Grande Madre Rossa

Una lettura personale di “Grande Madre Rossa”

gmr_piccAvendo pubblicato il booktrailer dell’edizione Segretissimo Mondadori di Grande Madre Rossa anche su Facebook, esso è stato variamente commentato. Estraggo due commenti ai quali tengo: per rispondere e anche fare un po’ di chiarezza interiore, senza alcuna pretesa di autocommentare un mio testo – soltanto chiarire cos’è per me il libro in questione. Lo sguardo che lancio non è sull’esito testuale, sulla riuscita effettiva del libro, sulla sua letterarietà. E’ semplicemente una prospettiva intima, estranea alle logiche del successo e della valutazione. Mi serve scrivere, per meditare.

Vanja Farinovskij mi scrive: “Credo fosse il libro che mi mancava per comprendere quello che è stato il tuo ‘abbandono’ del genere noir, se così si può definire”.

Luca Giudici mi scrive: “Mi piacerebbe sapere cosa pensi tu, Giuseppe, di GMR. Io lo avevo letto quando è uscito e, rispetto a ‘Ishmael’ bè … devo dire che mi erano nate molte perplessità (forse un progetto troppo inattuale, in quel momento). E’ interessante quello che dice Vanja: GMR è fondamentale non tanto in sé, quanto per capire a posteriori lo sviluppo della tua scrittura.”

Compio due generi di precisazioni: una storica (il contesto in cui Grande Madre Rossa è nato) e uno interiore (in cosa si è trasformato e cosa volevo indagare attraverso la scrittura).
Grande Madre Rossa è il terzo “thriller” dopo Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago (il quarto “nero”, considerando Catrame). Se Catrame era nato per omaggio a mio padre, amante dei Maigret di Simenon, che aveva riletto tutti più volte, ed era stato scritto (e si vede…) in quattro giorni, Nel nome di Ishmael era stata un’occasione offertami dal direttore generale di Mondadori, Gian Arturo Ferrari, che mi aveva chiesto quale libro volessi fare e me lo aveva fatto fare, fornendomi tutto il supporto emotivo e cognitivo di cui uno scrittore ai primi passi avrebbe bisogno in un mondo ideale – cosa di cui sarò per sempre grato a Ferrari, che è in pratica il padre putativo del romanzo, non quanto a trama e sviluppo, ma certamente quanto a valutazione, editing e strategia.
Nel nome di Ishmael viene realizzato secondo alcuni intenti (narrativi e narratologici, ma anche politici e civili) che riconosco ben fenomenologizzati in quella galassia di elementi di retorica (e non solo) che è il memorandum sul New Italian Epic di Wu Ming 1. In Italia, in ogni caso, il “successo” (ma non si parla di bestseller, sia chiaro) del libro si deve a una decisiva presa di posizione di Valerio Evangelisti. Ishmael significa, per me: rottura delle gabbie di genere, allargamento dal metaforico all’allegorico (“Call me Ishmael” è l’incipit di Moby Dick: l’entità Ishmael è negli intenti un diorama di prospettive sul male metafisico, in molte declinazioni – una delle quali è direttamente la letteratura), la rottura dell’idea di contaminazione (la contaminazione era già data come ambiente amniotico, nel 2000), l’utilizzo di inserti (documentazione mutuata da un caso legale statunitense), occasione per dare veicolazione a tesi desunte dal lavoro del magistrato Guido Salvini, attacco all’idea di vulgata che domina generalmente circa lo gnosticismo. Il lavoro di scardinamento del sottogenere prosegue (probabilmente con risultati meno eclatanti o più in sottotraccia) con Non toccare la pelle del drago, thriller che è in anticipo di qualche anno sull’ondata di allarme istituzionale circa l’emigrazione cinese, ma che in realtà tenta di lavorare sulle strutture, abolendo il finale e cercando di fare di Lopez il testimone della funzione coscienziale detta appunto “testimoniale”.
Poi qualcosa accade. Accade che io comincio a percepire come uno strangolamento qualunque accenno di gabbia anche quella da allargare, anche quella che rende visibile l’evasione. L’attesa editoriale era comunque per un “thriller”. Grande Madre Rossa nasce come ultimo libro mondadoriano, prima del ritorno a Segrate con Hitler – Romanzo. La pressione ambientale e storica è vissuta a livello personale come identica alla pressione che l’idea di genere esercita su di me – una questione strettamente personale.
Addirittura vengono forniti dall’editore elementi di trama. Io devo lavorare per strapparmi a questa allucinante proposta. Mi ritiro con una sororale amica in un luogo ameno. Sto assai male. il malessere aumenta quando, nel luogo ameno, arriva una telefonata di mio padre che mi dice: “Ho un cancro all’intestino”. Mando in esasperazione l’amica sororale, che non so come non mi mandi a quel paese. Sono muto, introverso. Mi ammalo immediatamente, secondo metriche psicosomatiche che, finché non saranno sciolti certi modi, continueranno ad agire negli anni.
Nelle intenzioni, Grande Madre Rossa si trasforma in un romanzo sulla terza fase realizzativa dell’Opera Alchemica. In Ishmael esisteva già tale sottolivello di esplorazione, riguardo alla fase di Nigredo. Il Drago, che corrisponde al Limbo, tentava di indagare lo stato immaginale della fase di Albedo e Citrinitas. La fase di Rubedo è l’ultima, incomprensibile e perciò massimamente aperta, inimmaginabile stazione dell’ascesi alchemica. Ciò spiega il riferimento al rosso nel titolo e anche al femminile, poiché si tratta di trascendere le polarità maschile-femminile. Il romanzo ruota intorno a due perni.

