Il Miserabile e Le teste sul Corriere della Sera: “Odio Lopez perché non telefona alla mamma”

corsera_teste

Il Corriere della Sera su Le teste [pdf]

Incontri – L’autocritica dell’autore mentre arriva in libreria il thriller «Le teste», quasi un congedo
«Caro ispettore Lopez, ti odio»
Genna è stanco del suo eroe: non conclude niente, non ha profondità
di RANIERI POLESE
[dal Corriere della Sera, 21.9.2009]

In un dicembre freddo shocking con tanta neve gri­gia in città, sotto il ghiaccio che sigilla l’Idroscalo di Mila­no viene trovato il corpo di un pensionato. Accanto al cadavere, i sommozzatori raccolgono un sac­co di plastica: dentro c’è la testa decapitata di una ragazza bionda. Parte così Le teste (Mondadori), la nuova (ultima?) indagine del­­l’ispettore Guido Lopez (in libre­ria da domani), poliziotto in servi­zio effettivo dal 1999 quando ap­parve nel primo romanzo di Giu­seppe Genna, Catrame , e da lì ha proseguito per altri quattro titoli. «Lo odio — dice Genna —. E non è solo l’insofferenza per il perso­naggio, quella che alla fine prova­va Simenon per Maigret. Odio Lo­pez, il suo non saper mai conclu­dere niente. È una figura senza profondità, non telefona mai alla mamma, non ha una fidanzata. Non si sa com’è fatto, non viene mai descritto. Serve al meccani­smo seriale del thriller, che io pe­rò voglio mettere in crisi. Da noi non c’è uno scrittore come Ellroy, non ci sono fiction tv come ’24’ o ‘Lost’, c’è Don Matteo».
Strana, ma nemmen troppo, questa dichiarazione di odio per il personaggio che lui stesso, Gen­na, ha creato. Infatti, romanzi co­me Nel nome di Ishmael o Non toc­care la pelle del drago non sono e non debbono essere considerati thriller convenzionali (detective in caccia del killer), c’entra sem­pre la storia più grande, dalla mor­te di Enrico Mattei alle stragi più recenti. Il ruolo principale, così, fi­nisce per essere quello dei Servizi, delle «strutture parallele», di tra­me e intrecci dal forte sapore di complotto. Anche ne Le teste , via via che le ricerche sull’identità della donna procedono, mentre dal pas­sato emergono altri casi di vittime decollate, ci si accorge che dietro traspare un altro disegno molto più inquietante, con addirittura un riferimento al filmato diffuso su Internet della decapitazione di Nick Berg, per mano di al-Zar­qawi, nel maggio 2004.
«La testa trovata nell’acqua ap­partiene ai miei ricordi di bambi­no — racconta Genna —. Avevo 11 anni, i genitori avevano portato me e mia sorella al mare, a Lido Adriano, vicino a Ravenna. Siamo sulla spiaggia, due ragazzi tede­schi stanno uscendo dall’acqua con un sacchetto di plastica trova­to sotto le rocce di un moletto. Lo aprono e ne esce una testa di don­na. Per anni, tutte le notti ho avu­to l’incubo di vedere uscire quella testa dall’acqua del water». E an­che il libro riporta quell’episodio, un antico delitto, vittima una pro­stituta, in cui potrebbe essere im­plicato proprio il pensionato trova­to morto all’Idroscalo. «Per que­sto romanzo ho usato degli inter­mezzi, in corsivo. La tradizione del thriller Usa più dozzinale pro­pone sempre questo stratagem­ma, dando spazio alla voce del fol­le, del serial killer, che è ovviamen­te più avanti dell’investigatore. Ma qui, in Le teste, di chi è quella voce? Dell’assassino, o dello stesso auto­re che continua a girare intorno a quell’antico orrore?».
La città che fa da scenario e coprotagonista in questo freddo delirio, Milano, è una città a degrado avanzato, che continua a voler credere alle sue leggende (Genna dedica una pagina al mito della Mi­lano anni ’50, i poeti e gli artisti del Giamaica) e non vuole percepi­re la reale situazione di un agglo­merato urbano che non funziona più («quando ci fu la grande nevi­cata, per avere i sacchetti di sale ci si dovette rivolgere a Torino»), do­ve le aiuole e i parchi sono ridotti a sterpaglia. «Ma anche la mente dei suoi abitanti è un groviglio di sterpi: negli ultimi tre anni il con­sumo degli psicofarmaci è più che raddoppiato». Milano come avan­guardia dell’Italia. «Di un Paese che dalla caduta del Muro ha per­so ogni interesse strategico, è sci­volato nella periferia di un impero che non ne vuol più sapere, guar­da altrove. Ma politici e governan­ti fanno come se tutto ancora si te­nesse insieme».
E i servizi deviati, le strutture parallele? C’è un complotto, così come ce ne sono stati tanti nella nostra storia recente? «Il complot­to si iscriveva in un protocollo pa­ranoico che è andato in pezzi. Pen­sare che dietro quanto accadeva c’era un Grande Vecchio, un Pote­re occulto, questo serviva per da­re coerenza al racconto. E serviva anche a ciascuno di noi, per rac­contarci una plausibile spiegazio­ne. Questo paradigma oggi non vale più. Siamo passati a quello che si chiama stress post-trauma­tico, l’emergenza psichica nume­ro uno dei nostri tempi. Si perce­piscono frammenti, pezzi di un’esperienza traumatica, che pe­rò non riusciamo più a cogliere nella sua interezza. Così non sia­mo più in grado di elaborare il lut­to, restiamo sospesi in un limbo che somiglia all’inferno. E forse lo è».
In guerra con il suo personag­gio (ma quando ha visto che nella nuova «Squadra» televisiva c’è un ispettore Lopez, un po’ si è secca­to), in scadenza di contratto («Que­sto è il mio ultimo libro Mondado­ri »), Genna torna a lavorare sul suo work in progress, Assalto a un tempo devastato e vile , magma in espansione di saggistica e narrati­va, analisi e delirio, epopea crude­le delle periferie che un tempo sta­vano ai margini delle città, e che oggi ormai le hanno conquistate. Questo zibaldone di fatti e pensie­ri, dopo essere uscito da Pequod e poi da Mondadori, vedrà una terza edizione aumentata da Minimum Fax, primavera 2010. Intanto, dal suo monumentale Hitler è stata tratta un’opera musicata da Filip­po Del Corno, che ha debuttato nel Festival MiTo. E di Lopez, del suo ispettore ripetitivo, vuoto, seriale, bisognerà cominciare a fare a me­no? «Chi sa, senza anticipare nien­te su come finisce il romanzo, sto già pensando a una ripresa. Para­dossale, all’altezza del tempo deva­stato e vile che ci è dato vivere».

