, con le labbra troppo rosse e i denti in evidenza, Thunderbirds era il titolo, forse».

Probabilmente solo da Genna ci si può aspettare un passaggio sui Thunderbirds mentre racconta di Bergamo, o sulla «magrezza tiroidea» di Pietro Mennea quando affronta la questione dei runner. Ma non si tratta del solito espediente di mescolare alto e basso, di usare la cultura pop come strumento per strappare interesse. Genna sembra scrivere in stato di trance, il destino fantascientifico di Milano si compie inaspettatamente qui e ora, con decenni di anticipo, e lo scrittore reagisce raccontando quel che vede ma anche quel che ricorda, con associazioni improvvise e impreviste, costretto a guardare l’orrore con gli occhi spalancati come Alex nella cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Reality è il racconto di un mondo che era stupefacente anche prima, e che adesso ha solamente cambiato modo di essere straordinario. C’è la Macarena cantata e ballata in modo rallentato, mostruoso, sui balconi, c’è il malato che urla insulti ai medici e «appartiene a una ben nota classe bastarda (..), la quale sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell’operaio né l’ordine onesto del borghese», e c’è anche il fatto che «bisogna raccontare gli scaffali svuotati. Nessuno di noi aveva mai visto prima il fondo della scaffalatura al supermercato, era un segreto che detenevano soltanto gli addetti a riempirli». Genna sembra avere depurato la sua lingua, sempre unica ma più efficace, al servizio di un viaggio psichedelico nella realtà che tutti vedono, ma non così.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro

Giuseppe Pantò: “Chaturanga”

11148410_10153414100642232_8436628610206289520_nTramatura di logica spietata e umano caos, Chaturanga (Historica edizioni), il romanzo storico di Giuseppe Pantò è un esempio di letteratura affrontata per strutture combinatorie e serie di Fibonacci che stressano il genere. Di questo autore schivo e milanese, qualificazioni usualmente ossimoriche, mi pareva notevole Il cerchio del diavolo (romanzo edito per Rizzoli: http://bit.ly/1SbhwPo), per appassionante ricerca storica e abilità nell’incastro, capacità di controllo dell’arco narrativo e ficcante tempistica nell’inserire svolte sorprendenti. Questa pubblicazione, targata Historicaservizi Editoriali, è ugualmente appassionante: ogni capitolo, una mossa scacchistica, con l’intreccio che domina sullo stile e la possibilità di evadere dal mentalismo di tante operette comiche e paraletterarie che avanzano con saccenza l’ipotesi di essere suppostamente stilistiche. C’è Valerio Evangelisti che, da anni, ha svolto per tutti questo mestiere di pulizia e di apertura del fantastico che coincide con lo storico. Sul piano realmente linguistico è, a mio modestissimo parere, il romanziere Vittorio Giacopini, a portare avanti questo lavoro di critica fantastica alla percezione (o all’assenza di percezione) storica. La competenza compositiva e la capacità di trasformare la lettura in esperienza immersiva fanno di Giuseppe Pantò un autore su cui puntare, in questo mondo di devastazioni sottoculturali: si scrive anzitutto così, il romanzo; poi viene la poesia; poi la morte, che è vita.

La scheda editoriale
La leggenda legata alla nascita del gioco degli scacchi, il Chaturanga nell’India del VI secolo, nasconde un segreto e un enigma: la prima tavola costruita da un brahmino potrebbe rappresentare un tesoro inestimabile. Ma come è possibile attivare i poteri di quella scacchiera, in grado di donare ricchezza infinita a chi la possiede? Nel 1713, quando arriva in Sicilia Vittorio Amedeo di Savoia, si scatena una lotta tra due casati, quello del marchese di Serravalle e quello del principe della Grottiera, per la conquista della scacchiera del Chaturanga. La guerra, sulla scacchiera come nella vita, è forse destinata a non avere solo vincitori e solo vinti. A essere un gioco di riflessi illusori, in cui azione e casualità si mescolano senza soluzione di continuità, e a proseguire in eterno.

Schermata 2015-07-28 alle 19.24.07Giuseppe Pantò è giornalista dal 1991. Ha collaborato con diversi quotidiani e periodici (La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Mondo Economico, Il Giornale di Sicilia) prevalentemente nel settore economia e finanza. Attualmente si occupa di comunicazione aziendale ed è caporedattore dell’area pubblicazioni e web dell’Università Bocconi. Il suo romanzo d’esordio, Il Cerchio del Diavolo (Rizzoli), ha vinto il premio Big Jump nel 2014, categoria Romanzo storico.

Adelchi Battista: videorecensione di “Fine Impero”

Essere intercettati da chi si stima è una gioia che la vita riserva con generosità ambigua: diciamo che è un caso mediamente eccezionale. Per esempio, io stimo molto Adelchi Battista, l’autore dell’eccezionale romanzo, monoculare e corale al contempo, Io sono la guerra, un testo di testi che per me, che avevo pubblicato io Hitler, faceva scattare migliaia di archi voltaici e una corrente di inesausta ammirazione nei confronti di questo scrittore capace di allegorizzare tutto topicizzando ogni momento, montando e smontando non la storia bensì le storie tutte, mandando in secondo piano qualunque distinzione di genere. Quello di Adelchi Battista è uno dei libri che indubbiamente alzano il catalogo Rizzoli a vertici importanti, in anni in cui al catalogo non si pensa nemmeno sotto tortura. Nella comunità degli scrittori autentici di questa nazione slacciata, Adelchi Battista mi è parso uno dei nomi su cui puntare. Da editor del Saggiatore avrei voluto e vorrei pubblicarlo, a occhi chiusi.
Tra me e Adelchi Battista sono intercorsi tre messaggi di posta privata e un centinaio di commenti su Facebook. Mi imbarazza tantissimo, quindi, ascoltarlo e vederlo parlare di Fine Impero, accostarmi a scrittori che molto stimo (da Aldo Nove a Teresa Ciabatti), mentre ricorda i tempi in cui leggeva Catrame e arriva a identificare punti per me nodali del libro che ho appena pubblicato per minimum fax. Si dà per me un abbraccio totalmente gratuito, che ricambiavo a priori, adesso sembro goffo e interessato nel praticare un gesto di affetto e stima profondi, però giuro che è così – si stava nello sguardo reciproco che è uno e ci trascina di testo in testo, di opera in opera, miscelando vite individuali in un’avventura esistenziale che vale la pena di attraversare, e non perché si parla bene ognuno delle cose dell’altro, non è questo il punto. Sono felicissimo di questa recensione in video, ringrazio Adelchi Battista e anche coloro che saranno interessati ad assistervi.

Dal e del capolavoro di Babsi Jones

Lo ho già detto, scritto, ripetutamente urlato nei modi enfatici che le retoriche mi consentono, in questo tempo che ha reso ogni retorica un bicchiere di cartonplastica per cocacola al cinema: Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones [qui la sommaria descrizione di ciò che racconterebbe il libro e qui qui l’intervento su Carmilla dello scomparso Sbancor, a cui questo sito è dedicato] è per me uno dei libri di letteratura italiana più belli negli ultimi venti anni, tra i più veri e intensi, tra i più formalmente all’avanguardia, veicolatore di verità povere e vuote, offerte come un cibo consunto e scaduto a profughi ormai privi dei recettori per provare amore e odio, avendo provato tutto e troppo. L’assenza improvvisa, eppure comprensibile, che Babsi Jones ha imposto alla comunità (?) editoriale, ma anche ai propri amici, è indifferentemente uno j’accuse che ha indeterminato il complemento oggetto: che sia nous o vous o moi, fatto sta che si tratta di un rifiuto dello spettacolo, il che è lo stesso che il commercio generalizzato. Sappiano le mie parole di sangue, in forma digitale, dovrebbe essere pronto da fare girare ovunque, poiché l’editoria che, una volta, e a torto, si sarebbe detta tradizionale non ha fatto nulla per dare risalto all’unico lembo di verità che resta da offrire agli scrittori autentici: la preghiera per la pietà, la visione completa e mai conclusa dell’umano fenomeno. In ciò, e va detto poiché le cose vanno dette interamente, l’editore Rizzoli vanta colpe notevolissime nei confronti dell’autrice, del libro, dei lettori potenziali, di quelli effettivi e insultati con una copertina di una volgarità che richiederebbe il pogrom dell’estetica marchettara: l’idea della figa per vendere l’autentica letteratura, la morbosità e il maledettismo patinato per fingere Christiane F. e lo zoo di via Mecenate. Le vicende editoriali che hanno accompagnato premesse ed esiti di questa abbacinante folgorazione a nome Babsi Jones: io le ho viste e vissute, saranno raccontate per la loro vergognosa esemplarità di anni che, non si creda altrimenti, hanno iscritti i nomi dei responsabili nella fronte meditabonda dell’intelligenza che dura.
Ecco parte di un capitolo di Sappiano le mie parole di sangue:

