Il Maestro di Haziel: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDopo un periodo di infinita sintomatologia virale, dopo il crash del pc, sopo la gomma bucata allo scooter e la rottura del dvd, e durante il più devastante colpo della strega che abbia mai subìto, riprendo a postare con un pezzo d’eccezione. Mirko Cittadini, creatore e gestore del bellissimo blog Haziel, è già intervenuto, con penetrantissima capacità di analisi, sugli esiti letterari raggiunti dal romanzo Hitler (soprattutto con questo esercizio di acribia ottica davvero per me sorprendente). Ricorrentemente Mirko Cittadini fa riferimento al suo misterioso “Maestro”, le cui conoscenze e incursioni testuali e panoramiche sono emblematizzate dalla migliore, più estesa e motivata critica che sia stata mossa a Hitler e che pubblico qui di seguito. Io non posso ribattere, rispetto alle perplessità di Roberto Leopardi (questo il nome, forse de plume, del Maestro di Haziel), poiché toccano momenti fortemente soggettivi e si pongono su un piano metafisico che non può incontrarsi su quello che, nelle intenzioni, ho provato a irradiare attraverso le prosodie, i ritmi, le retoriche e la struttura del mio libro. Ciò che posso invece dire è che le impressioni negative che vengono enunciate mi trovano pienamente d’accordo, a parte l’osservazione sull’eventuale carattere olografico della scena finale, quella del post-mortem: ma qui credo che frizionino proprio due vie metafisiche che non so se guardano al medesimo centro. Le contraddizioni evidenziate da “Roberto Leopardi”, che non sono in coincidenza con i giudizi espressi dall’autore di Haziel, sono disnodabili probabilmente in dialogo, dal vivo, in posizione priva reciprocamente di ogni maieutica – e si tratta di un dialogo che spero di avere presto.
Ringrazio e Mirko Cittadini e il suo Maestro per l’attenzione, l’acribia, l’onestà e lo spazio dedicato al romanzo.
Nolite foras ire.

 

Recensione a Hitler di Giuseppe Genna

di ROBERTO LEOPARDI

Ho deciso di leggere Hitler per presa di posizione, disgustato dalla offensiva recensione di Antonio D’Orrico sul Corriere della Sera di qualche tempo fa. L’ho letto anche perché ne sarebbe derivato un atteso dibattito con il mio confidente letterario Mirco Cittadini e anche perché il blog di Genna, che ho visitato per rendere omaggio ad una fortunata incursione di Mirco, esibiva (ed esibisce) Hitler come testo che offre un inedito modello narrativo (almeno nelle intenzioni, precisa Genna) nell’approcciare il (non) personaggio Hitler.

Ho letto le oltre 600 pagine del libro in quattro giorni, senza sforzo e pianamente, come pochi mesi prima avevo letto, dello stesso autore, L’anno luce. Ho letto alla fine la lunga lista dei ringraziamenti che Genna rivolge a molti e ho avuto conferma (nel libro) di ciò che giù sapevo (dal blog), cioè che Genna ha lavorato intensamente ad indagare la materia di cui scrivere e ad elaborare una modalità significativa sul come scriverne. Dato atto e reso omaggio alle intenzioni (che, nell’humanitas che deve avvolgere il parlarsi, hanno cittadinanza e senso), devo confessare che durante ma soprattutto al termine della lettura ho provato un vago senso di delusione.

Il libro è ben scritto, ben distante dal corrispondere alle misteriose accuse di paratassi e modestia lessicale che qualche recensore (che il libro non deve averlo letto) segnala. Ho letto Hitler per impulso e per dedizione, senza fatica, senza mai l’impressione di avere perso il mio tempo.

Perché, dunque, la delusione?

Per due ragioni. La prima: l’attesa di quel modello narrativo originale, spiazzante, rivoluzionario o quanto meno innovativo, non ha avuto riscontro. Temi e forme che Hitler propone li avevo già incontrati in altri libri, li avevo già rielaborati e digeriti. Ho trovato quasi solo cose già lette, atone e un modo di procedere che a me è risultato prevedibile, anche nelle scelte delle tappe evolutive della parabola hitleriana.

La seconda: al termine della lettura, accompagnata come sempre da matita e appunti, non mi è rimasto molto da riprendere in mano. La storia si stagliava luminosa, chiara ma carente di spessore, forse perché lo spessore della shoah è già di per sé imponente e qualunque sia la consistenza di un nuovo strato che vi si sovrappone il senso di insignificanza permane.

