Dal e del capolavoro di Babsi Jones

Lo ho già detto, scritto, ripetutamente urlato nei modi enfatici che le retoriche mi consentono, in questo tempo che ha reso ogni retorica un bicchiere di cartonplastica per cocacola al cinema: Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones [qui la sommaria descrizione di ciò che racconterebbe il libro e qui qui l’intervento su Carmilla dello scomparso Sbancor, a cui questo sito è dedicato] è per me uno dei libri di letteratura italiana più belli negli ultimi venti anni, tra i più veri e intensi, tra i più formalmente all’avanguardia, veicolatore di verità povere e vuote, offerte come un cibo consunto e scaduto a profughi ormai privi dei recettori per provare amore e odio, avendo provato tutto e troppo. L’assenza improvvisa, eppure comprensibile, che Babsi Jones ha imposto alla comunità (?) editoriale, ma anche ai propri amici, è indifferentemente uno j’accuse che ha indeterminato il complemento oggetto: che sia nous o vous o moi, fatto sta che si tratta di un rifiuto dello spettacolo, il che è lo stesso che il commercio generalizzato. Sappiano le mie parole di sangue, in forma digitale, dovrebbe essere pronto da fare girare ovunque, poiché l’editoria che, una volta, e a torto, si sarebbe detta tradizionale non ha fatto nulla per dare risalto all’unico lembo di verità che resta da offrire agli scrittori autentici: la preghiera per la pietà, la visione completa e mai conclusa dell’umano fenomeno. In ciò, e va detto poiché le cose vanno dette interamente, l’editore Rizzoli vanta colpe notevolissime nei confronti dell’autrice, del libro, dei lettori potenziali, di quelli effettivi e insultati con una copertina di una volgarità che richiederebbe il pogrom dell’estetica marchettara: l’idea della figa per vendere l’autentica letteratura, la morbosità e il maledettismo patinato per fingere Christiane F. e lo zoo di via Mecenate. Le vicende editoriali che hanno accompagnato premesse ed esiti di questa abbacinante folgorazione a nome Babsi Jones: io le ho viste e vissute, saranno raccontate per la loro vergognosa esemplarità di anni che, non si creda altrimenti, hanno iscritti i nomi dei responsabili nella fronte meditabonda dell’intelligenza che dura.
Ecco parte di un capitolo di Sappiano le mie parole di sangue:

Sabato. Tempo reale, notturno.
Una stanza piu piccola del condominio Yu Prog, Mitrovica Nord.
Oggetto: Ogni volta che tocco il fondo

Tutte le volte che tocco il fondo, Direttore, tutte le notti di cui tocco il fondo, scopro che c’è una crosta rugosa, sotto la quale si muove qualcosa di primordiale e repellente. Io gratto, indecisa se rompere la crosta e affondarvici, o strisciare per risalire ed evitarla: ogni notte, qui, mi e sembrata un pozzo in cui non potevo non precipitare.
A ogni caduta mi accorgo che non risalgo mai intera. Qualcosa viene trattenuto dal fondale, pago un pedaggio; qualcosa viene fagocitato e risucchiato. Si puo morire così: una notte alla volta, convinti di essere forti a sufficienza per risalire lungo le pareti del buco, verso lo spiraglio dell’alba.
Se avessi un vero specchio, in questa notturna arrampicata, mi vedrei: una catastrofe aggrumata in un corpo umano, una cosa disgraziata e ottusa.
Un’infelice che riemerge con le unghie unte di morchia e pretende, davanti al sole tiepido dell’inverno, di trovare una buona ragione, la sua impossibile ragione.