Sabato. Tempo reale, notturno.
Una stanza piu piccola del condominio Yu Prog, Mitrovica Nord.
Oggetto: Ogni volta che tocco il fondo

Tutte le volte che tocco il fondo, Direttore, tutte le notti di cui tocco il fondo, scopro che c’è una crosta rugosa, sotto la quale si muove qualcosa di primordiale e repellente. Io gratto, indecisa se rompere la crosta e affondarvici, o strisciare per risalire ed evitarla: ogni notte, qui, mi e sembrata un pozzo in cui non potevo non precipitare.
A ogni caduta mi accorgo che non risalgo mai intera. Qualcosa viene trattenuto dal fondale, pago un pedaggio; qualcosa viene fagocitato e risucchiato. Si puo morire così: una notte alla volta, convinti di essere forti a sufficienza per risalire lungo le pareti del buco, verso lo spiraglio dell’alba.
Se avessi un vero specchio, in questa notturna arrampicata, mi vedrei: una catastrofe aggrumata in un corpo umano, una cosa disgraziata e ottusa.
Un’infelice che riemerge con le unghie unte di morchia e pretende, davanti al sole tiepido dell’inverno, di trovare una buona ragione, la sua impossibile ragione.

Basta una notte, per prendere misure precise alla paura, per acquisire la cognizione del terrore. Il presentimento del male che ti consumera, del rasoio che ti ferirà a morte, dell’insetto immondo che risalirà i tuoi polpacci, della ragnatela serica che ti imprigionerà i capelli. Il presentimento asfissiante della grandine che schianterà le finestre colpendoti, del terremoto che scartoccerà il suolo lasciandoti sospesa sul baratro. Presentimento: perché nulla di tutto questo accade, Direttore. Sarà soltanto buio pesto riempito da rumori vaghi: qualcosa che stride, qualcosa che ronza, qualcosa che sgocciola, qualcosa che sciaborda, che ticchetta, che spinge, che gratta il muro, che sopra il muro lascia impronte impercettibili, qualcosa che si strappa come carta velina. Rumori; il resto non è che la paura, la mia, amplificata.
Sono tornata in solitudine, nel condominio. E’ sabato. Ultima notte, conto alla rovescia. Poteva andare peggio. Potevano sottrarmi carta e matita e queste sigarette: per cui ho pagato cifre spropositate, per cui ho rubato, mercanteggiato, supplicato soldati e sacerdoti.

(Una mattina, riverso sulle scale, un uomo giovane, disarticolato: una fucilata lo aveva colto in pieno petto. Nella tasca interna del giubbotto, zuppo di sangue fresco, cento o piu sigarette avvolte in un tubo di carta ruvida, come può capitare che le forniscano ai mercenari di trincea. Riempite da un tabacco così amaro da darmi l’impressione di star aspirando vapori di cianuro. Erano intrise di siero insanguinato: gliele ho sottratte. Sono asciugate lentamente, appiccicandosi l’un l’altra. Ho durato fatica a separarle, badando di non rovinarle. Ad accenderle, si risentiva il sapore terreo di quel costato perforato dai proiettili. La sua emorragia fatale, sul filtro stretto fra le mie labbra sporche.)

Ho già avuto paura, Direttore. Ne ho già avuta così tanta e così a lungo.
Ho gia analizzato la paura in tutte le sue declinazioni.
Le sette fotografie che avrei potuto scattare con la digitale che mi hai regalato, condannate a essere descritte: gli scarafaggi, capaci di riprodursi fino a quattrocento volte in un anno, depositando larve nelle fessure; gli scarafaggi che erediteranno la terra, poiché capaci di uscire indenni da un’esplosione atomica; la peste, coi suoi deliri febbrili e i suoi suppuranti bubboni; gli irsuti aracnidi tropicali che possiedono otto sguardi e sei zampe, simili ad artigli; il cancro, che riproduce pazzoidi cellule e divora i tessuti molli, e le ossa; la carestia e il razionamento; il fuoco che incendia e riduce in cenere; i rimorsi.
Ho imparato a sedare queste paure deglutendo o iniettandomi farmaci capaci di ottundere, di ovattare le percezioni. Con essi ho spento ogni emozione: l’indignazione, l’innamoramento, lo stupore, la pietà. Forse, soltanto l’odio è immutato: ha una struttura razionale, l’odio, ha attinenza con la contrarietà, l’intolleranza, l’opposizione. Con la vendetta. I sentimenti sfumano, si sciolgono le impressioni. L’odio e semplice e puro come lo e l’acciaio al tungsteno. Io odio questi nuovi uomini, tronfi di illusioni barbare, che attendono il sorgere del sole per venire a vincere.

Fine dell’ultima notte. Avrei voluto un padre, un angelo custode, un guerrigliero in veglia al mio capezzale; invece, mentre le donne dormono altrove, a questo appuntamento con la fine io vado sola. Ho scritto tanto, Direttore, che la mia pelle ormai è carta. Ho inchiostro nelle vene, emboli di grafite. Immaginavo tutto diversamente. Mi immaginavo forte e non lo sono. Mi immaginavo calma e invece trattengo l’urlo nella bocca, che la riempie fino a soffocarmi: un urlo di pane molle, di pasta lievitata, di argilla che indurisce. Mi immaginavo, lo sai, già morta mille volte: invece il mio respiro regge e tiene il tempo.
Domenica. Sono viva. E’ domenica e io sono viva.
Mi immaginavo piena, e sono svuotata: ogni parola, anche la più banale, mi rimbomba dentro, si accomoda; c’e spazio per smarrirsi. Una maldestra profezia mi ha segnata, Direttore: non ho vissuto in questo pogrom, ho scritto; ho pianto avverbi, ho masticato punti e virgole. E ogni giorno, con l’illusione di cambiare qualcosa, qualsiasi cosa, ho afferrato una matita e ho scritto:

In questa stanza, Direttore…

Il Miserabile Sondaggio su ‘Pagina 3’ di Radio Rai3 (e si continua a votare)

Nicola Lagioia, uno dei due conduttori della trasmissione cultuale mattutina Pagina 3 (in onda su Rai Radio3; insieme a Lagioia conduce Elena Stancanelli), ha dedicato una parte della trasmissione al Miserabile Sondaggio e alle questioni che il gioco solleva: potete ascoltare cliccando qui e andando al minuto 23’55”.
Prosegue intanto il voto, che si chiuderà quando 1.000 persone avranno espresso il loro giudizio. Al momento il podio dell’editore idealmente Miserabile è così composto: minimum fax con quasi il 40%, l’opzione mista (certi romanzi con editore grande e altri con piccolo) ed Einaudi Stile Libero più indietro.
Qui sotto, la tabella per votare. Diffondete a lettori interessati, eventualmente!

