Corriere della Sera: Stefano Montefiori su Italia De Profundis

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Esplorazioni – Il nuovo romanzo è un precipizio in una decadenza condivisa: personalle e collettiva
Genna: bestiario d’Italia, me compreso
Dalla morte del padre a “Un posto al sole”: ritratto doloroso ed esilarante
di STEFANO MONTEFIORI
[da Corriere della Sera – versione cartacea, 23.12.08, pag 45]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [435k]
In questo romanzo l’Italia è centrale, e l’uomo Giuseppe Genna lo è ugualmente. I racconti delle decadenze di entrambi sono – in modo più spesso doloroso, talvolta esilarante – necessari l’uno all’altro, compenetrati e inscindibili. Già dalla riuscita, violenta copertina di Riccardo Falcinelli, l’urlo dell’Italia moribonda, spacciata, supera l’ormai consueto fastidio per i pantaloni a vita bassa, o per i gusti musicali dozzinali. Italia De Profundis va oltre (…).
La miseria sessuale e sentimentale di Genna, e dell’Italia, ricorda nei momenti più cupi lo Houellebecq di Estensione del dominio della lotta, ma verso la fine del romanzo induce al riso, prima della tragedia conclusiva (…) [CONTINUA]
[Nota di Giuseppe Genna: quando ieri ho spalancato il Corriere della Sera, sono allibito davanti alla mezza paginata, all’illustrazione e alla foto dedicate a IDP. Desidero ringraziare moltissimo il responsabile delle pagine culturali del Corriere e l’estensore dell’articolo su Italia De Profundis: mezza pagina su un libro di questo tipo e una recensione tanto bella davvero non me le aspettavo. Grazie! gg]

la Repubblica: Marco Lodoli su Italia De Profundis

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Tormenti e follie di un intellettuale
di MARCO LODOLI
[da la Repubblica – versione cartacea, 20.12.08, pag 45]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [184k]
Italia De Profundis, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, scrittore debordante, visionario, implacabile, ha l’apertura alare di un avvoltoio che cala sulla carogna del nostro Belpaese: nulla è perdonato, nulla viene condannato dalla penna feroce di un autore che è spietato innanzitutto con se stesso e poi con ogni nefandezza di questo tempo ilare e stordito… [CONTINUA]
[Nota di Giuseppe Genna: tra il sottoscritto e Marco Lodoli sono avvenuti in Rete scontri spesso molto accesi, non tanto sulla letteratura, quanto su prese di posizione politiche – per esempio ai tempi della strage di Nassirya o circa le modalità di diffusione on line del discorso letterario. Sono particolarmente felice dell’interlocuzione che Lodoli mi ha concesso con il suo articolo: e non perché si tratti di una recensione positiva – lo sarei stato anche se si fosse trattato di una stroncatura. Poiché si possono avere posizioni differenti, ma il dialogo, anche quello in cui uno dice “no”, è per me la stretta empatica intorno a cui gli umanisti devono fare cerchio. Ringrazio perciò Marco Lodoli di questa occasione di confronto e di incontro di sguardi. Non dispongo della sua mail: se qualcuno la conoscesse o se lo stesso Lodoli incrociasse questa nota, potrei averla? Ringrazio in anticipo, assicurando un uso responsabile dell’indirizzo di posta elettronica eventualmente fornito. gg]

In Bottega di lettura: Demetrio Paolin su Italia De Profundis

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Su “Italia De Profundis” e oltre
di DEMETRIO PAOLIN
[da Bottega di lettura]
paolin_idp.jpgLa prima domanda che mi sono fatto, leggendo Italia De Profundis (Minimum fax) di Giuseppe Genna è stata: che libro è? Un romanzo, una narrazione, una confessione, una autofiction?
Per rispondere a queste domande parto da una divergenza interessante. Se guardate la copertina del libro, sotto il titolo appare la scritta “romanzo”. Se andiamo invece sul sito del libro, nella immagine che riproduce la copertina accanto alla parola romanzo abbiamo un punto interrogativo.
Paradossalmente prima di entrare nel libro dobbiamo sciogliere questa tensione. Tra “romanzo” e “romanzo?”.
L’autore non ci aiuta, nel testo ci sono diverse dichiarazioni su cosa sia o non sia Italia De Profundis

La verità è che il romanzo non coincide più con il veicolo della narrazione. Esso stesso è un canale alienativo, e lo diventa maggiormente quando l’élite intellettuale ne richiama la tradizione, che è quella di uno strumento efficace nell’interpretare la realtà. Eppure a quale narrazione bisogna guardare? Questo, precisamente questo, è il problema della poesia in epoca contemporanea.

