Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest’oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l’invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l’ambizione esplicita dell’autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo “assoluto” (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l’assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, “religioso” e “metafisico”. Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell’elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. “Metafisico” non significa nemmeno “oscuro” o “mistico” (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo…). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale – dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l’apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell’occidente: mi riferisco all’apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l’immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe “forma”. E’ dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l’elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d’accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l’incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all’inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l’aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E’ bene che accada, anche se l’unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è “metafisico” in quanto è “malvagio” mentre non si sa cosa sia l’emento metafisico; l’altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico – che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava “radicalismo”.
Tesi – È uscito in Francia «Le sec et l’humide», un’analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell’uomo

All’origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l’humide (Il secco e l’umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell’anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l’ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell’esistenza.

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Mauro Trotta su “il manifesto”: il romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgVorrei ringraziare di tutto cuore la redazione de il manifesto e Mauro Trotta, per la pubblicazione dell’ampia recensione che riporto qui sotto. In queste ore di sconfitta civile del Paese, il pezzo di Trotta sul romanzo Hitler mette in evidenza qualcosa che, evidentemente, io intendevo significare con la pubblicazione del libro. Non riuscendo a ritrovare l’indirizzo mail di Mauro Trotta, gli faccio un appello: scrivermi, se può e ha voglia a questo indirizzo, affinché possa personalmente ringraziarlo, per la generosità e la totale intercettazione dell’autore che emerge dal suo bellissimo articolo. gg

L’orrore di una non persona

il_manifesto.jpg«Hitler», il romanzo dello scrittore Giuseppe Genna per Mondadori. Una biografia asciutta che non cerca spiegazioni, ma che invita a mobilitarsi affinché quella storia non si possa mai più ripetere
di MAURO TROTTA
Scrivere un romanzo su Hitler? Un’impresa da far tremare le vene dei polsi a chiunque. Tanti, troppi, i rischi. Scadere nel sociologismo, ad esempio, o in uno storicismo d’accatto annullando la responsabilità del protagonista, riducendolo a pura espressione di forze presenti nella società e nella storia. Oppure, dall’altro versante, mitizzare la figura del dittatore nazista, rivestendola di un’aura fascinosa per quanto perversa. E, soprattutto, il rischio più grande, arrivare a una forma narrativa epica che, pur all’interno di un’epos del male, ammanti comunque la vicenda e il protagonista di una grandezza a-storica, per quanto negativa.
Nonostante questi e molti altri pericoli, trappole e trabocchetti, un autore, Giuseppe Genna, ha voluto misurarsi con tale impresa ed ha scritto un romanzo biografico su Adolf Hitler. Nasce così Hitler, di recente uscito per Mondadori (pp. 632, euro 20).
Narrazione algida
Genna confessa di averci messo dieci anni per arrivare a scrivere questo libro e, dall’officina sul romanzo che ha pubblicato sul suo sito (www.giugenna.com) risulta che è sempre stato ben consapevole dei tanti rischi cui andava incontro.
Innanzi tutto c’è da sottolineare che non si tratta di un romanzo storico. C’è, semmai, la semplice esposizioni dei fatti e delle vicende relative alla vita del protagonista. Con poche eccezioni. Innanzi tutto la sezione intitolata «Apocalisse con figure» in cui irrompe la Shoah in tutta la sua forza e drammaticità, accentuata dalla netta separazione che la distingue radicalmente dal resto del testo. E, poi, l’inizio e la fine. Quest’ultima soprattutto, dove c’è l’incontro tra il dittatore e le sue vittime. Queste due sezioni escono fuori, esorbitano dal resto del romanzo, e sembrano rappresentare il nucleo metafisico dell’intero testo, dato che tutto il resto – la storia di Hitler – si svolge rigorosamente solo in superficie. Il romanzo, infatti, consiste nella semplice esposizione dei fatti senza che da parte dell’autore ci sia alcun tentativo di ricercarne motivazioni di qualsivoglia genere. Certo, emerge la temperie di quegli anni, l’atmosfera che regnava in Germania, ma la narrazione rimane sempre, per così dire, in superficie.
L’apparenza che stermina
I personaggi stessi non sembrano avere alcuno spessore, nessuna psicologia. E, più di tutti, il protagonista che è una non-persona, come viene definito continuamente dall’autore. E la non-persona è pura apparenza, senza movimento, semza cambiamento, senza spessore. Affrontando la non-persona non ha senso porsi domande sulle cause, bisogna, infatti, evitare il rischio di concedergli una qualche vittoria postuma: «Tu non sei creato dal trauma. Tuo padre e tua madre non furono diversi dai padri e dalle madri. Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono. Di te non va pronunciata la domanda: perché? Nessuna vittoria postuma va concessa a te, l’apparenza che simula di essere. L’apparenza, sganciata dall’essere, stermina».
Ma come si fa a narrare di una non-persona? Quale linguaggio utilizzare? Lo stesso Genna confessa di essersi ispirato alle metope del frontone dell’Altare di Pergamo, quelle figure che si stagliano appunto sul lungo frontone raccontando una storia – la battaglia tra gli dei e i titani – dando al contempo una sensazione di linearità orizzontale, tramite le scene isolate contrapposte, e di staticità, di blocco. In una splendida recensione del romanzo, rintracciabile sempre nel sito dell’autore, Demetrio Paolin sostiene che la lingua e la scelta retorica operata da Genna sia riconducibile al linguaggio utilizzato nelle iscrizioni, soprattutto in quelle funerarie o dedicate alla commemorazione di una battaglia o di una vittoria sportiva. La linearità orizzontale, la scrittura di superficie di tutto il romanzo – abbandonata solo rare volte – consiste dunque in quello stile marmoreo e lapidario caratterizzato da anafore, asindeti reiterati, frasi brevi, aggettivazione magniloquente e periodi ellittici. Eppure, i frontoni dei templi greci non possono essere considerati un po’ gli antenati dei fumetti? E quel linguaggio lapidario non si ritrova proprio nelle didascalie che caratterizzano le strip? Da questo punto di vista, nella scelta del linguaggio, l’Hitler di Genna può richiamare alla mente proprio un fumetto, che è alllo stesso tempo uno dei libri più belli sull’Olocausto, ovvero Maus di Art Spiegelman.
L’ottica, naturalmente, è completamente differente ma anche qui, tra l’altro, ci sono interventi dell’autore, che è anche personaggio della storia, sul protagonista, ossia suo padre. Certo gli interventi di Genna nei confronti del protagonista del suo libro o di altri personaggi non sviluppano alcun dialogo, come nel caso di Maus, ma si configurano come vere e prorpie maledizioni. Come quando, ad esempio, nel momento in cui Hitler sta per suicidarsi lo scrittore interviene incitandolo a premere il grilletto.
Sull’orlo della catastrofe
L’unico personaggio che non sia esistito storicamente, nel libro di Genna, è quello che, oltretutto, appare per primo nel romanzo. Si tratta di Fenrir, il lupo della mitologia norrena il quale, liberatosi dalla magica catena che lo imprigiona, darà il via al Ragnarok, la caduta di Asgard e degli dei, la fine del mondo. Eppure questa incarnazione di Fenrir ha ben poco da spartire con il terribile lupo che alla fine del tempo divorerà Odino, il padre degli dei. Sembra più una sua grottesca parodia, un bastardo pulcioso. Basti pensare a quello che fa. Finalmente libero, non va alla ricerca degli dei, suoi nemici, ma si precipita sulla terra per unirsi alla non-persona. Non solo, non riesce neanche a mordere, a contaminare Hitler, ma ne viene morso, contaminato. Così anche la mitologia viene svuotata divenendo vuota apparenza, ciarpame retorico senza grandezza né vitalità.
Libro che si legge tutto d’un fiato, l’Hitler di Genna rimane nella mente a lungo perché stimola tante domande, riflessioni. Spinge, insomma, a pensare, a interrogarsi a fondo. Anche sulla politica. Se, infatti, la non-persona, in quanto pura apparenza, «dice al lavoratore quanto il lavoratore vuole sentirsi dire, al capitalista quanto il capitalista sogna, al commerciante quanto spera», se, insomma, è in grado di dire a tutti quello che tutti vogliono sentirsi dire e se questo è proprio quanto avviene nella politica attuale, non stiamo correndo il rischio che giunga di nuovo una non-persona che ancora una volta porti il mondo sull’orlo della catastrofe?