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Miserabile Sondaggio (che continua): intervista su Affaritaliani.it e ripresa su RadioRai

VOTA IL MISERABILE SONDAGGIO! QUAL E’ L’EDITORE IDEALE PER PUBBLICARE I LIBRI DEL MISERABILE SCRITTORE? Puoi scegliere qui: http://svel.to/ox

Dopo il pezzo su Affaritaliani.it e quello sul Corriere della Sera, Antonio Prudenzano, già autore di un pezzo circa il sondaggio con cui i Miserabili lettori stanno decidendo per gioco (si fa per dire…) l’editore ideale del Miserabile Scrittore, mi ha intervistato sempre su Affaritaliani.it (qui la versione integrale). Oggi ne ha parlato a RadioRai Nicola LaGioia, che conduce Pagina 3: domani, il podcast. Sotto la citazione, il Miserabile Sondaggio: in due giorni, 500 voti – a 1.000 ci si ferma. Votate, votate, votate.

Giuseppe Genna racconta il suo rapporto con Facebook ad Affaritaliani.it e parla del sondaggio che ha lanciato sul suo sito…
di ANTONIO PRUDENZANO
“In un momento di transizione, vista la fine del mio contratto con la Mondadori, ho sentito il bisogno di sapere cosa ne pensano i miei lettori. Ecco perché ho lanciato un sondaggio per chiedere loro qual è il mio editore ideale…”. Giuseppe Genna spiega ad Affaritaliani.it la sua ultima trovata ‘virtuale’, e racconta il suo rapporto con internet (cominciato già nel 1995) e con Facebook in particolare…

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Sul Corriere della Sera: il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale

Insieme ad Affaritaliani, il gioco del sondaggio editoriale sui libri del Miserabile Scrittore è finito anche sul Corriere della Sera. Sotto l’immagine del breve ma sigificativo articolo, il Miserabile Sondaggio, a cui siete tutt* invitat* a partecipare: smetto di proporlo quando si arriva ai 1.000 voti.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Su Affaritaliani.it: il Miserabile Sondaggio sull’editore ideale. Che va avanti

Non immaginavo che il sondaggio ludico per sapere dai Miserabili Lettori qual è l’editore ideale dei libri del Miserabile sottoscritto sortisse votazioni intense e sconcertanti. Anzitutto i numeri: chi conosce l’audience web sa che sono tanti, se vengono da un blog (un conto sono le visite di lettura, un conto le azioni che si compiono). Poi i risultati: ai Miserabili Lettori non frega nulla né dell’anticipo né dell’eventuale prestigio che un editore di grossa stazza può concedere ai libri del sottoscritto – il quale, secondo ben più che 1/3 dei votanti, ha il suo editore ideale in minimum fax. Qui sotto, replico il sondaggio, che è ancora aperto. Vi invito a votare. Finché non sono raggiunti le 1.000 preferenze, continuo a proporre questo sondaggio. Che, tra le altre cose, ha attirato l’attenzione della redazione di Affaritaliani, la quale gli ha dedicato un articolo.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
Feltrinelli
Bompiani
Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
minimum fax
Un editore grosso per certi romanzi, un editore piccolo per altri
          
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Richiesta a sondaggio ai Miserabili Lettori: quale editore eventualmente per il Miserabile Scrittore?

Detto che non è affatto detto che i libri del sottoscritto interessino ad alcuno degli editori qui sotto elencati, avendo terminato il medesimo sottoscritto il suo contratto con Mondadori, si chiede ai Miserabili Lettori quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore. E’ un gioco, null’altro. Va tenuto presente che, dall’anno prossimo, torno in possesso di tutti i libri attualmente in Mondadori, tra cui Nel nome di Ishmael e gli altri thriller, che bisogna valutare se pubblicare presso collane economiche oppure sul Web.

Secondo te, quale sarebbe l’editore ideale per i libri del Miserabile Scrittore?
Einaudi
Einaudi Stile Libero
Guanda
Longanesi
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Rizzoli
Marsilio
Baldini Castoldi Dalai
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Babsi Jones: da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE

babsi_jones_bn_dxHo una personale convinzione, che ho deciso di esporre reiteratamente e indifferentemente dalle reazioni dei frequentatori di questo sito. La convinzione concerne Babsi Jones, di cui già ho trattato qui. La convinzione è la seguente: si tratta del massimo scrittore italiano contemporaneo. Ciò sia detto senza alcuna implicazione nei confronti dei colleghi che maggiormente stimo e che sanno benissimo in quale senso io compio l’affermazione intorno a Babsi Jones.
Il quasi-romanzo Sappiano le mie parole di sangue è un grido di amore, odio, innocenza e colpa, un vortice di umanesimo totale, un’esplorazione di stile e poetiche e strutture e sguardi che, a me, a tutt’oggi lascia attonito.
Poiché è impossibile e ingiusto salvaguardare l’oscena presenza spettacolare (anche microspettacolare) del cosiddetto autore (sia declinato in genere neutro, questo abominevole sostantivo), è sul testo che io lettore spettacolare posso intervenire. E voglio intervenire. Senza alcuna enfasi o ermeneutica, perché questo testo non ne necessita un grammo, né di enfasi né di ermeneutica. E’ per me l’oggetto narrativo che più mi ha spostato in questo decennio; è la scrittura che più mi ha abbattuto perché mi ha reso invidioso e mi ha fatto sentire incapace di raggiungere livelli di lingua e sguardo di questa intensità; è il libro più politico che incontro da quando l’ho fatta finita con la filosofia; è la prosa indistinta dalla poesia e, in quanto tale, è un coacervo di storie che si intrecciano come trame di un canto (textum, appunto), e dunque è il trapassato remoto e il futuro remoto della letteratura.
Propongo un brano iniziale da Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones, edito in maniera sciagurata da Rizzoli – questione di non poco conto, quell’avverbio, nell’economia esistenziale della persona che da fuori hanno creduto coincidere con l’autore. Qui non siamo al male della letteratura: siamo al male della lettura. Mi auguro che sia buona, per quanto segue.

BABSI JONES
da SAPPIANO LE MIE PAROLE DI SANGUE (Rizzoli)

slmpds_coverPer i vivi, per i morti

Per i vivi, per i morti. Per i vivi verso il cielo, per i morti sottoterra. Vivi e morti oggi sono restati senza luce: dalle chiese ho trafugato le candele, che sciogliendosi ci lasciano sui tavoli corte scie da lumache, e bruciando si curvano. Sono andata io a prenderle; mi hanno indicato il sagrato, mi hanno lasciata da sola. Non conviene più intrupparsi coi cristiani, perché il nome di Allah si è composto e si è imposto come maggioritario: i vincenti hanno un dio differente.
Quegli stecchi di sego, li ho presi a casaccio da dov’erano conficcati: c’è ancora qualcuno che osa, di soppiatto e di notte, e ne accende, nelle nicchie bislunghe scavate nel muro. Grassi rivoli di cera sono colati fuori dagli anfratti di pietra: sono smunti come dita tranciate. Per i vivi e per i morti: su livelli diversi e distinti, nell’attesa che il cerchio dell’assedio e del pogrom si rompa e ci mostri quanto sopravvissuti e cadaveri in realtà si somiglino.
Nella kafana si attende: io di restare, tutti loro di andarsene. Prima l’acqua (i rubinetti seccati, Direttore, e un gran tanfo di sudore, di mestruo e di merda), quindi ci hanno tagliato la luce. Il popolo dei caduti in battaglia e in errore conta i giorni che mancano alla fine dello stato di guerriglia: qui comincia lo stato di fuga. Si organizzano in questa taverna che sembra una stalla, e non promette neanche celestiali consolanti Madonne, né comete con codazzo di Re Magi eleganti. Non c’è oro, incenso né mirra: solo cloridrato di morfina e DF118 che nascondo nello zaino, e coperte di lana pulciosa sul bancone. I soldati dell’ONU fanno ingresso per strillare in tre idiomi imperfetti un appello di viventi lì lì per morire o svanire: censimento dei perdenti migranti. É la fine, e alla fine si scappa: sui trattori, a piedi e in branco, nuove tenie nel colon
d’Europa. Si abbandonano trapunte e centrini di pizzo, lo scopino del cesso, e tovaglie, e lenzuola, cassettiere, scarpiere, stendipanni e sussidiari di figli rachitici.