Eppure sulla copertina del libro c’è scritto “romanzo”. Certo mi si dirà, è una scelta ovvia dell’editore. Tale dicotomia, però, mi interessa e per risolverla mi affido non tanto alle dichiarazioni esplicite di Genna nel libro, che appunto sono per il superamento del romanzo stesso, quanto alle strutture implicite e in particolare alcuni apparati paratestuali.
Mentre leggiamo Italia De Profundis arriviamo ad un punto in cui in bella vista l’autore affigge una sorta di post-it al centro della pagina che recita

Da questo punto, fino a pagina 91, tutto diventa noiosissimo. Al fine di evitare tale noia, si consiglia vivamente di saltare a pagina 92, dove non è neppure detto che non ci si annoi. Comunque, ciò che segue è più noioso di quanto sia umano immaginare e inoltre si tratta di una parte che abbassa le vendite del libro. Si raccomanda di saltarla a piè pari, davvero.

Questo intermezzo mi pare illuminante. Mi sembra di sentire una voce simile a quella del Manzoni che mentre ricopia la famosa introduzione ai Promessi sposi ad un tratto entra in scena, sbuffa e parla dell’eroica fatica etc etc… L’autore interviene dirige, mette in scena se stesso, che è diverso dal “Giuseppe Genna” che agisce nel libro: questo intervento, negandola, paradossalmente svela una struttura che è narrativa nel profondo. Da pag. 74 a pagina 91, Genna condensa le immagini del libro, sia quelle lette sia quelle che leggeremo. E’ una parte essenziale del testo, che Genna ironicamente – il riferimento all’abbassamento delle vendite del libro – ci invita a saltare. Non è l’unica struttura paratestuale esistente. Io ne ravviso altre due legate alla sezione, un vero e proprio confiteor (p.114), detta le storie di “merda”.
Incominciamo a leggere la prima. “Giuseppe Genna” prende il suo motorino e si dirige verso Enzino, mentre va verso Enzino, Giuseppe Genna dice

Provengo da via Novara, esco da casa di Vanessa. Chi desiderasse sapere chi sia Vanessa e cosa è successo a casa sua, può ignorare quanto sto scrivendo, saltare le pagine, andare al segmento successivo.

Mi pare che il meccanismo sia chiarissimo. Abbiamo una struttura de “le storie di merda” che l’autore mette secondo una logica che ci pare temporale, l’intermezzo ci chiarisce che il tempo del racconto è sfasato rispetto al tempo degli accadimenti: Genna racconta prima una cosa che è successa dopo e ci informa anche che se vogliamo possiamo andare a leggerci direttamente l’altra storia. Questo rimandare a parti del testo successive, questo mischiare i piani temporali mi hanno fatto venire in mente il Tristram Shandy, che rappresenta uno dei modi – forse più atipici e nel contempo classici– di scrivere un romanzo e un romanzo moderno.
Quando ci troviamo davanti alla terza storia di merda, dove il protagonista pratica l’eutanasia ad un malato terminale, leggiamo una nota – in questo caso l’elemento paratestuale è evidentissimo – che ci dice: i nomi, i luoghi e quant’altro sono stati cambiati per evitare eventuali rischi legali. Poi seguono queste righe

Questa è dunque la finzione? Cosa c’è di vero nella finzione? La finzione è vera? E’ romanzesca? E’ una storia? Questa è una confessione? La finzione, qui impiegata a fini di occultamento, è un occultamento?

