Tutte le poesie di Mario Benedetti in uscita da Garzanti

Garzanti compie un’opera necessaria quanto potente: la pubblicazione delle poesie di Mario Benedetti in unico volume. È fondamentale il corpus di questo poeta italiano, di origine friulana, la cui capacità di unire ricerca esistenziale e slancio metafisico trova un corrispettivo nell’abilità di tradurre un intero canone poetico in un codice sorprendente, che installa questi versi nel cuore della tradizione contemporanea. Per me, insieme a Milo De Angelis e ad Antonio Riccardi (quest’ultimo è autore di una densa quanto folgorante intuizione), Mario Benedetti è l’interprete principale della letteratura italiana degli ultimi trent’anni. La sua lallazione si distende quasi a cercare il prosastico, facendo proliferare un universalismo integralista nelle cose stesse e tra sillaba e sillaba. Si tratta di una scrittura imprescindibile e continuamente rivelativa, una tappa non eludibile della poesia di questi anni, della poesia italiana sempre. Il libro, che colma una mancanza clamorosa dell’editoria nostrana, sarà disponibile dal 12 settembre. Immensa gratitudine a Garzanti!

I vent’anni dall’apparente scomparsa di Antonio Porta

antonio_porta_20anniCome già segnalato, è disponibile in tutte le librerie la raccolta di Tutte le poesie (1956-1989) di Antonio Porta, edito da Garzanti nella prestigiosa collana degli Elefanti Poesia [qui la cover].
Tale pubblicazione avviene a vent’anni dalla scomparsa del corpo fisico di Antonio Porta: il 12 aprile del 1989. Non si ingaggiano qui categorie religiose o superstiziose o da ghost story riguardo l’esistenza dell’anima e la sua eventuale persistenza in forma personale o meno. La scomparsa di Antonio Porta è apparente in un banale senso umanistico: egli, che è anche la sua opera, continua a persistere. Venti anni fanno da filtro storico e permettono di superare il pudore che dovrebbe cogliere chiunque nel momento in cui per la testa gli passa l’idea di valutare storicamente il presente in cui vive. L’impressione che ho io, a vent’anni dall’apparente scomparsa di Antonio Porta, è che questo poeta, non solo perché ne sono stato allievo e per il fatto che per me ha costituito una soglia formativa integrale, esprime a tutt’oggi una potenza dinamica che era ed è il cuore stesso del suo “progetto infinito”. Prescindo ovviamente dal numero di studi accademici, di eventi suppostamente ufficiali, coi quali il presente si illude di costruire un canone. Diciotto anni fa, leggendo Porta con le lenti della stilistica o dell’ermeneusi allora in voga, mi dicevo: questa poesia non resta, perché altri poeti sono superiori in termini formali, Porta cerca troppo di comunicare, va piatto. Col cavolo: sbagliavo, come è peraltro lecito sbagliare a vent’anni. Dopo due decenni mi pare palese che la capacità di traforare il tempo, di cui sono capaci tutti i libri di poesia di Porta, sia un dato certo e sconcertante, anzitutto perché poco italiano. La tradizione rientra nella poesia di Porta come il respiro rientra nel fatto di essere vivi – ma chi se ne frega? Se non fosse così, non si darebbe poesia. E’ sconcertante piuttosto l’innovazione e l’intercettazione di nuclei metatemporali che colpisce: sono zone di condensazione di una sostanza che è apertura, e quindi apertura al futuro, capace di incidere sull’immaginario, sulla lingua stessa, sulle strutture e le retoriche – in pratica, sulla vita stessa di chi entri in contatto con la poesia di Porta.
Non mi estendo in commenti, per celebrare il ventennale dell’apparente scomparsa di Antonio Porta. Da anni ho in mente di scrivere un saggio su certe prospettive che mi sembra di vedere nella sua opera e, molto probabilmente, lo scriverò, quel saggio: ma non ora, non qui – come si sa, non è questa la sede. Mi pare più vantaggioso e veritativo invece un gesto di altro genere, in questo momento: cioè fare parlare Porta stesso, o meglio: dargli un amplificatore, poiché i suoi linguaggi infiniti non hanno cessato un attimo di parlare.
La questione non è se Porta parli o meno: parla. La questione è se lo si ascolta o no.
Copiando i versi che seguono, invito all’ascolto – io stesso mi metto in ascolto.
Di cosa?
Di una presenza attiva.
Meditazione sulla natura materiale e radicale di tale presenza attiva.