Calvairate-Berlino via Genna

di ALBERTO GIUFFRE’
[Un autentico servizio giornalistico sul mio percorso letterario ed esistenziale: è il video registrato e montato da Alberto Giuffrè, che frequenta il Master in Giornalismo della Statale di Milano, e che mi ha chiesto di potere realizzare una sorta di tesina di videogiornalismo. Questo è il risultato: di cui ringrazio e per cui faccio i complimenti ad Alberto. gg]

Una mail sul romanzo Hitler: intercettazione dell’autore

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare Fabio Deotto, che mi ha spedito una splendida mail su Hitler: non tanto per l’apprezzamento circa il libro, ma per i ragionamenti che configurano un incontro attraverso il testo. Le meditazioni di Fabio Deotto, che non conoscevo fino alla mail inviatami, intercettano attraverso il libro alcune intenzioni che sono ignorate o date per scontate dalla critica a cui Hitler non è piaciuto – ma per me sono oggettivamente fondamentali e molto lontane dalle mie poetiche. Evidentemente si tratta di elementi centrali e interroganti anche per altre persone. Di tutto questo devo ringraziare Fabio Deotto, di cui vi invito a visitare il blog, http://iononpossoscrivere.splinder.com.

Giuseppe,
io credo, devo dirlo, che tu abbia scritto un libro formidabile.

Voglio essere sincero, ho detestato gli avvitamenti retorici e
ombelicali che ho trovato in alcuni tuo interventi su Carmilla, ma sto
adorando il tuo ultimo romanzo. Non me lo aspettavo, ma ripeto, è
qualcosa di sorprendente.

Coraggioso, rivelatore, didascalico nel senso più omerico del termine. E
una volta tanto questo aggettivo non ha per me un’accezione negativa. Il
tuo continuo prendere le distanze dal non-essere Hitler può sembrare,
almeno in un primo tempo, frutto del terrore di “concedere vittorie
postume”. Leggendo Hitler mi sono più volte chiesto per quale motivo
continuassi a a strappare il lettore dalla dimensione narrativa (“la
madre non ha fatto la differenza” “E qui che accade Hitler”), quasi
volessi impedirgli di rimanere troppo tempo in contatto con quell’Hitler
semi-umano che tu stesso hai sfiorato con attenzione. Mi chiedevo se lo
spauracchio del “tabù” avesse appesantito anche la tua penna, ma sono
bastati pochi capitoli per comprendere che la tua è stata una scelta
cosciente, continua.

Oltre che essere in un certo senso didattico (mi mancavano molti
passaggi storici della biografia di Hitler e della Germania nazista.
Sembra quasi che tu voglia essere più una guida che un narratore, prendi
per mano il lettore e lo porti a ritroso nel tempo a dare un’occhiata ai
fatti e ai personaggi. Avanzi ipotesi, in molti casi solo per poi
confutarle), questo “romanzo” sprona alla riflessione come pochi, anzi
si potrebbe dire che la costringe, ti pone costantemente nell’obbligo
affrontare quello che un non-uomo è stato e come abbia ipnotizzato
milioni di esseri per il solo fatto di proporre un non-pensiero. Vorrei
non pensare alla situazione italiana di oggi (sto leggendo Hitler a
cavallo della terza vittoria elettorale di Berlusconi), ma il tuo
romanzo me lo impedisce. Il tuo esplicito riferirti a un
“non-personaggio che non è ma appare” mi impone di guardare non tanto al
non-statista che si appresta a “ridimensionare il peso della Resistenza
nei libri di scuola”, ma agli italiani tutti. Agli operai che si sono
recati alle urne per votare Lega Nord e a quelli che esultano per la
scomparsa dei “comunisti” dagli scranni parlamentari. Mi costringe a
toccare con mano la sostanza del non-pensiero che sottende la storia del
Novecento andando a ingarbugliarsi fino ai giorni nostri.

Ma non si tratta solo di questo. Ciò che mi ha colpito, in questo libro,
sono alcuni stati mentali che il giovane Hitler attraversa e che io
trovo fin troppo umani, e fin troppo vicini a persone che conosco e,
purtroppo, anche a me stesso. In particolare il suo ricorrente ricadere
in fasi di abulia estrema, una condizione che fa da contrappeso
all’Hitler “esorbitante” che tra alimento dalla “copula con la folla”.
E’ questo l’aspetto su cui la riflessione si fa più dolorosa. Tu parli
in continuazione di non-personaggio, di una ideologia-nulla. Eppure io
nell’Hitler uomo trovo molti difetti squisitamente umani, che rilevo in
diverse persone di mia conoscenza (diretta e indiretta). L’esistenza di
uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in
quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di
avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo.
Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è esplicabile, il
vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader.

Questa è la riflessione che secondo me andrebbe fatta. Non ho ancora
finito di leggere “Hitler” perciò su questo punto come su altri non
posso dare un giudizio definitivo. Ho solo voluto condividere con te
alcune reazioni a caldo che questo romanzo mi ha suscitato. Una volta
terminata la lettura lo recensirò sul mio blog e, nel caso possa
minimamente interessarti, ti comunicherò la pubblicazione del post.

Grazie per l’attenzione e grazie per il libro che hai scritto,
Fabio Deotto

Il romanzo Hitler su Mangialibri: intervista e recensione

hitlercovermedia.jpgDavid Frati, direttore del ricchissimo sito letterario Mangialibri, si è occupato di quasi tutti i libri che ho pubblicato – già solo per questo motivo vorrei ringraziarlo. Circa Hitler ha fatto di più: non solo a scritto una scatenata recensione che coglie molto di quanto intendevo fare al di là dell’esito testuale e della sua eccedenza, ma mi ha anche intervistato a trecentosessanta gradi. Ne è uscito uno degli speciali più gratificanti per me mai apparsi in Rete, anche perché l’intervista di David Frati è in assoluto una serie di domande per me fondamentali, che meriterebbero una riflessione comune – riflessione che, garantisco, una congrega di scrittori sta compiendo e i cui risultati si vedranno presto, in forme differenti e tutte sorprendenti.
Ringrazio sinceramente David Frati e Mangialibri per lo spazio e l’attenzione immani dedicati a me e a ciò che scrivo.

Genna: Hitler

di DAVID FRATI
“Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è. L’amore non è. Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è e lui naviga, bolla oscura nel non essere”.
1887. Klara è la terza moglie di un oscuro funzionario doganale austriaco, Alois Hitler, che ha 23 anni più di lei, e probabilmente è pure sua nipote, non è del tutto chiaro. Nella casa di ‘zio Alois’ c’è entrata per fare la servetta: lui aveva appena divorziato dalla prima moglie per portarsi a casa una procace cameriera di 23 anni, Fanni, che però poco dopo era morta di malattia. Veniva il turno di Klara, sposata dopo una dispensa papale richiesta al vescovo di Linz per la sospetta parentela, che dopo aver perso tre bambini piccoli per colpa della difterite nell’aprile del 1889 dà alla luce Adolf. Lo seguiranno il piccolo Alois, Angela, Paula. Che danno al padre molte più soddisfazioni di lui, a dire il vero. Perché Adolf è un ragazzo sempre con la testa tra le nuvole, un visionario chiuso e cupo. Vuole fare l’artista, figuriamoci. Finché il padre – rigido benpensante asburgico – è vivo, se lo può scordare: piuttosto nerbate sulla schiena e silenzi. Ma quando Alois Hitler muore e Adolf rimane solo con la madre, che lo adora, il ragazzo può dare libero sfogo alle sue velleitarie ambizioni – incurante della disastrosa situazione economica familiare – e recarsi a Vienna, per iscriversi all’Accademia delle Arti Figurative. Non sarà ammesso, e dopo la prematura morte della madre per un tumore precipiterà nell’abisso della povertà, mentre un altro abisso – quello della guerra – è in agguato dietro l’angolo per l’Europa intera. Il futuro più lontano, quello in cui il nome Adolf Hitler risuonerà sinistro in tutto il mondo, è ancora inatteso, impensabile. Eppure così ovvio, così inevitabile…
Previsioni del tempo? Pessime. Un anticiclone di malvagità insiste sull’Europa già dilaniata dalla Grande Guerra, la pelle ancora percorsa dai segni di sutura delle trincee: “l’occhio immobile di questo ciclone, il punto vuoto, lo zero” è un giovane complessato e inconcludente, un debole pieno di rabbia repressa, di dolore e di frustrazioni, tale Adolf Hitler. La sua ascesa e la sua caduta coincidono con uno dei periodi più neri e luttuosi della storia, una storia che Giuseppe Genna, dopo aver piegato alle sue esigenze narrative e al suo stile generi come il noir, la science-fiction, l’horror, decide di raccontare passo passo ‘mettendo in prosa’ una biografia storica, un po’ l’operazione che al cinema si fa con i cosiddetti ‘biopic’. Ma siamo di fronte a un biopic del tutto sui generis (malgrado la evidente influenza – del resto dichiarata apertamente dall’autore – del lavoro di Joachim Fest), perché Genna usa la storia come un liquido di contrasto, per illuminare tessuti tumorali, metastasi, cancrene in wagneriana progressione patologica. Col suo passo enfatico, col suo procedere a sentenze ad effetto, immagine suggestiva dopo immagine suggestiva, licenza poetica dopo licenza poetica, Hitler ricorda il libretto di un’opera rock: una malsana, potente, rumorosa, emozionante, tonante opera rock. Il romanzo (che romanzo non è) ha suscitato le più vive polemiche nell’ambiente letterario italiano, è schizzato nella top ten delle vendite e si è beccato più di una illustre stroncatura. Nemmeno tanto nascoste tra circonlocuzioni complesse e paroloni arditi, le accuse di apologia ‘estetica’ del nazismo, di cattivo gusto, di opportunismo. La chiave dell’interpretazione del libro (e anche del suo eventuale misunderstanding) è senz’altro nel riferimento frequente alla metafora-simbolo del lupo Fenrir, il divoratore degli dei durante Ragnarok, preso di peso dal pantheon norreno, che qui incrocia il cammino di Hitler, lo ispira, lo protegge, lo affianca, lo possiede, lo divora. Ma lo giustifica? Lo glorifica? Lo legittima con un una sorta di imprimatur divino? Fossimo vichinghi di un millennio fa, forse potremmo pensarla così. Ma né noi né Genna andiamo in giro con elmi con le corna e boccali ripieni di idromele, almeno non in orario d’ufficio. E questa storia del tabù, dei tabù letterari, dei temi intoccabili e intangibili con la quale ce l’hanno menata anche quando è uscito Le benevole di Jonathan Littell ha francamente rotto gli zebedei, ci pare armamentario da intellighenzia culturale fintomarxistaperbenista. Decostruendo il culto della personalità del fuhrer nazista, ridotto a involucro di forze politiche e culturali che operano a un livello oltreumano, a fantoccio, a pretesto, ad avatar, Genna celebra la mitologia di Hitler o la demolisce? La seconda che hai detto.