IO HITLER: la recensione del Sole 24ore

fulvio_pepe_io_hitler_4La scheda dello spettacolo IO HITLER
Il trailer di IO HITLER
MITOblog: l’intervista di F. Del Corno su IO HITLER
Il Corriere della Sera su IO HITLER
Estratto dal libretto di IO HITLER
Audiointervista al regista di IO HITLER
Il Corriere della Sera – Milano su IO HITLER
Repubblica – Milano su IO HITLER
Le immagini della conferenza stampa di IO HITLER
Le immagini della “prima” di IO HITLER
Luca Giudici sulla “prima” di IO HITLER
Il Giorno sulla “prima” di IO HITLER
Peacereporter sulla “prima” di IO HITLER
Amadeus sulla “prima” di IO HITLER
Il Sole 24ore sulla “prima” di IO HITLER

LA VERSIONE INTEGRALE DELL’ARTICOLO IN FORMATO JPG [535k]

L’EGO DEL DITTATORE
La pièce “Io Hitler”, su partitura di Filippo Del Corno, rievoca l’ascesa del Fuhrer e il suo legame ossessivo con Wagner. Spettatrice d’eccezione Veronica Lario
di CARLA MORENI
[dal “Domenicale” del Sole 24ore, 13.9.2009]

“E’ quell’Io che cambia tutto. Io, Io, Io: reiterato, ossessivo, in attacco di tutto il conversare. Emblema di solitudine, autoreferenzialità, follia. Perché l’Io che parla in scena è Hitler…” [CONTINUA]

IO HITLER: la recensione del Giorno

La scheda dello spettacolo IO HITLER
Il trailer di IO HITLER
MITOblog: l’intervista di Filippo Del Corno su IO HITLER
Il Corriere della Sera su IO HITLER
Estratto dal libretto di IO HITLER
Audiointervista al regista di IO HITLER
Il Corriere della Sera – Milano su IO HITLER
Repubblica – Milano su IO HITLER
Luca Giudici sulla “prima” di IO HITLER
Il Giorno sulla “prima” di IO HITLER

LA RECENSIONE – AL PARENTI PER MITO LO SPETTACOLO TRATTO DAL ROMANZO DI GENNA
Hitler in musica, un magnifico orrore
di ELVIO GIUDICI
[da Il Giorno]

Fulvio Pepe interpreta il Fuhrer in IO HITLERMILANO — Giuseppe Genna scrive un romanzo magnifico, «Hitler». Non una biografia, ma piuttosto una serie di flash che illuminano le tappe dell’ascesa non d’un superuomo genio del male, bensì d’un poveraccio senza arte né parte: totale nullità, che sa di esserlo ma finge il contrario, credendoci come solo fanno i più deboli pusillanimi. Ventuno di questi flash, riscritti dallo stesso Genna, divengono stazioni d’un monologo intitolato «Io Hitler» che il festival MiTo ha presentato in prima esecuzione al teatro Parenti.
Continua a leggere “IO HITLER: la recensione del Giorno”

Giuseppe Pontiggia: l’etica del romanzo

peppo_pontiggiadi GIUSEPPE PONTIGGIA

“L’etica del romanzo è un’etica problematica, allusiva, centrifuga, che ha radici nel passato, ma si ramifica nel futuro imprevedibile del testo. La sua insopprimibile verità umana è il suo contributo più importante. Potrà apparire cinica, negativa, tragica, disperata. Ma l’occhio che guarda il male è più prezioso di quello che si chiude. E cinico è in realtà chi dispera tanto dell’uomo da ingannarlo con le illusioni. Per questo l’etica è il fondamento dell’estetica”.

