I vent’anni dall’apparente scomparsa di Antonio Porta

antonio_porta_20anniCome già segnalato, è disponibile in tutte le librerie la raccolta di Tutte le poesie (1956-1989) di Antonio Porta, edito da Garzanti nella prestigiosa collana degli Elefanti Poesia [qui la cover].
Tale pubblicazione avviene a vent’anni dalla scomparsa del corpo fisico di Antonio Porta: il 12 aprile del 1989. Non si ingaggiano qui categorie religiose o superstiziose o da ghost story riguardo l’esistenza dell’anima e la sua eventuale persistenza in forma personale o meno. La scomparsa di Antonio Porta è apparente in un banale senso umanistico: egli, che è anche la sua opera, continua a persistere. Venti anni fanno da filtro storico e permettono di superare il pudore che dovrebbe cogliere chiunque nel momento in cui per la testa gli passa l’idea di valutare storicamente il presente in cui vive. L’impressione che ho io, a vent’anni dall’apparente scomparsa di Antonio Porta, è che questo poeta, non solo perché ne sono stato allievo e per il fatto che per me ha costituito una soglia formativa integrale, esprime a tutt’oggi una potenza dinamica che era ed è il cuore stesso del suo “progetto infinito”. Prescindo ovviamente dal numero di studi accademici, di eventi suppostamente ufficiali, coi quali il presente si illude di costruire un canone. Diciotto anni fa, leggendo Porta con le lenti della stilistica o dell’ermeneusi allora in voga, mi dicevo: questa poesia non resta, perché altri poeti sono superiori in termini formali, Porta cerca troppo di comunicare, va piatto. Col cavolo: sbagliavo, come è peraltro lecito sbagliare a vent’anni. Dopo due decenni mi pare palese che la capacità di traforare il tempo, di cui sono capaci tutti i libri di poesia di Porta, sia un dato certo e sconcertante, anzitutto perché poco italiano. La tradizione rientra nella poesia di Porta come il respiro rientra nel fatto di essere vivi – ma chi se ne frega? Se non fosse così, non si darebbe poesia. E’ sconcertante piuttosto l’innovazione e l’intercettazione di nuclei metatemporali che colpisce: sono zone di condensazione di una sostanza che è apertura, e quindi apertura al futuro, capace di incidere sull’immaginario, sulla lingua stessa, sulle strutture e le retoriche – in pratica, sulla vita stessa di chi entri in contatto con la poesia di Porta.
Non mi estendo in commenti, per celebrare il ventennale dell’apparente scomparsa di Antonio Porta. Da anni ho in mente di scrivere un saggio su certe prospettive che mi sembra di vedere nella sua opera e, molto probabilmente, lo scriverò, quel saggio: ma non ora, non qui – come si sa, non è questa la sede. Mi pare più vantaggioso e veritativo invece un gesto di altro genere, in questo momento: cioè fare parlare Porta stesso, o meglio: dargli un amplificatore, poiché i suoi linguaggi infiniti non hanno cessato un attimo di parlare.
La questione non è se Porta parli o meno: parla. La questione è se lo si ascolta o no.
Copiando i versi che seguono, invito all’ascolto – io stesso mi metto in ascolto.
Di cosa?
Di una presenza attiva.
Meditazione sulla natura materiale e radicale di tale presenza attiva.

di un suono ascolto solo suono
mille voci sbarcano
navigano in libertà von l’isola luccicante
agli angoli del reticolo s’incrociano e ridono
stridìo suona così netta la lacerazione
che i piedi cadono da soli dentro l’acqua
e il passaggio è segnato dalle mani tagliate
le raccolgo e le offro a me stesso
baciandomi la punta delle dita in silenzio

5.4 – 7.4 – 17.4.1979
[da New York]

e

Cercano di dare un tempo alla morte
poiché non ha dimensioni, è il vero
nostro infinito; così dicono alle ore
10 e 11 minuti ma non è vero
si era visto invece come si preparava
rannicchiandosi nella posizione fetale.
Quando sedeva in macchina accanto
già prendeva quella posizione: l’auto
come il ventre della madre e via fino all’arrivo.

Quella volta in attesa di una morte in anticamera
ho sentito dire che negli ultimi tre minuti
la sua vita è precipitata nel senza tempo
nell’ultimo eterno minuto i dolori
raggiungono il loro accume, se ne vanno con l’anima.
Ma è un bene essere privati del tempo,
è un furto che genera abbondanza e dona
una pace non sperabile, raggiunta senza speranza
da un istante all’altro la dimensione è solo spazio
mare bianco increspato nella mente spalancata.

26.12.1988
da La posizione fetale

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