Calvairate-Berlino via Genna

di ALBERTO GIUFFRE’
[Un autentico servizio giornalistico sul mio percorso letterario ed esistenziale: è il video registrato e montato da Alberto Giuffrè, che frequenta il Master in Giornalismo della Statale di Milano, e che mi ha chiesto di potere realizzare una sorta di tesina di videogiornalismo. Questo è il risultato: di cui ringrazio e per cui faccio i complimenti ad Alberto. gg]

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Una mail sul romanzo Hitler: intercettazione dell’autore

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare Fabio Deotto, che mi ha spedito una splendida mail su Hitler: non tanto per l’apprezzamento circa il libro, ma per i ragionamenti che configurano un incontro attraverso il testo. Le meditazioni di Fabio Deotto, che non conoscevo fino alla mail inviatami, intercettano attraverso il libro alcune intenzioni che sono ignorate o date per scontate dalla critica a cui Hitler non è piaciuto – ma per me sono oggettivamente fondamentali e molto lontane dalle mie poetiche. Evidentemente si tratta di elementi centrali e interroganti anche per altre persone. Di tutto questo devo ringraziare Fabio Deotto, di cui vi invito a visitare il blog, http://iononpossoscrivere.splinder.com.

Giuseppe,
io credo, devo dirlo, che tu abbia scritto un libro formidabile.

Voglio essere sincero, ho detestato gli avvitamenti retorici e
ombelicali che ho trovato in alcuni tuo interventi su Carmilla, ma sto
adorando il tuo ultimo romanzo. Non me lo aspettavo, ma ripeto, è
qualcosa di sorprendente.

Coraggioso, rivelatore, didascalico nel senso più omerico del termine. E
una volta tanto questo aggettivo non ha per me un’accezione negativa. Il
tuo continuo prendere le distanze dal non-essere Hitler può sembrare,
almeno in un primo tempo, frutto del terrore di “concedere vittorie
postume”. Leggendo Hitler mi sono più volte chiesto per quale motivo
continuassi a a strappare il lettore dalla dimensione narrativa (“la
madre non ha fatto la differenza” “E qui che accade Hitler”), quasi
volessi impedirgli di rimanere troppo tempo in contatto con quell’Hitler
semi-umano che tu stesso hai sfiorato con attenzione. Mi chiedevo se lo
spauracchio del “tabù” avesse appesantito anche la tua penna, ma sono
bastati pochi capitoli per comprendere che la tua è stata una scelta
cosciente, continua.

Oltre che essere in un certo senso didattico (mi mancavano molti
passaggi storici della biografia di Hitler e della Germania nazista.
Sembra quasi che tu voglia essere più una guida che un narratore, prendi
per mano il lettore e lo porti a ritroso nel tempo a dare un’occhiata ai
fatti e ai personaggi. Avanzi ipotesi, in molti casi solo per poi
confutarle), questo “romanzo” sprona alla riflessione come pochi, anzi
si potrebbe dire che la costringe, ti pone costantemente nell’obbligo
affrontare quello che un non-uomo è stato e come abbia ipnotizzato
milioni di esseri per il solo fatto di proporre un non-pensiero. Vorrei
non pensare alla situazione italiana di oggi (sto leggendo Hitler a
cavallo della terza vittoria elettorale di Berlusconi), ma il tuo
romanzo me lo impedisce. Il tuo esplicito riferirti a un
“non-personaggio che non è ma appare” mi impone di guardare non tanto al
non-statista che si appresta a “ridimensionare il peso della Resistenza
nei libri di scuola”, ma agli italiani tutti. Agli operai che si sono
recati alle urne per votare Lega Nord e a quelli che esultano per la
scomparsa dei “comunisti” dagli scranni parlamentari. Mi costringe a
toccare con mano la sostanza del non-pensiero che sottende la storia del
Novecento andando a ingarbugliarsi fino ai giorni nostri.

Ma non si tratta solo di questo. Ciò che mi ha colpito, in questo libro,
sono alcuni stati mentali che il giovane Hitler attraversa e che io
trovo fin troppo umani, e fin troppo vicini a persone che conosco e,
purtroppo, anche a me stesso. In particolare il suo ricorrente ricadere
in fasi di abulia estrema, una condizione che fa da contrappeso
all’Hitler “esorbitante” che tra alimento dalla “copula con la folla”.
E’ questo l’aspetto su cui la riflessione si fa più dolorosa. Tu parli
in continuazione di non-personaggio, di una ideologia-nulla. Eppure io
nell’Hitler uomo trovo molti difetti squisitamente umani, che rilevo in
diverse persone di mia conoscenza (diretta e indiretta). L’esistenza di
uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in
quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di
avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo.
Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è esplicabile, il
vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader.