Evangelisti: “Una narrativa adeguata ai tempi”

valerio_evangelistidi VALERIO EVANGELISTI

La globalizzazione dell’economia, il ruolo egemone dell’informatica, il potere del denaro astratto, le nuove forme di autoritarismo legate al dominio delle comunicazioni sembrano lasciare indifferenti gli scrittori di letteratura “alta”, quanto meno in Europa. Nella maggior parte dei loro romanzi il mondo pare rimasto immutato. Prevalgono le storie intimiste, identiche a quelle che avrebbero potuto svolgersi cinquanta anni fa, o che potranno svolgersi tra cinquant’anni. Amori, passioni e tradimenti continuano a consumarsi entro contesti dai colori tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco. Ci sono eccezioni, certo; ma rimangono isolate e non alterano il quadro generale, minimalista a oltranza.
Lo stile fiacco, estenuato, viene considerato realista. A esso apparterrebbe la verità, tanto da farne l’unica forma di letteratura veramente nobile. Poco importa che l’autore, se non ha tempo da perdere, batta il proprio testo su un computer e lo spedisca per posta elettronica. Poco importa che i tempi di stampa si siano più che dimezzati grazie a nuove tecniche tipografiche. Queste innovazioni vili non possono riflettersi nella storia narrata, salvo contaminarla e ridurne la carica di sublime. La prosa “realistica” si colloca fuori del tempo. Ciò che vi sta dentro è robaccia.
Continua a leggere “Evangelisti: “Una narrativa adeguata ai tempi””

Daniele Del Giudice: ORIZZONTE MOBILE

orizzonte_mobile-del_giudiceOvviamente, dopo quanto detto qui, non ho più intenzione di recensire giornalisticamente un libro, a meno che non si presentino determinate condizioni per cui ritenga opportuno utilizzare la retorica del giornalismo cosiddetto culturale. Intendo limitarmi a enunciare sintetiche e magari criptiche segnalazioni, comprensibili nel lessico a chi frequenti costantemente queste pagine. Critica di gusto e ragionamenti che pertengono me e che offro nella maniera più innocente possibile, senza garantire che, leggendo eventualmente i libri di cui mi occupo occasionalmente, si possa concordare con quanto sento io. Si tratta di segnalazioni sintetiche – l’invito è materialmente ad acquistare e leggere i libri in questione.

Orizzonte mobile di Daniele Del Giudice è a mio parere una convulsione prosastico-poetica che entra in un’ormai implausibile storia della letteratura. E’ un libro che, per dirla come si diceva un tempo, ha destato tutta la mia ammirazione e il mio entusiasmo, oltre che un amore e una gratitudine che non immaginavo di tributare a questo autore. Il romanzo si apre con uno degli incipit più furibondi e belli degli ultimi decenni – in una pagina quanto altri fanno stare in 1.000:

“Vorresti gridare subito la tua storia, vorresti dire ‘Talvolta credi di commettere tutti gli errori passati e futuri’, oppure ‘Ogni uomo porta in se stesso una camera’, oppure ‘Se potessi capire come mai è finita così’, in bilico sopra un filo, un fuso, ma se è vero che ogni uomo ha in se stesso una camera, la tua è tutta in disordine, sul comò si ammucchiano vecchie fotografie, e tu penseresti ‘E’ impossibile ricordare tutto’, invocheresti la distrazione perché è la sola che scampa al dolore, e intanto in una scatola nell’armadio di cucina c’è un uovo di pinguino, bucato e svuotato dal bianco e dal tuorlo, riportato dal Sud più profondo, il più profondo e radicale dei Sud, un gelido Meridione. […] Ecco, vorresti gridare subito un grumo di dolore, o di gioia, che non si articola in parole ordinate, ma tutte insieme, esplose come esplode una stella, e c’è un silenzio attonito e glaciale, e dov’è la calma allora, dov’è la tua calma, dov’è il governo, dove la composta malinconia dell’imperscrutabile capitano, un po’ distratto, un po’ silenzioso, colui che tiene le fila, un uomo sui fili che ha voluto tendersi da sé?
I fili sono trecentosessanta, ma ventiquattro contano più degli altri, dodici verso destra e dodici verso sinistra, e da qui potrei cominciare, ma cominciare significa decidere un prima e un dopo, dare un ordine, isolare dal flusso, rompere la simultaneità, uscire dalla compresenza, fare come se esistesse una frase alla volta, un’immagine alla volta, un pensiero o un ricordo o un racconto alla volta, uno e poi uno e poi uno, e non tutto insieme. Sforzati di restare in questo disordine, di aderire ad esso, ma non è facile e non sempre è possibile, non sempre ci riesco.”