Siamo davanti ad una confessione, ma a pie’ pagina l’autore incomincia a ragionare manzonianamente sul vero, verisimile e falso, che sono il germe della riflessione sul romanzo almeno per quanto riguarda la letteratura italiana.
Dopo la nota continuiamo la lettura della storia e incontriamo un uomo così simile a Welby, così uguale a lui, così medesimamente desideroso di porre fine alla morte, ma qualcosa non quadra: la sua strenua volontà che la cosa rimanga nascosta. L’uomo non si è rivolto ai giornali né alle televisioni, vuole morire solo. L’uomo è molto religioso, sulla testiera del suo letto crocifissi, rosari benedetti a Lourdes e disegni di bambini.
Poi il colpo di scena. Genna ha un dubbio legato proprio a tale ostinata scelta di privacy: qualche ricerca e si scopre che l’uomo che vuole morire è un pedofilo condannato. Di colpo il caso di cronaca, alla Welby, è altro, l’episodio diventa una riflessione dostoevskijana sul male, sulla pietà e la colpa (p.167-172).
Rimaniamo alle strutture paratestuali. Italia De Profundis ha una epigrafe tratta da Petrolio, il romanzo di Pier Paolo Pasolini. La citazione ci porta a domandarci quanto è in che modo Petrolio abbia influito sul libro di Genna. C’è una prima vicinanza che è tematica. Petrolio nelle intenzioni di Pasolini doveva essere un romanzo sull’Italia e su cosa era diventata nel corso degli anni 70. Il testo di Genna vive la medesima tensione “morale”. Anche se l’analisi pasoliniana si muoveva nell’ambito del potere e ai prodromi di quel mutamento sociale ed economico che paradossalmente a Genna viene “rivelato” nella sua permanenza nel villaggio vacanze in Sicilia.
Il libro di Pasolini agisce più in profondità.
Torniamo per un attimo a quella sorta di confessione delle esperienze più tremende di “Giuseppe Genna”. Il titolo che viene dato a queste 4 lasse di testo è appunto “storie di merda”.
Ora se prendiamo Petrolio, notiamo come tra gli appunti una parte molto cospicua sia legata a “Il Merda. Una visione” (Pasolini, Petrolio Einaudi [1992], pp.323-85). Sono pagine quelle dove tramite il Merda assistiamo ad una sorta di processione allegorica in cui con un gioco di specchi si mostra cosa realmente è la società italiana. E lo si mostra tramite il Merda e le sue peripezie.
Le storie di merda di Genna vivono della medesima trasparenza allegorica: Genna raccontando di sé e delle proprie vicissitudini, vuole dire altro e precisamente la metamorfosi finale di ogni italiano.
Si crea quindi una prossimità tra il Merda pasoliniano e le storie di merda di Genna, legate da questo intento di rivelazione finale.
Tra le storie “inconfessabili” di Genna abbiamo, infine, la descrizione dell’incontro tra il Giuseppe Genna e Vanessa, una drag queen. In queste pagine assistiamo alla descrizione particolareggiata di una fellatio che il protagonista Giuseppe Genna compie. In questo caso il debito verso Petrolio, non è tanto tematico o strutturale come nei primi due casi, ma letterale.
Nel romanzo di Pasolini assistiamo alla descrizione particolareggiata e precisa di una fellatio da parte del protagonista Carlo (Pasolini, cit., pp.201-29), che nei termini e nei modi ricorda quella presente in Italia De Profundis.
Quindi proprio l’esempio più basso della abiezione di Giuseppe Genna nasconde un omaggio e una citazione chiara al libro che fa da palinsesto alla narrazione.
Italia De Profundis è il libro gremito di letteratura, dove l’elemento autobiografico se c’è è soltanto dato iniziale, perché tutto – come accadeva per altri versi in Hitler – si riconduce alla scrittura e alla letteratura. L’episodio dell’eroina, le sue allucinazioni e dialoghi al limite ci riportano alle atmosfere de Il pasto nudo, la descrizione delle settimane nel villaggio turistico sono una sorta di tenzone rispetto a Wallace e al suo reportage Una cosa divertente che non farò mai più (l’autore in questo caso dichiara la relazione tra Italia De Profundis e il testo di Wallace).
Queste riflessioni ci portano a dire che Italia De Profundis è un romanzo per struttura, montaggio e per trama, ma a rendere ancora più interessante il tutto è funzione allegorica, che Genna dà alla sua narrazione. Proprio l’allegoria, che è un tratto che Wu Ming ha ravvisato caratteristico della NIE, fa divergere negli esiti Italia De Profundis dai protocolli narrativi della nuova epica italiana.
Wu Ming 1 nel suo intervento definisce così l’allegoria