Basta una notte, per prendere misure precise alla paura, per acquisire la cognizione del terrore. Il presentimento del male che ti consumera, del rasoio che ti ferirà a morte, dell’insetto immondo che risalirà i tuoi polpacci, della ragnatela serica che ti imprigionerà i capelli. Il presentimento asfissiante della grandine che schianterà le finestre colpendoti, del terremoto che scartoccerà il suolo lasciandoti sospesa sul baratro. Presentimento: perché nulla di tutto questo accade, Direttore. Sarà soltanto buio pesto riempito da rumori vaghi: qualcosa che stride, qualcosa che ronza, qualcosa che sgocciola, qualcosa che sciaborda, che ticchetta, che spinge, che gratta il muro, che sopra il muro lascia impronte impercettibili, qualcosa che si strappa come carta velina. Rumori; il resto non è che la paura, la mia, amplificata.
Sono tornata in solitudine, nel condominio. E’ sabato. Ultima notte, conto alla rovescia. Poteva andare peggio. Potevano sottrarmi carta e matita e queste sigarette: per cui ho pagato cifre spropositate, per cui ho rubato, mercanteggiato, supplicato soldati e sacerdoti.

(Una mattina, riverso sulle scale, un uomo giovane, disarticolato: una fucilata lo aveva colto in pieno petto. Nella tasca interna del giubbotto, zuppo di sangue fresco, cento o piu sigarette avvolte in un tubo di carta ruvida, come può capitare che le forniscano ai mercenari di trincea. Riempite da un tabacco così amaro da darmi l’impressione di star aspirando vapori di cianuro. Erano intrise di siero insanguinato: gliele ho sottratte. Sono asciugate lentamente, appiccicandosi l’un l’altra. Ho durato fatica a separarle, badando di non rovinarle. Ad accenderle, si risentiva il sapore terreo di quel costato perforato dai proiettili. La sua emorragia fatale, sul filtro stretto fra le mie labbra sporche.)

Ho già avuto paura, Direttore. Ne ho già avuta così tanta e così a lungo.
Ho gia analizzato la paura in tutte le sue declinazioni.
Le sette fotografie che avrei potuto scattare con la digitale che mi hai regalato, condannate a essere descritte: gli scarafaggi, capaci di riprodursi fino a quattrocento volte in un anno, depositando larve nelle fessure; gli scarafaggi che erediteranno la terra, poiché capaci di uscire indenni da un’esplosione atomica; la peste, coi suoi deliri febbrili e i suoi suppuranti bubboni; gli irsuti aracnidi tropicali che possiedono otto sguardi e sei zampe, simili ad artigli; il cancro, che riproduce pazzoidi cellule e divora i tessuti molli, e le ossa; la carestia e il razionamento; il fuoco che incendia e riduce in cenere; i rimorsi.
Ho imparato a sedare queste paure deglutendo o iniettandomi farmaci capaci di ottundere, di ovattare le percezioni. Con essi ho spento ogni emozione: l’indignazione, l’innamoramento, lo stupore, la pietà. Forse, soltanto l’odio è immutato: ha una struttura razionale, l’odio, ha attinenza con la contrarietà, l’intolleranza, l’opposizione. Con la vendetta. I sentimenti sfumano, si sciolgono le impressioni. L’odio e semplice e puro come lo e l’acciaio al tungsteno. Io odio questi nuovi uomini, tronfi di illusioni barbare, che attendono il sorgere del sole per venire a vincere.

Fine dell’ultima notte. Avrei voluto un padre, un angelo custode, un guerrigliero in veglia al mio capezzale; invece, mentre le donne dormono altrove, a questo appuntamento con la fine io vado sola. Ho scritto tanto, Direttore, che la mia pelle ormai è carta. Ho inchiostro nelle vene, emboli di grafite. Immaginavo tutto diversamente. Mi immaginavo forte e non lo sono. Mi immaginavo calma e invece trattengo l’urlo nella bocca, che la riempie fino a soffocarmi: un urlo di pane molle, di pasta lievitata, di argilla che indurisce. Mi immaginavo, lo sai, già morta mille volte: invece il mio respiro regge e tiene il tempo.
Domenica. Sono viva. E’ domenica e io sono viva.
Mi immaginavo piena, e sono svuotata: ogni parola, anche la più banale, mi rimbomba dentro, si accomoda; c’e spazio per smarrirsi. Una maldestra profezia mi ha segnata, Direttore: non ho vissuto in questo pogrom, ho scritto; ho pianto avverbi, ho masticato punti e virgole. E ogni giorno, con l’illusione di cambiare qualcosa, qualsiasi cosa, ho afferrato una matita e ho scritto:

In questa stanza, Direttore…

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