Intervista a Giuseppe Genna

di DAVID FRATI
Genna Giuseppe è una strana bestia, uno di quegli animali mitici da trattato medievale che avevano come minimo ali d’uccello, corpo di rettile e testa di cane. Perché sei senza dubbio uno scrittore colto (nei temi e nel linguaggio), eppure utilizzi il romanzo di genere per comunicare e comunicarti: noir, fantascienza, esoterismo, storia: generi da sempre considerati ‘da B-movie’. Perché non hai scelto la via consueta del ‘romanzo esistenziale’ italiano?
In realtà, la questione che poni è per me centrale. Non si tratta, a mio avviso, di spostare l’attenzione da un genere all’altro, quanto, per poetica personale e per lunga meditazione sulla tradizione letteraria che mi costituisce in ogni fibra, di distruggere qualunque genere, di approdare alla narrazione che implica uno sforzo di invenzione formale. Non solo questo riguarda i generi (noir, thriller, storico), che in realtà sono sottogeneri del genere “romanzo”. Per me è essenziale (ma la prospettiva non intende essere universale: è idiosincratica) di spaccare anche il genere romanzo, che non è capace di reggere una nuova retorica, più intensa dal punto di vista psichico e in diretta connessione con la retorica arcaica. Per esempio, per quanto possa esistere del tragico nel romanzo, il romanzo non può essere tragico, poiché la sua struttura regge solo il tragico moderno. Io cerco il tragico e mi allineo totalmente a chi cerca una nuova epica italiana attraverso la nozione di oggetto narrativo. Guardo allo “Zibaldone” di Leopardi e a “Petrolio” di Pasolini o, più centralmente, a Kafka e Burroughs: narrazione allo stato puro, seppure non lineare, ma per questo non necessariamente postmoderna. Quanto al genere esistenziale, non l’ho praticato finora, ma sto iniziando a lavorare (e credo che se ne intercettino i segnali in “Medium”) proprio a un oggetto narrativo che sia una sorta di mémoire esistenziale spostato.
Da decenni non si fa altro che parlare e scrivere della fascinazione dei nazisti per l’esoterismo, ma tu sei tra i pochi (o forse l’unico) che ha ipotizzato ed esplorato la vicinanza dei regimi comunisti al paranormale…
In “Hitler” ho abolito di proposito l’inconsistente, deviante e per me eticamente oscena ipotesi del “nazismo magico”: nel 1938 gli esoteristi dei circoli, a cui Hitler era stato occasionalmente vicino, finiscono nei campi di concentramento. L’ipotesi regge solo in forza delle follie di Himmler e di Hess – follie che Hitler mal sopportava e derideva. Il paranormale nei regimi comunisti è una questione storicamente accertata e poco esplorata, a partire dai rapporti tra Lenin e il compagno Parvus, decisivo finanziatore della Rivoluzione, di stanza al Monte Verità in Svizzera, tra comunità teurgiche di varia natura. Ma a me, qui, come in passato per i complotti, non interessa il dato in sé: esso mi serve come occasione” narrativa per tentare un’allegoria. Nel caso in cui ho esplorato questo aspetto particolare, io volevo realizzare letterariamente l’invito alla “radicalità” di Marx: che mi porta a sostenere che il comunismo è in fondo non un messianesimo, ma una metafisica. Tutto il contesto mi serviva a chiarire questa parolina scomoda e continuamente male interpretata, che è “metafisica”.

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Alain Elkann intervista il Miserabile sul romanzo Hitler

Mi si è avverato un sogno: da questo momento, posso morire felice. Sono stato infatti convocato da Alain Elkann, per la sua trasmissione “Due minuti, un libro” in onda su La7, e ho incontrato una mitologia vivente. Ecco l’intervista video, che purtroppo non testimonia della preparazione, che meriterebbe un Foster Wallace per un’attenta fenomenologia.
Ringrazio La7 e Alain Elkann per l’attenzione e lo spazio concessomi.

Dal romanzo Hitler: il brano letto a Roma

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare per l’ospitalità e l’eccezionale lavoro svolto da minimum fax per l’unica presentazione che è stata fatta (e non ce ne saranno altre) del romanzo Hitler. Non si è trattato di una presentazione. Alla libreria minimum fax (in via della Lungaretta 90/e), accompagnato da profondissime letture di Nicola Lagioia e Christian Raimo, che hanno fatto “esplodere” la sezione che fa da perno al libro, cioè Apocalisse con figure, attraverso stacchi musicali mutuati ad hoc da Arvo Part, Lisa Gerrard, Iannis Xenakis, si è inaugurata un’unica lettura dal vivo appartenente al corpo testuale di Hitler: la scena che riporto qui sotto. A introdurre il tutto, la voce del poeta di Paul Celan: una rara registrazione audio del grande autore tedesco che legge uno dei suoi capolavori, Todesfuge (basta cliccare qui per ascoltare il file, mentre in calce alla scena da Hitler riporto la mia traduzione della poesia, che si discosta decisamente dalla versione datane da Giuseppe Bevilacqua).

* * *

Località ignota (Germania), maggio 1943

È qui.
Nessuno sa che è qui.
Adolf Hitler scruta dai finestrini la campagna attorno: terra brulla, cespugli verde marcio, rari. La campagna piatta è deserta. La giornata di maggio è insolitamente fredda, grigia. La nebbia inumidisce i vetri, penetra nell’abitacolo, sa di ozono.
L’autista conosce il percorso e non sa cosa sia la meta. La scorta segue. Nessun contadino in vista.
La recinzione: al blocco di controllo sei membri SS scattano nel saluto marziale, nessuno si attendeva una visita del Führer, all’improvviso, in questo luogo dimesso, segreto.
Ecco i casolari. Li abitano derelitti, consacrati alla causa.
Ciò a cui lui ha a lungo pensato. Ciò che lui ha a lungo desiderato.
Ecco l’enorme hangar centrale, in alluminio. Sembra un magazzino: lo era, è stato confiscato. Alluminio ondulato.
Dai casamenti, dall’hangar, persone in affanno escono, si sistemano i vestiti, finché l’automobile presidenziale non compie un largo giro sulla terra nuda e si va ad affiancare alla schiera che attende, che allarga la bocca davanti al volto pallido, crepato e gonfio del Führer.
La portiera è spalancata, Adolf Hitler esce nel freddo, calza i guanti, dà le spalle al responsabile che si profonde in saluti servili, dice ciò che tutti pensano di dovere dire di fronte all’uomo che la Provvidenza ha inviato, l’uomo che ha dato l’abbrivio alla creazione e alla distruzione.
Hitler è voltato, il suo sguardo assente si perde nella vastità immensa del campo arato, che viene arato per confondere eventuali ricognitori: la terra scura, intrisa di umidità, espira bruma bassa, pesante, grassa.
Hitler si volta. Il responsabile alza il braccio destro, non fa tempo a pronunciare il saluto, Hitler ordina: “Tutti fuori. Desidero vederla da solo. Impiegherò poco tempo”.