Mi sono occupato di questioni ebraiche intensamente per anni e una certa sensibilità e orecchio me li sono fatti. Libri a riguardo ne ho letti molti (diciamo 150) e occasioni per pensare e fare pensare sulla shoah ne ho avute varie. Ai tanti testi narrativi e storici, memorialistici e poetici che sviscerano (senza mai esaurirla) l’enormità della shoah, ho avuto l’impressione che Hitler non aggiungesse molto.

Forse se non avessi letto recensioni e controrecensioni prima di leggere il libro, ne sarei sortito con un’impressione diversa. Ma, così è andata, la sproporzione fra intenzioni e resa l’ho percepita.

Già prima di leggere il libro, trovavo un po’ sconcertante che nel blog di Genna si dibattesse molto più di intenzioni che di sostanza. A livello artistico io credo che non abbia nessuna importanza se la materia trattata è necessaria, se l’impegno dell’autore è stato intenso, se le intenzioni furono eroiche.

Una recensione dovrebbe affrontare IL LIBRO e l’autore dovrebbe scomparire con tutte le sue intenzioni, studi, vissuti e pregressi. Questi stanno fuori dal libro e non sono a tema. Ma quando le intenzioni vengono esplicitate, creano di per sé un campo di attese dal quale non si può più prescindere se non con uno sforzo di rimozione destinato a molte falle.

Intendendo dunque proporre una breve ma motivata recensione del libro Hitler, mi sforzerò di rimanere nel campo letterario per proporre la mia umile risposta alla domanda che qualunque potenziale lettore si pone e in funzione della quale esistono le recensioni, cioè: vale la pena leggere Hitler piuttosto che un altro libro? E perché?

Do subito la mia risposta, e la risposta è sì, con un se.

Secondo me, vale la pena leggere Hitler se della storia della prima metà del ‘900 non si sa molto. Hitler è un’opera accattivante, scritta con un linguaggio immediato ma non banale, capace di fare intuire piani sotterranei a quello immediatamente fruibile della prima lettura. E’ un libro serio, ponderato, documentato. Aiuta a capire, o almeno a porsi domande.

Al lettore mediamente documentato sull’epoca in questione, credo che invece Hitler possa risultare debole nella sua ridondanza.

C’è una tesi di fondo che Genna esplicita fin dalle prime pagine, cioè che Hitler è una non-persona. E questo sembra essere il filo rosso di tutta l’opera.

Eppure, mi pare, il teorema genniano del non-essere di Hitler emerge solo nel suo ribadirlo esplicitamente e continuamente, come una tesi che da sola non riesce ad imporsi. Il racconto, di fatto, è il racconto di un essere (corpo, anima, cervello, follia, lucidità, dolore, empatia). Semmai nell’essere di Hitler è carente (non assente) la relazione, e poiché l’uomo è il punto di incontro di un reticolo di relazioni, è la carenza di intimità che fa di Hitler un essere “fragilmente essente”. Ma lo stesso (se non peggio) non si potrebbe dire dei suoi seguaci, uno ad uno, di suo padre, di Eva Braun, ecc.? In cosa Hitler è meno essente di loro? Nell’essere magnete di orrore? Ma Hitler è allo stesso tempo (questo evinco dal romanzo) movente e mosso. L’inazione che produce inesistenza (esistenza come stare fuori, muovere da sé) si riconosce nei seguaci più che in lui. O meglio, nell’agire dei seguaci, al suo cospetto sottomessi e servili, ma nel privato sfuggenti, alla ricerca del proprio volgare interesse.

Il lascito morale che trovo in Hitler (romanzo) è, a mio avviso, un’intima accusa contro l’edonismo. Il grande agente del reich sembra essere, in Genna, lo sfrenato desiderio di piaceri illeciti nella formale società tedesca. Meglio: la ricerca di un nuovo, perverso contesto sociale in cui la devianza sia legittimata da un indulgente giudizio esterno che giustifichi come normative sconcertanti pulsioni (l’es rovesciato in super-io), che spacci il peccato come non peccato, il perdono come assurdo (non esistendo peccato). Hitler, circondato dalle varie e strabordanti perversioni della sua miserevole corte dei miracoli, risulta quasi (fuori delle sue sfuriate maniacodepressive) il più “morale”, una specie di stravolto Grande Gatsby teso al sogno utopico di un mondo puro, da purificare nella guerra e nello sterminio profilattico del diverso, dedizione totale di se stesso al desiderio diffusissimo e normalizzato nell’Europa del primo novecento dell’eliminazione fisica degli ebrei.