Questa, per me, è storia della letteratura, anche se Del Giudice è mio contemporaneo e il presente si sconsiglia di storicizzarlo.
Io non comprendo certi apprezzamenti circa la scrittura di Del Giudice, che a mio parere è uno degli autori più importanti in Italia negli ultimi decenni. Non sono un suo fan e la sua poetica è molto distante da ciò che cerco personalmente, ma davvero non capisco come si possano attribuire caratteristiche di cerebralità, “calvinismo” (da Italo miscompreso, chiaramente), algebricità, esattezza a uno scrittore che, nello stile e nella struttura e nello scavo è intensissimo e spesso delirante, sapendo governare la lingua la manda in zone oltre il controllo, ed esercita un impegno civile altissimo (chi, oltre a Del Giudice, davvero chi?, ha messo le mani nella materia putrida, oscena, intoccabile di Ustica? Dico: tentando l’impossibile redenzione, restituzione letteraria: questo perenne smacco, questo scacco a priori…). Viene ascritto, Del Giudice, a una linea fredda, quando è uno dei massimi esponenti di una linea calda della prosa italiana, per riprendere una celeberrima categorizzazione, non essenziale ma buona per un uso grezzo qual è quello che qui si adotta.
Orizzonte mobile è un libro fatto di spigoli, inserti in cui la scrittura è addirittura pura traduzione, e in cui il viaggio di iniziazione è il viaggio in senso totale: è lo spaesamento, lo spostamento in un territorio alieno in cui l’altro è extraterritoriale, dove non è possibile distinguere più tra interiore ed esteriore, dove ciò che si vede non è mai stato visto prima anche se ne è stata tramandata la notizia e la sagoma immaginale, e infine è lo stare fermi nell’infinità, laddove muoversi è talmente compresso dalle prospettive indefinite che, alla fine, spostarsi è identico all’essere immobili.
La domanda metafisica posta da Del Giudice in questo libro: l’orizzonte è mobile perché si sposta oppure sono io che, spostandomi, vedo muoversi la linea tra terra e cielo? C’è un punto di condensazione in cui il divenire e l’essere sono totalmente identici? Posso giungere, io, a una tale estremalità della mia esperienza, e cioè dell’esperienza in toto? La risposta è: sì.
L’Antartide di Del Giudice è un luogo assoluto che concilia l’estremalità tragica e quella comica, aprendo uno spazio di stupore che fa cedere qualunque deposito storico e culturale, esponendo il sé (dello scrittore e del lettore insieme: criterio da non sottovalutare) a una nudità totale nel confronto con una radura che non si sa più se è fisica (e, se fisica, se è terrestre) o interiore. Scaraventati nell’oblio, proprio mentre li si disseppellisce traducendoli, i diari di viaggio degli esploratori dei ghiacci antarticio divengono emblema di tutta la tradizione umana, dello schianto che la cultura subisce quando impatta contro la banchisa della natura sconcertante e astrale in cui siamo gettati nell’esistere in questo universo materiale e spirituale, psichico ed emotivo. E’ un’operazione totalmente obliqua rispetto alla tradizione narrativa italiana. In quanto tale, Orizzonte mobile è un libro che è stato prevedibilmente miscompreso oggi, ma che dovrebbe restare, perché è un libro assai importante. E’ il romanzo dello thaumàzein dell’epoca contemporanea italiana. Si pone ad altezze a cui arrivano pochi.
A queste altezze soltanto è possibile giungere a una lingua totalmente indifferente al tempo, cioè alla declinazione temporale dei verbi, cioè ancora all’ordine delle azioni rispetto a una supposta cronologia lineare. Del Giudice è precisamente a queste altezze:

“Ho chiesto [passato prossimo, ndr] all’usciere, che doveva [imprfetto, ndr] essere [infinito, ndr] anche il sagrestano, di parlare [infinito oggettivato, ndr] con il rettore. Mi ha risposto [passato prossimo, ndr] che era [imperfetto, ndr] in clinica, sarebbe tornato [condizionale passato in futuro anteriore, ndr] mercoledì, e il nuovo rettore era appena arrivato [trapassato prossimo, ndr]. Secondo il rettore, e anche secondo me [sospensiva rispetto allo smottamento temporale, ndr], conviene [presente, ndr] aspettare [infinito, ndr] quello vecchio [aggettivo significante passato per esaltare il verbo finale, ndr] che sarà [futuro, ndr] qui [presente implicito nell’avverbio di luogo, ndr] mercoledì [futuro implicito che rovescia il presente dell’avverbio, ndr].”

Sono pochissimi gli scrittori in grado di fare questo, nascondendolo mentre lo si mette davanti agli occhi. E’ molto più semplice la spettacolare, industriale logorrea sperimentalista (non necessariamente delle avanguardie storiche, sia chiaro), la quale non si cale della leggibilità. Qui c’è invece qualcosa di artesiano e, al tempo stesso, di lanciato orizzontalmente a velocità che superano il muro del suono.
Io non so se consigliare vivamente Orizzonte mobile: ho il timore che, nuovamente, non venga compreso, e che il lettore rimanga deluso. Francamente, per quanto concerne me, è uno dei libri di discrimine nella produzione letteraria italiana.

Precisazioni su ITALIA DE PROFUNDIS

C’è un punto in Italia De Profundis, un punto che sta nell’incipit, in cui accade una consecuzione di tre frasi, che pongono termine al primo paragrafo del libro:

“Vedo l’Italia. Vedo me. Non sono io.”

coveridpprecDal punto di vista metrico si tratta di un alessandrino – cioè un’unità. Da un punto di vista sintattico si tratta di un tipico movimento triadico – cioè un’unità. Da un punto di vista logico si tratta di un entimema, sia che lo si voglia considerare all’interno del sistema aristotelico sia in quello di Port Royal – cioè un’unità. In ogni caso si tratta di un’unità non moncabile, ma divisibile in astrazione mantenendo sempre il continuum.
A volte al testo viene fatta violenza. Una giornalista, recentemente, per parlare della supposta autofiction in Italia De Profundis, ha affermato che nel testo si legge:

“vedo l’Italia, vedo me”