E’ l’allegoria metastorica. Si può descriverla come il rimbalzare di una palla in una stanza a tre pareti mobili, ma anche come un continuo saltare su tre piani temporali:
– Il tempo rappresentato nell’opera (che è sempre un passato, anche quando l’ambientazione è contemporanea);
– Il presente in cui l’opera è stata scritta (che, anch’esso, è già divenuto passato);
– Il presente in cui l’opera viene fruita, in qualunque momento questo accada: stasera o la prossima settimana, nel 2050 o tra diecimila anni.
Le opere che continuano a risuonare in questo presente sono chiamate “classici”. Il loro segreto sta nella ricchezza dell’allegoria metastorica, la stessa che possiamo trovare in miti e leggende. La storia di Robin Hood è sopravvissuta ed è ri-narrata a ogni generazione perché la sua allegoria profonda continua ad “attivarsi”.

A me pare che questa definizione abbia un difetto, ovvero descrive un simbolo più che un allegoria. Il riverbero di un libro nel tempo ha a che fare con la potenza simbolica (o mitica) e non con quella allegorica di una storia. [*]
Cosa è quindi allegoria?
L’allegoria è dire una cosa per dirne un’altra. L’esempio più eclatante è in un gesto. Ognuno di noi sa cosa è la transustantazione. Ovvero il momento in cui il pane diventa il corpo di dio. Il segreto è che rimane pane, ma nel contempo è la carne di dio.
Se dobbiamo parlare di allegoria, allora io credo che bisogna muoversi su questo campo.
Io narro una cosa, la narro così come è. Eppure questa cosa ha un significato altro che prescinde, che non ha rapporti, con quello che sto dicendo. Io scrivo che mi sono perduto in un bosco oscuro, ed è così, è un fatto. Nello stesso tempo io parlo di un uomo che cade nel peccato.
Io non faccio niente perché il lettore intenda questo, non gli do segnali specifici – in quel caso sarebbe un simbolo -, ma tutto semplicemente accade nella scrittura.
Italia De Profundis non crea quindi dei rimbalzi. I fatti si presentano nudi, accadono. Sono lì in tutta la loro presenza. “Giuseppe Genna” infila un ago nella sua vena, e noi vediamo solo e soltanto questo. Eppure alla fine del libro comprendiamo che abbiamo fatto una esperienza diversa, altra. Il testo non ha creato quella sorta di complicità tra autore e lettore, quel legame è che tipico del simbolo. Per capire il simbolo io devo avere un legame con chi lo pronuncia.
Italia De Profundis contrariamente a Dies Irae non fallisce in questo: non si fa simbolo, ma allegoria. Alla fine di Dies Irae io mi sentivo come Giuseppe Genna (nel “come” è contenuta la carica simbolica del libro). Dopo Italia De Profundis io non sono Giuseppe Genna, che rimane da me separato e distante: perché non si dà allegoria senza distanza. Mi rendo conto che l’autore Giuseppe Genna raccontando i nudi fatti di “Giuseppe Genna” ha detto qualcosa di me come uomo.
Il testo di Genna non rimbalza, per mantenere la metafora di Wu Ming, ma è fermo e chiuso. La profonda letterarietà della struttura, il continuo gioco di citazioni non fanno che frapporre uno schermo tra l’autore e il lettore, uno specchio, che per comodità si chiama “Giuseppe Genna”, e dove misteriosamente ognuno vede ciò che alla fine è.
[*] Nota di Giuseppe Genna: nell’accezione che Demetrio Paolin conferisce all’allegoria secondo quanto descritto da Wu Ming 1 nel memorandum sul NIE, accade uno scontro tra sistemi ermeneutici e filosofici contrapposti. Mentre infatti, come ribadito in più punti, Wu Ming 1 utilizza, per tentare di circoscrivere il campo di forze allegorico, l’impianto dinamico dell'”allegoria aperta” desunta da Benjamin, l’interpretazione dell’opposizione tra simbolo e allegoria (a tutto vantaggio del simbolo, che in Benjamin è in un certo senso l’avversario teoretico sia in Angelus Novus sia nel Dramma barocco tedesco) è mutuata dall’estetica esistenzialista di Pareyson e, mi pare, soprattutto del testo su Kafka di Remo Cantoni, laddove il filosofo italiano giunge a conclusioni polarmente opposte rispetto a quelle enunciate da Benjamin nel saggio kafkiano in Angelus Novus. Entrambe le prospettive, tuttavia, conducono a un esito unico, che forse è il Bloch di Tracce a riassumere: è la prospettiva dell’abolizione del “come”, cioè il raggiungimento di una “letteralità” così intensa da resistere a qualunque temporalità umanistica e a qualunque ermeneusi. Il punto comune su cui mi pare necessario lavorare è dunque questo: non tanto le sistematiche che fanno da premessa a modalità interpretative apparentemente opposte, quanto l’esito “aperto” del testo, che è una “potenza” in grado di significare al di là della costrizione del testo stesso a un messaggio, a una forma non dinamica, a un significato o a un Discorso, che è sempre il Discorso.