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Il romanzo Hitler ancora su “Bottega di Lettura”: la critica di Giorgio Fontana

hitlercovermedia.jpgGiorgio Fontana ha pubblicato il terzo intervento su Hitler che appare su Bottega di Lettura. Nel suo blog si lamenta perché non l’avrei ripreso volutamente su queste pagine, rispondendogli però in maniera trasversale qui. E’ un misunderstanding. Semplicemente mi era sfuggita la critica di Fontana e ciò che genericamente scrivevo nell’articolo segnalato era in risposta ad alcuni commenti, altrettanto generici, letti su altri blog e su IBS. Perciò mi scuso con Giorgio Fontana e vengo a rispondergli qui direttamente, prima di riportare integralmente il suo pezzo. Circa il punto 1, ovviamente senza intendere in alcun modo che le impressioni di Fontana non siano giustificate, confermo che, nella mia percezione, in Hitler non c’è la mia lingua. Esistono tre piani stilistici, nel romanzo: il più evidente è un’enfasi che mutua una finta paratassi (che è però complicata nella reiterazione, giungendo allo statuto di ipotassi) tesa a costruire una maschera linguistica dietro cui sia il niente. Questa enfasi non è epica, a mio parere, semplicemente perché non è vero che Hitler affascina: a conti fatti esiste forse una progressione mitologica per cui Hitler esce dal libro accresciuto o costruito? Semmai il problema da discutere è come rappresentare il vuoto umano – e solo in termini di lingua di superficie, perché la lingua è qualcosa di più profondo della superficie. Il secondo piano linguistico, che non è comunque mio, risiede nell’intervento esorcistico e diretto dell’autore, che non sono io, ma è qualunque autore. Il terzo piano linguistico concerne la sezione Apocalisse con figure, dove altri parlano: e si tratta del perno del libro. L’enfasi che irrita è tesa a irritare e, spesso, ad annoiare, a opporre resistenza emotiva contro il testo da parte del lettore. Circa il punto 2, l’esempio delle metope mi sembra riprendere una pratica che, in Benjamin, è detta “mosaico” e tenta di allargare gli spazi tra le tessere. Spesso, tra una scena e l’altra, trascorre un anno. Il salto tra scena e scena non viene visto come silenzio o vuoto o congelamento, perché gestalticamente l’occhio si fa prendere o dalle figure o dallo sfondo o dai rapporti tra i due – ma qui lo sfondo è un salto, un vuoto. Inoltre, la vicenda di Hitler è conosciuta, esattamente come la storia che le metope raccontavano nei tempi antichi. Il fumetto sfrutta questa sospensione di incredulità da decenni. Poiché la storia di Hitler è la storia di Hitler e nulla è inventato, ma comunque lo sguardo del narratore allarga certi particolari, non posso definire romanzo un libro in cui mi limito a inventare ironicamente solo Fenrir, cioè la postura del cosiddetto invasamento del Male in Hitler, per capovolgerla. Potrei chiamare Hitler un “oggetto narrativo”. E’ certo che non è un romanzo e non ha l’estetica di un romanzo per come il genere del romanzo storico è stato interpretato negli ultimi trent’anni. Sul punto 3: la nozione di “non-persona” è tutt’altro che inindagata, tanto che fuoriesce dalle più che 1.000 pagine della biografia di Fest e ha il suo fondamento filosofico nella Teologia della Shoah. Il non-essere per come è esplicitato nel libro non è un demone: è proprio il non-essere, la corrosione dell’essere e l’annichilimento totale: anzitutto del popolo ebraico. Cosa che a Stalin non venne nemmeno in mente. L’essere è e continua a essere: per questo motivo coloro che subirono lo sterminio raggiungono la massima intensità di essere – il che va ben oltre le categorie etiche di bene e male, e pone la questione su un piano metafisico. Tutto ciò concerne fondamenti filosofici, teologici e storiografici che, se sostanziano Hitler, tuttavia non ne sono elementi poetici. Elemento poetico è invece l’apparentemente sterile nozione di “non-persona” che viene ossessivamente ripetuta nel testo – il che è uno stilema che ha il suo pari nell’insistenza con cui si ripete il verbo “esorbitare”, cioè eccedere l’orbita umana, esserne fuori. Quanto all’indagine sul personaggio, non mi pare incompiuta: mi pare ci sia investigazione, solo non c’è giustificazione, cioè dazione di intensità esplicativa a un momento particolare della vita di Hitler che dia senso al passaggio da un Hitler suppostamente edenico e Hitler sterminatore. Sul punto 4, valgano le risposte date in precedenza: la reiterazione meccanica è mimetica eppure evita l’identificazione con Hitler (può non piacere, ma è la mia proposta letteraria); Fenrir non è Fenrir, è la parodia dell’atteggiamento di chi misticamente tenta di spiegare Hitler, è proprio il suo simmetrico capovolgimento, così come il Ragnarok è invertito nella scena del post-mortem; così dicasi circa l’estetizzazione, che è critica accettabile se l’estetica si pone come criterio valutativo, mentre qui non lo è, qui si tratta di un’immagine e di un’etimologia di ordine metafisico (come già detto, “santo” proviene dalla radice ebraica “separato”). Sul punto 5, non posso rispondere: è l’opinione di Giorgio Fontana sul libro. Per quanto concerne la mia autopercezione, non mi pare di non disporre di un apparato filosofico sufficiente a prendermi una responsabilità costatami parecchio, in termini emotivi e di ricerca interiore. Però ognuno può trarre le conclusioni che avverte come veridiche. Che io “spacci una pastoia come base concettuale” è da vedere: qui mi riservo il diritto autoriale di pretendere che il lettore non sia giudice assoluto e abbia delle responsabilità percettive che possono risultare fallaci – e comunque ciò concerne l’officina teorica, non il libro. Tutto il resto è legittimissima impressione di chi legge e, soltanto per lo sforzo compiuto nell’affrontare il libro e nello scrivere l’intervento che segue, mi sento di ringraziare Giorgio Fontana per l’attenzione e la pazienza spesi.

Giuseppe Genna, Hitler

di GIORGIO FONTANA

0. Dopo le precedenti letture di Paolo e di Demetrio, un punto di vista diverso. Dove si pongono alcune domande e dove si presentano parecchie perplessità.

Continua a leggere “Il romanzo Hitler ancora su “Bottega di Lettura”: la critica di Giorgio Fontana”

Settimana di fuoco – Il Miserabile a Roma per presentare “Tu sei lei” e “Hitler”. Venerdì, alle “Invasioni Barbariche”. Poi in Germania per il Misterioso Reportage.

gennadistrutto.jpgE’ una settimana di fuoco per il sottoscritto che, superando la paralisi parkinsoniana indotta dal colpo della strega e un’otite che nemmeno Jack Bauer sotto tortura in Cina, si muoverà instancabilmente per lo Stivale e oltre. Ecco l’agenda, riprodotta nel caso Miserabili Lettori di stanza a Roma fossero interessati e, venerdì, Miserabili Lettori ovunque residenti desiderassero trasformarsi in Miserabili Spettatori. Dubito che in Germania ci siano Miserabili Lettori interessati a quanto andrò a fare, ma quanto farò può interessare ai Miserabili Lettori che stanno in Italia. Ecco, dunque, il programma:

tuseileibo2008.jpgTU SEI LEI – ROMA
Mercoledì 26 alle 18
alla Feltrinelli di Piazza Colonna a Roma
Giuseppe Genna presenta
Tu sei lei, “best off 2008” edito da minimum fax
Insieme al curatore intervengono, tra le autrici, Esther G., Alina Marazzi, Veronica Raimo e Carola Susani.

genna_hitler118.jpgHITLER di GIUSEPPE GENNA – ROMA
Giovedì 27 alle 21
alla libreria minimum fax a Roma (via della Lungaretta, 90/e)
Christian Raimo, Nicola Lagioia e l’autore Giuseppe Genna
presentano e leggono estratti da Hitler (Mondadori),
oltre a brani da Celan, Borges, Pynchon, Arendt, Levi,
intervallati da frammenti musicali di Arvo Pärt, Philip Glass, Iannis Xenakis, Lisa Gerrard, Autechre, Murcof.

invasionibarbarichelogo.jpgIL MISERABILE ALLE “INVASIONI” – LA 7
Venerdì 28, dalle 20.30 su La 7
Giuseppe Genna è ospite di Daria Bignardi a Le Invasioni Barbariche, partecipante di un dibattito a più voci su crisi e recupero del ruolo maschile nella società contemporanea [poiché è accaduto che la partecipazione alla trasmissione sia slittata più volte in precedenza, si darà avviso di eventuali modifiche di programma].