/ s u s s i d i a r i

Crepa, visto che non puoi fare altro. Muori consumandoti da dentro, sfaldati,
lasciati colare in pozze di umori densi e secrezioni, crepa senza che io a assista a
questo scempio, senza le mie parole a stendere la cronaca del tuo mistero
grossolano, della banalità del tuo male. Crepa, fallo da solo così come è previsto
per tutti e per ognuno: io non proseguo oltre.
Questo gli avrei urlato, perché lo odiavo: nel suo cancro c’era il disordine del
caso, l’assenza di struttura che mi sfinisce da quando ho una ragione; che cosa
accade: niente, soltanto crepa, si spegne come succede alle candele, alle falene,
sfiorisce come i fiori dentro i vasi, con l’acqua che ristagna e quel lezzo di distacco,
di disincanto e camposanto; muore disilluso e senza sacramenti, privo di intuizioni,
di verità, di senso: come tutti, con la pretesa di aver vissuto quanto basta, con la
pretesa che io resti lì a guardare.
Non gli ho lasciato neppure una parola: sapeva che partivo per la guerra. Non
gli ho lasciato libri e non ne ho scritti: soltanto il sussidiario, che ha tenuto in
serbo trattandolo come si tratta una reliquia.
Io sono nata in una casa senza libri, e in quella casa lui docilmente muore. Io
sono nata il giorno di capodanno, al terzo piano di una casa popolare: c’era l’odore
solido del DDT, c’era, al secondo piano, quello di minestra di verdure in cui
abbondano sedano e cipolle, e al primo di naftalina e mandorle. Io sono nata in un
bilocale freddo: i caloriferi a venire; gli eritemi di muffa sulle pareti, vicino agli
stipiti di porte e di finestre perennemente chiuse.
Nelle due stanze c’erano i quadretti caserecci che lui, un fattorino, dipingeva
sui rettangoli di cartone ricavati dalle scatole di scarpe. Aveva ricalcato le
illustrazioni di Intimità per la Famiglia: il settimanale che mia madre sfogliava per
contemplare gli abiti alla moda, e solo per guardare: perché era analfabeta.
Lui muore in quella casa: coi muri rigati dai pochi mobili, spesso in movimento.
Senza scaffali, come quando sono venuta al mondo, perché non si sarebbe trovato
nulla con cui riempirli: mio padre non ha mai letto libri, io non ne ho scritti. Il
primo che ha fatto ingresso nell’appartamento è stato un sussidiario: il mio, di cui
ricordo solo la sopraccoperta cavata fuori da una busta del supermercato. Il primo
libro e l’ultimo. Adesso è suo. Mentre agonizza, prova a faticare per leggere
qualche /

Le strade hanno già nuovi nomi, nuovi busti di eroi le segmentano. Si scappa, aggrappati a decine di pacchi legati con lo spago che taglia le dita. I nonni trascinati per la manica, lavatrici, fornelli e le ruote di scorta caricati sui carri, si scappa; dalle Notti dei Cristalli di Mitrovica, dalle botte che spezzano le ossa delle gambe: tra Oriente e Occidente ogni punto è frattura, si sa.
Sparpagliati, congestionati, senza aiuto: a meno che tu, Direttore, non voglia tener conto della spumosa pietà dei predicatori umanitari, che dei Balcani hanno fatto una cosca mafiosa: cosa loro, dall’innovativa planimetria dei terreni espropriati al monumento sepolcrale per Madre Teresa, destinato a essere eretto sopra un colle: un sacro belvedere sulla valle di lacrime.
Illuminati dalle candele rubate, partono tutti tranne me. I loro sguardi si coagulano sulla linea di un orizzonte che non spiega dove, il mio si ipnotizza sul foglio: e che sappiano le mie parole di sangue, o non siano più niente.

Ha un cappello a tesa larga, ha un cucchiaio nella tasca. É un cucchiaio da zuppa, che gli sporge dalla giacca: gli cadrebbe, perché il manico è rivolto verso il basso; gli cadrebbe, ma la giacca che lo strizza è incollata alle sue fasce muscolari neanche fosse una guaina ortopedica. É un completo da undicenne che si cresima. Dalle maniche fuoriescono i polsi tozzi, e un lembo di avambraccio la cui pelle si aggrinzisce. Sulle mani, molte macchie di vecchiaia gli disegnano un bizzarro mappamondo; sono ampie, spesse e fulve; quella lunga gli attraversa il dorso in due, e a me sembra il continente americano dall’Alaska a Punta Arenas. Molte altre, più sfumate, si direbbero arcipelaghi sommersi. Sulle nocche di anulare, medio e indice si distende un’Asia di ocra, e il contorno sfiora la perizia cartografica.
Mette avanti le due mani, o le appoggia contro i tavoli e le sedie fra cui passa: forse manca di diottrie o di equilibrio. Delle rughe malleabili, due ditate nell’argilla, gli solcano le guance e gli piegano le labbra in una smorfia di disgusto involontaria.
Mi domanda se io sono la straniera, e mi indica sua moglie: sta seduta in un cantuccio che divide con un nucleo famigliare strepitante. Ai suoi piedi, parallele, due valigie di similpelle marrone, e tre scatole da scarpe sovrapposte e sigillate con il nastro adesivo che riproduce il logo NATO NATO NATO NATO NATO.
Mi domanda nuovamente se io sono la straniera che è venuta per parlare al mondo intero delle cose sconvolgenti di cui è stata testimone.
Ha il sospetto che io non parli la sua lingua. Siete soli? Dove andrete dopo Mitrovica?, chiedo per sfoggiare il mio glossario slavo. Il quesito non può avere una risposta, tutti fuggono e nient’altro, ma il sorriso soddisfatto mi conferma la natura del suo dubbio: cerca quella che è venuta per udire e che può udire, cerca quella che maneggia l’alfabeto degli autoctoni. Apro a caso il taccuino, le mie pagine a matita e in cirillico: lui si siede compiaciuto, e la bocca gli si tende in un ovale di sorpresa fanciullesca, il sorriso di chi ha perso tutti i denti. “Non so bene dove andremo”, mi risponde mentre fruga nella giacca; tira fuori un fazzoletto lindo, e un astuccio lungo e stretto. Me lo porge. “Dica tutto quel che visto e che ha sentito, non dimentichi mai niente”, mi bisbiglia: sopra il mai cade un accento furibondo, una specie di comando, e quel tutto ha una forma di bestemmia. “Dica tutto del Kanun, dei raggiri del Serpente, delle bombe umanitarie, della Drenica, dei postriboli, delle biblioteche in fiamme.”
Del Kanun io so davvero l’essenziale: chi ha provato a indagare ha rischiato oltre il limite. Ligj mbi Ligjet, la Legge più Potente di Ogni Legge: è la denominazione schipetara dell’antico codice d’onore degli Illiri, transitato invariabile fra le pieghe della Storia; è applicato con rigore ogni volta che è richiesto, Direttore. Il più illustre dei suoi libri, detto Codice di Sangue, stabilisce che chi ha ucciso sarà ucciso: di occhio in occhio, di incisivo in incisivo, ogni epoca ha le sue faide e rappresaglie, e non solo nei Balcani.
“Siamo in pieno Medioevo…”
Non reagisce. Squadra torvo il cartello di metallo che ammonisce gli avventori:
É PROIBITO BESTEMMIARE
E SPUTARE
E PARLARE DI POLITICA.
“…Ma lei sa che cosa intendo. Li ha mai visti, i bambini zafferano?”
É difficile anche scorgerli. Sono gli eredi di chi ha commesso un crimine: centinaia, nelle zone montagnose di Tropoja. Chiusi in casa dalla nascita, ingialliscono in silenzio: se venissero condotti all’aperto, pagherebbero col sangue il delitto perpetrato da un fratello o da un padre latitante.
Nell’involucro che mi ha offerto c’è una stilografica dorata.
“É il regalo più prezioso che io abbia ricevuto nella vita. Sono stato professore. Credo sia il momento adatto per donare questa penna a chi è libero di scrivere tutta questa verità.”
Rabbrividisco; ogni nervo nella schiena si indurisce: cosa è vero e cosa è falso, in questa baraonda di milizie, di masnadieri e di affaristi; cosa ho visto veramente, chiusa dentro questo assedio? Cosa scrivo? Una prova di trasmissione frammentaria, che interrompo di continuo per permettere a ogni incanto e a ogni squarcio di sbocciare, farsi fiore e poi ammalarsi, decomporsi; ho sentito voci vaghe, voci monche, messe in circolo; ho osservato fotogrammi marginali, se ho potuto.
Guarda, il vecchio, nei miei occhi; sente male. Per tentare di appigliarsi al reticolo di suoni, di iniettarselo nella testa dove tornerà a riconquistare un senso oltre il ritmo ovattato, si sbilancia in avanti. Sulle valigie che costringono i piedi della moglie a star fermi, c’è un cognome tracciato con il gesso: ?????????. Basterebbe una manica strofinata da un passante, basterebbe uno sputo di scherno per sbattezzare i due vecchi, toglier loro tutto quello che hanno salvato – un cognome – e consegnarli al MISSING PERSONS &
DETAINEES BUREAU allestito oltre il fiume.
Mi alzo, decisa ad andarmene; un principio di barrito nasce già esausto, una frase amputata; l’essenziale in caso di terremoti, trombe d’aria e colpi di stato; il riassunto ululato e ululante del timore furioso e del panico: ricordate, implora la vecchia. Ricordatevi di noi.