APcom/Virgilio: su Italia De Profundis

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Un non-romanzo nel cuore della letteratura
“Italia De Profundis” di Giuseppe Genna (Minimum Fax)
di LEONARDO MERLINI
[agenzia APcom ripresa da Virgilio]
Milano, 10 dic. (Apcom) – Un fiume di parole, straordinariamente gestite da uno scrittore senza dubbio geniale, che va a comporre un non-romanzo di impatto devastante che mira diretto al cuore di tenebra della letteratura. “Italia De Profundis”, ultima opera di Giuseppe Genna che esce per i tipi di Minimum Fax, è tutto quello che ci si potrebbe aspettare e anche molto di più: una dolorosa ricostruzione tanto di una società, la nostra, che cade orrendamente a pezzi, quanto di una personalità, quella del personaggio che porta lo stesso nome dello scrittore, che nel libro sembra vivere perennemente su un ottovolante (u)morale e intellettuale. Ma “Italia De Profundis”, titolo che Genna definisce incidentale, è anche un delirio citazionista, una vera e propria fotografia postmoderna della postmodernità e delle sue miserie, una lezione, che non ha nulla di cattedratico, sul senso della letteratura, sul dolore della letteratura, sulla (in)utilità della letteratura. Un grande libro insomma, un libro fuori dal comune, debordante e talvolta insostenibile, nel quale il nome di Genna compare ovunque insieme a molte riflessioni in prima persona, ma dove al contempo si percepisce l’assenza dell’autore, la sua abilità nel creare finzione intorno al proprio nome, la sua operazione letteraria che mira e decostruire il romanzo e il se stesso narrativo.
E’ un gioco di specchi complesso, una giostra nella quale il lettore può perdersi o può scegliere di fuggire, terrorizzato dall’orrore di un Paese che affonda inesorabilmente. “Il tetto di sviluppo – scrive Genna – è stato toccato, il peak point della ricchezza finta del Paese è ormai un ricordo e ci si prepara a un orizzonte deflatorio: il congelamento dei consumi e dei desideri, il che, sia chiaro, è una delle ferite che il mercato, coltello bilame, apre nel proprio costato”. Cronaca alienata di una società nella quale “il conflitto generazionale è mantenuto nel recinto delle energie compresse e, perciò, inespresse”, il libro di Giuseppe Genna punta sempre qualcosa che sta oltre un confine, che sia quello linguistico o quello dell’interpretazione. L’esito può suscitare reazioni diverse – anche perché i temi toccati sono veri e propri nervi scoperti della società come la pedofilia, l’eutanasia, le droghe, la diversità sessuale – ma anche il più critico dei lettori non può non riconoscere l’ambizione del tentativo.
Tentativo che in maniera a volte esplicita, ma più spesso passata sotto silenzio, si trasforma in una vera e propria indagine sul senso della letteratura e sulla sua funzione presente. “La verità – scrive a un certo punto il folle e lucido narratore – è che il romanzo non coincide più con il veicolo della narrazione. Esso stesso è un canale alienativo, e lo diventa maggiormente quando l’élite intellettuale ne richiama la tradizione, che è quella di uno strumento efficace nell’interpretare la realtà. Eppure a quale narrazione bisogna guardare? Questo, precisamente questo, è il problema della poesia in epoca contemporanea”. Genna cita “gli incompresi del passato, da Leopardi con lo ‘Zibaldone’ al Pasolini di ‘Petrolio’, dall’Eliot della ‘Waste Land’ al Wallace Stevens di ‘Harmonium’, passando per Celan e Miller e Burroughs” e, pagina dopo pagina, raccoglie e reinterpreta la loro lezione. Arrivando, paradossalmente solo in apparenza, a restituire al romanzo una rinnovata capacità di interpretare la realtà che poche righe prima egli stesso aveva negato. Se a questo si aggiungono gli universali – due su tutti: l’amore e la morte – che traboccano da ogni pagina del libro, ecco che il quadro è completo. Il non-romanzo inventa il nuovo romanzo.