IL MISERABILE IN ESPLORAZIONE PER VANITY FAIR – GERMANIA
Sabato 29, il Miserabile Scrittore si catapulta a Düsseldorf, in Germania, per redigere un reportage à la David Foster Wallace in un luogo che non è credibile in quanto non è di questo mondo. Il reportage vedrà la luce su Vanity Fair prossimamente.

Data la convulsa agenda, il dromofobico Miserabile si scusa con tutti coloro che sono interessati all’aggiornamento del suo sito, che rimarrà fermo per qualche giorno. Si scusa inoltre con i suoi corrispondenti elettronici, perché non sa se e quando avrà la possibilità di leggere le mail in questo fibrillante periodo.

I Balordi sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgIl blog 2B, ovvero Due Balordi (ma in realtà sono tre), è una delle realtà più acute, irriverenti, esilaranti della blogosfera nostrana. Uno dei Balordi, con lo pseudo marish, mi ha fatto l’onore di recensire e criticare Hitler. Ringraziando per le considerazioni positive intorno al libro, vorrei discutere ciò che secondo l’autore dell’intervento è sbagliato nel romanzo: cioè l’idea che Hitler andrebbe riguardato da un’altra angolatura, che è quella storicistica. Ne approfitto perché, leggendo giudizi negativi su cui non discuto ma che a me paiono ottusi, questo argomento è reiterato all’infinito. Provo a essere sintetico. Avendo lavorato anni su Hitler e su come rappresentarlo, io ho adottato una prospettiva, che è una prospettiva metafisica. La domanda non permette retroazioni stupidamente temporali avanzate da qualcuno (tipo: se si potesse tornare indietro nel tempo e si fosse davanti al neonato Hitler, lo si ucciderebbe o lo si porterebbe via, per farlo crescere in altro contesto – questo è stupido, poiché ciò che storicamente accaduto è accaduto e noi ci troviamo davanti comunque a Hitler). La domanda che io pongo non è definitiva: è la mia domanda e va letta sul piano in cui viene posta, altrimenti sarebbe come se uno aprisse un saggio e si incazzasse perché non è un libro di poesia. La prospettiva è dunque metafisica. Va specificata. Essa si chiede cosa sia Hitler e non perché sia Hitler. La risposta non può essere fornita letterariamente, se non in un modo: attraverso la ripetizione di moduli che, effettivamente e storicamente l’individuo Hitler praticò dall’inizio alla fine della sua scellerata esistenza. Sul piano di una metafisica della storia, la mia risposta è: Hitler accade come punto terminale dell’Occidente, usa l’armamentario umanista degradato e deviato per costruire una macchina che annichila, che porta il nulla. Il fatto che io lo definisca (e non giustifichi la definizione, ma la ripeta per la noia del lettore) “non-persona” mira al mistero dell’accadimento che, ovviamente, si concreta in problemi storici assai vasti: da quello del “consenso” a quello dei contatti con club ed élite che permettono a Hitler l’ascesa. Qualunque mitologia è svuotata, se non ridicolizzata (il lupo Fenrir, per esempio, è lo svuotamento dello stilema della fabula mitologica che dovrebbe invasare Hitler: Hitler demonico, Hitler occupato dallo Spirito del Male – tesi che desidero evitare). Ora, la prospettiva metafisica può essere retta, oggi, dalla forma romanzo? A mio parere sì, ma solo a certe condizioni. Queste condizioni sono stilistiche per quanto riguarda l’autore (che può cannarle alla grande) e di comprensione metafisica per quanto concerne il lettore. Se avessi desiderato scrivere un romanzo storico o a-metafisico, non avrei isolato Hitler, non avrei puntato l’obbiettivo solo su di lui. Avrei scritto un romanzo che non avrebbe avuto come protagonista Hitler, ma la congerie nazista. A me interessava una tesi: che è quella del rovesciamento dell’elenkos aristotelico, ovvero il fondamento dell’umanismo occidentale. Volevo cioè manifestare un non-essere che è: cioè, un portatore di annichilimento. Se non avessi fatto in questo modo (prendendomi rischi e responsabilità dell’errore che potrei avere commesso), l’unicità della Shoah sarebbe stata legata alla storia e a Hitler, prescindendo dall’elemento metafisico che essa esprime. Questa tesi è chiaramente contestabilissima. Ma non vedo perché avrei dovuto tradurre l’ottima e dilagante storiografia hitleriana in forma di letteratura: le ragioni storiche che spiegherebbero Hitler sono già tutte in questa abnorme saggistica. La letteratura, nella mia prospettiva (continuo a ripeterlo: una prospettiva che non è apodittica), ha altro ruolo da svolgere. Io cerco di entrare in un frame individuale che sta temporalmente prima del realizzarsi della formazione storica, dell’esposizione ambientale – per chiedermi cosa fosse Hitler e non cosa fosse un altro che, in quella situazione storica, avrebbe potuto fare ciò che Hitler ha compiuto.
Questo abborracciato tentativo di risposta non è diretto al Balordo che ha scritto del libro in una maniera che davvero mi onora. La questione meriterebbe un dibattito – ma ho verificato che spazi per un dibattito del genere, attualmente, non ci sono. Se si vuole affrontare la logica storicistica, il romanzo Le benevole di Jonathan Littell è il capolavoro a cui rivolgersi. Se si vuole tentare di penetrare cosa sia la prassi (non la teoria) metafisica, forse (forse) Hitler può fornire qualche aggancio – o forse no, perché il testo “esorbita” le intenzioni dell’autore (a ciò si riferisce l’ossessiva reiterazione del verbo “esorbitare”: Hitler diventa equivalente al testo occidentale, che “esorbita” sempre attraverso una finzionalità che spiega da sé l’antiumanismo di Hitler e della letteratura occidentale medesima).

Hitler di Giuseppe Genna

di MARISH
Questo libro, pieno di inevitabili cadute ed imperfezioni, va letto.
Va letto perchè, in un paese paludato come il nostro, trovare uno scrittore che decida di “fare romanzo” della vita dell'”innominabile” va ammirato solo per il coraggio che dimostra.
Pensateci. Vi svegliate e decidete di romanzare Adolf Hitler. Il Male incarnato. Il buco nero delle coscienze del mondo occidentale. Il Nulla fatto uomo come chiosa efficacemente lo scrittore. Non proprio facile come impresa. Anzi, come minimo, da ricovero in ambiente protetto.
Comunque il risultato è efficace. Non si dimentica facilmente come il 99% della produzione artistica italiota e questo è, già di suo, molto importante.
L’argomento è così lontano dalle comodità balneari della nostra scena artistica da far dimenticare alcune cose che non vanno. Su tutte il reperimento delle fonti, in alcuni passi, di non elevato livello e la non brillante analisi della fase da combattente nella prima guerra mondiale. Brillano di contro alcuni passi che raramente ho letto così efficaci in scrittori italiani (la fase viennese ed il dopo guerra nei sanatori sono semplicemente perfette).
Il problema, o forse la grande intuizione dello scrittore non lo so davvero, è l’arrendersi troppo velocemente nel cercare di dare una sua spiegazione alla unicità del personaggio Hitler. Troppo estremo. Troppo inumano. No. Non ci siamo. La valutazione del “pericoloso autocrate” come lo chiamava Liddel Hart non può essere limitata al considerarlo una figura unica e quindi non ripetibile. E’ un figlio, ricordiamocelo, di tempi sanguinari, di ideologie contrapposte che spazzavano cadaveri come vento, di una guerra che aveva costretto una generazione di giovani in due metri di fango per anni. Non si deve dimenticare e da lì bisogna partire o si rimane sempre al punto di partenza. Adolf Hitler e i suoi amiconi. Un gruppo di non umani che nessuno sa perchè e come siano riusciti a portare il mondo sull’orlo dell’annientamento.
Comunque si esce dalla lettura del romanzo non sconvolti ma ammirati si. Ripeto, ci vuole coraggio a prendere in mano del materiale del genere.
Quindi massimo rispetto a Giuseppe Genna.
E daje. Daje tutti.