Un racconto: “Atti digradanti di violenza telescopica”

di GIUSEPPE GENNA
[Questo racconto dedicato a Gilberto Squizzato è stato pubblicato nel 2003 all’interno dell’antologia Patrie impure, edita da Rizzoli]

Atto primo: il contatto

squizzato12001, anno del contatto, fine agosto tempestosa, senza amore, solitario come sempre, la testa reclinata obliqua mentre l’acqua sfrigola nella gola, la bocca aperta come un cammello, osservando le crepature verderame della ruggine calcarea all’imbocco del rubinetto sul lavello concavo per l’usura, e fuori piove nel caldo che termina, a Milano, di fronte alle case popolari di via Calvairate, prima del pancreas in cemento del macello, verso piazzale Ovidio.
Metamorfosi. Choc casalingo. Tutto è in attesa. Tutto sta per accadere. Io non so nulla. Tutto è quieto fuori sotto la pioggia rovente: le macchine insabbiate dal vento caldo che porta rena desertica, i pazzi ai portoni malvestiti appoggiati sul legno appiccicoso, la colonnina mercuriale all’angolo della strada, le pozze, i cavi orizzontali nei mattoni delle case popolari.
Solitario come sempre, rialzo la testa, il sangue ribolle, è balordo, mi dà alla testa. Vacillo. Sono a casa di un amico. L’amico sta guardando la televisione. A un certo punto, urla.

Urla di venire. Entro nella stanza soffoca, il mio amico sembra un bove a riposo, reclinato su un lato, sul divano spoglio, la maglia sdrucita che puzza di sudore rancido, in mutande, accanto a un ramo secco spezzato di un albero colpito da un fulmine, infilato in un’enorme boccia blu. Si nuota, nella stanza, nella luce verdeblu fosforescente irradiata dallo schermo.
“Guarda!” mi dice l’amico. “Guarda! E’ incredibile!”. Mi indica le immagini sul teleschermo. La nausea, solitario come sempre, mi stringe come un anello in titanio la strozzatura prima che si apra la sacca gastrica.
Non capisco. Chiedo: “Cosa devo guardare?”

Lui lancia il telecomando verso lo schermo, per poco non lo scheggia. E’ furibondo. Quando è furibondo gli si gonfia un bubbone sulla fronte esagonale. “Porcodio, guarda! Guarda te dove finiscono i nostri soldi!”
“Quali soldi?”
“I soldi del canone!” (Non ha mai pagato il canone. Nemmeno io: ma è perché da dieci anni vivo senza televisione) “Ma vaffanculo!, che schifo! Guarda! Guarda! Ma si può mandare in onda, la Rai, una roba simile?” E indica il teleschermo, che è silenzioso, mentre sagome luminose natano come pesci a morto su di sé rimbalzando e rotolando durante la lessatura nell’acqua che bolle. “Ma questi della Rai sono pazzi! Ma chi è il regista di questa roba? Un albanese?” fa, “Ma vaffanculo!, non si possono spendere soldi per produrre una roba simile! Ma guarda!, ti dico, guarda! E’ degna di Teletirana!”. Non si placa, è una furia, il telecomando è in pezzi a terra, sul parquet polveroso, sotto l’arco per la pesca, sotto il quadro buio appeso alla parete bianca.
E ancora: “Ma vaffanculo!”. E ancora: “Ma io telefono alla Rai!”. E ancora: “Ma chi è il regista di questa merda?”.
Il regista di quella merda è Gilberto Squizzato. Questo lo vediamo nei titoli di coda. Nei titoli di coda vediamo che quella merda si intitola Atlantis, quattro puntate in onda su Raiuno. Noi abbiamo visto la quarta.
Prima dei titoli di coda c’è un enorme silenzio. L’amico infuriato si fa meno infuriato. Io sono sbalordito da quanto sento e quanto vedo. Non capiamo più nulla. La televisione spalanca per noi l’entrata in una tana azzurrina, labirintica, fatta ad angoli acuti, scalena, idiota, prima di aprirsi verso la superficie aperta, l’aria, la luce, l’erba, il ghiaccio del pac, la pista azzurra battuta dai cani da neve, lupi striati di argento che zoccolano cauti e veloci, e, all’orizzonte, un uccellaccio nero che parla, spalanca il becco, e noi ci entriamo, fin giù, giù nelle viscere del corvo, dove la voce non è più voce e rimbomba l’aria prima di raggiungere le corde stridule, dove si agitano vermi eiettabili nell’intestino compresso, dentro i vermi, dentro, più dentro, muti e assorti in questo andare dentro fatto di pieni e vuoti e pareti e organi, e pulsazioni, fino a sfondarlo, il dentro, a fuoriuscire dalla parte opposta a quel dentro, a ritrovare l’inattaccabile serenità della bianca luce, consapevole e silenziosa, in uno spazio bianco.
Questo ci accade, soltanto osservando attoniti venti minuti della quarta puntata della fiction Atlantis, soggetto sceneggiatura e regia di Gilberto Squizzato.

Scossi dall’ipnosi, terminati i titoli di coda, entrambi telefoniamo al centralino della Rai: il mio amico per protestare e mandare affanculo Squizzato, io per complimentarmi e chiedere un contatto con Squizzato.
Da allora, io e il mio amico non ci siamo più visti, ci siamo persi di vista.

Atto secondo: che cos’è Atlantis

C’è – è la prima scena che ho visto – c’è un uomo. E’ alto. E’ pelato. Indossa un impermeabile inglese. Ha ciglia nere e folte. E’ sgradevole. Dice soltanto due parole. Avanza lento, meccanico, un robot, un burattino a grandezza d’uomo, una creatura di Tadeusz Kantor, una bambola asintotica, oscura e vile. L’uomo pelato incede con lentezza meccanica, non esasperante. E tuona: la grana della voce è irregolare, un asfalto granuloso di pece e catrame, un suono senza suono grave, baritonale, un’escoriazione acustica. L’uomo dice: “So tutto”. Egli è l’uomo-che-sa-tutto.