di un suono ascolto solo suono
mille voci sbarcano
navigano in libertà von l’isola luccicante
agli angoli del reticolo s’incrociano e ridono
stridìo suona così netta la lacerazione
che i piedi cadono da soli dentro l’acqua
e il passaggio è segnato dalle mani tagliate
le raccolgo e le offro a me stesso
baciandomi la punta delle dita in silenzio

5.4 – 7.4 – 17.4.1979
[da New York]

e

Cercano di dare un tempo alla morte
poiché non ha dimensioni, è il vero
nostro infinito; così dicono alle ore
10 e 11 minuti ma non è vero
si era visto invece come si preparava
rannicchiandosi nella posizione fetale.
Quando sedeva in macchina accanto
già prendeva quella posizione: l’auto
come il ventre della madre e via fino all’arrivo.

Quella volta in attesa di una morte in anticamera
ho sentito dire che negli ultimi tre minuti
la sua vita è precipitata nel senza tempo
nell’ultimo eterno minuto i dolori
raggiungono il loro accume, se ne vanno con l’anima.
Ma è un bene essere privati del tempo,
è un furto che genera abbondanza e dona
una pace non sperabile, raggiunta senza speranza
da un istante all’altro la dimensione è solo spazio
mare bianco increspato nella mente spalancata.

26.12.1988
da La posizione fetale

Antonio Porta: TUTTE LE POESIE

E’ qui acquistabile uno dei testi più importanti degli ultimi anni: Antonio Porta – Tutte le poesie (1956-1989), edito da Garzanti nella collana Elefanti Poesia, a cura di Niva Lorenzini (664 pagine, € 20.00):

antonio_porta_poesie

antonio_porta_bigbnVengono qui raccolte per la prima volta tutte le opere poetiche di Antonio Porta: da quelle degli esordi negli anni Cinquanta, quando si firmava ancora con il nome anagrafico di Leo Paolazzi, fino alla morte, che lo colse all’improvviso il 12 aprile del 1989. Un percorso letterario che aiuta a riscoprire una delle voci più forti e incisive della poesia italiana. “Scrivere poesia, confidava Antonio Porta a Luigi Sasso, curatore nel 1980 di una monografia su di lui per II Castoro, ‘è un fatto quasi inevitabile in certi momenti della mia esistenza in cui agisco con il linguaggio e interagisco con quello che accade non solo a me, ma alla realtà del nostro tempo’. Si può muovere da qui per accostarsi a un’esperienza di scrittura protratta per oltre un quarantennio… Agire con il linguaggio, interagire con ciò che accade: è in sintesi il percorso di ogni poeta. Ma per Porta scrivere poesia significava qualcosa di più vincolante ed estremo di quanto lasciasse intendere quella spoglia dichiarazione: voleva dire stare dentro la radicalità della parola e della lingua, e da lì esplorare il confine tra vita e morte, perimetrare il dentro che reclude il corpo, lo espone alla lacerazione e all’asfissia, e fare spazio all’evento esterno che accade al di là della barriera, nel fuori di una realtà che si manifesta come urto, trauma, deformazione e violenza”. (Niva Lorenzini)

«Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di provocarne molte»

Antonio Porta: il progetto infinito
Convegno Internazionale

Bologna
Archiginnasio, Sala dello Stabat Mater
Librerie Coop Ambasciatori
14-15 maggio 2009

14 maggio 2009
Archiginnasio, Sala dello Stabat Mater – ore 15.30

Saluti inaugurali

Angelo Guglielmi – Assessore alla Cultura e Rapporti con l’Università – Comune di Bologna
Carla Giovannini – Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
Niva Lorenzini – Direttore del Dipartimento di Italianistica