J.P Rossano sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgJ.P. Rossano è autore di un thriller che mi è stato consigliato e che non ho ancora avuto il tempo di leggere, L’ultima stoccata. Poiché è uno scrittore, è anche un lettore e, in quanto tale, senza avanzare credenziali che ineriscano alla comunità editoriale, mi ha inviato una mail in cui, definendosi semplicemente “un Miserabile Lettore”, mi invitava a leggere la recensione a Hitler che ha pubblicato sul suo interessantissimo blog. Sono molto grato a Rossano, poiché il suo intervento sintetizza un incontro tra intenzioni autoriali ed esito letterario, riportando l’oggetto di indagine del romanzo su un livello metastorico, che interessa il presente. Il rapporto tra Letteratura e Male diviene così il centro di una meditazione assai significativa che l’ultimo decennio di narrativa italiana ha condotto (e da questo punto di vista andrebbe riguardato il successo del genere nero – non semplicemente in un’ottica di mercato, che viene esecrata da pseudopuristi con argomentazioni fintoadorniane). La Storia passa attraverso il filtro della visione letteraria che cerca di guardare non nell’occhio di un supposto Dio, ma in quello del Male: laicizzato e spiritualizzato al di là di ideologie e confessioni, questo Male è di fatto la ripresa di un discorso autenticamente e orizzontalmente metafisico. Per questo motivo ringrazio J.P. Rossano di avermi iscritto in una comunità che tenta questo lavoro di scavo, magari sbagliando, ma fornendo una chiara estetica comune, priva di manifesti, alla rappresentazione letteraria di questo tempo, anche a rischio di essere etichettata come “paraletteratura”.

HITLER di Giuseppe Genna – Il Male e il dovere della Memoria

di J.P. ROSSANO

jprossano.gifA proposito dell’esistenza del Male e della necessità di trovare il coraggio per raccontarlo, abbiamo già scritto (Il noir, il male ed il potere).
Del libro di Jonathan Littell “Le Benevole”, storia turpe di un impunito nazista, un romanzo bello seppur a tratti difficile da leggere, anche.
A questo punto era quasi fatale tanto che mi avventurassi nella lettura di “Hitler” di Giuseppe Genna, quanto che tediassi i visitatori del sito con le mie riflessioni in merito.
Qui scatta, doverosa, una precisazione. Il Genna Giuseppe, JP Rossano, non lo conosce, non gli deve dei favori, non è intenzionato a chiederne e, prima di Hitler, non aveva neppure letto nessuna delle sue opere. Questo va detto subito, tanto per sgomberare il campo da possibili dubbi di partigianeria, se non di convenienza.
Hitler” di Giuseppe Genna, dunque. Lettura suggerita dal mio amico Simone Sarasso, mentre si stava discutendo del libro di Littell e di quanto avesse scritto il sottoscritto in proposito.
Confesso, mi sono accostato alla lettura di questo romanzo con cautela e non poco prevenuto sospetto.
Molto si è scritto su Adolf Hitler, sempre però in forma di saggistica. Se si esclude, forse, “La parte dell’altro di Schmitt, questa è la prima volta che un autore affronta la sfida: Adolf Hitler quale protagonista di un’opera narrativa.
Il risultato: eccezionale ed agghiacciante al tempo stesso. “Hitler” è la sintesi del Male umano.
Basato su precise ricerche storiche, il romanzo di Genna, dipinge un quadro tanto cupo, quanto tristemente realista del suo deprecabile protagonista.
E lo fa emettendo una condanna senza appello. Esatto: l’autore non si colloca fuori dalla storia, vi si getta dentro, trascinando con se l’attonito lettore.
Hitler” è l’impietosa narrazione di come un idiota, tanto patetico quanto maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa essere assurto al sanguinario ruolo che ha avuto nella storia del ‘900.
Nessuna mitizzazione, nessuna assoluzione, nessuna redenzione, come è giusto che sia.
Infanzia devastata, adolescenza demente, turbe sessuali, miseria, fallimenti personali, dura esperienza nelle trincee della I Guerra Mondiale: nulla di tutto ciò può spiegare l’inspiegabile. Se l’Aue del romanzo di Littell è, pur nel suo abominio, un giovane brillante, dotato di buona cultura e figlio di ottime letture; l’Hitler di Genna è un “cretino” sin dalle prime pagine e resterà un cretino per tutto il romanzo, fino all’abisso conclusivo nel Bunker di Berlino.
Mentitore, vile, schizoide, tuttavia dotato di una logorrea trascinante. Imbevuto di una anti cultura, appresa dai peggiori libelli nazionalisti e dalle riviste di antisemitismo dozzinale che circolavano nella Germania di Weimar, Hitler parla, per tutta la durata del romanzo, della sola cosa di cui possa parlare una simile non persona. Del vuoto, del nulla, del niente.
Egli è un untore del nulla, catalizza nella sua non persona tutto il vuoto che lo circonda, lo amplifica e lo sparge come un virus.
Il nazismo si diffonde come un tumore nel corpo malato della Germania della repubblica di Weimar, coagulando attorno a Hitler altri tumori, non persone, Hitler potenziali, dementi meno carismatici, ma altrettanto grotteschi: Goering, Röhm, Goebbels, Hess, Himmler, Bormann.
È un’inarrestabile ascesa: il putsch della birreria, la presa del potere, l’incendio del Reichstag, la “Notte dei Lunghi Coltelli”, il rogo dei libri, i pogrom anti-ebrei. L’autore non ci risparmia nulla e dipinge l’angosciante sensazione che, nel clima dell’Europa del tempo e con la colpevole inazione delle potenze mondiali, la più grande delle tragedie europee avanzi verso l’inevitabile scoppio della II Guerra Mondiale e l’Olocausto.
Odio razziale, miseria e ignoranza: il combustibile. I nazionalismi: il comburente. Hitler e la sua cricca di psicopatici: la scintilla esplosiva.
La narrazione procede sino a che l’orrore raggiunge il suo apice. Lo sterminio degli ebrei, gli Einsatzkommando, i bombardamenti sull’Inghilterra, l’attacco all’Unione Sovietica, la tragedia della VI armata a Stalingrado, i campi di concentramento, le V2, il progressivo collasso del Terzo Reich, sino al delirio degli ultimi giorni in una Berlino da girone dantesco.
Poiché dal punto di vista della trama Genna non inventa nulla, né modifica, ma riporta fedelmente la storia, ciò che colpisce di più del romanzo è lo stile. Esplosivo, la scrittura descrive il delirio trasmettendo la febbre.
La narrazione è marmorea, asciutta sino all’estremo, delinea la scena in modo succinto, mai eccessivo, non si abbandona a fronzoli da fighetti, non concede nulla alla prosa raffinata.
Ogni frase è un colpo di maglio, persino quando è composta di un’unica parola.
Anzi più la frase è secca, concisa, più il suo effetto sulla narrazione e sul lettore è agghiacciante.
Lo stile giusto per descrivere il Male e, soprattutto, per il messaggio più importante del romanzo: un appello privo di compromessi sulla necessità della memoria. La parola d’ordine, dall’inizio alla fine, è Memoria.
Hitler” è, assolutamente, un libro da leggere.
Appare ridicola, se non addirittura offensiva, l’accusa mossa ai romanzi di Littell e Genna, da quel signore che scrive sull’Avvenire  “… libri di nessuna utilità, esibiscono solo la pornografia del Male …”. La pornografia del Male sono le trasmissioni fiume intorno alle villette di Cogne e di Garlasco, i plastici delle scene del delitto esposti nei salotti buoni della televisione, le code per assistere al processo per i fatti di Erba, non dei romanzi di spessore letterario e rigore storico che contribuiscono ad uno dei nostri doveri principali: non dimenticare ciò che è accaduto perché non possa più accadere. Affermare, come ha scritto il medesimo signore, che “…il Male assoluto respinge ogni argomento in contrario, anzi lo trasforma addirittura in un evento positivo…” equivale a firmare una resa incondizionata. Non possiamo raccontarlo, altrimenti egli, il male, rigira a suo favore i nostri argomenti. Tanto varrebbe tacere, allora, lasciare che l’oblio abbia il sopravvento, così che i figli possano tranquillamente ripetere gli errori dei padri, senza che nessun memento possa trattenerli.
D’altronde non potremmo pretendere molto da chi sostiene che “La metafisica del Male è materia teologica. Non fa per lo scrittore…” se così fosse Dante avrebbe dovuto limitarsi al Purgatorio ed al Paradiso, privandoci di quel capolavoro che è l’Inferno, la qual cosa si commenta da sé.