Storia di fantasmi

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Sul blog Il Miserabile, on line su la7.it, un post che è anche una videomeditazione a corollario di Italia De Profundis, sulla narrazione della storia umana (indifferentemente politica e universale) e l’ambiguità dei suoi fantasmi, per evitare il cronachismo e spalancare le porte dell’allegoria:

ITALIA: STORIA DI FANTASMI

storiafantasmiimg.jpgSe si cerca di narrare una storia, accade che si racconti anche la storia che apparentemente è fattuale. Soltanto un presente saccente, quale è il nostro nei suoi aspetti deteriori (per esempio, quello rappresentato dagli intellettuali che continuano a urlare in nome di una tradizione che non hanno minimamente compreso), soltanto un tempo teso a guardarsi dall’esterno e ad autocanonizzarsi può ritenere che la storia politica e sociale che viene narrata sia cronaca. Di fatto, essa è un’allucinazione. Una schiera di fantasmi avanza sempre. Questi fantasmi sono fisicamente figure morte, ma l’arte e la letteratura conferiscono loro una seconda vita da zombie: questa è tutta l’ambiguità e la pericolosità dell’arte. Così Dante rappresenta contemporanei nel suo Inferno, Hugo fa dialogare Robespierre e Marat in Novantatré, Manzoni dà vita al Cardinale Borromeo a una distanza che, per differenza di accelerazioni storiche, corrisponde all’incirca a una narrazione di ciò che è Andreotti in dati romanzi e film. Non si sa nemmeno se Andreotti è Andreotti. Lo vediamo fantasmaticamente. La memoria è un teatro di fantasmi. Questi fantasmi esprimono molto di più di quanto esprimerebbero in un racconto cronachistico. Essi sono figurazioni del Potere. Sia chiaro: l’artista esercita il Potere, ha a che fare col Potere quando crea. Quindi, ogni narrazione apparentemente storica, rimanda a un “io” che è esso stesso fantasma: è una forma di quel Potere. Perciò, esso può assentarsi dalla scena, ma non se ne andrà mai veramente.
Questa è la premessa a una nuova videomeditazione che nasce come corollario a Italia De Profundis. Mentre nel ragionamento per immagini fatto precedentemente l'”io” era esplicitamente parte in causa, qui è tutto apparentemente sociologico, politico, esteriorizzato. Parrebbe cronaca, se non apparissero determinati scarti. Qui non ci si chiede come si racconta la storia, ma si medita su un racconto della storia – quella italiana.

Su 02blog.it: intervista su Italia De Profundis

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Gabriele Ferraresi è uno dei giornalisti più interessanti della leva che si è affacciata in questi ultimi anni. Alcuni suoi reportage surreali (come questo o questo) sono pezzi di pura letteratura. Non ho capito come mai ancora non si sia fatto avanti un editore per pubblicare una raccolta delle incredibili interviste di Ferraresi, tra le quali spiccano alcune imperdibili apparese su Cronaca Vera. Detto ciò, Ferraresi mi ha chiesto un’intervista su Italia De Profundis, da pubblicare su una specie di portale che non conoscevo: si chiama 02blog.it e, a mia detta, è interessantissimo. Ci si trovano dentro materiali sorprendenti. In ogni caso, l’intervista è stata realizzata. Eccone un assaggio e, in calce, il link alla versione integrale, per chi ne fosse interessato.