1) il comunismo antideologico di Ulrike Meinhof, desunto dalla lettura di documenti ed espistolari (in exergo: “Punto di vista e movimento si escludono l’un l’altro. Come dice Jackson dei Black Panthers: ‘Connections, connections, connections’ – dunque movimento, interazione, comunicazione, coordinazione, combattere insieme. Strategia” – Ulrike Meinhof, ultima lettera prima di essere uccisa, 13 aprile 1976). L’idea è che sia lei il fantasma che incombe, simbolicamente e allegoricamente al contempo, nell’intenzione di abolire la distinzione benjaminiana tra simbolo e allegoria, per riprendere invece la potenza del “principio speranza” di Ernst Bloch. Grande Madre Rossa esplicita politicamente una tensione a un comunismo utopico di polarità femminile. L’utilizzo della figura della Meinhof è duplice e volutamente ambiguo: da un lato, la teorizzazione della strategia e tattica di assalto che enuncia è, a mio parere, la piattaforma di una lotta di altro tipo, e cioè riguardante la diffusione della cultura e la militanza intellettuale, che attraverso la comunità può incidere nei prossimi anni di vita italiana, in termini di lotta per l’egemonia contro l’industria culturale (consistente per me, ad altezza 2004, in macroeditoria, apparato critico fossilizzatosi e divenuto autoreferenziale e scadentissimo in termini di preparazione teorica, lobby e strategie di imposizione spettacolare e teratologica di antiletteratura, di antiarte, di antiestetica); dall’altro lato, l’idea stessa di violenza che è opposta al lavoro interiore, ma è fondamentale per il lavoro interiore, trattandosi di osservare la rabbia interna e di non frenarla, bensì condurla allo sfogo, che in questo caso è simbolizzato dalla distruzione fisica e totale dell’Italia intera, del suo sistema statuale e di mercato, fino alla verifica che non c’è fine, la distruzione non esiste, non si verifica l’annullamento post-helter skelter, ma si accede a un grado di visione differente.