Bencistà: la scena del postmortem nel romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare Giacomo Bencistà, già autore di un’accuratissima lettura che mette in connessione il romanzo Hitler a Dies Irae su aNobii, per l’interpretazione sorprendente che dà in questo intervento su un punto chiave di Hitler: l’ultimo capitolo, il postmortem. E’ materia di riflessione per me, poiché, se gran parte di ciò che Bencistà intercetta era da me leggibile perché cercata, altri spunti mi fanno profondamente riflettere. La centralità del capitolo finale è per me importante – queste considerazioni mi permettono di approfondirla.

Hitler: il postmortem

di GIACOMO BENCISTA’

 

L’apparizione di Hitler dopo il suicidio (619) fa pensare a una nascita: una rinascita, in realtà, visto che i ricordi permangono. E il primo di questi ricordi (nelle righe che lo precedono ci sono soltanto astratte percezioni e affermazioni di identità fra l’io presente e l’io passato) sono l’immagine e il nome dell’amato cane Blondi, già protagonista della scena nella Grotta del Sale e unico, vero amico di Hitler. Hitler chiama «Blondi?» di fronte alla «sagoma confusa di un cane enorme» (619) che è Fenrir: è un errore di riconoscimento, che produce l’invocazione del nome dell’amico fedele. Il rapporto che balugina, che si instaura solo per un istante è quello fra un bambino e il grande cane amato. L’errore segnala tra l’altro all’attenzione del lettore un elemento importante: l’attuale piccolezza del protagonista. Di fronte al cane, Hitler è fisicamente piccolo. L’elemento sarà ripreso nel prosieguo.

Abbiamo poi la visione della distruzione di Hiroshima, letta da Hitler come distruzione di Berlino (620): qua egli «sul terreno vede sagome disegnate a forma umana» e si chiede: «si sono estinti gli umani?» (620). Mi pare interessante che egli non si trovi in un deserto, nel vuoto, ma in un luogo dove, tra le macerie, residuano tracce umane. Per la precisione, si tratta di sagome umane tracciate sul suolo: esseri umani bidimensionali, esseri umani semplificati. Non estintisi, ma semplificati da un’esplosione atomica.

Hitler confonde poi la distruzione col nulla che aveva desiderato realizzare (il punto è chiarito a 621: «sarebbe il nulla, se non fosse qualcosa. La distruzione non è il niente»). Si tratta del quarto errore di interpretazione/lettura commesso da questo spirito separato dal corpo, ed è seguito da un quinto errore. Precisamente (e in parte riassumendo), Hitler (619-620):

1. chiama Blondi l’entità che si rivela essere Fenrir;

2. identifica con Berlino una città distrutta che si rivela essere Hiroshima;

3. classifica come “estinzione degli umani” la “semplice” eliminazione di alcuni esemplari di questa specie;

4. identifica col nulla da lui voluto un singolo atto di distruzione;

5. dichiara di aver conseguito una vittoria postuma quando invece questo non è accaduto.

In tutti questi casi direi che si può parlare di una proiezione del desiderio sulla realtà (realtà in senso lato, dato che ci troviamo nel “senzatempo”…), di un’ostinata chiusura su se stessi e all’interno dei confini del proprio mondo (fisico, immaginativo, “affettivo”): dal cane amato alla capitale della nazione tedesca, alle proprie fantasie più segrete: Hitler torna sempre al “consueto”, al “già frequentato”. È come se, nell’ambito di una pagina (38 righe), Hitler riaffermasse per cinque volte se stesso, gridasse per cinque volte “io!”, contro la realtà; e la realtà, per bocca di Fenrir, per cinque volte gli rispondesse “no”, gli si rivelasse diversa (variegata, anche nella distruzione) dalle fantasie proiettate su di essa.

Mi verrebbe da definire questi errori di Hitler: errori infantili, manifestazioni di infantilismo, di un rapporto immaturo con la realtà, di un’incomprensione della sua autonoma e variegata struttura.

Arriviamo alla rivelazione: Hitler «riesce a schiarire la zona livida nella parte superiore del campo visivo» (620); vede «i Santissimi. […] Essi sono d’oro. Sono alti trentatré volte lui» (621, miei i corsivi). I Santissimi sono alti, incombono su Hitler (che è piccolo al loro cospetto); e sono d’oro.

La diversità di dimensioni è evidente e ben definita (tanto da essere quantitificata, seppur con termini che ricordano i simbolismi numerici della Bibbia) e credo che sia corretto ricollegarla a una posizione di inferiorità di Hitler di fronte ai Santissimi – analoga alla posizione di un bambino di fronte a degli adulti.

Il fatto che i Santissimi siano d’oro è un segnale di valore: segno di una trasfigurazione dell’umano, senza dubbio (oro come materia incorruttibile, come metallo degno dei regnanti e degli dèi ecc.), ma carico anche di qualche ambiguità. L’oro, infatti, incarna un valore anche nel senso più basso del termine: mezzo di pagamento, riserva di valore ecc. – in una parola: moneta. È dunque (anche) un segno di valore che solo un adulto può comprendere e ciò inchioda la persona di Hitler alla condizione adulta: per quanti tratti infantili possano essere presenti in lui, di un adulto si tratta, còlto, oltretutto, nel suo profilo più sgradevole di essere ben avvertito sulle “cose economiche” del mondo. Se si cerca di andare al fondo delle implicazioni della scena, anche di quelle più “oblique”, e di attivare tutte le sue connessioni culturali, non escludo che qua possa essere all’opera anche una contaminazione con un aspetto della propaganda antisemita – una scoria del mondo passato che appesantisce negli occhi di Hitler la visione ultraterrena: l’oro tante volte nominato in connessione con gli ebrei, il loro supposto rapporto privilegiato con questo strumento di potere, la favola del loro dominio sulla finanza internazionale ecc. Come se la trasfigurazione in immagini bibliche (la visione dei Santissimi ricorda le coorti di creature celesti dell’Apocalisse) non riuscisse a prevalere su un immaginario cristallizzato e irrimediabilmente contaminato. Il risultato mi pare che sia un infantilismo macchiato di gretta sapienza adulta.

Parzialmente in linea con questa nota è la replica di Hitler all’accusa di Fenrir («tu li hai sterminati»): «io non ho firmato nulla! Non esiste un documento scritto che attesti che io…» (621):

1. rivendicare la propria innocenza su un piano così basso e semplicistico di fronte a un’accusa mossa da un tale accusatore e in una tale situazione (entrambi “sovrannaturali” – una sorta di tribunale dopo la morte, dove necessariamente è di casa la “verità”) significa essere inesperti della “realtà” (qui una sovrarealtà, in effetti – ma anche l’accusato, uno spirito, ne fa parte: il risultato è un inizio di lite condominiale alle porte del Paradiso o dell’Inferno) e dei suoi significati: inesperienza e ignoranza, dunque – segni di immaturità;

2. la rivendicazione di innocenza è quasi infantile nella sua immediatezza, nella preoccupazione per l’incolumità personale che da essa traspare: basta far caso a come essa inizi e termini con «io»;

3. l’estrema difesa di Hitler può essere letta come manifestazione di uno sguardo (“burocratico”, formalistico – per quanto sia poi chiaro che ci sono precise implicazioni etiche e giuridiche nell’appellarsi al rispetto delle forme e delle procedure – e in ultima istanza della legge) che appiattisce la realtà (la appiattisce anche fisicamente, schiacciandola alla bidimensionalità del documento cartaceo, analoga a quella dei morti di Hiroshima);

4. solo un adulto, che possiede la sapienza spicciola delle cose del mondo (di quelli che dicono spesso “Ti faccio causa!”, “Sentirai il mio avvocato!”), comprende la “sottile” rilevanza dei documenti e della loro sottoscrizione (per quanto questa rilevanza sia nel “senzatempo” ridicolmente fuori luogo).

Di nuovo, un’ambiguita fra infantilismo (assenza di crescita) e maturità (come “sapienza” di chi “la sa lunga” sul mondo), fra inesperienza (frutto di chiusura mentale – o, meglio, di una mente che non si è mai aperta) ed esperienza (grettezza, furbizia).

Per aggiungere un elemento a questo quadro, torniamo ai Santissimi. Evidenzierei un punto interessante nella loro descrizione: fra gli ebrei sterminati e trasfigurati in statue d’oro sono certamente presenti donne, uomini, vecchie, vecchi, bambine, bambini; ma solo la presenza di queste e questi ultimi è sottolineata: «i bambini, giganteschi, lo orripilano […]. I bambini e le bambine hanno in mano giocattoli immensi, d’oro» (621). Bambini immensi con giocattoli d’oro: pare di trovarsi di fronte alla sfacciata concretizzazione di un incubo infantile, in cui l’invidia (per il possesso dei giocattoli d’oro) si mescola alla paura (per la statura immane di chi li possiede).