ATLANTIS2C’è una ragazza madre che diventa protagonista di un videogioco, Trash Girl. Il suo bambino non parla mai. Se lo porta sulla schiena come una squaw in altri tempi e in altri luoghi. Il videogioco è cavernoso, Doom più la metropoli. Qualcuno le spara, incessantemente, proiettili di fuoco in forma di bolle roventi e letali, che rotolano nell’aria del videogioco, pixel incandescenti che si scompongono e ricompongono, come balle di fieno incendiate lanciate orizzontalmente nell’aria satura di cordite, dentro il videogioco. Fuori del videogioco, nella televisione, la ragazza con il bambino sulla schiena cammina sotto pontili bui e umidi, striature di piscio ai muri, fabulistici navigli intatti e lutulenti, a specchio, piazzali circolari congestionati da automobili in accelerazione. Vede luoghi, li attraversa: locali da parrucchiera, immensi magazzini riadattati a location pubblicitarie, immensi magazzini dismessi dove hanno luogo violenze drammatiche e incomprensibili e in cui pendono catene arrugginite da soffitti altissimi, night club, strip bar, supermercati, appartamenti privati deprivati di tutto, case famiglia, fienili periferici, centri d’assistenza, camper, centri sociali, bar dell’hinterland, appartamenti altrui ed estranei.

In tutto ciò, ci sono gli uomini. Non sono più uomini. Sagome vestite come, che si comportano come, che desiderano come, che pensano come, che parlano come, che agiscono come. La moralità della superficie è bidimensionale come la superficie stessa. Le parole rotolano di bocca in bocca, aeree e sopite, formule prive di, che non tendono più a. Le parole navigano nell’aria, scendono in picchiata, atterrano, come aeroplani, cambiano le prospettive al mondo, voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili. Così, proprio così: sono materia aerea e inorganica, disanimata, che cala in forma di vapore acuto e veloce nelle bocche, attraversano come una scossa elettrica il corpo del parlante, fuoriescono, vanno ad abitare altri corpi. I corpi sembrano vuoti. Si muovono con automatismi non perfettamente consolidati. I corpi sono bidimensionali: si affacciano dai poster, dai cartelloni pubblicitari. I corpi nei cartelloni pubblicitari sembrano più vivi dei corpi viventi che si muovono osservandoli.
Questo non è il mondo in cui Dio è morto; questo è il mondo in cui è morto l’uomo.

C’è il denaro. Il denaro è importante. Non c’è più scambio di parole, di sentimenti, di emozioni, di idee, di intuizioni, di balenii, di spirito. Non c’è più scambio nemmeno di materia. La materia sembra essersi volatilizzata, nell’aria rarefatta. Ci sono soltanto scambi di banconote: vecchie lire, unte, bisunte, a migliaia: una, due, tre, quattro, sette, venti, cinquanta volte. In tutta la serie Atlantis il gesto di scambiarsi il denaro di mano in mano viene ripreso in primo piano una cinquantina di volte. Sono inserti muti. Il gesto è lento: ecco la mano che tiene in mano i soldi e li porge all’altra mano che le si avvicina e prende in mano i soldi. Gli inserti di queste scene in primo piano sono montati disarmonicamente, un secondo troppo prima o un secondo troppo dopo. La lentezza e la meccanicità raggiungono sideralità paradossali. Un pezzo di umano che passa roba inanimata a un altro pezzo di umano.

La testa esiste, ma è staccabile dal corpo. Tutta la serie Atlantis ha questo motivo che ritorna tautologicamente, monotonamente su di sé. La ragazza col bambino continua a vedersi la testa tagliata. Continua a essere proiettata fuori: nel videogioco, nel cartellone pubblicitario. Le tagliano continuamente la testa in Photoshop. E’ sottoposta a un continuo taglia&incolla. Poco conta che alla fine, come le dice la sua amica garzona di parrucchiera, “ora tutti ti riconosceranno: a Novate, a Trezzano, a Garbagnate Milanese”. Riconosceranno la sua testa. No, non la sua testa: per essere più precisi, la superficie della sua faccia.

A un certo punto, le propongono di fare filmini porno: tanto lo fanno tutte! Mentre le amiche le parlano, le dicono com’è fare un filmino porno, si vede sullo sfondo un televisore acceso: sta trasmettendo un filmino porno, probabilmente uno di quelli di cui si sta parlando. Si capisce che ci sono due uomini e una donna. Ma le riprese sono di una lentezza ammorbante, invalicabile, non percorribile: sono oltre la fruizione dell’immagine. La donna bacia lenta e pastosa l’uomo, che si vede di schiena, lo bacia a una lentezza improbabile e assurda, non è eccitante, per niente, non si può girare un filmino porno in questo modo! Poi si vede la donna in piedi, in mezzo ai due uomini che la baciano: ma la baciano troppo lentamente, è impossibile che mantengano l’erezione a quella lentezza che abolisce lo stimolo anziché provocarlo! La pornografia incombe, ma su altri livelli: nel discorso delle ragazze alla ragazza madre; la pornografia effettiva, quella proiettata sullo schermo, non incombe nemmeno, sta lenta ed esasperante nel cerchio magnetico e catodico, mentre nessuno la osserva, mentre nessuno la degna di uno sguardo.

I cattivi vengono uccisi dai cattivi, i buoni vengono uccisi dai cattivi, il più cattivo di tutti non muore, il più buono di tutti nemmeno. Ma nessuno è buono, e nemmeno cattivo. Questa fiction è più realistica della nostra realtà ormai fittizia.

Ci sono silenzi. Le cose si muovono piano. Le persone sono lente, meccanicizzate. I dialoghi sono apoftegmatici, al limite dell’oracolarità, ma sono intessuti essenzialmente di comunicazioni standard, o paradialettali: il minimo, sempre, per ottenere il massimo. E’ come stare in uno sconfinato macello a macellazione avvenuta: dall’alto pendono, ovunque, a perdita d’occhio, gli scheletri integri e bianchissimi dei manzi, ripuliti di ogni brandello di carne, ridotti a ossi di seppia, ma più complessi e strutturati: vuoti. Qui siamo nel vuoto, apparantemente pieno. Siamo nella grande valva. Siamo nella placenta seccatasi, fossile, ormai disabitata dalla vita.

Le geometrie sono essenziali, perfettissime: sembra, piuttosto che di assistere a una fiction televisiva, di osservare un Melotti in movimento. Anzi, a un certo punto, inaspettatamente, vediamo la ragazza madre tra nitidissime sculture di Melotti, a una mostra. Come in Melotti, in questa fiction che supera la fiction e la dissolve nell’inanimato, la risoluzione dell’equazione ultima non è algebrica: è spirituale.

E’ un giallo. Inizia dalla fine: quando chi doveva morire è morto. Peggio: inizia da dopo la fine. Alla fine, nemmeno più è un giallo. Viene esaurito tutto il magnetismo di cui si è caricata la forma giallo. Ci si scorda letteralmente del giallo, come se si superasse il muro del suono. Allora, si accede all’ultima forma: l’epica spiritualista in forma di realismo assoluto.

Il padre degenere, la madre morta, la matrigna pentita, la ragazza madre, il figlio senza padre, gli amanti crudeli, l’eroe silenzioso che attende fin oltre la fine del dramma, gli amici traditori, l’uomo-che-sa-tutto: questa non è una fiction, è la riedizione in forma televisiva della tradizione tragica greca o shakesperiana.

A un certo punto, spunta un benzinaio. E’ sporco, la barba non rasata, i capelli arruffati. Vive nella stazione di rifornimento. Dorme lì. Poche battute alla ragazza madre: le dice che aveva una donna che ha fatto miracoli per lui, che lui era stato in galera e la donna lo ha convinto a provarci, a stare con lei e – scuotendo la testa – “dopo neanche un mese se ne era andata, si era stancata”. L’interprete è Maurizio Tabani, che un anno prima della messa in onda di Atlantis aveva recitato come protagonista nella serie precedente di Squizzato, I racconti di Quarto Oggiaro. Quella che narra Tabani, benzinaio in Atlantis, è la trama condensata dei Racconti: condensata a un grado di magnetismo prossimo al collasso della supernova psichica. Tutto è legato. Tutto è legato a tutto, orizzontalmente, senza trascendimento: senza apparente trascendenza.