2) il lavoro di indagine coscienziale alchemico o ascetico in genere, utilizzando lo sguardo interiore non giudicante come strumento di discriminazione, per affacciarsi oltre la soglia del mistero e riuscire a stare dove non si può sapere con la mente (il primo dei due exergo: “Il vero nome dell’uomo è: liberazione” – Ramana Maharshi). Affinché tale processo si metta in moto, vanno sciolti nodi che bloccano l’euritmia del rapporto tra mente, psiche, comparto emotivo e corpo fisico. Ciò dà origine all’incipit. L’incipit è una progressione verso il basso da parte di uno sguardo coscienziale vuoto e non giudicante, posto nell’esosfera: nella “pace”. Precipitando verso il basso, affronta condensazioni e scariche elettriche e scosse sismiche. Appare un’immagine arcaica: un uomo primitivo che scaglia un osso, in un bagliore di lampo. E’ un processo di incarnazione. Lo sguardo cala nella città, che è inquinata, ha una cattedrale bianca e nera centrale – ciò per me è anche l’io, inteso come inesistente entità, puro raccordo tra personalità multiple e alienate, indotte al fare senza sapere chi sono, qual è la loro realtà quintessenziale. Lo sguardo vira ed entra in una cattiva imitazione della cattedrale, del tempio dell'”io”: è il “Palazzo della Giustizia” di Milano. Questo è anche il corpo fisico ed emotivo: esplode. Lo sguardo lo vede digregarsi, lo vede morire. Tutta la città è bloccata dall’esplosione del “Palazzo della Giustizia”. Questo incipit fornisce una tramatura di filo tra molte altre. Non si tratta di un plot, non si tratta di un’equazione, non si tratta di un’algebra intenzionale – si tratta di una esplorazione al buio. Il “Palazzo della Giustizia”, in cui si dà per ellisse che non si realizza lì nessuna giustizia, allo stesso tempo può essere l’io al di là del corpo, può essere lo Stato, può essere il Sistema, può essere il desiderio negato e falsificato, può essere l’alienazione, può essere la norma autoritaria. Tuttavia, dall’incipit, seguendo la traccia dello sguardo non giudicante e del suo rappresentante vuoto che è una cattiva imitazione dello sguardo testimoniale, e cioè l’ispettore Guido Lopez nelle vesti del fallimento del Personaggio Vuoto, si troverà una pista di indagine che, almeno per quanto mi riguarda, ha senso e continua a interrogarmi.

Circa l’anticipazione della scrittura successiva, leggendo Grande Madre Rossa: è qualcosa che non avverto. Nella produzione successiva, c’è un antiromanzo gelidamente sperimentale, che è L’anno luce, laddove io ho utilizzato una forma di pura fiction, distorcendola attraverso estenuanti stilemi (soprattutto: la digressione), con la quale intendevo disintossicarmi e denunciare in anticipo quanto sapevo che sarebbe emerso, di lì a poco, col caso-Telecom; ma anche, aggredire la grande editoria, parlare della distanza immane che è stata posta dal Cattolicesimo rispetto all’attività metafisica, occuparmi di quella che prevedevo ai tempi essere una crisi incombente: cioè quella finanziaria dell’economia dei derivati – occupandomi quindi della sostanza simbolica del denaro. Tutto ciò che è seguito è uno sviluppo del mio esordio, Assalto a un tempo devastato e vile (che avrà una nuova edizione, ampliata, cioè la terza, in autunno presso minimum fax). Tranne Hitler -Romanzo, che è quello che io considero il mio testo più doloroso, sofferto e sperimentale, anche se alla critica non è piaciuto (ma non è in termini di successo e nemmeno di riuscita letteraria effettiva che qui sto lanciando uno sguardo sui miei libri).
In sintesi: Grande Madre Rossa denuncia, nella mia intima prospettiva, un disagio psichico, emotivo e fisico con una componente interiore, che si fa esteriore, femminile e materna – un nodo che si scioglierà soltanto dopo la pubblicazione di Italia De Profundis; chiude una trilogia di esplorazione dei motivi alchemici, mettendo in rappresentazione il fallimento di un’opera individuale di ascesi ermetica; tenta lo strappo definitivo dal sottogenere qualunque del genere romanzo, accorgendosi dell’impossibilità di tale gesto; opta per una sintassi spezzata e basata essenzialmente su metriche di versificazione, solo secondariamente addivenendo paratassi; e, in conclusione, è il passo semifinale del mio rapporto col genere nero. Poiché, dopo la distruzione del “Palazzo della Giustizia”, ne sorge invariabilmente un altro. Il che è la premessa all’uscita del thriller ultimo, che si intitola Le teste e verrà pubblicato da Mondadori, credo a settembre: laddove si verificherà l’impossibilità di toccare gli asintoti e l’iperbole, almeno nelle intenzioni, sarà ai suoi massimi, intendendo i massimi sostenibili per me.

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