Questa è la riflessione che secondo me andrebbe fatta. Non ho ancora
finito di leggere “Hitler” perciò su questo punto come su altri non
posso dare un giudizio definitivo. Ho solo voluto condividere con te
alcune reazioni a caldo che questo romanzo mi ha suscitato. Una volta
terminata la lettura lo recensirò sul mio blog e, nel caso possa
minimamente interessarti, ti comunicherò la pubblicazione del post.

Grazie per l’attenzione e grazie per il libro che hai scritto,
Fabio Deotto

Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato – già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell’esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l’intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune – riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l’attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre – rigido benpensante asburgico – è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni – incurante della disastrosa situazione economica familiare – e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l’Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l’horror, decide di raccontare passo passo ‘mettendo in prosa’ una biografia storica, un po’ l’operazione che al cinema si fa con i cosiddetti ‘biopic’. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza – del resto dichiarata apertamente dall’autore – del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un’opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l’hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati ‘da B-movie’. Perché non hai scelto la via consueta del ‘romanzo esistenziale’ italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo “Zibaldone” di Leopardi e a “Petrolio” di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in “Medium”) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale…
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

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Alain Elkann intervista il Miserabile sul romanzo Hitler

Mi si è avverato un sogno: da questo momento, posso morire felice. Sono stato infatti convocato da Alain Elkann, per la sua trasmissione “Due minuti, un libro” in onda su La7, e ho incontrato una mitologia vivente. Ecco l’intervista video, che purtroppo non testimonia della preparazione, che meriterebbe un Foster Wallace per un’attenta fenomenologia.
Ringrazio La7 e Alain Elkann per l’attenzione e lo spazio concessomi.

Dal romanzo Hitler: il brano letto a Roma

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare per l’ospitalità e l’eccezionale lavoro svolto da minimum fax per l’unica presentazione che è stata fatta (e non ce ne saranno altre) del romanzo Hitler. Non si è trattato di una presentazione. Alla libreria minimum fax (in via della Lungaretta 90/e), accompagnato da profondissime letture di Nicola Lagioia e Christian Raimo, che hanno fatto “esplodere” la sezione che fa da perno al libro, cioè Apocalisse con figure, attraverso stacchi musicali mutuati ad hoc da Arvo Part, Lisa Gerrard, Iannis Xenakis, si è inaugurata un’unica lettura dal vivo appartenente al corpo testuale di Hitler: la scena che riporto qui sotto. A introdurre il tutto, la voce del poeta di Paul Celan: una rara registrazione audio del grande autore tedesco che legge uno dei suoi capolavori, Todesfuge (basta cliccare qui per ascoltare il file, mentre in calce alla scena da Hitler riporto la mia traduzione della poesia, che si discosta decisamente dalla versione datane da Giuseppe Bevilacqua).

* * *

Località ignota (Germania), maggio 1943

È qui.
Nessuno sa che è qui.
Adolf Hitler scruta dai finestrini la campagna attorno: terra brulla, cespugli verde marcio, rari. La campagna piatta è deserta. La giornata di maggio è insolitamente fredda, grigia. La nebbia inumidisce i vetri, penetra nell’abitacolo, sa di ozono.
L’autista conosce il percorso e non sa cosa sia la meta. La scorta segue. Nessun contadino in vista.
La recinzione: al blocco di controllo sei membri SS scattano nel saluto marziale, nessuno si attendeva una visita del Führer, all’improvviso, in questo luogo dimesso, segreto.
Ecco i casolari. Li abitano derelitti, consacrati alla causa.
Ciò a cui lui ha a lungo pensato. Ciò che lui ha a lungo desiderato.
Ecco l’enorme hangar centrale, in alluminio. Sembra un magazzino: lo era, è stato confiscato. Alluminio ondulato.
Dai casamenti, dall’hangar, persone in affanno escono, si sistemano i vestiti, finché l’automobile presidenziale non compie un largo giro sulla terra nuda e si va ad affiancare alla schiera che attende, che allarga la bocca davanti al volto pallido, crepato e gonfio del Führer.
La portiera è spalancata, Adolf Hitler esce nel freddo, calza i guanti, dà le spalle al responsabile che si profonde in saluti servili, dice ciò che tutti pensano di dovere dire di fronte all’uomo che la Provvidenza ha inviato, l’uomo che ha dato l’abbrivio alla creazione e alla distruzione.
Hitler è voltato, il suo sguardo assente si perde nella vastità immensa del campo arato, che viene arato per confondere eventuali ricognitori: la terra scura, intrisa di umidità, espira bruma bassa, pesante, grassa.
Hitler si volta. Il responsabile alza il braccio destro, non fa tempo a pronunciare il saluto, Hitler ordina: “Tutti fuori. Desidero vederla da solo. Impiegherò poco tempo”.