Troviamo poi il sorriso dei Santissimi, che trasforma le macerie in edifici e questi in alberi: è qui (621-622) un elenco di essenze arboree ripreso dalle Metamorfosi di Ovidio. Se è ovvio opporre alla terra devastata e priva di vita la presenza della vegetazione, il fatto che questa sia multiforme contrasta in particolare l’unicità della desolazione. In più, l’evocazione degli alberi per mezzo di una citazione da un altro testo chiama in causa una tradizione letteraria, il dialogo fra gli autori ecc. – in una parola: visioni del mondo diverse che dialogano attraverso i secoli. Un’ulteriore negazione dell’estinzione, del nulla desiderato da Hitler – o anche semplicemente delle sagome umane bidimensionali, delle macerie, dei documenti sottoscritti (tutte forme di riduzione di una complessità preesistente) da lui considerati con soddisfazione.

Abbiamo a questo punto un interessante fenomeno: i Santissimi abbandonano uno dopo l’altro la scena – che quindi resta disabitata, eccezion fatta per Hitler e Fenrir. Una terra che prima è stata distrutta e poi ha conosciuto la presenza dei Santissimi (esseri umani trasfigurati), quindi una fioritura di vita vegetale, infine l’abbandono da parte di quegli stessi particolari esseri umani. Adesso vi permangono soltanto uno spirito disincarnato e un “demone”. Questo mondo (questo “senzatempo”: «che non è la terra calpestata dagli umani», 622) è disabitato da presenze umane. E si apre per accogliere l’accesso all’inferno. Quindi, nell’abisso precipitano sia Hitler sia Fenrir, e lo spazio “senzatempo” che è stato Hiroshima, che è stato il luogo in cui sono risorti e si sono trasfigurati i Santissimi, che è divenuto una foresta – resta vuoto.

Questa «terra sottile» (622), questa grande scena è stata funzionale al giudizio di Hitler. È stata anch’essa funzionale a Hitler – scena per la sua tragedia, non diversa dalla Germania e dall’Europa e dal mondo intero, simile alle città e ai mondi deserti da lui sognati. Del resto, anche la punizione interminabile alla quale Hitler è condannato lo vede unico protagonista: non siamo in presenza di un “inferno” dove si esplichi una giustizia sovrumana che colpisce tutti i dannati. In tal caso, come in un inferno dantesco, il luogo e le sofferenze sarebbero semplicemente il luogo e l’occasione per la manifestazione di un qualcosa che trascende le individualità, anche quelle dei colpevoli – un qualcosa, la norma, che essi non hanno voluto riconoscere. Uno spazio paradossalmente comune, leggibile, dove le urla di dolore strappate dalle punizioni sarebbero atti di una comunicazione e parole in un discorso – sarebbero socialità, ormai inutile per chi la vive ma significativa per chi la legge. Qua, invece, abbiamo un “inferno” ad personam che si chiude attorno all’unico dannato: «Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo, […] e nessuno sente, nessuno lo sente più, per sempre divorato, […] dove Fenrir lo squarcia ricrescono pezzi di buia carne della sostanza del sogno, lo divorerà per sempre, cadranno per sempre nel gorgo buio. La terra si richiude sopra di loro, rimane occultata la voragine infinita, il pozzo buio dove all’infinito lui è macellato» (622). Nonostante l’occultamento (esplicitato e spiegato: «nessuno sente […] gorgo buio […] rimane occultata la voragine» [miei i corsivi] – c’è assenza di ascolto e di visione), la scena evoca una chiusura circolare del cosmo attorno al suo centro, costituito dai due corpi legati l’uno all’altro nel tormento inflitto e subìto – una chiusura che descrive una sorta di teatro attorno a uno spettacolo: il ciclo senza fine della carne maciullata e destinata a ricrescere e l’intuibile moto di rivoluzione dei due corpi stretti attorno al loro centro nella caduta evocano un’idea di circolarità, mentre l’enunciazione ripetuta della pena che colpisce Hitler (quattro volte ripetuta: «per sempre divorato […] lo divorerà per sempre […] cadranno per sempre […] all’infinito lui è macellato») fissa indelebile la scena sotto i nostri occhi, e anche lo spazio infinito in cui si consuma il tormento («la voragine è buia e senza fine […] la voragine infinita»), grazie alla propria forma e alla dinamicità del processo che vi si svolge (un pozzo in cui un oggetto cade, per sempre), risucchia gli sguardi dietro di sé e li trascina con sé nella caduta.

Il mondo vuoto, svuotato trova un centro in questo tormento senza fine, nel tormento inflitto da un “demone” a un’entità umana che ha fatto del proprio animo un deserto ma che non ha per questo cessato di essere umana. Hitler resta umano – o diventa, proprio ora, nella sofferenza, umano: mentre è divorato dal lupo, «lui urla, urla solo ora ‘Io chi sono?’» (622, mio il corsivo). Solo in questo momento nasce in lui il dubbio in merito alla sua identità. E la domanda è qualificata come doverosa dalla voce narrante: «solo ora», finalmente, ma troppo tardi, Hitler si chiede ciò che avrebbe dovuto chiedersi prima; solo ora si pone di fronte a se stesso e al proprio gelido mistero. Ma chiedersi “io chi sono” è un interrogativo che soltanto un essere umano può porsi. Formulare la domanda quando si raccoglie il frutto della propria vita e con essa ci si identifica totalmente e per sempre (se ne “scontano” le colpe, nella “punizione” infernale) è forse inutile, ma è comprensibile: l’inferno è uno specchio. La disperazione che nasce dalla contemplazione di questa disfatta umana è umana essa stessa.

 

Provo a tirare le fila di questo discorso, raccogliendo gli elementi che credo di aver individuato.

1.  Da un lato Hitler è raffigurato con tratti che delineano una sua posizione di inferiorità di fronte alla realtà – mi viene da dire: una posizione infantile di fronte al mondo. Ma una condizione infantile odiosa perché soddisfatta di sé, perché incancrenita nell’egocentrismo, nell’autoindulgenza, in un approccio che semplifica la realtà.

2.  Questo carattere infantile è però sporcato da una traccia adulta: si tratta di una gretta furbizia, una sapienza d’accatto relativa alle sottigliezze del mondo.

     La situazione della persona Hitler si complica, dunque: ci troviamo di fronte a una sorta di bambino corrotto e bloccato nel suo stato di ambiguità.

     Contro questi “tratti caratteriali” reagisce la situazione da giudizio finale della scena: la trasfigurazione delle vittime e la condanna dell’assassino riaffermano oltre ogni possibilità di contestazione una verità ignorata o oscurata.

3.  Un terzo elemento in gioco è la semplificazione della realtà (la tendenza a semplificarla), che mi pare affondare le proprie radici sia nella sapienza di questo mondo meschina e adulta, sia nell’immaturità e nell’egocentrismo infantili prima individuati (punti 2 e 1). Sia nell’Hitler che “la sa lunga”, sia nell’Hitler “bambino”.

     Contro questa tendenza, di nuovo, reagisce il recupero delle vittime, nella loro multiforme pluralità, ma anche la “fioritura” della terra devastata.

4.  Infine, c’è la “chiusura” della scena attorno al tormento eterno inflitto a Hitler. In questo modo si crea un nuovo centro-palcoscenico occupato dalla persona “gelida” e dal suo “demone”. La punizione, cancellazione finale diventa, paradossalmente, spettacolo senza fine, eternamento della persona morta – cristallizzazione, fossilizzazione finali e perpetue del particolare fenomeno umano analizzato.

 

Che cosa significa tutto questo?

Mi pare che si tratti della conferma che Hitler è un mezzo: metafora di una condizione umana. Di questa si sta parlando: di una modalità di organizzazione della persona, caratterizzata da certi tratti emotivi, intellettivi ecc. Questo è l’oggetto dell’opera. Hitler, la sua biografia, il nazismo, la tragedia che divora l’Europa sono tutti funzionali ad esprimere questo oggetto. Il monito «sia lasciato a sé, che non esiste. Sia lasciato» (622) pare un tentativo di fissare un appiglio sull’orlo di quel buco nero scavato nella nostra attenzione di lettori dall’immagine dell’abisso senza fondo in cui Hitler maciullato da Fenrir cade per sempre. Perché questo è il centro: un abisso in cui cade una persona. Devastata, distorta; gelida, desertica – ma comunque una persona, che urla il proprio essere umano interrogandosi sulla propria identità. In un inferno solitario che non riafferma un valore comune, un’etica ecc., ma svela un’involuzione infernale (condanna? timore? previsione?) di quella persona.