Poi, l’incentramento su Hitler delle ferocie della seconda guerra mondiale produce una tesi storiografica (o piuttosto di filosofia della storia) secondo la quale è dato a un solo individuo produrre sconvolgimenti inenarrabili in un tempo breve. E non si tratta di sconvolgimenti diretti come potrebbe essere lanciare un missile con testata nucleare, ma l’attivazione a domino delle peggiori inclinazioni di molti (a pagina 620, l’accusa al presidente americano: “la bomba che progettavi tu, l’hanno lanciata loro“: il male suscitato da Hitler, il male preconfezionato da Hitler, pret-a-porter  per i signori della guerra dei decenni a venire). E questo non è, contro l’esplicita intenzione di Genna, riconoscere ad Hitler una vittoria postuma? L’Anticristo che Hitler è (p.63) lascia pesante traccia di sé nel mondo, continua ad agire. Come Cristo morendo dona il Consolatore, così Hitler morendo tramanda il Disperatore nella forma di chiunque si faccia carnefice.

Il destino del mondo genniano è segnato: il mondo è inquinato dal male. Unica scelta, ed è il commiato del libro, essere il maledetto piuttosto che il maldicente. Il mondo è dunque oggi ciò che Hitler “vedeva” essere, e che cercò di portare alla luce (tenebra): il luogo del male, del dominio della carne, il mondo di cui parla Giovanni nel Vangelo, irredimibile (e quale terribile paradosso che in Giovanni i cittadini del mondo siano i giudei, negati dal Vangelo al mondo della luce, negati da Hitler al mondo delle tenebre).

Ma torno un istante alla tesi storiografica di Genna: Hitler assorbe, moltiplica, poi rilancia. Il non essere di Hitler si ipostatizza nell’essere ricettacolo di una volontà nazionale, di un hegeliano spirito della nazione che trova in lui il perfetto contenitore. Ma pure il contenitore è. A meno che non sussista una visione manichea della storia. Al Dio della luce che distende la storia del mondo per generare, nella pienezza dei tempi, il Messia, si contrappone un dio delle tenebre che, nella pienezza dei tempi, genera l’anticristo. Porta di salvezza il primo, porta di morte il secondo. Una tesi storiografica che si intuisce nella figura del lupo Fenrir. In questa tesi l’uomo è solo nella misura in cui prende parte alla storia identificandosi con il suo signore. Il cristiano è se, perdendo se stesso, diventa Cristo. Ma allora, Hitler è se, perdendo se stesso, diventa Fenrir. In questo senso Hitler non sarebbe sia pure essendo. E’ e non è. Ma si può essere incarnazione del male quanto lo si può essere del bene? Non seguirò oltre questo angusto sentiero e passo ad altro.

Continuo a pormi dal punto di vista del lettore di media cultura, in grado di mettere a confronto Hitler con altre opere. Hitler è un libro scritto bene, ho detto. Ma in che senso, bene? L’unica frase “bella” (a mio avviso) è la seguente: Sferragliando caracolla sotto il peso umano che si agita nel suo ventre e va, il tram (p.58)., una ritmica splendida che fa vedere il tram, sentirne il suono, sedercisi. Tutto il resto è scrittura “inutile”, sostituibile con ogni altra. Ma questa è, si capisce, una scelta di registro, e una scelta opportuna. Come dire di Hitler con una prosa accurata, brillante o sia anche semplicemente elegante? Semmai alcuni difetti che riscontro non stanno nella condivisibile scelta di fondo, ma nella gestione dei margini di tale registro. Certi passaggi, per esempio le citazioni dalla Terra Desolata e da vario Eliot, brani biblici, lettere, li percepisco come post it superflui e talvolta fuori luogo. Trovo sconcertante questa frase (da ovunque sia tratta): Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui (p.553). E nelle pagine successive Genna adotta un’assurda terminologia per narrare il viaggio ad Auschwitz: corpi degli anziani deceduti in rigor mortis, quindi in stato colliquativo. Assenza di luoghi deputati all’escrezione… (p.554), e spaesanti cambi di registro: e non vedo più, nera una barriera mi impedisce la vista…(p.555). L’intenzione doveva probabilmente essere quella di usare un multilinguaggio, di rendere il senso asettico dello sterminio utilizzando modalità descrittorie in sé ripugnanti. Ma a me non sembra che l’effetto sia raggiunto. E, ancora, sempre a titolo di esempio, il riverberare della parola Provvidenza, sette volte in quattro pagine, sulla bocca di Hitler e Mussolini (figli di un dio antagonista?), che poi ritorna una sola volta e scompare.