Questa è un esempio di violenza al testo. Ciò che, immediatamente, per quanto mi concerne, squalifica in maniera definitiva le ambizioni critiche di chi compie un’operazione simile. E non perché in questo caso si tratti di qualcosa che ho scritto io. E’ che proprio percepisco, e poi vedo espressa nel corso del tempo, un’attitudine antimorale in questo cancellare perché non si capisce. Poiché, in casi come quello che sto prendendo qui in senso emblematico, non è in gioco l’esito letterario di un testo, bensì la capacità basale di sentire e comprendere di un lettore che non è tale, in quanto ha una sede pubblica in cui spettacolarizzare la sua lettura. Non è in gioco nemmeno l’ignoranza di tale lettore spettacolarizzato (che, assicuro, comunque non coglie l’inversione da Leopardi, ma nemmeno la citazione da Plotino): poiché non è che il testo si faccia per nozioni e per algebre, attività che il lettore spettacolarizzato invece propugna nel mentre la contesta. No: qui è in gioco la risonanza di un’indole linguistica che non riguarda lo scrittore, ma la comprensione elementare del lettore spettacolarizzato stesso. Viene applicata una sintomatica censura del testo, per ragioni ideologiche, ragionando e agendo immediatamente nel modo che segue: non comprendo (il che non significa: “non apprezzo”, poiché il gusto è gusto – qui siamo proprio alla basilarità letterale e cognitiva), cioè capisco parzialmente quello che già sono disposto a capire, dopodiché divulgo quello che ho capito come se fosse una prospettiva integrale. E così si perpetra il ghigliottinamento del testo. L’attacco al testo in forma di censura è indice di una violenza che risiede in ciò: un’incapacità, una falla, un disordine, un disguido, una neurosi nel flusso empatico. Dal cognitivo all’emotivo il passo è addirittura invisibile. Tale è la malattia occidentale, patologia che evidenzia un ammanco di autoconsapevolezza integrale e dunque di consapevolezza integrale.
Spezzare un’unità testuale comporta conseguenze, se si è lettori spettacolarizzati. Per esempio, in questo caso, abradere la sintassi e ignorare il corsivo sul complemento oggetto pronominale significa già derapare nella comprensione di tutto ciò che segue. Addirittura sopprimere l’opposizione interna tra “me” e “io” fa deragliare in partenza la normale attività della lettura. Leggere male significa pensare male. Poi uno è liberissimo di pensare quel che vuole – a meno che non si tratti di un lettore spettacolarizzato, quale sono io in questo istante per esempio. C’è una certa responsabilità che coinvolge il lettore spettacolarizzato, così come lo scrittore, con le conseguenze che un testo ha nei confronti e di chi lo ha scritto (nella scrittura si dà infatti un profondo rapporto con se stessi, a patto che si sia conquistato l’io) e di chi lo legge. Il che, naturalmente, non evita la possibilità di fare la critica alla critica, se la critica è avvertita come un gioco inutilmente misconoscitivo del testo e dell’autore che viene erroneamente identificato col testo. Questa identificazione è una malattia critica che corrisponde a una stupidità metastorica, talmente frequente da essere divenuta banalità di base, pur ammettendo che di base non si può correttamente parlare in questo caso, poiché la base manca del tutto.

Vengo alla spiegazione dell’abc cognitivo di quel movimento triadico, ma metricamente sintatticamente logicamente e filosoficamente unitario. Se io vedo me stesso, introduco una dissociazione: io vede me, cioè io non è me. Me non sono io: agisce un me che non sono io. Agisce, cioè, un ologramma. Io non è un personaggio. Personaggio è il me. Quale personaggio è il me? E’ il personaggio io, solo che non è io. E’ la mimesi più piena che si possa rappresentare, perché conduce alla domanda essenziale: “Che cosa è io?”.
Ora, qui c’è da intendersi: in questo caso, “io” non va interpretato come un io psicologico, per cui io sono un maschio trentanovenne di nome Giuseppe Genna che ha determinate caratteristiche fisiche, emotive, psichiche. Il motivo della citazione da Plotino risiede proprio in ciò: si mira all’attività nuda dell’io, cioè al sentimento della coscienza, che nulla ha di psicologico e tantomeno di biografico. L’io inteso riduttivamente (non concedo nemmeno la patente di riduzionismo a tale acerbissima posizione) come qualificato da rapporto con il somatico, fibrillato dalla scossa emotiva, colmo di qualificazioni psicologiche è in realtà il me: quell’io qualificato in quel modo non è l’io, che è vita continua, poiché è continuamente cadavere, in quanto risulta oggettificabile e oggettificato di fatto. E’ una valva fossile.
Non esiste un momento in cui chiunque legga queste righe non abbia sentito nella propria vita il suo io privo di psiche (la semplice attività di presenza c’è sempre); esistono molti momenti, invece, in cui chiunque ha sentito il proprio io privo di psiche (per esempio: svenendo, dormendo senza sognare…).
Quale autofiction è, dunque, quella in cui il me è distaccato dall’io? Quella in cui l’io dice solamente “Non sono io”? Non è una autofiction. E’ fiction e basta. Non capire questa elementarietà non è attribuibile all’opera dello scrittore, poiché non si tratta di un fatto letterario – è piuttosto imputabile a uno scotoma che definisce lo status (quello sì e psichico ed emotivo e finanche somatico) del lettore in questione.

Una scrittrice che stimo, a proposito di quanto accade all’io in Italia De Profundis, ha affermato, in un momento in cui si è trovata a essere una lettrice spettacolarizzata:

“Poi esistono casi come – per me – quello di Genna, dove la stessa modalità [di utilizzo dell’io nel testo, ndr] è convincente in alcuni libri come Assalto a un tempo devastato e vile (scritto negli anni novanta) o nelle potentissime parti autobiografiche di Dies Irae, mentre ho trovato l’io di Italia de profundis troppo caricato di significati che non riesce a reggere e soprattutto piuttosto di maniera, alla maniera degli scrittori che a un certo punto fanno il verso a se stessi, il che è una cosa assai comune.