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Il romanzo Hitler ancora su “Bottega di Lettura”: la critica di Giorgio Fontana

hitlercovermedia.jpgGiorgio Fontana ha pubblicato il terzo intervento su Hitler che appare su Bottega di Lettura. Nel suo blog si lamenta perché non l’avrei ripreso volutamente su queste pagine, rispondendogli però in maniera trasversale qui. E’ un misunderstanding. Semplicemente mi era sfuggita la critica di Fontana e ciò che genericamente scrivevo nell’articolo segnalato era in risposta ad alcuni commenti, altrettanto generici, letti su altri blog e su IBS. Perciò mi scuso con Giorgio Fontana e vengo a rispondergli qui direttamente, prima di riportare integralmente il suo pezzo. Circa il punto 1, ovviamente senza intendere in alcun modo che le impressioni di Fontana non siano giustificate, confermo che, nella mia percezione, in Hitler non c’è la mia lingua. Esistono tre piani stilistici, nel romanzo: il più evidente è un’enfasi che mutua una finta paratassi (che è però complicata nella reiterazione, giungendo allo statuto di ipotassi) tesa a costruire una maschera linguistica dietro cui sia il niente. Questa enfasi non è epica, a mio parere, semplicemente perché non è vero che Hitler affascina: a conti fatti esiste forse una progressione mitologica per cui Hitler esce dal libro accresciuto o costruito? Semmai il problema da discutere è come rappresentare il vuoto umano – e solo in termini di lingua di superficie, perché la lingua è qualcosa di più profondo della superficie. Il secondo piano linguistico, che non è comunque mio, risiede nell’intervento esorcistico e diretto dell’autore, che non sono io, ma è qualunque autore. Il terzo piano linguistico concerne la sezione Apocalisse con figure, dove altri parlano: e si tratta del perno del libro. L’enfasi che irrita è tesa a irritare e, spesso, ad annoiare, a opporre resistenza emotiva contro il testo da parte del lettore. Circa il punto 2, l’esempio delle metope mi sembra riprendere una pratica che, in Benjamin, è detta “mosaico” e tenta di allargare gli spazi tra le tessere. Spesso, tra una scena e l’altra, trascorre un anno. Il salto tra scena e scena non viene visto come silenzio o vuoto o congelamento, perché gestalticamente l’occhio si fa prendere o dalle figure o dallo sfondo o dai rapporti tra i due – ma qui lo sfondo è un salto, un vuoto. Inoltre, la vicenda di Hitler è conosciuta, esattamente come la storia che le metope raccontavano nei tempi antichi. Il fumetto sfrutta questa sospensione di incredulità da decenni. Poiché la storia di Hitler è la storia di Hitler e nulla è inventato, ma comunque lo sguardo del narratore allarga certi particolari, non posso definire romanzo un libro in cui mi limito a inventare ironicamente solo Fenrir, cioè la postura del cosiddetto invasamento del Male in Hitler, per capovolgerla. Potrei chiamare Hitler un “oggetto narrativo”. E’ certo che non è un romanzo e non ha l’estetica di un romanzo per come il genere del romanzo storico è stato interpretato negli ultimi trent’anni. Sul punto 3: la nozione di “non-persona” è tutt’altro che inindagata, tanto che fuoriesce dalle più che 1.000 pagine della biografia di Fest e ha il suo fondamento filosofico nella Teologia della Shoah. Il non-essere per come è esplicitato nel libro non è un demone: è proprio il non-essere, la corrosione dell’essere e l’annichilimento totale: anzitutto del popolo ebraico. Cosa che a Stalin non venne nemmeno in mente. L’essere è e continua a essere: per questo motivo coloro che subirono lo sterminio raggiungono la massima intensità di essere – il che va ben oltre le categorie etiche di bene e male, e pone la questione su un piano metafisico. Tutto ciò concerne fondamenti filosofici, teologici e storiografici che, se sostanziano Hitler, tuttavia non ne sono elementi poetici. Elemento poetico è invece l’apparentemente sterile nozione di “non-persona” che viene ossessivamente ripetuta nel testo – il che è uno stilema che ha il suo pari nell’insistenza con cui si ripete il verbo “esorbitare”, cioè eccedere l’orbita umana, esserne fuori. Quanto all’indagine sul personaggio, non mi pare incompiuta: mi pare ci sia investigazione, solo non c’è giustificazione, cioè dazione di intensità esplicativa a un momento particolare della vita di Hitler che dia senso al passaggio da un Hitler suppostamente edenico e Hitler sterminatore. Sul punto 4, valgano le risposte date in precedenza: la reiterazione meccanica è mimetica eppure evita l’identificazione con Hitler (può non piacere, ma è la mia proposta letteraria); Fenrir non è Fenrir, è la parodia dell’atteggiamento di chi misticamente tenta di spiegare Hitler, è proprio il suo simmetrico capovolgimento, così come il Ragnarok è invertito nella scena del post-mortem; così dicasi circa l’estetizzazione, che è critica accettabile se l’estetica si pone come criterio valutativo, mentre qui non lo è, qui si tratta di un’immagine e di un’etimologia di ordine metafisico (come già detto, “santo” proviene dalla radice ebraica “separato”). Sul punto 5, non posso rispondere: è l’opinione di Giorgio Fontana sul libro. Per quanto concerne la mia autopercezione, non mi pare di non disporre di un apparato filosofico sufficiente a prendermi una responsabilità costatami parecchio, in termini emotivi e di ricerca interiore. Però ognuno può trarre le conclusioni che avverte come veridiche. Che io “spacci una pastoia come base concettuale” è da vedere: qui mi riservo il diritto autoriale di pretendere che il lettore non sia giudice assoluto e abbia delle responsabilità percettive che possono risultare fallaci – e comunque ciò concerne l’officina teorica, non il libro. Tutto il resto è legittimissima impressione di chi legge e, soltanto per lo sforzo compiuto nell’affrontare il libro e nello scrivere l’intervento che segue, mi sento di ringraziare Giorgio Fontana per l’attenzione e la pazienza spesi.