Apertura dei lavori

Presiede Niva Lorenzini

Edoardo Sanguineti, Aprire
Fausto Curi, Permanenza della poesia “novissima”? Antonio Porta dopo vent’anni
Stefano Agosti, Porta: come gestire la scena della crudeltà
Lucio Vetri, Nel fare poesia
Cesare Sughi, Antonio vs Leo
Andrea Cortellessa, Il progetto e l’avventura. Porta teorico e critico
Testimonianza di Andrea Zanzotto

14 maggio 2009
Librerie Coop Ambasciatori – ore 21.00

La scelta della voce
Incursioni di voci, coordinate da Claudio Longhi: Alessio Berré, Filippo Milani, Lara Piffari, Filippo Romanelli
Letture di Paolo Bessegato

15 maggio 2009
Archiginnasio, Sala dello Stabat Mater – ore 9.30

Presiede Fausto Curi

Renato Barilli, Il “farsi animale” come chiave d’accesso al mondo di Porta
Milli Graffi, Fino al sentimento prelinguistico
Stefano Colangelo, Aperta parentesi, “io”, chiusa parentesi
Cecilia Bello Minciacchi, “io sceglierò la voce”
Francesco Carbognin, “Rapporti” tra verso e prosa
Jean-Pierre Faye, Antonio Porta e “I rapporti”
Nanni Balestrini, La nascita di “Alfabeta”

Archiginnasio, Sala dello Stabat Mater – ore 15.30

Presiede Lucio Vetri

Martin Rueff, Antonio Porta, traduzione e fare poetico
Anthony Molino, Tradurre Antonio Porta: E se fosse tutto un tradimento?
Alessandro Terreni, Dall’occhio all’orecchio. La testualità oralizzante del secondo Porta
Gian Maria Annovi, Undoing Porta
Alessandro De Francesco, Porta all’esterno e al presente
Jolanda Insana, Un ricordo

Rosemary Ann Liedl

Conclusione dei lavori

Coordinamento scientifico
Stefano Colangelo, Niva Lorenzini

La Porta è ancora aperta: per il ventennale di Antonio Porta

di GIUSEPPE GENNA

antonio_portaLa sera del 12 aprile 1989, diciannovenne, io ero a una riunione della rivista poetica milanese Schema. Erano altri tempi, rispetto a questi. La poesia contava socialmente, sebbene il declino transitorio (ma drammatico, se visto con lo sguardo di chi fa del presente una verità oggettiva ed eternizzabile) fosse già avvertibile. C’erano riviste, iniziative, incontri. Esisteva MilanoPoesia. Milano pulsava. Giunto a quella riunione di Schema, un amico mi disse con aria frivola e svagata: “Lo sai?, è morto Porta”. 
Antonio Porta era il mio appiglio edipico, l’unica persona che in quel momento potevo e in futuro non avrei smesso di chiamare “maestro”.  All’annuncio effettuato con frivolezza vagamente morbosa, mi congelai. Avvertii un freddo interiore, un antartide viscerale.
La riunione si spostò a casa di uno dei due direttori di Schema, Franco Manzoni. Un consesso assurdo, in cui parlavano di ciclismo. Io non riuscivo a pronunciare parola. In quel consesso emerse uno dei tanti ignorabili poeti del sottobosco, peraltro più musicista che scrittore, appartenente alla fauna parassitaria che sfrigola la sua esistenza minimale e muschiva nel basso e nell’invisibile, senza che nessuno se ne accorga, nonostante l’unico desiderio del paramecio sia che qualcuno si accorga di esso. Tale ente, dotato di parola disumana, pronunciò una frase che mi si stampò nell’intimo e che innescò il primo conato di una nausea che mi sarei portato addietro per vent’anni, fino all’altro giorno – dicendo esso organismo: “Beh, possiamo dire che la Porta si è chiusa”. Continua a leggere “La Porta è ancora aperta: per il ventennale di Antonio Porta”