E alla fine, mentre non si vede nemmeno più un corpo, per minuti la sigla di chiusura inquadra il traffico della tangenziale milanese, un fiume fangoso di auto in coda, a velocità naturale, col sonoro naturale che strepita in sottofondo, sirene e clacson e marmitte ed emissioni rumorose di gas di scarico, una processione antisacra di automi in movimento non libero, la messa in abisso della statale di Brazil, Milano che fuoriesce da se stessa in forma idiota e meccanica, disarticolata e disumana. Questa è la fine: non un sussurro, non un bisbiglio – la rutilante emivita di un rettile di ferraglia che si perde chissà dove.

Atto terzo: enter Squizzato

L’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle stanno crollando. Milano è in paralisi ipnotica: una metropoli davanti al piccolo schermo televisivo, ossessivamente onnipresente, ovunque, nei bar, addirittura vedo un televisore per strada, negli uffici. Gli uomini sono bianchi, ovoidali, fatti di plastica, sagome magre annerite nel trapassare della luce televisiva irradiata dagli schermi, ovunque. Perforo Milano al solito, circolarmente. La percorro in moto perforando le periferie con giri spiraloidali, che convergono al centro occulto, in accelerazione, come il bilanciere armillare di un orologio che prescinde dal tempo, e lo misura. Tutti gli uomini sono stupiti. Le Torri crollano continuamente, reiteratamente. E’ un ciclo vizioso: uno, due, tre, sette, venti, cinquanta replay. La televisione italiana non esiste più: replica le immagini e i commenti della televisione americana. Lo stupore si autoalimenta di stupore, sembra non digradare, la violenza telescopica che sfrutta la lontananza illude, tramuta la lontananza in una prossimità inerme e stupefatta. Le esplosioni ritornano, si catapultano su se stesse, si fagocitano a vicenda. C’è soltanto una prospettiva e viene ripetuta senza sosta: ecco, lontane, le Torri, una già in fiamme e fumo, ecco il boeing, ecco lo schianto, l’impatto, ecco l’inferno di cristallo, ecco l’arma letale, ecco il crollo dell’impero americano, tutto già visto, già premasticato, predigerito, pervicace, che non se ne vuole andare più. Ecco la differita: l’enorme differimento della morte, ripetuta senza esorcismo. Ecco: le polveri, gli uomini stracoperti di polveri, i negri finalmente bianchi e infarinati di polveri, ecco Ninive e Gerico, ecco le Babilonie che tornano, ecco la rassicurante ondata di ritorno delle antiche leggende, la moquette calda su cui poggiare gli sfinteri per osservare finalmente la morte: da fuori. I taxisti sembrano impazziti. Il traffico è bloccato, immobile, otturato. E io sto perforando questo fantasma che è Milano immobile e sospesa. Ho in vista il palazzo Rai, in corso Sempione. Vado lì.

Il palazzo Rai in corso Sempione è il palazzo della Giustizia sventrato, ricomposto e dimenticato: sembra la fronte di un ciclope sepolto, che emerge a fiore di terra con prospettive rasentanti idiozia o pregressa grandezza, una fronte corrugata di marmo cattivo, l’occipite di qualcosa che fu mostruoso, disertato dalla vita e ora riabitato da forme organiche schiacciate dalla gravità, piccole e voracissime, frenetiche, inevolute. Uomini microscopici, da lontano, vedo, escono ed entrano lì. C’è la passerella per i disabili. C’è il controllo. Lascio i documenti, mi devono identificare. Dentro, nell’atrio, sono tutti fermi, incanutiti, incurvati sotto il peso del replay delle immagini delle Torri Gemelle incendiate, sventrate, violentate. Sei schermi per otto schermi compongono un megaschermo e tutti sono lì, vedo, lì davanti, ingobbiti come omìni di Kafka, omìni di burro che si scioglie all’esposizione dei raggi luminosi, una luce d’acquario rifatta, prodiga, cosmetica, quasi spirituale.
Si apre un ascensore.
Ne esce un gigante triste.

E’ Gilberto Squizzato.

squizzato2Gilberto Squizzato è alto uno e ottantasette. Cammina lento, quasi programmatico, lievemente incurvato nelle spalle, il volto triste, slavo, una Russia spirituale ed enorme sembra avergli premuto dall’interno negli anni le ossa del cranio. E’ biondo di un colore simile alla saggina. E’ schivo e pericoloso, quest’uomo: una forma psichica che tempera la cauta letalità del cobra con l’abbandono nostalgico del pachiderma. Sprigiona un’aura di secolarità improvvisa. Secondo un induista, potrebbe essere stato in esistenze precedenti un contadino o un graduato della cavalleria zarista. L’osso parietale stesso, evidente e pressante, esprime una qualità magnetica e spirituale che ha incontestabilmente a che fare con un Est medianico, ultrapsichico. Lo sguardo è spesso inabissato in pieghe laviche interiori. L’attenzione mulina dall’interno: torrenti e fiumi e paesaggi compositi e cave piranesiane e grotte ancestrali – il tutto eiettato con baluginii improvvisi dello sguardo, di colpo attento, repentinamente uscito di sé e ficcante, augusto, amabilmente fisso nello sguardo dell’altro. Gilberto Squizzato parla con lentezza calcolata o calcolabile: il suo monologo cade sotto leggi precise, ricavabili matematicamente, un’ondulata frequenza di toni bassi e confortanti, una nenia sveglia in cui ci si potrebbe accomodare, farsi cullare nel calore uterino di una voce senza inciampi, senza peristalsi, senza drammatiche o inattese violenze. Il suo potere acustico mutua da una matrice primordiale la qualità materna. Eppure l’eloquio è spietato. Ho davanti a me un uomo che deve essersi processato più volte, impietosamente – e si è sempre condannato. Un uomo messo a nudo che tenta di ricordare, che tenta di nuotare controcorrente nel flusso di memorie che non gli appartengono. La sua stabilità è di natura sovrumana. Questo volto di pietra e carne, questo sembiante che cambia sensibilmente davanti ai miei occhi, questa faccia antica e bambina non sarebbe dispiaciuta a Cioran. C’è del Beckett in Squizzato: una caratura aliena, extraumana, da marziano capitato suo malgrado su questo pianeta. Ce ne ricorderemo, di questo pianeta?

Allora Gilberto Squizzato mi accompagna nel suo ufficio. L’interno dell’immensa scatola cranica, svuotata e irreale, del palazzo Rai di corso Sempione: saliscendi, curve a gomito, tunnel esili, corridoi ampi, scalini, ascese, discese, ritorni su di sé, passaggi in ascensori idraulici, solai da cui si passa, falsi piani, montacarichi carrucolati, passamani, ringhiere, vertiginose scalinate, vetrate ad angolo ottuso, valichi tra armadi e scaffalature enormi in alluminio temperato, atrii…