Intervista: Giuseppe Genna, Italia De Profundis, e il Paese che abbiamo disimparato ad amare
di GABRIELE FERRARESI
[da 02blog.it]
[…] Spesso in quello che scrivi – penso al Dies Irae, o anche ai tuoi noir di qualche anno fa, come Catrame – rientra il quartiere di Calvairate, che racconti come una personale Yoknapatawpha, e Italia De Profundis non fa eccezione. Che cosa non hai ancora raccontato di quell’aleph che si estende tra piazza Martini, viale Molise e piazza Insubria?
Calvairate, in IDP, fa la fine di “Giuseppe Genna”: finisce. Dalla morte di mio padre, e non per una mancata elaborazione del lutto, io non torno più nel mio quartiere di provenienza, questa specie di mostro architettonico e antropologico di cui, esattamente come “Giuseppe Genna”, desideravo liberarmi anche (ma non solo) per via letteraria. Potrei andare avanti anni a raccontare saghe di Calvairate – non ho ancora scritto nulla, in pratica, sulle vicende disumane o paraumane di quella zona. Davvero, come ogni zona metropolitana, è un labirinto di storie e io in realtà ho solo sfiorato i muri esterni del labirinto. Poiché però questo è il libro della fine, nel senso che da questo punto io non so dove vado con la scrittura (nemmeno so se vado), c’era da giungere al punto definitivo della disintossicazione personale, che è una delle prospettive a cui io guardo idiosincraticamente a quello che ho scritto. Rimangono scorie, ovviamente, ma esse non esigono più di passare attraverso il filtro letterario. In questo senso, ho iniziato ad aprire la crisi, come si diceva di Forlani o Fanfani ai tempi di immemorabili compagini governative […].

La versione integrale dell’intervista su Italia De Profundis

Italia De Profundis in libreria – Un brano inedito

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Il romanzo Italia De Profundis (minimum fax, € 15) è finalmente acquistabile in tutte le librerie e anche on line. Ne riproduco un brano che non è inserito né nel sito ufficiale né nella pagina di minimum fax. Si tratta di una parte del quarto capitolo, che ha per titolo il medesimo del libro, e descrive la scena italiana, prima di una traduzione della stessa in termini narrativi secondo prosa poetica

«Era, dunque, l’estate improduttiva e faticosa del 2007, ma già da due anni io sto male, da due anni io non mi riposo, non ci sono vacanze, ma soggiorni nella calura brevi, inappaganti.
Ci avviciniamo al luogo del racconto.
Stanno fondando un nuovo partito.
I periodi glaciali che non conducono a nulla di nuovo spaventano. Gli italiani appaiono indifferenti al clima psichico. Da vent’anni la loro collettività è entomologica, termitica.
Questo nuovo partito sostituisce i rimasugli rosastri del fu Partito Comunista Italiano, un terzo della nazione lo votava, ci credeva, veniva ripagato con un’educazione chiesastica ma colma di senso di contenzione, se non di contrizione.
Io sprofondo, parallelo ai miei concittadini, in un altro genere di disperazione: sconosciuta. Dapprima è un nucleo lontano, interno, una fusione fredda che osservo con stupore glaciale. I periodi glaciali conducono sempre a novità inattese: fenditure improvvise nel pack, sprofondamenti nel dramma, repentine ritirate delle nevi, discioglimento delle vedrette, spalancamenti di abissi impensati.
La disperazione cresce, si allarga, mangia spazio e ossigeno in me.
Gli italiani stanno raggiungendo il culmine dell’idiozia. Concionano. Berciano contro le tasse. Non si smuovono. Non intuiscono la crepa. L’orizzonte di deflazione psichica a cui stanno correndo incontro, con gioiosa incoscienza. Nemmeno la morbosità, nemmeno la rassegnazione, nemmeno l’indignazione hanno più presa su questo popolo diviso in due caste sommarie, la ricca e la povera che vive nella finzione di una ricchezza elusiva, l’agio ostentato a spese di una povertà occulta ritmata dal pagamento delle cambiali: debiti contratti per andare in vacanza in luoghi di culto estivo per vip e segnalati come costanti del desiderio dai magazine del gossip, questa stampa non patinata, in carta a bassissima grammatura e inchiostrata male, che viene sfogliata avidamente da due terzi del Paese.
Sono raddoppiate le procedure di pignoramento.
Sta incombendo, sulla nazione che utilizza il bene rifugio del mattone, la bolla speculativa edilizia, un tumore che partirà entro un decennio dall’area angloamericana e investirà come un tornado gli italiani, i proprietari di case, gli scopritori delle bellezze rumene della multiproprietà sul Mar Nero e sul Mar Caspio, i detentori di mutui trentennali, difficoltosi da ottenere dalle banche, codici proibitivi che richiedono un esame spettrografico condotto attraverso una miriade incontenibile di appretti cartacei, autocertificazioni complesse, impegni che rasentano il giogo dell’usura.
La spesa per la telefonia cellulare è la più alta del continente.
I SUV hanno invaso le metropoli, inutili abbozzi di Transformers»…