Un’analisi perfetta, in quanto l’io in questione non è l’io: è il me, che è per l’appunto di maniera e fa il verso a se stesso (quando il me è solo, è puro verso di se stesso: significa che un distacco è avvenuto). Italia De Profundis non c’entra nulla, ma davvero nulla con Dies Irae: laddove l’io coincideva con il me, e perfino con l’egli nei momenti in terza persona (in Dies Irae, le componenti autenticamente autobiografiche ristanno nel personaggio “Paola C.” e non in quello “Giuseppe G.”). Peraltro, ma è questione di critica di gusto, le potentissime parti autobiografiche di Dies Irae non sono a mio parere per niente potenti: anzitutto perché non sono autobiografiche e in secondo luogo perché fanno scattare nel lettore identificazione per mimesi, che è il contrario di ciò che l’autore sperava di fare e non è riuscito a fare. Per questo motivo, stando a quanto concerne me, il Dies Irae è un libro fallimentare e fallito, mentre Italia De Profundis (che vuole creare identificazione del lettore nel me in cui l’io non si identifica affatto) è un testo riuscito (il me provoca disgusto).
Poi i gusti sono gusti – ma questa è un’altra storia. Anzi: non è nessuna storia, nonostante disperatamente il lettore spettacolarizzato (non è il caso della scrittrice citata, ovviamente) desideri disperatamente creare una storia e non ci riesca, non ci riuscirà mai.

Una lettura personale di “Grande Madre Rossa”

gmr_piccAvendo pubblicato il booktrailer dell’edizione Segretissimo Mondadori di Grande Madre Rossa anche su Facebook, esso è stato variamente commentato. Estraggo due commenti ai quali tengo: per rispondere e anche fare un po’ di chiarezza interiore, senza alcuna pretesa di autocommentare un mio testo – soltanto chiarire cos’è per me il libro in questione. Lo sguardo che lancio non è sull’esito testuale, sulla riuscita effettiva del libro, sulla sua letterarietà. E’ semplicemente una prospettiva intima, estranea alle logiche del successo e della valutazione. Mi serve scrivere, per meditare.

Vanja Farinovskij mi scrive: “Credo fosse il libro che mi mancava per comprendere quello che è stato il tuo ‘abbandono’ del genere noir, se così si può definire”.

Luca Giudici mi scrive: “Mi piacerebbe sapere cosa pensi tu, Giuseppe, di GMR. Io lo avevo letto quando è uscito e, rispetto a ‘Ishmael’ bè … devo dire che mi erano nate molte perplessità (forse un progetto troppo inattuale, in quel momento). E’ interessante quello che dice Vanja: GMR è fondamentale non tanto in sé, quanto per capire a posteriori lo sviluppo della tua scrittura.”

Compio due generi di precisazioni: una storica (il contesto in cui Grande Madre Rossa è nato) e uno interiore (in cosa si è trasformato e cosa volevo indagare attraverso la scrittura).
Grande Madre Rossa è il terzo “thriller” dopo Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago (il quarto “nero”, considerando Catrame). Se Catrame era nato per omaggio a mio padre, amante dei Maigret di Simenon, che aveva riletto tutti più volte, ed era stato scritto (e si vede…) in quattro giorni, Nel nome di Ishmael era stata un’occasione offertami dal direttore generale di Mondadori, Gian Arturo Ferrari, che mi aveva chiesto quale libro volessi fare e me lo aveva fatto fare, fornendomi tutto il supporto emotivo e cognitivo di cui uno scrittore ai primi passi avrebbe bisogno in un mondo ideale – cosa di cui sarò per sempre grato a Ferrari, che è in pratica il padre putativo del romanzo, non quanto a trama e sviluppo, ma certamente quanto a valutazione, editing e strategia. Continua a leggere “Una lettura personale di “Grande Madre Rossa””

Donata Feroldi: Per la critica.

La mia amica D., in tempi non sospetti, ha scritto questo:

Nel Salon del 1848, Charles Baudelaire scriveva: “la critica, perché sia giusta, dunque perché possa avere la sua ragion d’essere, dev’essere parziale, appassionata, politica, vale a dire fatta da un punto di vista esclusivo ma che apra il massimo di orizzonte”. Aprire il massimo di orizzonte significa anche aprire il massimo di spazio operativo non solo per il lettore, a cui la critica pare rivolgersi in prima istanza, ma anche – e forse soprattutto – per chi scrive e scriverà. La giustezza della critica, come avrebbe potuto definirla Benjamin che proprio da Baudelaire è partito per tante delle sue riflessioni, coincide con una apertura, una apertura operativa: perché la critica è un’azione, così come lo è la parola letteraria, la parola poetica. La giustezza della critica ha una condizione – antiretorica – che la accomuna alla scrittura letteraria: fare ciò che dice, coincidere con ciò che asserisce.

La legge della critica non è diversa da quella della scrittura, infatti la critica è un’azione che accade dentro la lingua, attraverso la scrittura: essa è – profondamente e non per modo di dire – l’imperativo alchemico del solve et coagula. L’esito è la coagulazione, la condensazione di un’esperienza di dissoluzione del testo – o nel testo – che chiama altre dissoluzioni e altre coagulazioni: l’apertura di orizzonte risiede probabilmente nel moto di dissoluzione che non è distruzione ma fluidificazione e scioglimento. Perché vi è una circolarità: come nella fisica qualitativa goethiana, ritmata da sistole e diastole. La fine del movimento, la fine di quest’alternanza che è una osmosi perché il respiro svolta, e ciascuno dei due momenti o poli del movimento svolta insensibilmente nell’altro, è la morte. Dunque non ci si può fermare o pretendere che la storia o la letteratura finiscano nel punto di coagulazione o dissoluzione che è stato raggiunto hic et nunc: la storia e la letteratura finiranno, se mai, nella catastrofe dell’umano (anche solo individuale) per il venir meno dell’interprete, nella scomparsa definitiva dell’uomo dalla faccia della terra e nella scomparsa della terra, nella fine del tempo. Se ciò non si dà, finché non si darà – perdizione o redenzione che sia –, le forme trasmuteranno le une nelle altre senza soluzione di continuità (anche in nostra assenza, soprattutto in nostra assenza). E anche gli scarti, gli stacchi, entità ontologiche abissali, non saranno che salti (quantici) che intervengono a ritmare complicandolo un continuum che si raddensa in polarità che possono apparire opposte.