Via via che la storia procede, emerge la difficoltà di Genna nel tenere negli argini il fiume narrativo che sbanda in una piatta pianura. Quando si giunge a vicende a tutti note, le cose peggiorano. E’ dolorosa, in un libro così, la tentazione epica di certe pagine su Stalingrado e sulla Normandia, dove sembra di vedere Il nemico alle porte o Salvate il soldato Ryan. Le ultime cento pagine arrancano per vedere la luce. Se ne esce un po’ esausti. Ci si sente in colpa dall’essere annoiati dall’orrore, ma si è annoiati. Orrori e disgusti diventano parte naturale del mondo, e nel mondo non c’è posto per nulla di bene. I Santissimi sono una visione, i bambini sono altrove. Hitler ha vinto: sprofonda nella terra e vi si insedia. Come dire, con quale coraggio, che basta un solo giusto perché il mondo meriti di essere stato creato? Chi potrà crederci? Il mondo, l’ha scritto Genna poche righe prima, non può più esistere. Il mondo si regge sulle cantilene dei bambini, e i bambini sono morti.

L’impressione finale che mi è rimasta dalla lettura di Hitler è che questo libro non abbia la capacità di riscattare le vittime (la visione finale è olografica, una debole apocalisse) e che il peso dinamico di Hitler risulti sproporzionato, una dinamo di male. Il momento in cui la pietà di Genna riluce è a pagina 98: Hitler fa l’elemosina: “Non ho lavoro…” sussurra mentre sporge sotto la pioggia il cappello militare, floscio d’acqua: non raccoglie moneta. Nessuno lo vede. A me è sembrato il  momento più intenso del libro. Sembra di potere credere che se qualcuno lo avesse visto, se avesse saputo essere il Samaritano, il destino di Hitler avrebbe potuto essere diverso. Vi si capisce, e questo credo derivi dall’involontario emergere dell’anima compassionevole di Genna, che se la pietà per Hitler è impossibile e ingiusta alla fine, può esistere, è necessaria, all’inizio.

Infine, sul genere letterario.

Capisco l’insistenza di Genna nel negare l’attribuzione della dicitura romanzo a Hitler. Il romanzo infatti ha il carattere dell’unicità: non esiste “un” romanzo, ma “il” romanzo. Non può esistere “un” romanzo dei Promessi sposi o di Don Chisciotte, ma “il” romanzo, uno e uno solo. Come pensare di fare “il” romanzo di Hitler? Dunque, se non è, e non è, romanzo, Hitler cos’è? Non è un’opera storiografica (fonti documentarie e metafore, dati e illazioni si mescolano disorientando). Non è trattato filosofico, né opera morale o teologica. L’unica idea che mi viene è che si tratti di una biografia a tesi. E il nome di tale genere letterario è, ahimè, agiografia. Tanta energia spesa a negare essenza a Hitler è frutto di un intenso studio e di una strenua dedizione che, ancora una volta, mettendo Hitler al centro del grande dramma dell’Europa del medio ‘900, lo promuove al rango (ben più elevato rispetto a quello comune di essere vivente) di personaggio.

 

Credo sia un bene che un’opera su Hitler risulti insoddisfacente: le parole hanno il potere di risuscitare i morti. Con tale potere si è misurato Genna e, dal confronto con il male, non sarà uscito integro né uguale.

Hitler è un’opera di dedizione, la testimonianza vivente (perché i libri sono carne) del rifiuto di accettare le regole del male e, come tale, contribuisce non solo a respingere la tentazione di dimenticare, ma anche a suscitare buone intenzioni. Le quali, nell’humanitas che deve avvolgere il parlarsi, hanno cittadinanza e senso.

Ed è in nome di tale umanità che prego Genna di perdonarmi per la sincerità di una lettura critica che un po’ graffia.

Sappia che è segno sincero di rispetto e di incoraggiamento.