Nel tempo. Arriverò ad aderire a questi film e a queste immagini come una seconda pelle, come la sabbia alla sabbionaia dove giocano infanti regali. Arriverò a un grado di osmosi mai prima sperimentato, alla febbre che divora tutto, allo sguardo che non è più mio, ma è più largo, senza emozioni, che constata la piazza dall’alto e scende, in silenzio. Arriverò alla perfetta compenetrazione. Succhierò le immagini create da questa televisione tornata umana come balocchi significativi ed estatici, alla vertigine sufica di danze psichiche, con i ritorni e i dolori, sulle rovine del tempo che fu degli uomini. Scenderò nelle catacombe spalancate sotto il manto terrestre, una discesa senza inferi che va comunque compiuta, la grande ombra che da me non spicca. Erosioni in serie, penetrando le scene e le svolte narrate con incoscienza perfetta: una televisione che abolisce la televisione, lo schermo che collassa, si autoassorbe, non esiste più. La potenza del tutto, pieno, magnetico, un polo in perfetta rotazione su se stesso: il tutto è empatico col tutto. L’etere, detto televisivo, ritornato a farsi etere, detto metafisico. Io penetro nella sostanza amniotica per porte imaginali, io scavalco gli emblemi che si muovono sul piccolo schermo, sento come punti neri e duri e lucidi allo sterno le parole che si muovono in dialoghi falsi, trappole tese con infinitudine prodigiosa. Si va, si scende, si osserva quanto di bianco e sublime e femmineo non si potrà strappare dall’ombra. Si torna. Ci si volta. Si perde il perdibile. Si è muti e melanconici. Si è saturi del mondo. Allora, si muore. Si rinasce a una vita perfetta, un orizzonte distaccato e vuoto in cui tutto ciò che è, è, è al suo posto. Ecco, l’istante: qui e ora. Se il Vedanta fosse riducibile a una finta fiction televisiva, sarebbe questa serie di scene silenziose, staccate e incoerenti, che scruto ora con impassibile distacco.
Gilberto Squizzato mi apre la porta della cabina di montaggio. Siamo arrivati.

Atto quarto: l’occhio che tutto vede

La sala del montaggio: tutto è buio e numinoso. Qui si vede tutto. Qui si sa tutto. E’ un acquario alchemico: siamo in acidi di sviluppo, la sostanza fosforica da cui fuoriesce il cosmo immaginifico e prodigioso, tra i sali argentati, nel magnesio che allumina. Qui siamo dietro l’occhio. Qui si vede la palpebra calare, si aziona il muscolo della palpebra, la si fa calare. Lo schermo irradia nel silenzio. Si officia. Gilberto Squizzato è muto, lascia fare. Si sta montando la nuova serie, detta La città infinita. Fuori della cabina di montaggio, in miliardi di schermi si ripete il crollo numinoso delle Torri Gemelle.

cittainfinita1aLa prima puntata della nuova serie si intitola: Memoria. E’ la storia di un manager della New Economy, uno che fa transazioni di borsa in tempo reale, su tutte le piazze del pianeta, in perpetua connessione di Rete. La sua fidanzata, esperta in matematica, sta completando un programma basato su algoritmi che cercano di ordinare il caos e che si sono rivelati virtuosi per la speculazione finanziaria che sostanzia la nuova economia (l’equazione è quella di Döblin: scrittore e matematico – alchimista). Il padre della ragazza è un ex operaio della Falck, che ora lavora per conto terzi alla dismissione dell’enorme complesso industriale in cui ha speso la sua vita. L’azienda per cui il padre della ragazza presta opera di indotto è al centro di una speculazione da cui il manager cercherà di trarre profitto. Con i profitti derivati dalla speculazione su quell’azienda, per cui il padre della ragazza perderà anche l’ultimo suo lavoro, il manager intende aprire un’assicurazione pensionistica al vecchio. Il manager vuole tutto. Questo condurrà alla catastrofe. Il tutto si svolge nell’impianto delle Torri Gemelle di porta Garibaldi a Milano: un’emulazione fallita delle Torri Gemelle newyorkesi che ora, nel momento in cui sto osservando la macchina del montaggio, stanno crollando. Chi vede tutto – la storia, i personaggi, le vicende, gli inciampi – è un cieco: fa il portinaio alle Torri Gemelle, insieme alla figlia, che si chiama Ifigenia.

Il manager parla al cugino napoletano, che vuole investire nella nuova economia: tecnologia e speculazione. Il cugino, da Napoli, vuole salire a Milano. Il manager parla con lui, camminando per la città, il computer portatile in mano, connesso in Rete, l’auricolare del cellulare inserito nel padiglione acustico, cammina e digita e parla al cellulare e dice al cugino napoletano: “Tu pensi di arrivare a Milano, ma è nell’universo che stai entrando”.

La ragazza del manager viene raggiunta dal fidanzato sul ballatoio della casa popolare in cui abita col padre. Il manager chiede a che punto sta l’elaborazione algoritmica che gli permetterà di accedere a profitti altissimi e a favolose speculazioni. Lei dice che è complicato. Lui osserva la casa popolare, non fatiscente ma umile, dove la ragazza vive: la prende in giro, dice che i ricordi la stanno frenando. Lui le consegna il dischetto su cui salvare il programma e si allontana sprezzante. Lei gli urla dietro: “Non hai abbastanza memoria per questo”.

Il cieco lancia l’oracolo. Il profeta è sempre cieco. L’etimologia di “profezia”: parlare per altri, prestare la propria voce a una voce estranea, che invade, entra nel mondo.

I manager dell’azienda per cui lavora il padre della ragazza ricevono la visita del compratore straniero. Guardate come camminano, incrociandosi, secondo geometrie robottiche, esoteriche, acuminate. Guardate come questi uomini sono privati della prossemica e dell’attonica che distingue la specie umana dalle altre. Guardate come questi uomini non sono uomini.

L’Italia è questa cosa. Questa cosa è la globalizzazione. Questo viene detto in dialetto milanese.

Si inaugura un museo della Memoria, intitolato a un operaio della Falck che ha perso la vita nelle fucine di quell’industria, a Sesto San Giovanni. E’ qui, all’interno del museo della Memoria, che la ragazza lascerà il dischetto per il manager, contenente il programma per le speculazioni. Lo nasconderà nel cassetto del desco di lavoro operaio: aprendolo, il manager si sporcherà le mani.

Ovunque, fotografie. Ovunque, poster.

Non c’è ovunque. Tutto converge all’interno delle Torri Gemelle milanesi.

Gli operai sono patetici.

Una colonna sonora sincopata e dolce al tempo stesso. La puntata si sta chiudendo. Si vede il primo piano di un ex operaio della Falck. Dov’è? In un antro mostruoso. Cos’è quell’antro? E’ la fucina della Falck. La macchina da presa allarga la visuale, si allontana dall’uomo. Vediamo l’uomo rimpicciolirsi, all’estremo, mentre la fucina si allarga: rifiuti, anche tossici, macchine in disuso, giganteschi ganci pendenti alle pareti. E’ la fucina di Vulcano. Alla fine, indefinitamente, la macchina da presa si allontana al punto che l’uomo scompare, c’è ma non si vede più, si vede soltanto l’enorme antro disossato, la camera di carburazione dell’immenso polmone meccanico.

Atto finale: la fine

E nell’ultima puntata della serie La città infinita, intitolata La donna di cristallo, una donna è in coma irreversibile, in ospedale. Un uomo la va a trovare, ogni giorno. Cerca di stimolarla affinché si risvegli. Lo accompagna la figlia, Ifigenia. Per stimolare la donna in coma, l’uomo usa la televisione. L’uomo è cieco. Chiede alla figlia di alzare il sonoro della televisione: è sicuro che l’audio della tv porterà la donna a risvegliarsi, a uscire dal coma. Si sente allora il sonoro di ciò che la tv sta trasmettendo, nella stanza d’ospedale. Si ascoltano voci indistinte. C’è rumore. Questo è il tappeto sonoro di una ripresa dal vero, dal vivo. Allora la camera da presa di Gilberto Squizzato si volta, inquadra la televisione, si vede cosa stanno vedendo, si vede la trasmissione che dovrebbe risvegliare la donna dal coma, riportarla in vita: sono scene confuse, di panico. E’ la diretta del crollo delle Torri Gemelle. Si vede la colonna di fumo e polvere, l’enorme nube di fumo e polvere e metallo avanzare, i newyorkesi scappare, scappano in preda al panico, urlano, il bordo tumultuoso della nube di fumo e polvere e metallo si avvicina, disanimata violentissima piovra inorganica, ecco, arriva, il cineamatore la sta riprendendo, si rifugia dietro un incavo di un palazzo, arriva la nube, arriva, copre tutto, tutto è buio.
Non si vede più niente.