Ma l’individuo che compie quest’opera non solo non è esente dal moto di dissoluzione e coagulazione che investe la materia dei testi – il testo è la materia prima di questa alchimia –, ne è profondamente investito – se così non è, non c’è critica; se così non è, non c’è scrittura: “vaporizzazione e centralizzazione dell’io”, dice ancora Baudelaire – l’io è la materia prima di questa alchimia.

E ora una premessa: parlarne qui, parlarne in questi termini, senza il supporto dei testi ossia senza l’accadimento-esibizione in atto dell’opus criticum, è già uno slittamento, un tradimento, una traduzione. È, anche, una premessa, almeno localmente: una premessa che si riflette in se stessa, una premessa che, come ogni premessa, arriva al termine provvisorio di un percorso, alla chiusura di un cerchio, prima che il cammino riprenda descrivendo un altro cerchio più ampio, che torna inevitabilmente al suo inizio… e così via. Parlarne in questi termini significa offrire solo figure, rinviare all’opera per speculum et in aenigmate. Significa anche affermare, proprio attraverso queste figure, che niente sostituisce o può sostituire l’opera – ma le figure, nella loro allusività, la portano, possono accompagnarla e indurla. Nessuna comprensione può darsi se non attraverso una personale vaporizzazione e centralizzazione dell’io: nulla può sostituire questa esperienza, questo attraversamento. Un altro soggetto non può compierlo al posto nostro: può precederci, confortarci – per il fatto di averci preceduto – sull’umana possibilità di intraprendere questo cammino, ma la sua esperienza non può sostituire la nostra. Occorre fare il percorso in sé, rifarlo. Il fatto che altri uomini abbiano vissuto prima di noi, non ci esime dal vivere e non risolve – volta per volta, quando si presenta – il dilemma della scelta. È falso pensare che si possano accumulare conoscenze tesaurizzate da altri. Si può farne tesoro nel senso di chiedere consiglio, cercare lumi nell’esperienza altrui… ma poi cammineremo con le nostre gambe, agiremo con le nostre mani – nel bene e nel male. Virgilio accompagna Dante nel suo viaggio ultramondano, lo accompagna per un tratto, e poi lo accompagna Beatrice. Ma il viaggio rimane di Dante. È come se Dante fosse un Platone che torna verso il mondo delle Idee, compiendo a ritroso il cammino dell’incarnazione: non è come se, è. Nessuno può percorrere per lui la via che dal groviglio della foresta oscura porta alla visione – la visione non è garantita, la visione può anche non arrivare, il rischio è reale, la diritta via è davvero smarrita, non per modo di dire.

È falso pensare che vi sia un sapere che può essere trasmesso come un pacchetto di informazioni, una quantità di byte incisi su silicio, una moneta del pensiero. Il poeta, il critico, possono solo, nella migliore delle ipotesi, nella convinzione che vi siano un vero e un bene attingibili attraverso il bello, fare la loro invitation au voyage, che non è superficiale invito alla lettura, ma invito a intraprendere il viaggio interiore di dissoluzione e coagulazione, di vaporizzazione e centralizzazione, in cui è consistita la scrittura (e in cui può consistere la lettura), un invito a salpare dal porto del sé verso un porto più ampio che a sua volta non potrà non essere un porto del sé, un altro sé raggiunto attraverso altro, in una alternanza di raccoglimento e abbandono. Da qui a qui, attraverso un lungo giro che è la vita. E, in un senso, si tratta di un viaggio immobile, di un viaggio sul posto: c’è un porto, sotto il porto da cui si salpa, che non viene mai meno ma che, tuttavia, si tratta di toccare. C’è una sostanziale immobilità che regge, e non per modo di dire, il movimento: un’immobilità dentro cui tutto accade, una quiete che è data ma non ancora avvertita, non ancora posseduta: di qui la necessità del viaggio.

Continua a leggere “Donata Feroldi: Per la critica.”

Ecce Bomba letteraria

La mia amica D. ha enunciato ierisera, dopo che le avevo accennato a un’uscita recente di narrativa, un aforisma gnomico e sapienzale, che qui riporto integralmente:

“Ma mi si nota di più se pubblico un romanzo oppure se non lo pubblico?”

Buon divertimento, in ogni senso:

Hölderlin, ovvero il tragico come vuoto

holderlinPrima di questa riflessione, vorrei dare notizia di alcune eventualità attuali e prossime.
Da qualche giorno, con esercizio di pudore che corrisponde a un semplice sospiro di sollievo (che sarebbe poi la natura naturante del respirare autentico e cioè del respiro dell’autentico), tento di andare disciogliendo nodi teorici attraverso piccole sincrasie: scrivendo note che non ambiscono a nulla, se non a farmi pensare mentre scrivo, cioè a non farmi pensare – a mantenermi in un silenzio puro per me prima molto raro, poiché assai rarefatto. Tali interventi si articolano in meditazioni (e non utilizzo casualmente il sostantivo) intorno a gangli che considero fondanti per una forma a venire – mia anzitutto, e non è detto che sia forma di scrittura. I gangli concernono: la letteralità, l’epico, il tragico, la narrazione aperta, la retorica ultimativa, lo sguardo e l’ascolto, lo spazio assoluto, la secondarietà dell’eroe, l’essere da cui emergono per fluida condensazione e subitanea apparizione il divenire e l’accadimento, l’approccio al testo secondo categorie stilistiche e psichiche e un po’ oltre lo psichico. Tutto ruota intorno a un perno semanticamente impreciso, che è detto “vuoto” e corrisponde alla non linguificabile sensazione di essere che ogni umano sperimenta, intatta e irriconducibile alla psicologia (sebbene la psiche non sia possibile senza quella sensazione di essere). Tale sensazione di presenza è posta come qui e ora sempre sperimentabile attraverso attenzione autoconsapevole. Essa è, a mio avviso, il fontale sorgivo da cui emerge l’attenzione stessa e, via via, la percezione delle cose. Andrebbe ripreso, e molto più rigorosamente di quanto faccio con l’esercizio implicito di queste idiosincrasie, il magistero testuale e non solo testuale di Edmund Husserl, le cui Meditazioni cartesiane non sono state meditate: sono state pensate e ragionate, il che è parecchio distante dalla meditazione.
Continua a leggere “Hölderlin, ovvero il tragico come vuoto”

Cristina Campo: fine della critica, analogia, figura

cristina_campoSalvatore Agresta (psicoterapeuta e saggista, di cui ricordo qui pubblicati il fondamentale intervento sul trauma e le osservazioni su Bion e la “testimonianza cieca” in Apocalisse con figure) mi segnala, con affetto impagabile, in merito al discorso sulla critica e sulla teoria della letteratura, un passo da Cristina Campo. E’ interessante, ai fini del discorso che si sta qui sviluppando negli ultimi interventi, lo scavalcamento dell’allegorico a favore della metafora dinamica che, mutuata dallo sguardo nomade di Leopardi, a detta della Campo, produrrebbe la figura, in coincidenza con un’analogia che nulla ha a che vedere col progetto para-metafisico desunto da Baudelaire. E’ dunque possibile leggere, così come il compito del traduttore, il compito del teorico emblematico della letteratura, lasciando la critica al suo destino di affievolimento progressivo. Il passo ulteriore che interessa qui è dunque la figura: e i suoi rapporti con l’allusione quale retorica ultima e il simbolo che essa, mi sembra, va ad annullare se esso è addivenuto allo stadio di cristallizzata concrezione di strati culturali, perdendo la sua potenza veicolare di denudamento. La potenza veicolare di denudamento, da parte del simbolo, è il foro o la breccia o l’abisso che si apre nel salto tra il compossibile e ciò che si manifesta in forma, e dunque anche linguisticamente. Questa potenza è visibile storicamente attraverso il segreto della potenza stessa: che è, in metafora, sia luce sia respiro sia buio sia generazione sia morte. Il punto è il segreto della potenza: la sua sostanza. Per riprendere Bloch e Benjamin, ecco la metafora esplicativa di un simile processo (o, meglio: campo di forze, che sono non meccaniche, ovvero non psichiche, bensì coscienziali) – metafora che e Bloch e Benjamin sostengono, a partire dalle Tesi sulla filosofia della storia: “Come i fiori muovono la testa verso il sole, costretti da un segreto eliotropismo, tutto ciò che è stato, tende a voltarsi verso il sole che sale nel cielo della storia”. Appare evidente, sia per la teoria sia per la prassi poetica e di narrazione, che la questione è il “segreto eliotropismo” e non il realizzarsi del residuo manifesto di ciò che è storico.
Tutto ciò costituisce il campo di azione interna dell’allegorico, che sarebbe l’uomo tutto, e non una retorica.
L’allegoria è retorica se e solo se spinge verso il momento extralinguistico e a-formale, che sarebbe il segreto dell’eliotropismo: cioè, se essa stessa si rende allusione indefinita, ovverosia sta muta a fronte di quella potenza segreta che è pronta a manifestarsi, non si sa il quale forma storica – il che definisce il principio-speranza e l’apertura stessa dell’allegoria.
Questa non è più letteratura: è l’umano.
L’apparizione è destino, il che apre alla possibilità del tragico, sempre rinnovata possibilità, e quindi, ma solo in seguito e a seconda dell’altezza percettiva e di sensibilità dell’umanità che è in gioco rispetto al tragico nel proprio determinato momento storico, apre anche alla possibilità di una forma manifesta del tragico, che non è detto sia la tragedia.
La parola a Cristina Campo:

“Dove cercheremo allora lo scrittore, visto che il tempo non è affare della poesia e che quanto ormai gli si chiede sembra affare del tempo?
In Italia, l’ultimo critico fu, mi sembra, Leopardi, con De Sanctis la pura disposizione dello spirito contemplante fu definitivamente perturbata e distorta dall’ossessione storica. Leopardi fu l’ultimo a esaminare una pagina come si deve, al modo cioè di un paleografo, su cinque o sei piani insieme: dal sentimento dei destini all’opportunità di evitare il concorso delle vocali. La esaminò, vale a dire, da scrittore. A Leopardi il testo fu presenza assoluta, cosicché non procede diversamente nello scomporre un passo di Dante o di Padre Bartoli, di Omero o di Madame de Stael. Tutto ciò che non si presti a una lettura multipla, egli lo ignora. Evito di pensare a un suo esame di una pagina contemporanea. Fosse tra le più belle, suppongo che egli noterebbe innanzi tutto l’assenza quasi totale del come o dell’ablativo assoluto: la carenza di spirito analogico, se non vogliamo dire metaforico, della facoltà compiutamente poetica – profetica – di volgere la realtà in figura, vale a dire in destino“.