Giuseppe Genna, Hitler

di GIORGIO FONTANA

0. Dopo le precedenti letture di Paolo e di Demetrio, un punto di vista diverso. Dove si pongono alcune domande e dove si presentano parecchie perplessità.

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Settimana di fuoco – Il Miserabile a Roma per presentare “Tu sei lei” e “Hitler”. Venerdì, alle “Invasioni Barbariche”. Poi in Germania per il Misterioso Reportage.

gennadistrutto.jpgE’ una settimana di fuoco per il sottoscritto che, superando la paralisi parkinsoniana indotta dal colpo della strega e un’otite che nemmeno Jack Bauer sotto tortura in Cina, si muoverà instancabilmente per lo Stivale e oltre. Ecco l’agenda, riprodotta nel caso Miserabili Lettori di stanza a Roma fossero interessati e, venerdì, Miserabili Lettori ovunque residenti desiderassero trasformarsi in Miserabili Spettatori. Dubito che in Germania ci siano Miserabili Lettori interessati a quanto andrò a fare, ma quanto farò può interessare ai Miserabili Lettori che stanno in Italia. Ecco, dunque, il programma:

tuseileibo2008.jpgTU SEI LEI – ROMA
Mercoledì 26 alle 18
alla Feltrinelli di Piazza Colonna a Roma
Giuseppe Genna presenta
Tu sei lei, “best off 2008” edito da minimum fax
Insieme al curatore intervengono, tra le autrici, Esther G., Alina Marazzi, Veronica Raimo e Carola Susani.

genna_hitler118.jpgHITLER di GIUSEPPE GENNA – ROMA
Giovedì 27 alle 21
alla libreria minimum fax a Roma (via della Lungaretta, 90/e)
Christian Raimo, Nicola Lagioia e l’autore Giuseppe Genna
presentano e leggono estratti da Hitler (Mondadori),
oltre a brani da Celan, Borges, Pynchon, Arendt, Levi,
intervallati da frammenti musicali di Arvo Pärt, Philip Glass, Iannis Xenakis, Lisa Gerrard, Autechre, Murcof.

invasionibarbarichelogo.jpgIL MISERABILE ALLE “INVASIONI” – LA 7
Venerdì 28, dalle 20.30 su La 7
Giuseppe Genna è ospite di Daria Bignardi a Le Invasioni Barbariche, partecipante di un dibattito a più voci su crisi e recupero del ruolo maschile nella società contemporanea [poiché è accaduto che la partecipazione alla trasmissione sia slittata più volte in precedenza, si darà avviso di eventuali modifiche di programma].

IL MISERABILE IN ESPLORAZIONE PER VANITY FAIR – GERMANIA
Sabato 29, il Miserabile Scrittore si catapulta a Düsseldorf, in Germania, per redigere un reportage à la David Foster Wallace in un luogo che non è credibile in quanto non è di questo mondo. Il reportage vedrà la luce su Vanity Fair prossimamente.

Data la convulsa agenda, il dromofobico Miserabile si scusa con tutti coloro che sono interessati all’aggiornamento del suo sito, che rimarrà fermo per qualche giorno. Si scusa inoltre con i suoi corrispondenti elettronici, perché non sa se e quando avrà la possibilità di leggere le mail in questo fibrillante periodo.